Archivi categoria: Gaja Cenciarelli

Nella notte sanguigna dei lampioni

untitled-1983di Laura Costantini e Loredana Falcone

Ci risiamo. Come si fa a costruire una metropolitana in una città dove basta infilare un dito nel terreno per trovare un reperto archeologico? Siamo indietro con i tempi. Chi glielo dice adesso al geometra? Mi faccio largo tra gli operai curiosi e snocciolo tre bestemmie delle mie. I cunicoli mi mettono ansia e l’idea di infilarmi lì sotto proprio a fine turno… Accendo il faretto sul casco e cerco di non pensare che sono ingrassato e che il cunicolo è ancora solo un abbozzo. Giuro che se lì sotto non c’è la tomba di Augusto, mi faccio i cazzi miei e faccio spianare tutto.
Terra umida e grassa, Pietrisco. Fuori trenta gradi e qua sotto mi cago sotto dal freddo. Peggio di una catacomba. Ma dove l’hanno visto ‘sto sarcofago? Qualcosa mi cammina su per il polpaccio. Lo so che è solo un’impressione. E poi il pericolo non viene mica da ragni, scarafaggi o topi. Però prude, cazzo! Mi strofino e sento qualcosa di umido: una poltiglia di ragno mi impasta i peli, che schifo. Mi pulisco con una manciata di terra mentre continuo a muovere la testa per illuminare il più lontano possibile. Se mi hanno fatto scendere qua sotto per niente se la vedono con me. Altro che turni di riposo. Li faccio scavare pure il giorno di Ferragosto. Continua a leggere

Bocche

bocca

di Gaja Cenciarelli

Sì, lo amavo. Lo amavo con il corpo, con un corpo che si portava dietro la testa e mi faceva sentire tutta intera per la prima volta nella vita.
I miei sensi reagivano prima che la mente potesse capire cosa stesse succedendo e questo mi sconvolgeva. Lo stomaco si contraeva, la pelle si accapponava, avevo freddo alle mani e caldo addosso. Ero bellissima, il desiderio mi faceva scoprire parti del mio corpo e centimetri di pelle che non conoscevo. Continua a leggere

Senza luce, di Luigi Bernardi

senzaluce«Fabbricare i gusti del pubblico è una faccenda pericolosa: distorce la visione delle cose, capovolge le cause con gli effetti, crea ogni sorta di alibi. E chi lo fa spesso vive soltanto in funzione degli alibi che riesce a raccattare, con la stessa disinvoltura con la quale raccoglierebbe i punti spesa dei supermercati, getterebbe il pacchetto di sigarette vuoto alla fermata dell’autobus […]. Fabbricare i gusti del pubblico è la negazione dell’arte, della stessa cultura: è tirannia mascherata dalle pretese del mercato, qualcosa di così assolutamente ostile da chiudere ogni via di redenzione».
Ho letto tutto di Luigi Bernardi che, per me, non è precisamente un estraneo, ma una persona dalla quale ho avuto la fortuna di imparare molto. È vero: Luigi e io siamo amici. E questa, dunque, sarà una recensione difficile ma sincera.  Continua a leggere

Angelo Moscariello: di cinema e generi.

di Arturo Fabra

Avevo già letto di Angelo Moscariello, anni fa, “Come si Guarda un Film” e “Come si gira un Film”, sapete, quando da giovani vogliamo diventare tutti registi? Tempo dopo mi ero procurato anche i suoi saggi su Godard e Chabrol, perché cercavo di rappacificarmi col cinema francese. Dopo un periodo di letture diverse mi sono ritrovato tra le mani il suo Dizionario del Cinema di Fantascienza (uscito per Electa) a scopo recensione, ed è stato un colpo di fulmine, proseguito con il Dizionario del Cinema Fantasy e (appena uscito) quello del Cinema Horror. Sono monotono, quando scrivo e/o parlo del lavoro di Angelo Moscariello, perché ciò che mi colpisce maggiormente è l’amore che gli permette di trattare il “cinema di genere” con il rispetto che altri gli negano dedicandolo solo ai film “seri” (e quale sarebbe il paradigma di questa serietà?). Altra indubbia dote di Moscariello è la precisione del suo lavoro, direi quasi scientifica, che lo porta ad aggiornare i libri in fase di stesura fino all’ultimo, e il gusto assolutamente stimolante nel proporre registi, film, tematiche. Come si può intuire anche dall’intervista che segue.

A.F.: Ma il cinema è “narrazione di genere” oppure no? Ovvero quanto poi il “realismo” diviene a sua volta un genere trasfigurato dall’occhio della cinepresa?
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Yeats Country. Viaggio nello spirito dell’Irlanda

A volte i blog sono un mezzo per mettere in contatto persone accomunate dalle stesse passioni.
È quello che è accaduto a me, quando ho ricevuto una mail dalle Edizioni Saecula (una giovanissima casa editrice di cui vi invito a visitare il sito) che, avendo notato la mia passione per l’Irlanda e l’indirizzo dei miei studi, mi proponevano la lettura di un libro pubblicato da poco: Yeats Country. Viaggio nello spirito dell’Irlanda. L’autore è Andrea Lessona, giornalista e scrittore innamorato dell’Isola di Smeraldo e profondo conoscitore della sua storia e delle sue leggende.
«Non si sa se Maeve, il cui nome viene pronunciato anche Medb che significa “inebriata”, fossse una donna mortale innalzata al ruolo di dea oppure una dea fattasi mortale. Gli antichi irlandesi pensavano comunque che avesse poteri particolari: poteva correre più veloce di un cavallo e la sua presenza alla testa dei battaglioni li rendeva invincibili. I soldati nemici cadevano ai suoi piedi, bramando una notte con lei».
Lessona ha descritto in Yeats Country il suo viaggio alla scoperta della contea di Sligo – dove per l’appunto nacque il grande poeta William Butler Yeats – che quasi più nessuno chiama con il suo nome ma con l’espressione che meglio la identifica: la terra di Yeats, per l’appunto.
Metà di questo libro è composto da fotografie assolutamente mozzafiato: per chi, come me, è andato innumerevoli volte in Irlanda, Yeats Country ha rappresentato una sorta di ritorno a casa. Per chi non ci è mai andato sarà un viaggio indimenticabile. Continua a leggere

Immagini

di Arturo Fabra

Si pensa allo stesso tempo a “ciò che appare” e a “ciò che immaginiamo di…” quando si parla di “immagine”.

La prima conseguenza è che le due cose non coincidono mai.

Ci pensavo qualche sera fa, assistendo ad uno spettacolo di beneficenza nella mia città (Gubbio) dove veniva premiato, tra gli altri, Djivan Gasparyan, un ottantenne musicista di nazionalità armena.

Vederlo comparire sul palco, claudicante per una recente caduta, con un bel pancione e l’aria semplice mi ha fatto pensare ad uno dei tanti anziani che si possono cogliere fuori da un bar o da un osteria (dove ancora esistono, di quelle vecchie), insomma alla classica figura che la nostra mente colloca sullo sfondo di una qualsiasi scena quotidiana di provincia.

Eppure durante l’intervista, nonostante la barriera linguistica colmata da una traduttrice, questo musicista è riuscito a trasmettere serenità, ironia, pacatezza ed umiltà.Da qui è nata la riflessione. Quanto di quello che percepivo era “immagine” trasmessa da lui e quanto “immagine” composta estemporaneamente da me?

Capisco benissimo che è una domanda retorica (o quantomeno molto vicino ad esserlo) eppure questo mi ha portato a ricordare quelle volte che ho incrociato persone che possono essere definite famose in un qualche campo artistico (letteratura, fumetti, arti figurative, cinema, musica). Continua a leggere

La sera del prima e del dopo

Quella sera lui era nervoso. In genere era a suo agio nella guida: amava guidare e non si stancava mai. Anche sua madre – generalmente critica nei confronti dell’universo – aveva ammesso che il suo ragazzo era affidabile e coscienzioso.
Però quella sera era agitato: dava colpi di clacson, guidava a scatti, frenava e ripartiva e lei era stufa di sentirsi sballottata avanti e indietro sul sedile. Era l’11 novembre 1992. Stavano andando a cena fuori Roma da alcuni parenti di lui.
Ma perché è così nervoso? Non stiamo nemmeno litigando…, il che era davvero una novità per loro.
Lui imboccò la Flaminia. Sarebbero arrivati di lì a un’ora. Lei aveva fame: l’unico motivo per il quale era felice di essere stata invitata a casa della zia del suo ragazzo era esattamente quello: sapeva che la cena sarebbe stata notevole, e aveva intenzione di approfittarne.
Si ritrovò a testa in giù senza nemmeno sapere perché. Penzolava – e in una frazione di secondo pensò che si sentiva un salame, un prosciutto, un insaccato, e che aveva messo la cintura, cosa che non faceva mai, e che quindi non sarebbe potuta cadere, e che non stava gridando, e che il suo ragazzo la cintura non l’aveva, e che stava vedendo le scintille che schizzavano dalle lamiere, e che se le scintille avessero raggiunto il carburatore sarebbero morti bruciati, e pensò, anzi no, vide sua madre e suo padre davanti alla televisione, e il gatto, il suo splendido gatto bianco di due mesi raggomitolato sul divano, e le venne da piangere al pensiero che non l’avrebbe più baciato, né accarezzato, e che sarebbe morta proprio ora che aveva un gatto, dopo averlo tanto desiderato, pensò che quando si è in punto di morte si vede tutta la propria vita come in un film, ma lei vedeva solo sua madre e suo padre davanti alla televisione e il suo gattino bianco raggomitolato sul divano. Continua a leggere

2 agosto 1980 – 2 agosto 2008: per non dimenticare.

[questo articolo è firmato da Demetrio Paolin, autore del libro Una tragedia negata, edito dal Maestrale. Mi permetto di aggiungere due parole solo per dire che condivido in tutto e per tutto l’intenzione di non dimenticare le vittime né di questa né di qualsiasi altra strage. In tema di diritti umani, ad esempio, mi piacerebbe parlare – e non sarebbe una discussione serena, bensì profondamente indignata – delle prossime Olimpiadi, ma non è questa la sede: forse prossimamente, se il tempo me lo consentirà. Gaja Cenciarelli]

di Demetrio Paolin

Fateglielo scrivere a loro un libro

“È proprio che non lo voglio leggere il nome di fioravanti valerio [sic] e di quelli come lui in fondo a un articolo di giornale. Non sono eroi e non sono vittime. È gente che uccideva e si sentiva importante […]. Non dico che dovrebbero stare in fondo a un pozzo, ma certo non vivere di rendita delle loro atrocità. Continua a leggere

“Genio e patriottismo, come l’anima, non hanno sesso” – Lady Morgan

«Si attraversa il Tevere passando per Ponte Milvio – si arriva alla Porta del Popolo, proprio alla fine di Via Flaminia – e finalmente si entra a Roma. Il cuore del viaggiatore si arresta dall’emozione – anche il cuore dell’umanità si arresta, ma a causa di un’emozione ben diversa…» [1]

Lady Morgan [2] arrivò a Roma nel dicembre del 1819 e soggiornò in Via dell’Agnello: il suo arrivo provocò agitazioni e timori all’interno dei vertici dello Stato della Chiesa, tanto che il Papa fu costretto a farla pedinare durante tutti i suoi spostamenti. La Roma che si presentò agli occhi di Lady Morgan era ben diversa dalla città che fino a due secoli prima dominava incontrastata sul mondo; la scrittrice irlandese detestava ciò che essa rappresentava, ovvero l’alleanza tra Trono e Altare, che nello stato della chiesa trovava la sua più spregevole incarnazione. L’aspetto esteriore di Roma non faceva che confermare il suo estremo grado di corruzione: «Poiché la stessa Roma, ora, non è altro che l’immondezzaio di quel mondo di cui una volta era padrona».

Se si considera la personalità di Lady Morgan, profondamente radicata nei valori della libertà, dell’uguaglianza tra gli uomini, portavoce dei diritti degli emarginati e delle popolazioni oppresse, strenua sostenitrice delle innovazioni che Napoleone mise in atto in Italia – ai danni, soprattutto, degli ordini monastici e del clero – a favore dell’istruzione dei giovani e, in particolare, delle donne, probabilmente si ottiene un quadro più preciso nel quale inserire le sue affermazioni, a dir poco critiche, nei confronti della Chiesa. Continua a leggere

Nudo

[Questa poesia è contenuta nella raccolta Men/Uomini: Ritratti maschili nella poesia femminile contemporanea, edita da Le Lettere nel 2004 e curata da Giorgia Sensi e Andrea Sirotti. La sua autrice è una delle più grandi poetesse irlandesi dei nostri giorni, ovvero Nuala Nì Dhomnaill. Nudo era stata originariamente composta in gaelico con il titolo Gan Do Chuid Édaigh, ed è stata poi tradotta in inglese da Paul Muldoon. La ripropongo qui, nella versione italiana tradotta dai curatori della raccolta]

Nudo

Per andare subito al sodo
dirò che preferirei vederti nudo
la camicia di seta
e la cravatta

esclusiva, l’ombrello sotto il braccio
in caso di pioggia,
il completo di grisaglia
che fa tanto tendenza,

i mocassini sfiziosi Continua a leggere

Lei è (scrivere poesia) – Anamaría Crowe Serrano

Anamaría Crowe Serrano è poetessa e scrittrice irlandese, di origini spagnole. In italiano ha pubblicato un libro di racconti tradotto da Riccardo Duranti per Leconte Editore, dal titolo Dall’altra parte. Di recente è uscita in Irlanda una raccolta di poesie, Femispheres, ancora inedita in Italia, ma già disponibile su IBS.
Ho scelto di tradurre Lei è perché, di quelle presenti nel corpus poetico di Crowe Serrano, mi è parsa assolutamente emblematica. È stata un’esperienza splendida lavorare gomito a gomito con l’autrice: mi capita di rado nel mio mestiere. Sono i momenti più belli e più ricchi per chi si accosta a un testo che pulsa dell’anima e del sangue, dei pensieri e dello spirito di chi lo ha scritto.
La seconda poesia, tradotta da Riccardo Duranti, si intitola Translation, ed era stata pubblicata in esclusiva nel mio vecchio sito, Triskell. La raccolta nella quale uscirà si intitola The Music of Meaning e sarà presentata a Londra il 1 giugno.

She is
(for Mark)

That woman on the park bench –
She is every season of your youth
your fears
your hopes
every anguished crease on your mid-life brow.
Deep in your throat she is all the names
you have forgotten
and names you will regret. Continua a leggere

Inferno I, 1: una lettura, di Demetrio Paolin

Quella che sto per scrivere è un’eresia. E questo mi fa sentire piccole lingue di fuoco solleticarmi le piante. A nessuno è mai venuto in mente che tipo di pelle dovevano avere gli eretici? Io l’ho sempre pensata luminosa, come la filigrana di una lampadina poco prima di bruciarsi. Comunque le ciance non fanno parte di questo scritto e quindi scendiamo in medias res.
Nel mezzo del cammin di nostra vita” (Inf. I, 1).
Chi non ha riflettuto almeno una volta, anche addormentandosi come fa il protagonista della poesia di Gozzano Dante, su questo endecasillabo? Ho sempre pensato che queste sette parole fossero la nascita di tutta la letteratura. L’inizio della Commedia è come l’inizio della Bibbia, tiene dentro di sé tutto ciò che c’è stato prima, che c’è e che ci sarà. Continua a leggere

Il muro dei grandi, di Lucia Tosi

mary-cassatt-children-playing-on-the-beach-5432.jpgLa bambina in costumino rosa si sposta la frangia dagli occhi con un colpetto della mano sporca di sabbia. Strizza gli occhi perché ci è caduto dentro qualche granello. Ha una coda di cavallo tenuta da un fiocco blu, i capelli formano una virgola dietro e una nuvoletta impalpabile, attorno al viso, di ricciolini che sfuggono alla presa. Ha un secchiello e una paletta e dei sandaletti aeroplano. Sembra che giochi con due più grandi, un maschio e una femmina. I due corrono, ogni tanto una piccola spinta, uno schiaffetto leggero alla piccola. Ridacchiano, parlottano. Si allontanano. Sono abbronzati, neri di occhi e di capelli. La tormentano. Lei non vorrebbe. Guarda insistentemente verso due signore sulla panchina che parlano fitto fitto. Quella con gli occhiali le sorride continuando a chiacchierare, l’altra alza gli occhi sui due ragazzini, le fa un cenno come per dirle vieni, oppure gioca anche tu, corri. La piccola non sente il bisogno di andare dalle due donne, vorrebbe solo poter pastrocchiare con la sabbia e l’acqua in pace come vede fare a quei due uomini più in là che hanno una pentola gigante che gira gira e fa un rumore continuo. Poi prendono quello che hanno messo dentro il pentolone e lo stendono con delle pale per terra e lo lisciano lo lisciano mi piacerebbe lisciarlo anch’io. E’ settembre, sul lago c’è una barca a vela, il cielo è grigio (cosa vuol dire plumbèo, Teresa? Ah ah plùm-beo, piccola, plum-be-o). Voglio tornare a casa. A casa c’è la mamma, si sforza di pensare. Ma non le viene un sentimento più grande di così. Prova a provarlo come ha letto nei librini: una mamma oca, una mamma mucca e i loro cuccioli che vogliono stare sempre con le loro mamme. E un papà coi baffi e l’aria severa che però ride e non sgrida i suoi bambini. Ma la sua mamma è vecchia e il papà è un po’ calvo alto alto. Continua a leggere

«Rilectura Dantis. Il canto XIII del Purgatorio: tre indizi», di Lucia Tosi

“Contro la grande superiorità di un altro non c’è mezzo di salvezza all’infuori dell’amore
[Goethe]

Vinum non habent. Passa una voce volando lungo la seconda ripa dal livido colore della pietra. Dante non vede spiriti, ode solo voci che, trasvolando, invitano alla riflessione: I’ sono Oreste e ancora Amate da cui male aveste. Più avanti, seduti a ridosso della parete della montagna, vestiti di mantelli indistinguibili dalla roccia, sono gli invidiosi. Hanno gli occhi cuciti, non possono vedere (secondo l’etimologia di in-video), tengono sembianza di poveri mendicanti ciechi che si sostengono caritativamente gli uni gli altri. Il castigo è evidente: come in vita hanno guardato con occhio malevolo le fortune altrui, mentre non vedevano le proprie, e le hanno desiderate, ora sono costretti alla cecità, ad essere tutti uniformati nell’aspetto esteriore e a sostenersi a vicenda. Continua a leggere

Un amore che ti si appiccica addosso

all’abbandono e alla verità. Sempre.

[«the meaning of all that I believed before escapes me,
in this world of none.
I miss you more

Afterglow, Genesis]

escher.jpgParecchi mesi fa – ne sono già passati così tanti, e pensare che mi pare di essere nella redazione di LPELS da sempre – ho pubblicato su questo blog un articolo che suscitò una discussione ampia e stimolante. L’articolo parlava di Luciano Bianciardi e di Bruno Tasso. Bianciardi sosteneva che “tradurre è un mestiere micidiale”: io, nel mio pezzo, gli davo ragione.
Dai commenti – e da parecchi altri miei scritti – traspariva un’insofferenza verso l’artigianato traduttorio molto simile a un sentimento di odio-amore. Mi lamentavo dei ritmi serrati, della vita sociale ridotta a zero, della solitudine del mio lavoro, della sedentarietà, delle difficoltà, delle tariffe più basse d’Europa, dell’indifferenza degli addetti ai lavori nei confronti del nostro mestiere.

In questo frattempo molti dei miei punti fermi hanno mostrato delle crepe: mi sono guardata intorno e non ho visto più ciò che mi sarei aspettata di vedere. Ciò che avrei tanto desiderato vedere. Non so nemmeno io se mi sono sentita sola, o inutile, o respinta. O beffata dalla vita. O presa di mira dalle circostanze. Non lo so, e non me lo sono chiesto. «Non lo so» è diventato lo slogan della mia vita, da qualche tempo a questa parte.
Avevo finito da poco di scrivere il mio infinito (aggettivo che ricorre spesso nelle mie pubblicazioni) romanzo – di cui ho postato un estratto su LPELS -, e non sapevo a cosa aggrapparmi. Non avevo nemmeno un pensiero piacevole a soccorrermi, benché la certezza di aver portato a termine un’impresa – sì, lo è stata: è stato uno slalom tra i guai e gli impegni e i dolori – cui tenevo così tanto mi compensava della fatica. Continua a leggere

Una mimosa per Gelsomina Verde (da “Gomorra”, di Roberto Saviano)

gomorra.jpg[Non c’è nulla di mio, in questo post.
O forse sì. Forse c’è proprio tutto.
Per non dimenticare, mai, nessuna.
E per ringraziare dal profondo del cuore Roberto Saviano, che ha dato vita a uno dei libri più importanti degli ultimi decenni, e che mi ha permesso di ricordare Gelsomina. Uno scrittore con uno stile che trafigge, un uomo che ha saputo raccontare. Dote ormai rarissima.]

“Il cadavere sembrava uno di quelli trovati sotto la cenere del Vesuvio dopo che gli archeologi avevano versato il gesso nel vuoto lasciato dal corpo. Le persone intorno all’auto erano diventate decine e decine, ma tutte in silenzio. Sembrava non ci fosse nessuno. Neanche le narici azzardavano a respirare troppo forte. Da quando è scoppiata la guerra di camorra molti hanno smesso di porre limite alla propria sopportazione. E sono lì a vedere cos’altro accadrà. Ogni giorno apprendono cos’altro è possibile, cos’altro dovranno subire. Apprendono, portano a casa, e continuano a campare. Continua a leggere

Cuore di pixel, di Alessandro Simonato*

paper_people.jpgNon me ne sono resa conto ma sono già passati cinque anni da quando io e Alessio stiamo insieme. Se solo mi fermassi un secondo per pensare, se solo avessi la volontà di fare una cosa così semplice, potrei dire che con lui non mi è mai mancato nulla, almeno fino a quando tutto è cambiato.
Più o meno due mesi fa ho cominciato a giocare dentro questo mondo virtuale del quale non fanno altro che parlare tutti quanti. All’inizio, lo ammetto, non riuscivo a capire cosa ci fosse di così entusiasmante nello stare a guardare un monitor per ore, seduta su una sedia. Poi, per cocciutaggine e per curiosità, ho cominciato a conoscere un bel po’ di gente, ad apprezzare le albe sintetiche, a conoscere il mio nuovo corpo bellissimo con tutte le sue particolari esigenze. Ho pure trovato un lavoro e, devo dire, qui dentro è tutto più semplice della vita di tutti i giorni. Io che sono sempre stata schiva e intimorita dalle relazioni con le altre persone, spaventata dalla vita adulta che a trent’anni non sono ancora riuscita a comprendere, ora qui dentro mi sento di poter fare qualsiasi cosa, senza remore. Continua a leggere

Manuale per le disposizioni domestiche, una poesia di Demetrio Paolin*

Le briciole, le lasci ai passeri,
ma la sera non scuoti fuori la tovaglia
che l’angelo della notte se ne muore.

Passeranno inverni interi
a fare gesti, questi, controvoglia
sperando che la pazienza sia amore.
Ci stupiremo, poi, che ogni cosa vada
diritta come un filo a piombo del muro,
sorridendo all’ansia di un futuro
scontato, ma c’è una sola strada
per quanto malconcia, questa
e per quanto sia disonesta è la sola
da fare, con il nodo in gola e la funesta
idea di sopravvivere a quella “cosa”
che qualcuno si ostina a chiamare vita.

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Falsi montaliani, di Alessandro Romeo*

monalisa.jpg[*Alessandro Romeo nasce a Venezia nel 1985. Sta per laurearsi in Lettere all’università di Venezia ma, soprattutto, è tra i fondatori di inutile.]

Tremavi asciugandoti i sontuosi
capelli e, nonostante il gelo,
ridevi. Mentre io, appeso sugli anelli,
ti presentavo le terzine addominali.

Ti alzasti, segreta. E mi dicesti
“Unno!” e con le forbici arrotate
tagliasti i tuoi capelli.
Due ciocche tra le mani mi mostravi
e belle, “Questa e quella ciocca”,
mi dicesti “siamo noi:
tu che mi discosti, io che t’amo”.
Discesi dagli anelli, ti risposi:
“Ciocche non siamo, ciocche non vogliamo”

[E. Montale, Conviventia, app. sparsi, Enna 14 Agosto 1974] Continua a leggere