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Miklós Radnóti

a cura di Giorgio Stella

di Anna De Simone

Miklós Radnóti

(1909-1944)

Un taccuino trovato nella tasca di un impermeabile una fossa comune, ad Abda, in Ungheria, vicino al confine austriaco, nel 1946, consenti di restituire un nome ai poveri resti di chi quell’impermeabile lo aveva indossato: il poeta ungherese Miklós Radnóti, nato a Budapest il 5 maggio del 1909, finito con un colpo di pistola alla nuca il 9 novembre del 1944. Con l’unica arma di una matita e di quel quadernetto – il Taccuino di Bor -, Radnóti aveva sconfitto la paura, la notte, la morte. In quel block-notes erano contenuti il suo testamento e i versi che lo avevano aiutato a sopravvivere. Continua a leggere→

Giorgio Stella. Una poesia

*Il miraggio* – sono saltati i canguri nel muto della porcellana – la famiglia è adatta a questo solco di betoniera – la scrofa della betoniera avanti l’astro della # betoniera#! Chi impasta si redime nella clessidra… L’ orlo di merletto tra l’uncinetto e l’almanacco dei punti della miralanza ! Cioè il mercante in fiera che avanza la carta appunto della +della+ betoniera! Quando fu chi non fosse più? I disponibili avanzi nel/del museo delle cere. —————————————

Peter Hukel

a cura di Giorgio Stella

Il giardino di Teofrasto

(trad. F. Fortini)

                                                                                                                            a mio figlio

Quando a mezzogiorno il fuoco bianco dei versi danza sulle urne,
ricorda, figlio mio. Ricorda
chi un giorno ha piantato dialoghi come alberi.
Morto è è il giardino, il mio respiro si fa più greve.
Serba quest’ora, qui Teofrasto andò
a concimare il suolo con cenere di quercia,
a legare di rafia la scorza ferita.
Un olivo fende il muro friabile
e nella polvere calda ancora c’è voce.
Estirpare le radici, quest’ordine essi ci dettero.
Fronda indifesa, ora cala la tua luce.

Johannes Brobowski

a cura di Giorgio Stella

Luce d’inverno

In questa notte
sto ad ascoltarvi, fiumi lontani,
il vostro primo ghiaccio,
a lungo. Quella sottile
nota di giunchi io sento; il villaggio dorme.

Infanzia, bruna, una fredda
acqua di pozzo, sabbiosa –
Sempre oscillava il secchio di legno
giù verso il fondo. Chi veniva
lo scioglieva dalla catena di ruggine?
Ah, chi beveva?

Delle nostre capanne, oscura,
parlante bontà, il loro soave
verbo è coperto di neve,
bisbiglio di comari e richiamo di bimbi –

Tempo di colori di lillà
un giorno, lì nel cielo migrante
sospesi uccelli, in dileguante
chiarore; il cielo
si fermava,
ristava sul tetto del fienile, più spesse
in silenzio captava dentro le ombre.

Inverno si faceva sempre.
Con ali di colomba calava
più fonda l’azzurrità, un pendulo
tetto, baluginando tacita
sopra il mondo.

E il grido del cacciatore
per il declivio balzava, contro la neve
silente. O profonda
nerezza! Il tuo cuore
pieno di luce!

Paul Celan

a cura di Giorgio Stella

Gli anni da te a me

Di nuovo ti si increspano i capelli, se io piango. Con il blu dei tuoi occhi
tu copri la tavola del nostro amore: un letto tra estate ed autunno.
Noi beviamo il vino che pigiò qualcuno, che non sono
io, che non sei tu, che non è un altro:
noi sorseggiamo alcunché di vuoto e di estremo.

Noi ci guardiamo negli specchi del mare profondo, più lesti ci porgiamo quei cibi:
la notte è la notte, essa principia col mattino,
essa mi pone a giacere con te.

Nicola Gardini

a cura di Giorgio Stella

La settimana

Cominciava una settimana senza
giorni, senza sette e senza nomi
planetari, continua come una strada
che continua oltre la domenica e non

arriva mai a una domenica o a un cielo.
E neanche quel verbo imperfetto, cominciava,
è giusto se solo la si immagina finita
la settimana degli uomini, finalmente finita

per sempre mentre ieri mi dicevo “Ieri….
no, ieri l’altro…”. Quand’era domenica?
Ecco che mi confondo, perché non c’è

settimana mai in fondo e solo perché
ho pensato a qualcosa che non ricordo
non si ferma a domani la mia vita.

Hermann Hesse

a cura di Giorgio Stella

Nella nebbia

Strano, vagare nella nebbia!
È solo ogni cespuglio ed ogni pietra,
né gli alberi si scorgono tra loro,
ognuno è solo.

Pieno di amici mi appariva il mondo quando era la mia vita ancora chiara; adesso che la nebbia cala
non ne vedo più alcuno.

Saggio non è nessuno
che non conosca il buio
che lieve ed implacabile
lo separa da tutti.

Strano, vagare nella nebbia!
Vivere è solitudine.
Nessun essere conosce l’altro,
ognuno è solo.

[Traduzione di Mario Specchio]

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

Ora scelgono…
le ambulanze, capisci, nel giorno di Santo Stefano
quando i bambini obbediscono alle forze
con gli anni in agguato tra le pagine
non eri tu che entravi
tra le virgole del calendario
quante volte un giorno si è mostrato
come una riga rotta nel tuo respiro, quante volte hai visto la ferocia
negli occhi dei fratelli…
sollevano la lettiga
la senti questa musica, è un comando
l’universo che ti risparmia.

Sandro Penna

a cura di Giorgio Stella

La vita… è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.

Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa, e fuori
un mare tutto fresco di colore.

Nazim Hikmet

a cura di Giorgio Stella

Montagne del sud

Sono sceso dal nord un pomeriggio in questo paese delle 
                                       [montagne del sud

vicino a me c'era una donna giovane e bianca
con gli occhi tracciati sul viso come un orizzonte azzurro 
con i capelli lisci color del fieno


sono sceso dal nord un pomeriggio in questo paese delle 
[montagne del sud 
queste montagne vivevano con gli uomini le vacche i
       camion

col suolo le mele le quercie gli abeti e già 
                             con i capelli color del fieno 
                             con la donna che è con me 
                             con le tigri e le trote
queste montagne eran coperte di neve soleggiata di 
                                     [rosso di verde scuro
queste montagne vivevano nelle pagine dei quaderni di 
                                              [scuola
nei sanatori nei magazzini di Stato 
nell'asfalto che serpeggia nei ponti di legno 
queste montagne vivevano nel sangue delle capre
                                       [selvatiche
in fondo ai laghi
e adesso c'è una donna
una donna con gli occhi tracciati sul viso come un
                                   [orizzonte azzurro
e io so già che l'orizzonte azzurro soltanto 
resterà nel ricordo di quelle montagne.

Giorgio Stella. Una poesia

Calco – la cicca della frode del fumo nasce dalla betoniere in calore, in calore della cicca nella betoniera! È appassito chi il ventre è di cosa nel seme … La mia famiglia non è mai nata dalla figlia di un padre razzista di amore – l’ angelo piange le percosse delle lacrime e risponde: ‘tu fai male a Dio’ – “ma Dio sei Tu, lo Spirito Santo non piange Maria, mia madre nell’ obbligo di stare orfano!” –

Giorgio Stella. Una poesia

Vogliamo noi gendarmi ancorarci a una corteccia antica che non sia la stessa, la stessa di prima? Sì Signore o no nel sì del tu * – quanti eravate? Non ricordo se sono nato mentre lo scordo – e il ricciolo a catena? Lo scoglio della sirena.
Lea raccoglie il mare nelle onde delle ombre! Sei stupito? No, il mosaico era la latta della betoniera di cui fu fatta –
Lea quanto costa essere Lea? Niente della corazza e la luce avanza il ciclo dell’acqua potabile cioè la razza ritrovata nel pozzo della clessidra – un uomo muore quando la morte è il paradiso della sorte!

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

Dopo Auschwitz nessuno abita più
           e non è casa
quella che fu la casa del liutaio 
ma la gola cariata della mente 
e la memoria agisce gelida di notte, 
illumina a giorno il sonno del liutaio, 
la cenere del liuto ancora calda, 
e nella veglia il cuore del liutaio, 
e nella veglia illuminata a giorno 
       la cenere di un cuore, 
nessuno dopo Auschwitz abita più 
e non è casa la casa di nessuno.

Giorgio Stella. Una poesia

La coppa del sangue – la vedi? Cosa? L’ ala gemella nella medesima assenza di pietra! Furono le cifre archiviate dalle Furie? No no no! Si. ———————— la questua è la ragione che resta, che resta stata: l’oltre nell’origine, l’ ape nel calabrone accesa mi rimanda alla fatica data dall’accettazione del fiore magro di madre.

Edmund White

a cura di Giorgio Stella

La Parata

Silenzio, si veglia stasera,
Attenti alle mute di cani.
Non stendersi, non sedersi,
La nera coccarda della morte

Appuntarsi al cuore ornandolo
Con un bacio colorato di sangue.
Bisogna vegliare, aggrapparsi
Al cordame chiaro dell’aurora.

Fascinoso fanciullo la torre è alta
Dove con piedi di neve sali.
Fra i rovi dei tuoi ornamenti
Pendono le rose della vergogna.

Cantano nella Corte dell’Est.
Il silenzio sveglia gli uomini:
Un silenzio rotto d’ombra
Di noi orgogliosi culattoni.

Ancora silenzio. Si veglia.
Il Carnefice ignora la festa
Quando il cielo sul guanciale
Per i capelli prenderà la testa.

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

Di me non resta più niente, il Nirvana
o la morte, volerò oppure starò fermo
è la fine compiuta, l’estinzione
non avrò più un antro segreto
dove passare le estati, immobile
dietro la porta, i pochi amici
se ne saranno andati e dietro la porta
mi rifugerò dai pochi passanti ignoti
nulla mi ricorderà il presente
sarò per sempre andato.