Archivi categoria: Matteo Telara

VORREI CHE NEL MONDO

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Nella mia città la gente passeggia. Girano sui marciapiedi del centro, sul lungomare, sulla camminata mai finita del porto. La gente passeggia, s’incontra, si saluta, si ferma a parlare, ricomincia a passeggiare. I giovani se ne stanno sulle panchine a fumare e a guardare chi passeggia e chi si ferma a discutere. Se ne stanno lì, a giurare che mai e poi mai finiranno anche loro a passeggiare. Le panchine su cui stanno sono le stesse su cui sedevano i loro genitori trent’anni fa. Ma di tanto in tanto anche i giovani si staccano dalle panchine e vanno a fare due passi. Nella piazzetta davanti al mare ci sono due cavallini a molla, uno scivolo e una casetta di plastica ricoperta di scritte spray. I bambini sono troppi, aspettano il proprio turno, talvolta imparano a farsi furbi e a passare avanti, crescono prendendo confidenza con quelle file (alla banca, al comune, alle poste, negli uffici, all’asl, ovunque ci sia un servizio o uno sportello) a cui i loro genitori sono da tempo abituati. Tra il porto e il centro si è da poco liberato un vasto spazio pubblico. “Che ci faranno?” mi sono chiesto, “uno skatepark?, dei campetti da pallacanestro?, un’area giochi per bambini?”. Ci hanno fatto un parcheggio. Per la gente che va a passeggiare.
Nella città dove vivevo prima, invece, che è dall’altra parte dell’oceano e che ha cento volte gli abitanti della mia città, ogni quartiere ha uno skatepark e dei campetti da basket e delle aree giochi per bambini. La gente passeggia e vede i giovani andare sullo skateboard e tirare a canestro e correre. Ti fa sentire come se stesserro restituendo qualcosa al posto in cui vivono. Ti fa sentire come parte di una città che non vuole che i suoi cittadini passeggino e basta. In questa grande città un artista ha Continua a leggere→

Giovanni Enriques

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In tempi in cui si è fatto un gran parlare di Adriano Olivetti e del contributo da lui dato al successo e alla modernizzazione di un’Italia che poi non seppe (o non volle) seguirne le indicazioni, fa un gran piacere vedere come l’editore Hoepli abbia deciso di dare spazio anche alla storia di una delle personalità che di quel successo, come di altri successivi, fu partecipe e corresponsabile. Continua a leggere→

Il ragazzo e il mare

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Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana, ma ogni volta che vedeva il vecchio tornare a riva con lo scafo vuoto si sentiva colpevole d’averlo abbandonato.
Nel villaggio tutti dicevano che quando la mala suerte scendeva nelle reti di un vecchio pescatore, a quel pescatore non restava che salire i gradini in pietra che conducevano alla Terrazza del porticciolo e sedersi insieme agli altri salai sulle panchine che si affacciavano sul mare.
Ma il ragazzo era convinto che il tempo di sedersi sulla panchina a guardare il mare, per il vecchio, non fosse ancora giunto.
Il ragazzo era magro e aveva braccia ossute e nervose, ed era cresciuto in barca col vecchio, e considerava il vecchio come un padre. E sebbene suo padre gli avesse detto di lasciare il vecchio al suo destino, si recava ogni sera in spiaggia per aiutarlo a trasportare l’attrezzatura via dalla barca.
“Domani uscirò prima dell’ Continua a leggere→

Best American Short Stories 2012

Unknown “This year was the strongest for the short story since I began reading for this series six years ago”. Heidi Pitlor comincia così la sua Prefazione a “The Best American Short Stories 2012” e questa volta, anche per i lettori più critici, risulta difficile darle torto. Le venti storie scelte insieme al guest editor di turno Tom Perrotta hanno in sé, più di quanto sia avvenuto nel recente passato (recensisco questa serie oramai da tempo), quella grande varietà di temi, quelle ingegnose e sempre differenti maniere di trattare problematiche insieme eterne ed attuali, quell’uso sapiente e diversificato delle parole, del ritmo e della capacità di rendere il tempo parte integrante di una storia (“good-timing” dice Perrotta, con quella caratteristica che l’inglese ha di concentrare in due parole ciò che in altre lingue necessita di frasi intere) che fanno di ogni racconto una storia che vale la pena leggere, pubblicare, comprare, consigliare e recensire: la crisi economica, le guerre, la sub-cultura dei videogame, i pericoli del consumismo, la diversità, l’emotività dei singloli e delle moltitudini, lo scontro generazionale e quella fascinazione tutta particolare dell’America verso ogni cosa giovane, piena di vita e in lotta per non decadere. A questo proposito, pur nelle dovute differenze, Prefazione e Introduzione (l’una scritta dalla Pitlor e l’altra da Perrotta) sembrano convergere su alcuni semplici ma fondamentali punti: da una parte la difesa

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La montagna, la città, la scrittura: un’intervista a Paolo Cognetti

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Paolo Cognetti, due raccolte di racconti “Manuale per ragazze di successo” (2004) e “Una cosa piccola che sta per esplodere” (2007) pubblicate entrambe con Minimum Fax; un romanzo, di cui parleremo in seguito, entrato quest’anno tra i finalisti del Premio Strega e candidato a libro dell’anno da Fahrenheit (“Sofia si veste sempre di nero”, 2012, Minimum Fax); “New York è una finestra senza tende”, guida letteraria alla città di New York pubblicata nel 2010 da Laterza; e infine un diario di montagna, “Il ragazzo selvatico“, uscito un mese fa con Terre di Mezzo. Vorrei partire proprio da qui, da quest’ultima pubblicazione, per poi risalire passo dopo passo fino ai tuoi inizi.

1) Qual è la tua relazione con la montagna? E come si lega al tuo rapporto con la scrittura?

È il luogo in cui passavo le estati da bambino, un paesaggio che conosco bene e che mi fa stare bene. O potrei dire: è il posto in cui mi sento libero. Mi piace la montagna meno battuta: preferisco i pastori agli alpinisti e gli animali agli uomini, e stare via per qualche giorno senza incontrare nessuno, dormire dove capita, pescare nei laghetti, rotolare giù per i nevai e passare in alto dove non c’è il sentiero. Poi scrivo. La mia scrittura è soprattutto un lavoro sul togliere, cercare la parola giusta, dire le cose nel modo più semplice e preciso, illuminare l’essenziale. Una scrittura che nasce dalla solitudine e dal silenzio, un po’ come la lingua dei montanari.

2) Quando parli di montagna e del tuo relazionarti alla natura, a me vengono sempre in mente due cose: la prima è il Jon Krakauer (e il Chris McCandless) di “Into the wild”, che tu stesso citi come una delle tue, chiamiamole così, fonti d’ispirazione. L’altro è il Kerouac dei “Vagabondi del Dharma” e di “Big Sur”, forse per l’immagine dello scrittore che deve isolarsi per ritrovare l’attenzione e la concentrazione necessarie allo scrivere. Quanto di tutto ciò hai messo ne “Il ragazzo selvatico”?

La storia di Chris McCandless mi è stata di grande ispirazione. Quando si parla di lui tutti sembrano colpiti più che altro dalla sua morte, a me invece ha colpito la sua vita. Uno studente modello, un bravo figlio e un ragazzo dal promettente avvenire che lascia tutto e passa due anni a vagabondare per l’America, e poi quattro mesi da solo nei boschi d’Alaska. Ho pensato che lo capivo bene, e che volevo fare qualcosa del genere anch’io. Chris ci era andato inseguendo Jack London e Tolstoj, questo per dire che a volte i libri cambiano la vita, se un lettore è disposto ad alzarsi dalla poltrona e farsela cambiare. Anch’io credo che Continua a leggere→

La complessità dell’altro

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Più di sessanta pellicole che rappresentano il meglio dei documentari realizzati nell’ultimo anno sul nostro pianeta. Otto sezioni: Culture Vultures (Appassionati di cultura), Next Generation (La prossima generazione), The American Dream (Il sogno americano), Sign of the Times (Il segno dei tempi), World Cinema (Cinema dal Mondo), Human Rights (Diritti umani), Game on (Sport), Special Presentations (Presentazioni speciali). Una selezione aggiuntiva di cortometraggi su vari argomenti. Due settimane di proiezioni.
Il Festival del Documentario ha aperto i battenti ad Auckland il 10 Aprile scorso con “The Island President”, pluripremiato ritratto di Mohamed Nasheed e della sua campagna per convincere il mondo sviluppato a lottare con più decisione contro quei cambiamenti climatici che, entro la fine del secolo, potrebbero far scomparire dalle cartine geografiche l’arcipelago di cui è presidente (le Maldive): una storia piena d’ispirazione, di saggezza e d’amore per la natura.
Il film che ha chiuso il Festival è stato invece “Muscle Shaals”, grandissimo successo al Sundance Festival di quest’anno e omaggio alla figura di Rick Hall, creatore del famoso ‘Studio Fame’, che dagli anni cinquanta in poi ha unito bianchi e neri nella creazione di quella musica che avrebbe ispirato la maggior parte delle generazioni successive (da Aretha Franklin a Bono Vox).
Tra questi due estremi troviamo tutti gli altri film, di una varietà e di una qualità sorprendenti: si va dalla storia di Nina Devenport, quarantenne americana che in “First comes love” ci racconta con freschezza e assenza di pregiudizi la propria vicenda di donna single-incinta, fino a “Shadows of Liberty”, un’inchiesta senza paura Continua a leggere→

Tre consigli e un’inattesa realizzazione

In tempi come questi in cui nulla sembra poter resistere alla tentazione di dover venire reinventato, e in cui tablet e touch screen paiono le uniche parole in grado di poter far riaffiorare l’editoria dal pozzo senza fondo in cui è da tempo precipitata, ci sono tre libri in cartaceo che sanno, col semplice uso dell’immaginazione (un’immaginazione artigianale e non necessariamente digitalizzata), riportare nel perimetro del quotidiano un senso forse perduto di creatività.
Il primo l’ho scovato l’anno scorso in piazza Spui ad Amsterdam, nell’American Book Center, una delle mie librerie preferite della capitale olandese: s’intitola “Big Bad City” ed è un inconsueto e sorprendente capolavoro fotografico di Slinkachu.
Slinkachu (il cui vero nome è sconosciuto) è quello che si suol chiamare un urban artist, un creativo di grande talento che in “Big Bad City” ha ritratto persone ed oggetti minuscoli posizionati nei più (in)consueti contesti cittadini.
Come ha fatto giustamente notare il Time, Slinkachu realizza un’opera semplice ma al tempo stesso dotata di un grande potere evocativo: “anche se sappiamo che si tratta solo di piccole figure in metallo non possiamo fare a meno di sentire, in ognuna delle situazioni in cui sono state posizionate, qualcosa dei nostri timori e delle nostre incertezze, in particolar modo la paura di ritrovarci persi e vulnerabili in una grande e indifferente città”.
Slinkachu mette in scena quel senso d’isolamento che molte grandi realtà metropolitane suscitano in chi ci vive: un omicidio sul bordo di una pozzanghera, una famiglia che fa un pic-nic vicino all’immondizia, un uomo sul punto di suicidarsi?, tuffarsi? dall’argine di un immenso fiume. L’effetto che Slinkachu ottiene con le sue fotografie, facendo ogni volta seguire al primo piano il contesto allargato in cui i suoi protagonisti sono stati inseriti (Londra, ma potrebbe trattarsi di una qualunque altra città nel mondo) è insieme straniante e coinvolgente: uno scarto improvviso, un inaspettato unheimlich in cui diviene difficile discernere quale dei due scatti costituisca l’evento ‘familiare’ divenuto improvvisamente ‘estraneo’: siamo noi quelle piccole figure incollate sull’asfalto? E se sì, chi sono i giganteschi esseri che ci camminano, mangiano, corrono, lottano e respirano sopra?
Slinkachu dichara d’essere partito dal pensiero Continua a leggere→

Stay gold

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Di tanto in tanto con la mia compagna rivediamo vecchi film. Spesso decidiamo di farlo seguendo un tema o uno stile. Funziona così: si propone un tema e poi si operano, ognuno per proprio conto, delle scelte. Di solito nessuno rivela all’altro il film che ha scelto fino al momento di farlo vedere. Ogni proiezione è una sorpresa. L’abbiamo fatto con James Bond, riattraversando tutte le pellicole della serie, dal mitico Sean Connery all’ultimo David Craig (“Skyfall” che consiglio a tutti), e in un passato ancora più remoto con la maggior parte dei capolavori di Alfred Hitchocok. Ultimamente il tema proposto è stato gang’s movie: film di bande giovanili, film sulle realtà metropolitane. Le scelte della mia compagna sono state “West side story”, “Gangs of New York” e “Rebel without a cause”. È stato un piacere rivedersi “West side story” a così tanti anni di distanza dall’ultima volta in cui mi era passato davanti agli occhi: i Jets contro gli Sharks, gli americani di pelle bianca contro gli immigrati portoricani e, di mezzo, la storia d’amore tra Tony e Maria: colonna sonora del grande Leonard Bernstein: potevo desiderare di meglio?
Le mie proposte sono state “The Outsiders”, “Streets of fire” e “The Warriors”.
Al di là del ritmo e della perfetta ambientazione di “The Warriors” e dello schema fiabesco di “Street of fire”, il mio preferito (perlomeno tra quelli che ho scelto) resta “The Outsiders”: lo è per l’incantevole equilibrio che l’attraversa e per la poesia che lo sostiene, ma lo è anche e soprattutto per quell’impasto di violenza e vulnerabilità che avvolge ogni sequenza e che rende dolci anche le scene di rabbia più intensa.
Francis Ford Coppola girò “The Outsiders” (in italiano “I ragazzi della 56ª strada”) nel 1983, spinto dalla richiesta contenuta in una lettera inviatagli dalla bibliotecaria di una scuola media di Fresno, California. Jo Ellen Misakian, questo il nome della bibliotecaria, scrisse per conto degli studenti dell’istituto in cui lavorava chiedendo al grande regista italo-americano di realizzare un film dall’omonimo romanzo di  S.E. Hinton.
La Hinton aveva pubblicato “The Outsiders” nel 1967 (ad appena diciott’anni d’età) e con questa storia di bande giovanili in lotta Continua a leggere→

La colpa è dello scoglio

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Ci sono tanti mondi a confronto, oggi, per chi si affaccia a vedere il mondo che li contiene: ci sono i robot che vengono sviluppati in Giappone e dalla Boston Dynamics, e che ci dicono che il futuro è già qui, e tanto peggio per chi è rimasto troppo indietro; c’è Wall Street che raggiunge il suo record dal 2007; ci sono le nuove tecnologie applicate ai telefoni e ai computer; le lavagne elettroniche nelle scuole estere; gli investimenti per l’energia pulita in Germania, in Olanda, in Inghilterra, in Canada, in Nuova Zelanda; ci sono i diritti per le minoranze e la lotta alle discriminazioni che hanno impegnato le politiche di quasi tutti i paesi occidentali; ci sono il 50% delle spiagge private francesi che tornano ‘libere’, le città che si rinnovano, le democrazie dove il massimo di due legislature è realtà, il conflitto d’interessi legge, l’antitrust applicato, l’informazione libera e la parola data ‘sacra’.
Poi c’è l’Italia: c’è il 65% delle famiglie che non riesce ad arrivare a fine mese, ci sono le scuole indietro di quindici anni rispetto a quelle inglesi, le università non competitive, il teatrino della politica, i debiti che crescono e una crisi della quale non ho ancora sentito nessuno, dico nessuno, prendersi la responsabilità.
Ma non erano pieni i ristoranti? Non andavano avanti i party ad Arbore? Non crescevano i debiti mentre buona parte degli italiani si avviava a perdere lavoro, futuro e reputazione agli occhi del mondo e di se stessi?
Oggi, come al solito in Italia, tutti invitano a prendersi le proprie responsabilità, tutti amano il Paese che hanno lasciato sul lastrico e sono pronti a controllare il timone della barca che è finita contro la costa, compreso lui, il capitano che ne era al commando mentre la musica continuava a risuonare e le rocce si avvicinavano.
Perché se un colpevole c’è, in questa nave sul punto di scomparire sotto il livello dell’acqua mentre i soccorritori litigano e i passeggeri annegano, è dello scoglio, naturalmente: ma come, davvero non lo sapevate?

Prepararsi a rinascere

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Si è concluso ieri il corso intensivo d’italiano organizzato come ogni anno dalla Dante Alighieri di Auckland. Cinquanta studenti, cinque insegnanti, cinque giorni di lezioni, pranzi, chiacchiere e visione di film.
Il tema di questo corso è stato l’immigrazione, fenomeno di cui solo negli ultimi decenni sembriamo esserci davvero ricordati, ma che ha caratterizzato la storia dell’umanità – e dell’Italia in particolare – dalle sue origini fino ai nostri giorni. In fin dei conti non esiste paese o città che non siano stati costruiti sull’accumulo delle scelte, delle fatiche, delle sofferenze e del coraggio degli uomini e delle donne che hanno deciso d’andarci a vivere.
Il primo dei film proiettati è stato Pane e cioccolata (1973) di Franco Brusati, con uno straordinario Nino Manfredi nella parte del protagonista. Pane e cioccolata ha risentito forse un po’ troppo dello scorrere degli anni, ma i suoi (pochi) difetti sono di gran lunga controbilanciati dai (numerosi) pregi: i difetti vanno ricercati nel ritmo, nel montaggio e nella lunghezza di certe scene che in alcuni casi (come ad esempio nell’episodio del pollaio) passano dal surreale al grottesco, per poi sconfinare malauguratamente nel didascalico. I pregi stanno invece nella capacità di raccontare una storia legata ad un argomento difficile (quello dell’emigrazione italiana in Svizzera negli anni sessanta) e di saperlo fare coi toni di una commedia Continua a leggere→

Il contro in testa e le prospettive future del mito anarchico carrarino

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Il contro in testa. Gente di marmo e di anarchia (Edizioni Laterza) l’ho letto nel giro di poche notti ma ci sono voluti mesi perché mi decidessi finalmente a scriverne. Un libro che parla della propria terra, e che lo fa alla maniera in cui è riuscito a farlo Marco Rovelli, ovvero con dedizione e rispetto, e poesia, e analisi critica e rabbioso disinganno, è un’entità difficile da approcciare, una madre su cui si fatica ad esprimere un giudizio e dalla quale si è quasi intimoriti, perché ogni frase nasconde un ricordo, ogni parola un’aspettativa, ogni descrizione un sogno e una speranza andate spesso, e come dire?, fatalmente, deluse.
Quando poi dalla propria terra ci se n’è andati, anche per i motivi di cui parla l’autore, e nondimeno ci si ostina a tornarvici, allora ogni tentativo di recensione diventa immersione in se stessi più che nelle pagine che ci stanno davanti, e l’analisi del testo si trasforma in ragionamento sui motivi che ne hanno resa necessaria la scrittura.
Rovelli conosce bene quello di cui parla, e ce ne fa racconto attento e affascinante, muovendosi in bilico tra coinvolgimento personale e distacco critico, con un approccio che potremmo definire ‘dialettico’ Continua a leggere→

Non sta succedendo anche a te?

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La maschera l’ho messa lì perché mi è sempre sembrata viva.
L’ho appesa subito dopo esserci trasferiti, eravamo così sommersi da scatoloni e imballaggi, e la casa pareva talmente spenta, con tutte quelle file vuote di scaffali ad arrampicarsi fino al soffitto… e poi è stata la prima cosa a saltar fuori dalle casse. Prima ancora dei vestiti, prima ancora delle pentole o dei quadri o delle antichità.
“Per lei voglio un posto speciale” ha detto mia moglie osservandomi mentre la posavo sul pavimento.
Poi non è successo più nulla. Nel senso che c’eravamo noi due, che poi è come dire che non succedeva nulla: noi che posizionavamo oggetti e svuotavamo cartoni, metodici e concentrati come dei professionisti del disimballaggio, noi che discutevamo solo di quel tanto sufficiente a ricordarci d’essere ancora lì, e d’esserci insieme.
“Per cena cucino le lasagne” le avevo sentito dire mentre stavo continuando ad ammucchiare cose sul pavimento.
A ripensarci, non saprei dire a chi si stava parlando.

L’ho appesa accanto alla libreria, di fianco ad alcuni Continua a leggere→

Benvenuti in …………… Germania.

C’è qualcosa di sbagliato fin dal principio in questa nuova pubblicità della Scuola Pubblica uscita sul portale web del Ministero pochi giorni fa: schermi ultrapiatti, tablet, lavagne elettroniche, luce diffusa su pareti da poco reimbiancate, che sembrano preannunicare esterni efficienti e ultramoderni. E poi gli studenti, tutti sorridenti, e di tutte le razze, e tutti dai grandi occhi blu aperti sul mondo, con quell’impressione che danno d’essere ben inseriti, ben coscienti del loro ruolo e delle loro possibilità future. Se me l’avessero fatta vedere così, in modalità silenziosa, senza la voce leggera e avvolgente di Vecchioni a dirmi di quanto ai nostri giorni siano anche gli insegnanti a imparare dagli studenti, avrei pensato d’essere in Canada, o in America, o in Australia, o da qualche parte nel nord dell’Europa.
Poi è saltato fuori – l’hanno detto i giornali e l’ha confermato poco dopo il Ministero – che la pubblicità non è stata girata in una delle nostre scuole, dove mancano i gessi e i tablet non sono mai arrivati, dove l’intonaco casca a pezzi e il cortile è divorato dagli arbusti, ma alla Deutsche Schule Mailand di Milano, una scuola privata tedesca dove l’unica cosa italiana è, almeno per ora, il suolo pubblico su chi è stata costruita. Continua a leggere→

L’incontro di Michela Murgia

Si legge col piacere leggero di una girata in bicicletta questo racconto lungo di Michela Murgia, a conferma di uno stile agile e ben calibrato, capace di dipingere con toni ora ironici ora poetici la vita estiva e la maturazione di un gruppo di tre amici in un paese di fantasia, Crabas, che si richiama con un simpatico scambio di lettere al luogo in cui l’autrice stessa è nata e tuttora vive (Cabras, ndr).
La storia si costruisce attorno ai giochi dei tre ragazzini, al senso d’appartenenza della comunità di cui fanno parte e agli eventi che la metteranno in discussione quando, per una sciocca ripicca tra clerici, verrà deciso di creare una seconda parrocchia in un territorio che a memoria d’uomo ne aveva avuta sempre una.
Memoria d’uomo, appunto: perché le componenti dell’oralità e del racconto tramandato e quelle della tradizione e dell’identità date per scontate si scontrano qui con Continua a leggere→

A un anno di distanza dal mio ultimo intervento sulla questione…

Nella sua breve ma illuminante prefazione a The Best American Short Stories 2011 Heidi Pitlor, storica editor della collana, ci offre interessanti indicazioni sulla direzione che pare aver intrapreso la fiction in America.
Dopo anni in cui l’esplosione delle scuole di scrittura creativa aveva determinato una sorta di generale uniformità di soggetti e modalità d’esecuzione – suggerisce la Pitlor – sembra che qualcosa di nuovo abbia cominciato a muoversi nel sottosuolo della produzione letteraria d’oltreoceano: “contenuto drammatico, messa in scena non tradizionale e forma innovativa non significano automaticamente buona scrittura”.
Allo strapotere della forma e dello stile, e alla ricerca ossessiva di contenuti spiazzanti avrebbe quindi cominciato a far seguito l’idea che ci sia una qualità letteraria che preceda, diciamo così, le scelte stilistico-contenutistiche dell’autore.
“In una storia cerco immediatezza e freschezza del linguaggio se non addirittura – più di ogni altra cosa – diminuzione del linguaggio stesso” prosegue la Pitlor, ricordandoci che lo scrittore debba essere qualcuno che quasi si conosce (che quasi si riconosce) ovvero qualcuno di cui ci si fida, “non un acrobata, non un pattinatore che volteggia come un tornado al centro di un freddo e scuro anello di ghiaccio”.
The Best American Series, collana edita da Houghton Mifflin Harcourt, è per chi non lo sapesse Continua a leggere→

Wildlife Photographer of the Year

Più di quarantamila immagini di vita naturale colte da decine di fotografi provenienti da quasi ogni paese del mondo dovrebbero già di per sé essere sufficienti a far comprendere la portata di un evento quale il Wildlife Photographer of the Year 2011.
Se poi da questi quarantamila scatti se ne distillano un centinaio, tutti rigorosamente liberi da interventi di ritocco in photoshop e scelti da una giuria internazionale per rappresentare il meglio di quanto l’occhio umano ha saputo cogliere nel e del mondo naturale nell’anno appena trascorso, quello che si ottiene è una sorprendente celebrazione della vita e un invito a recuperarne non solo il mistero e la maestosità, ma anche la bellezza, l’abbondanza e, in ultimo, la varietà.
Ciò che più impressiona di questa competizione giunta oramai alla sua quarantasettesima edizione è il talento e il senso della sfida, uniti all’amore per la natura e alla voglia di mettersi in gioco che hanno spinto fotografi amatoriali e Continua a leggere→

La trama di fili che si stende senza direzione

Cento micron di Marta Baiocchi è un romanzo che si muove sul fondo di grandi questioni e che non ha paura di confrontarsi con uno dei tabù d’eccezione della società contemporanea: quello del diritto alla procreazione a tutti i costi e, ad esso correlato, del potere d’intervento dell’uomo su se stesso e sul mondo che verrà. Ma così facendo, Cento micron libera – e lascia propagare all’interno di un intreccio realistico e ben costruito – anche tutto un altro nucleo di tematiche, che vanno dalla ricerca dell’origine della vita, ai limiti della conoscenza, fino ai dubbi sulla propria capacità di sopravvivenza come specie e come società. È appunto sul confronto tra mondi che paiono Continua a leggere→

Ciò che non ha saputo salvare

Sento un doloroso senso di fatalità a pesarmi su dita e parole mentre scrivo oggi dell’inutilità dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Nata dalle ceneri della Società delle Nazioni per porre rimedio alla sua tutto sommata impossibilità d’intervento (anche e soprattutto militare) in caso di conflitti tra (e interni a) popoli e nazioni, l’ONU sembra oggi averne assimilato tutti i difetti senza esserne riuscita a sviluppare e potenziare alcuno dei pregi.
Agli occhi degli stessi popoli che ne avevano sostenuto e auspicato la nascita (e a difesa dei quali dovrebbe dal 1945 a oggi ergersi) l’ONU appare sempre più come una costosissima organizzazione di facciata in cui gli interessi dei singoli hanno preso il sopravvento sul bene di tutti, e dove regna la legge del petrolio e dell’interesse dei più forti.
Era l’11 luglio del 1995, a Srebrenica, diciassette lontanissimi anni fa, quando ottomila vite vennero strappate alla loro personale storia davanti agli occhi impotenti (impotenti appunto) dei caschi blu olandesi: testimoni di un massacro che oggi possono testimoniare benissimo i telefonini dei presenti, senza bisogno di muovere il pesante carrozzone di mezzi, soldi e risoluzioni dell’ONU stessa.
Ieri a Srebrenica, oggi a Hula. Oggi che le parole hanno dimostrato nuovamente la loro incapacità a smuovere le coscienze del Monolite di Vetro, oggi che non bastano i corpi, le grida, il sangue, le bombe, le suppliche, gli appelli, le immagini, le prove, la memoria, il dolore, la speranza, lo sconcerto, oggi che tutto sembra urlare la necessità, ennesima e improrogabile, di seppellire quest’ONU di fianco alla tomba delle Società delle Nazioni che l’ha partorita (per sostituirla con qualcosa che sia finalmente capace di fare il lavoro per cui è stata creata) OGGI resta solo l’immagine dei corpi e delle vite che ancora una volta l’ONU non ha saputo salvare.

È sul ponte di una nave che veleggia in solitario

È sul ponte di una nave che veleggia in solitario verso il regno delle cose selvagge che immagino Maurice Sendak questa notte, a occhi chiusi e polmoni aperti, ad affrontare la grande avventura della morte.
Lui che aveva sempre descritto la sua infanzia come “a terrible situation”, sia per il dramma dell’Olocausto che aveva coinvolto la sua famiglia e lo aveva esposto fin da piccolo al concetto di mortalità, sia per i problemi di salute che l’avevano confinato a lungo a letto (portandolo però a sviluppare una fervida e precoce immaginazione) era destinato a diventare uno dei più esperti conoscitori del viaggio solitario dietro le quinte del mondo. È questo, in fondo, che fa di un uomo un grande uomo, e di un grande uomo, un grande narratore. Continua a leggere→

Endless Summer, Seven Ghosts e quella voce che prova a diventare Mito…

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Cinque surfisti. Un’isola remota. Un fiume. Un’onda che corre per 40 chilometri. Una voce che prova a diventare mito. E su tutti un nome: “The Search”.
“Cercavo qualcosa che non avevo mai visto prima d’ora” dice Bruno Santos alla fine di questo video, e sebbene non credessimo d’esserne a nostra volta alla ricerca, seduti sulle nostre sedie, dentro le nostre stanze, davanti a schermi che quotidianamente c’istruiscono sulla natura del nostro quotidiano, non basta spegnere il computer per far sì che Seven Ghosts smetta di srotolarsi di fronte ai nostri occhi.
In principio c’era “The endless summer”. Era la metà degli anni ’60, il sogno hippy irradiava promesse di musica e rivoluzione nei cinque continenti, e da qualche parte nel nord della California nasceva l’idea d’inseguire l’estate intorno al mondo rendendola potenzialmente infinita. Continua a leggere→