Archivi categoria: Matteo Telara

Monologo della/alla pecorella

Il tormentone della barba e della maschera, come lo presenta Paolo Griseri su La Repubblica, altrimenti noto come “Sermone della Pecorella” è l’ennesimo specchio torbido di un’Italia che non è cresciuta, e che dal pasoliniano discorso su Valle Giulia a oggi ha continuato a ripetere gli stessi balletti sulle medesime note.
La storia del nostro paese, soprattutto quella moderna, è una storia nella quale Stato e Popolo da sempre vivono in antagonismo, cercando di fregarsi l’un l’altro il piatto da cui invece dovrebbero entrambi mangiare.
Diversa è la storia d’altri paesi, paesi che oggi ci guardano senza capirci, paesi che in alcuni casi Continua a leggere→

Shhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!

Non è facile parlare di un film muto senza avere l’impressione di essere a fargli un torto. Verrebbe piuttosto voglia di usare le braccia e i fianchi, di battersi le mani sulle cosce e di scambiarsi occhiate come a dire ‘ecco qui qualcosa da andare a vedere al Cinema, nel silenzio degli sguardi di chi ci sta attorno’. Ma soprattutto verrebbe voglia di riuscire a farlo come ha fatto Michel Hazanavicius in “The Artist”, trasgredendo un po’ di regole per riaffermarne di più importanti, e reinventando (nel nostro caso) un modo di recensire che sia insieme classico e improbabile, comprensibile e sorprendente, inaspettato e prevedibile. Continua a leggere→

L’unica cosa concreta che in fondo abbiamo

“Tutti i personaggi della letteratura sono fantasmi. Emma Bovary e i Finzi-Contini sono fantasmi. Sono fantasmi gli eroi dei cicli bretoni, i re shakespeariani e i mostri di Lovecraft. Achab e la sua balena sono fantasmi” dice Francesco Longo in un bell’articolo sull’ultimo libro di Michele Mari, aggiungendo, subito dopo, che è la consapevolezza che la letteratura sia l’unica “scienza esatta dei fantasmi”, appunto, a innervare il nuovo libro di Mari.
La recensione di Longo è come sempre accurata e condivisibile, né mi sognerei mai di metterne in discussione i nodi focali, e l’unica ragione per cui mi sono permesso di citarne l’incipit è che quel “tutti i personaggi della letteratura sono fantasmi…” ha liberato dal sistema di controllo che vi avevo costruito attorno, tutta una serie di riflessioni che da tempo gravitavano ai margini di alcuni dei miei post.
Non ci sono dubbi circa i fantasmi. Nessuno sano di mente al giorno d’oggi ne metterebbe in discussione l’esistenza. Io ad esempio Continua a leggere→

Non dimenticare il salvagente

Trama, emozione, personaggi, tema, stile, ambientazione, dialoghi, disciplina, cura del dettaglio, visione d’insieme: scrivere fiction (e soprattutto buona fiction) “può essere un lavoro difficile e solitario, come attraversare l’Atlantico con una vasca da bagno” dice Stephen King in “On writing, a memoir of the craft”.
Ma per quanto negli ultimi decenni il ‘segreto’ di tale traversata sia stato rivelato, sviluppato e sviscerato con bussole, mappature, guide, manuali di navigazione assistita e GPS, le vasche da bagno continuano a costituire il mezzo meno indicato ad attraversare gli oceani, soprattutto per chi, a metà strada, scopre di soffrire il mal di mare.
Nel suo “On writers and writing” John Gardner, usando una metafora un po’ più camuffata ma altrettanto autoevidente, dice: “fiction is the only religion I have”. E chi davvero naviga lo sa, che vasche da bagno o meno nessun oceano può essere attraversato senza fede. Continua a leggere→

2012

L’anno in cui tutto finirà, l’anno della possibile Fine del Mondo è dunque arrivato.
Della cosa, anche se in maniera e con prospettive differenti mi sono già occupato in altri articoli (qui, qui e qui) e la ragione per cui oggi ne torno brevemente a parlare è chiudere per quanto possibile un cerchio e prepararsi a (soprav)vivere all’interno o all’esterno di quello che seguirà.
Il senso della fine, di cui per secoli ci eravamo quasi dimenticati, e che dall’inizio del Novecento ha lentamente cominciato a rosicchiare la base dei pilastri del Pensiero Occidentale (e del Mondo di cui tale Pensiero credeva d’essere l’unico rappresentante), ha finalmente raggiunto gli alti piani delle torri, dopo aver a lungo bazzicato i bassifondi.
La cosiddetta “profezia del 2012” è oramai risaputa (e qui cito l’Oracolo, ovvero Internet, e una delle sue voci più controverse, ovvero Wikipedia): trattasi della credenza che Continua a leggere→

Con cortesia.

E così adesso finalmente lo sappiamo cari miei.
Finalmente adesso, grazie alle parole di colui che ha avuto in mano il Paese nelle ultime legislature, i libri di storia potranno essere riscritti.
Ciò che stupisce non è il fatto che tutto sia avvenuto all’ennesima presentazione dell’ennesimo libro di Bruno Vespa (colui che tra l’altro conduceva e tutt’ora imparzialmente conduce dibattiti politici e d’attualità sulla tv di Stato, alla faccia della separazione dei poteri, dell’indipendenza dell’informazione e della deontologia professionale) ma che questa ennesima spudorata manifestazione dell’asservimento e del servilismo all’italiana (ah!, il giornalismo televisivo americano, quanto ancora abbiamo da imparare!) sia avvenuta nella quasi totale assenza di proteste.
“Ma non capisci cara,” dice Mussolini alla Petacci Continua a leggere→

Il cattivo sergente

Tipo senza scrupoli Nicholas Deville, sergente marcio con la faccia da criminale, un’insonnia cronica a fargli da compagna e la dipendenza da anfetamine a seguirlo ovunque vada.
Eppure qualcosa nel suo agire ci risulta simpatico.
Sarà quel sogno del prepensionamento in qualche spiaggia assolata, o sarà la bravura di Baldrati a fare al meglio ciò che il noir sa fare meglio, ovvero rimescolare le carte un attimo dopo averle distribuite: fatto sta che alla fine parteggiamo  quasi per lui, per Deville, che poi è il male, che poi è il poliziotto che nessuno vorrebbe mai ritrovarsi davanti.
La storia potrebbe essere già sentita; una partita di droga da recuperare, un poliziotto che lavora anche per la mala (la nuova mafia di Londra), una città che non vede o non vuol vedere, e soprattutto non perdona, a prescindere dalla divisa che si indossa e dalla porta da cui si è deciso di entrare.
Ma non c’è storia già sentita che non si possa ri-raccontare, Continua a leggere→

La paura della propria fine

Quali sono le cause del successo di una serie televisiva quando questa ha a che vedere con un gruppo di sopravvissuti in un mondo invaso dagli zombi?
Non essendone un appassionato – anzi, diciamolo apertamente, diciamolo chiaramente e subito, non sopportando né i morti viventi né la maggior parte dei film horror (altra cosa è a mio parere la letteratura dei Lovercraft, dei King, degli Shelly, dei Poe…) – la domanda non avrebbe alcuna ragione d’essere posta e se proprio lo vogliamo assumerebbe un qualche significato solo nell’ottica di un’analisi sociologica, o antropologica, o psicoanalitica, o che dir si voglia. Se alla fine mi sono deciso a scriverne, dunque, è per un’altro motivo. Continua a leggere→

Quel tutto accanto al nostro nulla

Suona strano in un’epoca di consumismo narrativo spesso privo di reali connessioni col reale (soprattutto quando si dichiara il contrario) sostenere con entusiasmo l’uscita di una raccolta di fiabe. E ancora più strano (nonché piacevolmente spiazzante) è realizzare quanto siano le storie dalle terre del ‘C’era una volta’ più che quelle dall’’adesso e in questo luogo’ a raccontarci la verità sui nuclei irrisolti del nostro quotidiano.
È risaputo che le fiabe sono nate da antenati mitici che stendevano le gambe nelle profondità paludose del nostro inconscio (negli ‘archetipi’, direbbero alcuni) e che nel tempo si sono colorate del folklore e delle connotazioni storiche dei vari luoghi di provenienza (legandosi a quella tradizione orale che in certi periodi della Storia ne ha assicurato la sopravvivenza… grazie a dio). Quello di cui però spesso ci dimentichiamo è che ciò che le ha caratterizzate maggiormente, separandole ad esempio dai cugini della favola, è sempre stata un’idea di indeterminatezza che determina, d’inverosimiglianza che è verisimile, di reiterazione che non stufa, di lieto fine che non disturba, di morale che non costringe e di manicheismo che non banalizza.
Potremmo forse desiderare altro da una storia? Continua a leggere→

Uno dei grandi poteri del raccontare storie

Shaun Tan è autore di alcune delle storie per immagini più intense e narrativamente meglio riuscite degli ultimi decenni.
Illustratore australiano di origine malese, famoso nel mondo già da oltre un decennio, è stato ‘scoperto’ in Italia relativamente da poco, soprattutto grazie a uno dei suoi ultimi lavori, “The arrival” (pubblicato da Elliotedizioni nel 2008 col titolo “L’approdo”), una graphic novel d’impressionante efficacia visionaria, nella quale le parole scompaiono e sono le immagini, avvolte in un’atmosfera dorata di sogno e memoria (una sorta di luce calda che ricorda le stampe fotografiche d’inizio novecento), a prendersi la briga di portare avanti la narrazione.
Figlio d’immigrato (il padre giunse in Australia dalla Malesia nel 1960) Shaun Tan ha costruito questa storia sulla base di aneddoti e resoconti di migranti di varie nazionalità (ivi compreso il padre) fondendoli in un’opera dove l’assenza di parole significa da una parte celebrazione del potere visivo della memoria (e del sogno, appunto, che accompagna chiunque si sposti da un luogo a un altro in cerca di condizioni migliori di vita) e dall’altra amplificazione del valore universale del viaggio e del racconto che se ne fa.
Un “racconto silenzioso” nelle parole dell’autore, Continua a leggere→

Cose che succedono dall’aldiqua.

Che il signor Tenerani fosse rimasto per un giorno e una notte interi nascosto sotto tutti quei cadaveri me l’aveva raccontato suo nipote al mare, mentre leccavamo coni-gelato sotto l’ombrellone che ogni anno i suoi prendevano in affitto. La vaniglia ci colava tra le dita e a me pareva d’essere tornato ragazzino, con tutto quell’appiccicume sui contorni della bocca, ma senza che nessuno di noi avesse fazzolettini con cui potersi pulire, e niente voglia d’alzarsi e attraversare i quaranta gradi di sabbia e adiposità sonnolente per raggiungere la passerella che conduceva al bar.
Così leccavamo, cercando un ordine e un decoro nel farlo naturalmente, e intanto discutevamo come due veri adulti – due adulti come si deve – di sanità, di manovre finanziarie, di sistemi scolastici e di crisi internazionali.
I miei figli stavano in acqua da ore, erano praticamente Continua a leggere→

Nascita di una mitologia

Con queste parole il regista Rupert Wyatt ha presentato al pubblico l’ultimo dei film tratti dal romanzo “La Planète des Singes” di Pierre Boulle pubblicato nel 1963 e da allora ispiratore di ben sei lungometraggi e due serie televisive (di cui una animata).
Occorre sempre fare una premessa in casi del genere, soprattutto in anni come questi in cui le serie, anche e soprattutto cinematografiche, sembrano essere divenute l’unica scialuppa di salvataggio di un transatlantico, quello hollywoodiano, in agonia nel mare d’oro e di stelle da lui un tempo prodotto e solcato.
Era davvero necessario un ennesimo, nuovo capitolo di questa ennesima, rinascente saga?
A doverla dire tutta, dopo il deludentissimo similremake di Tim Burton del 2001 nutrivo più di un pregiudizio nei confronti di quest’opera, e ho cominciato a vederla con null’altro in testa se non l’idea di distrarmi dalle deprimenti cronache quotidiane. Continua a leggere→

Passerà? (Ovvero: cartolina di fine estate dal 1899)

È considerata «l’opera più vasta e complessa di Luigi Pirandello» (Spinazzola) e insieme una delle sue creazioni meno riuscite, per via di una presunta rappresentazione troppo bozzettistica di tipi e ambienti e di un troppo accentuato indulgere melodrammatico sulle tematiche. Eppure, a quasi cento anni dalla sua pubblicazione (uscì ufficialmente in volume nel 1913 ma fu probabilmente scritta sul finire dell’Ottocento) I vecchi e i giovani non smette di raccontare l’Italia agli Italiani, e di costituire un sorprendente liquido di contrasto in cui intingere la cartina di tornasole della nostra società. Continua a leggere→

Questo posto ti cambierà

La realtà delle cose non si cela di fronte agli occhi dei ciechi.
Non ce n’è alcun bisogno.
I ciechi disegnano geometrie meravigliose, intrecciano parole su pensieri impossibili, penetrano i contorni degli oggetti come palombari pazzi, e visionari, che si calano tra le crepe dei silenzi a rinvenire verità. Nulla sfugge allo sguardo di un cieco. Sono nuotatori talentuosi. Ma solitari. Che vedono in profondità sconosciute.
Li senti sprofondare nelle cose e riemergere intatti, con le mani aperte a mostrare ciò che hanno rinvenuto, donando a chi ha occhi per vedere entità fatte di materia nuova: accolgono ovvietà, restituiscono sogni.
Johnni sentì il tocco leggero e vellutato quasi sciogliersi attorno a lui mentre cominciava a capire queste cose.
Il vuoto, prima.
La luce. Poi.
E tenne gli occhi sbarrati il tempo sufficiente per giocarsi dell’alba e dei suoi inganni.
Perché la luce signori, la luce ama giocare. Saltella tra gli oggetti screditandone l’identità, delinea e cancella, omette e rivela, è illusionista per vocazione e realista per mera necessità.
La luce, credetemi. La luce nasconde le cose più di quanto sappia fare il buio.
E abbracciato a se stesso nel pozzo del suo respiro, Johnni l’aveva inchiodato al suo tavolo trasparente questo croupier conformista con l’animo del baro, e la vedeva come non l’aveva vista mai, l’ammirevole Corte dei Miracoli che si avviava sul luogo di lavoro a montare la realtà. Continua a leggere→

Quello che vedo.

Se ne sta ritto in fronte a lui a parlare.
“Sai cosa vedo?” domanda.
“Vedo il regno delle possibilità negate. La più alta forma di vita brulicare all’ombra di se stessa. Vedo tribune politiche. Vedo fiumi di parole straripare su terreni resi sterili da infinite colture. Vedo incapacità d’evoluzione, e ne vedo l’inutilità.
Da migliaia di anni vedo discutere persone di questioni sulle quali è già stato discusso abbastanza. Vedo maggioranze, e vedo minoranze che aspirano a divenire maggioranze. Vedo la lotta dei popoli contro i popoli, uomini contro uomini, e idee contro idee. Vedo il fascino della lussuria e la volontà di potenza e le ambizioni di conquista, e il desiderio di possesso. Vedo istinti incravattati che hanno preso nomi altisonanti ma tali sono rimasti, trattenendosi, incattivendosi, denigrandosi. Secoli di violenze e crudeltà, e patti stracciati, e accordi non mantenuti, e su tutto vedo carovane di promesse che sono crollate come polvere di fronte al concedersi della Bellezza o alla tentazione del Potere.
Lo fissa.
“Tecnologicamente avanzata. Finemente mascherata. Sottilmente affinata…”
Vuoi davvero sapere quello che vedo?
Sorride e gli si fa più appresso, sussurrandoglielo appena.
“È una lotta per la sopravvivenza quella che continuo a vedere, Johnni.”

[Frammento tratto da Totem, Edizioni Clandestine, 2003, per ricordarmi(vi) quello che continuo a vedere anche nell’agosto del 2011]

Bravo, vedo che ha capito.

Anche quest’anno sono aperti in Italia i corsi per imparare la difficile Arte della Rassegnazione. Malgrado i numerosi disinvestimenti e gli sforzi prodigiosi operati da alcune delle maggiori democrazie mondiali per adeguarsi ai nostri standard svalutativi ed essere finalmente accettati nel ristretto club dei Paesi Che Non Sognano Più, resta il problema di un gap troppo ampio e troppo radicato per poter essere riempito, non solo dai Paesi più sviluppati, ma anche dai nostri principali concorrenti mondiali (il cosiddetto Terzo Mondo) nel tempo di poche (seppur volenterose) incapaci legislature.
In un intervento di pochi giorni fa, la dirigenza politica tedesca ha dovuto confessare i propri limiti. “Si tratta” ha ammesso con una certa difficoltà il portavoce del governo teutonico “di uno sforzo al di là delle nostre pur (quasi)illimitate capacità. Ebbene sì, ammettiamo il momento difficile.”
Ma su cosa si costruisce questo ennesimo, world famous, Italian trademark? Continua a leggere→

Clic, clic, clic…

La discussione in rete (e non solo) sulla rete sta negli ultimi giorni tornando ad agitare i pomeriggi afosi di chi ancora non è riuscito ad andare in vacanza. Internet continua a essere la nuova frontiera, il grande universo rigirato che vive dietro gli indici cliccanti di milioni di persone. Il buco del coniglio è uno schermo sempre più piatto, dove a detta di molti si potrà scendere sempre più in profondità, con orizzonti e confini tutt’ora impossibili da delineare. È una vera e propria ‘corsa all’ovest’ dove alle terre si sostituiscono i ‘domini’ e dove ognuno, come nella migliore tradizione pionieristica, può crearsi una nuova identità a cavallo della quale rifarsi un’altra vita.
Si cercano regole. Si parla di buon senso. Regole e buon senso che difficilmente potranno essere trovate, se pensate sulla base dei parametri del mondo, cosiddetto, reale. La prima regola del mondo-internet, infatti, è che non pare esserci distinzione tra reale e immaginario, in una sorta di paradossale ricostituzione delle tre unità aristoteliche secondo la quale tutti possono essere (quasi) chiunque, in (quasi) ogni luogo e (quasi) nel medesimo tempo. Continua a leggere→

Mi diceva un tempo mia nonna (e altre rischiose considerazioni d’inizio estate)

Questo articolo/riflessione nasce da un post di Simone Brambilla uscito su Nazione Indiana (qui). Il pezzo di Simone è molto intenso ed elaborato, e ne condivido appieno i punti. Tuttavia le sue parole mi hanno fatto sorgere con maggior urgenza un dubbio (una domanda) che già da tempo mi circolava nella testa e che ho avuto modo di riconoscere anche in molti dei miei coetanei durante interminabili discussioni sulla produzione letteraria italiana, sulle case editrici, sugli editor, sugli agenti, sul numero di persone che comprano e leggono libri, e sulla generale ignoranza del Paese.
È qualcosa che credo valga la pena condividere.
Negli ultimi tempi numerose sono state a questo proposito le iniziative, le riflessioni, le proposte, le analisi e le prese di posizione. Qualcuno dei miei interlocutori, in accordo con quanto viene sostenuto da molti, soprattutto in rete, suggeriva occorresse penetrare maggiormente nella società italiana e innalzarne la sensibilità letteraria, proponendo ad esempio testi di maggiore qualità. Continua a leggere→

Sto provando a pensare

Squilla il telefono ed è mio padre. “Mauro” dice, “ho ucciso mamma”.
Io ho appena finito di legare i pomodori alle canne che stamani sono andato a prendere dai lungo-fossi fuori città. Ho ancora in testa l’istante in cui mi dannavo l’anima a spezzarle, le canne, tra gli arbusti ai lati della superstrada, maledicendomi per non avere con me un pennato o un coltello, quando avevo sentito una voce alle mi spalle dire “ma cosa sta facendo?”
Era un tizio con la barba rasata, i ray-ban scuri, l’uniforme fresca di lavanderia.
E io che mi sentivo bagnato fin dentro le mutande, avevo le maniche della camicia arrotolate sopra la giacca e i calzoni appiccicati alle cosce. Non ero neppure passato da casa a cambiarmi d’abito dopo l’udienza in tribunale.
“Prendo Continua a leggere→

Croce del Sud

Parcheggiarono in piena mattinata sullo sterrato che correva alle spalle della baia. La spiaggia cominciava poco più sotto, dove gli arbusti andavano diradandosi fino a sparire e la costa si apriva come una bocca spaventata sull’orizzonte.
Le portiere si aprirono e uscirono prima due ragazzi da quelle anteriori, poi la ragazza, un attimo dopo, da quella posteriore. Indossavano tutti e tre magliette estive e calzoncini da mare. Avevano la pelle abbronzata, gli sguardi nascosti dietro grossi occhiali da sole. Nessuno di loro parlava. Scesero dall’auto e camminarono fin sull’orlo dello sterrato, e una volta raggiunti gli ultimi arbusti si fermarono a fissare l’oceano.
“Cosa vi avevo detto?” chiese allora uno dei due ragazzi.
L’altro fece un cenno d’assenso. Pareva stesse cercando qualcosa di cui non conosceva l’ubicazione. Continuava a scivolare con lo sguardo da sinistra verso destra e poi viceversa, da destra a sinistra, come in attesa di un’apparizione. Lo aveva fatto dal giorno in cui erano partiti. Era passato da uno scenario a un altro, da un sentimento all’opposto, da un pensiero al successivo, da una possibilità a un dato di fatto senza riuscire a trovare in nulla un appiglio sicuro. Qualcosa di cui poter dire di questo almeno ne sono certo. Continua a leggere→