
L’esame di coscienza è un’abitudine che va perdendosi. È difficile persino, nel XXI secolo, mettersi d’accordo sul termine coscienza. Eppure sarebbe semplice: interrogarsi sul bene e sull’amore a Gesù. Perché non cominciare?
In una nostra primissima conversazione, hai menzionato due termini: “filosofia poetica” e “poesia filosofica”. Quale significato e importanza rivestono per te?
Definire qualcosa è sempre problematico, e lo è ancor più quando si tratta di poesia. Provo a spiegare però in che senso ti ho parlato di «poesia filosofica». Dico spesso ai miei allievi, che – per fare un esempio – non amo l’Infinito di Leopardi perché leggendo quei quindici endecasillabi sciolti comprendo meglio il modo in cui il poeta recanatese intendeva l’infinito. Non mi interessa nulla dell’infinito di Leopardi. A me interessa l’infinito che risuona e balugina nel mio cuore, ogni volta che quei versi me lo schiantano davanti agli occhi. È il rifiorire delle immagini; è il sentire l’eco di quel vento e di quelle foglie, a spalancare in me la voragine sublime e vorticosa dell’infinito.

Dio si sente e non si sente: a volte ci sembra vicinissimo, altre lontano o totalmente assente. Questo ci turba, ci scoraggia, insinua una vena pessimistica che intristisce le giornate. Bisogna sapere, tuttavia, che Gesù è sempre lì, non ci lascia un momento. L’esercizio spirituale è sempre un esercizio di presenza.

È il 5 maggio, il compleanno di don Mario. Ci sono presenze e ricorrenze da onorare, perché non solo hanno riempito la vita, ma sono la tua vita. Don Mario è qui, davanti a me, con Gesù e Maria. Insieme facciamo grandi cose, che nessuno vede. Perché le cose veramente grandi restano invisibili: il distillato dell’anima che solo Dio conosce. In questo giorno, per me così importante, auguro anche a voi di trovare qualcosa di vero e potente, che nemmeno impegnandovi allo stremo potreste contraddire. Per me è lo spirito che don Mario mi ha trasmesso, per cui non finirò di ringraziarlo. Neanche di là.

Alla fine restano in due, la misera e la Misericordia: la folgorante conclusione di Agostino, nel commento all’episodio dell’adultera, riguarda tutti noi. Grandezza di Dio e piccolezza dell’uomo si incontrano, con risultati imprevedibili. È lì che scocca la scintilla, è lì che si accende la speranza.