La ragazza osserva il vuoto. L’immagine è di profilo, in bianco e nero. Sullo sfondo, nuvolaglie anonime che non lasciano presagire nulla di buono. La prima volta che osservai quella copertina, lo sguardo della ragazza mi parve sereno. E in fondo è così anche adesso, nonostante la notizia della scomparsa dell’autore sia ancora fresca e il solco nell’anima profondo. Osserva il vuoto, la ragazza. Con i capelli tirati dal vento. Non c’è sorriso, ma nemmeno inquietudine. L’amore, a volte, graffia il mondo… ma non gli sguardi. Non sempre, almeno.
Il romanzo è “Per Antonio, che è andato appena un attimo di là”. È dedicato a lui, il libro. Lo scrittore lo precisa nella nota finale: “personaggi, luoghi, situazioni che a qualche lettore potessero sembrare veri o accaduti sono solo il frutto di una sintesi letteraria tra realtà e fantasia, di quella particolare capacità che appunto la letteratura possiede di fornire una verità altra raccontando storie. In altre parole, come ha scritto Antonio Tabucchi, al cui ricordo questo libro è dedicato, raccontando menzogne. ”
Rileggo questa breve nota e penso: quant’è bravo. Vedi? mi dico. Riesce a trasformare in virtuoso lirismo letterario anche il classico riferimento al “puramente casuale” dietro cui, in genere, si cautela uno scrittore per proteggersi dall’eccesso di reale contenuto nelle storie. Quant’è bravo, sì. Lo sussurro tra me, consapevole della mia difficoltà a formulare la frase usando l’imperfetto. Continuo a pensarlo al tempo presente. Come se fosse ancora qui.
L’avevo incontrato qualche mese prima. Gli avevo chiesto di raccontarmi di lui, di spiegarmi com’è che era diventato scrittore, quali erano state le letture che lo avevano reso il romanziere del dolore perfetto. Fu una bella chiacchierata. La conservo nel cuore. Continua a leggere
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Massimo Maugeri, Trinacria Park

Trinacria Park: il sogno è qui!
di Giorgio Morale
Un giallo, un noir, un romanzo realistico, un romanzo psicologico con sfumature horror: questo e altro è Trinacria Park di Massimo Maugeri, un pastiche di generi che compongono una sorta di roman philosophique capace di svolgere un approfondito discorso cum figuris sul nostro tempo. Continua a leggere
CON LA CULTURA SI MANGIA
In occasione delle elezioni politiche del febbraio 2013 il “forum del libro” (www.forumdellibro.org) aveva proposto l’iniziativa “E/leggiamo” basata, tra l’altro, sull’invio di una lettera aperta ai candidati al Parlamento. Nella premessa del testo si evidenziava che «dove la lettura è abitudine più diffusa, in molti casi è anche più alto il reddito, è migliore la qualità della vita, la società è più coesa, sono maggiori la capacità di innovazione e la propensione alla crescita». Oggi il principale referente di quella iniziativa è l’attuale ministro per i Beni e le Attività Culturali (persona degna, preparata e rispettabile), il quale – peraltro – dovrà tener conto degli esiti del più recente report dell’Istat. In Italia, anche chi legge, legge poco: tra i lettori il 46% ha letto al massimo tre libri in 12 mesi, mentre i “lettori forti”, con 12 o più libri letti nello stesso lasso di tempo, sono soltanto il 14,5% del totale. Dati poco confortanti, come sempre. E come sempre può sembrare vano ribadire la necessità di incrementare gli incentivi alla lettura e gli investimenti in cultura. Eppure bisogna continuare a farlo, come fanno benissimo Bruno Arpaia e Pietro Greco nel loro pamphlet “La cultura si mangia” (Guanda, € 12, p. 174). Il titolo del volume fa il verso all’infelice frase dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti pronunciata il 14 ottobre 2010: «con la cultura non si mangia. Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia». Arpaia e Greco, dati alla mano, dimostrano invece che la cultura non è un bene di lusso. Continua a leggere
LA CASA DELLE CASTAGNE – intervista a Sergio Pent
LA CASA DELLE CASTAGNE – intervista a Sergio Pent
Siamo in Val di Susa. L’anno è il 1999. Una guardia forestale nel parco dell’Orsiera, riceve un telegramma dal quale apprende che il “tedesco” è morto. La storia nasce da qui, compie un balzo indietro di circa dieci anni, fino al 1990, e poi giunge a toccare il secondo dopoguerra. Sulla scia della precarietà dei sentimenti, “La casa delle castagne” di Sergio Pent (Barbera editore) tratteggia gli esiti delle piccole storie condizionate dalla grande Storia.
Ne discuto con l’autore.
– Caro Sergio, mi incuriosisce sempre la “genesi” di un libro. Dunque per prima cosa ti chiederei di raccontare come è nato “La casa delle castagne“. Da quale idea, suggestione, esigenza o fonte di ispirazione?
Il romanzo in realtà non è l’ultimo che ho scritto, è infatti anteriore a “Piove anche a Roma” uscito lo scorso anno. E’ una storia semplice e legata al mio territorio e alle suggestioni create da una storia d’amore che in qualche modo si ritrova nel tempo, in una geografia della Val di Susa più sincera, quella di montagna, con gli spazi aperti, la luce di certe stagioni di passaggio, il senso di perdita di qualcosa che avrebbe potuto essere e non è stato, per colpa del destino ma anche della Storia, delle scelte individuali, della volontà di rimanere fedeli a se stessi anche cambiando il corso delle cose.
– Il 1999 è un anno dalla forte valenza simbolica (basti pensare alla serie Tv “Spazio 1999”). Una sorta di porta temporale: il passaggio che segna l’alternanza tra il vecchio e il nuovo millennio. Tu perché hai scelto proprio quest’anno come punto di riferimento iniziale del tuo nuovo romanzo? (La storia poi ci riporta indietro nel tempo: al 1990 e alla fine della seconda guerra mondiale)
Il 1999 in cui si sviluppa la storia del romanzo è una vera e propria scelta, in quanto la valenza simbolica che ho voluto attribuire a quell’anno è stata proprio quella di un passaggio epocale, l’attesa simbolica di un nuovo millennio e allo stesso tempo l’ultima occasione per chiudere i conti con le guerre, le violenze e le cause perse del Novecento. L’azione del romanzo si svolge soprattutto nel 1990, nell’estate in cui “il tedesco” e la nipote Britta arrivano nel paesino della valle in cui vive il protagonista, ma anche nel periodo relativo alla fine della seconda guerra, quando i destini dell’ufficiale tedesco e quello della famiglia del protagonista si incrociarono in un momento di dolore ma anche di speranza. Il 1999 è comunque una scelta volontaria, convinta, che offre in sé la valenza tutta simbolica di un romanzo semplice, sincero e legato alla mia terra.
– Una guardia forestale nel parco dell’Orsiera, un anziano ex-ufficiale tedesco… e poi la citata Britta (nipote del “tedesco”). Destini che – in un modo o nell’altro – si intrecciano. Chi sono i personaggi di questo tuo romanzo? Cosa li accomuna? E cosa, viceversa, li “distingue”? Continua a leggere
QUANDO UNA DONNA, di Mavie Parisi
QUANDO UNA DONNA, di Mavie Parisi
Giulio Perrone editore, 2012 – pagg. 254 – euro 15
Zaira è una giovane aspirante chirurgo che si invaghisce del primario Sergio Macchiavelli. La storia parte da qui… dal desiderio di conquista di Zaira che cresce fino a diventare ossessivo. Si intitola “Quando una donna” il nuovo romanzo di Mavie Parisi, già autrice di “E sono creta che muta” (anche il primo è stato pubblicato da Perrone nella collana Lab). Come ha scritto Lia Levi nella nota al libro, si tratta di «una storia dove l’oscura forza passionale capace di portare al delitto, in un suo più profondo contesto, pare svuotarsi della potenza distruttiva per dare abilmente spazio all’eterno gioco dei sentimenti, aneliti, dubbi, speranze e frustrazioni, insomma agli imprescindibili archetipi del tortuoso cammino di una donna il cui unico desiderio è “vivere se stessa”».
Ne ho discusso con l’autrice…
– Sergio e Zaira, due persone che – in apparenza – avevano tutto per essere felici: il successo, l’intelligenza, un lavoro gratificante (sono medici stimati). Perché rimangono ingabbiati nel loro rapporto?
Rimangono ingabbiati nel loro rapporto perchè l’essere umano è inquieto. Mai soddisfatto. Non sempre presente a se stesso. Cito una frase di Bukowski: La sanità mentale è un’imperfezione.
Ma andrei ancora oltre: Cos’è la sanità mentale? E’ una condizione che si addice all’uomo? o l’uomo, in quanto tale è già un’imperfezione?
– Il noir non è “consolatorio” come il giallo, e infatti il tuo libro non offre una soluzione ma semmai induce a una riflessione. Si chiude infatti con la stessa domanda con cui si apre: perché. Come mai questa scelta narrativa? Continua a leggere
LE TERZINE PERDUTE DI DANTE: intervista a Bianca Garavelli
LE TERZINE PERDUTE DI DANTE: intervista a Bianca Garavelli
Bianca Garavelli, scrittrice e critica letteraria (scrive sulle pagine del quotidiano Avvenire), è un’appassionata studiosa dell’opera di Dante: ha curato diverse edizioni della Commedia, saggi e manuali di interpretazione. Di recente ha pubblicato un romanzo che si rifà, per l’appunto, alla figura del grande poeta. Il titolo è molto evocativo: “Le terzine perdute di Dante” (Dalai editore)
– Bianca, partiamo dall’inizio, cioè dalla genesi del libro. Come nasce “Le terzine perdute di Dante”? Da quale idea, o esigenza o fonte di ispirazione?
La prima fonte di ispirazione è il canto XXVIII del Paradiso: qui Dante ci racconta la sua prima visione di Dio, che con un’incredibile intuizione sembra anticipare alcune teorie sull’universo della cosmologia contemporanea. È un canto poco letto a scuola, poco conosciuto in generale, eppure merita una rilettura perché è di grande suggestione visiva e cosmica. Qui il pellegrino, dopo aver attraversato tutti i cieli visibili dalla Terra insieme a Beatrice, arrivato nel Primo Mobile e quindi sull’orlo dell’Empireo, si affaccia sul vero Paradiso, invisibile dal mondo terreno, e vede per la prima volta Dio. Che appare in forma di luminosissimo, minuscolo punto, da cui dipende tutto il creato, e che ne è il vero centro, ma al tempo stesso lo contiene. È un un’immagine davvero affascinante: questo “punto” che dà origine all’universo mi ha fatto pensare al Big Bang e ad altre teorie sulla formazione del cosmo. Come se Dante avesse intuito qualcosa che la scienza contemporanea sta ancora studiando … E poi, qui c’è un particolare degno di un grande romanziere: la prima visione del punto divino passa attraverso gli occhi di Beatrice, che gli fanno da specchio e lo introducono così in un “altro universo” che sembra contenere tutto il sistema planetario conosciuto. Ancora una volta, fino all’assoluto, è la sua donna che gli sta accanto, e lo introduce alla più sconvolgente e positiva esperienza della sua vita. Ce n’è abbastanza per stuzzicare l’immaginazione di una narratrice …
– Da grande studiosa di Dante e dell’opera dantesca… che tipo di esperienza è stata, per te, far “rivivere” Dante come un personaggio di un tuo romanzo? Continua a leggere
LETTERE DALL’ORLO DEL MONDO. Intervista a Barbara Garlaschelli
LETTERE DALL’ORLO DEL MONDO. Intervista a Barbara Garlaschelli
La “letteratura epistolare”, che vanta una tradizione antica e consolidata, continua a produrre opere di narrativa di qualità. Tra i “nuovi nati”, registriamo la pubblicazione di questo delizioso volume scritto da Barbara Garlaschelli e intitolato “Lettere dall’orlo del mondo” (Ad Est dell’Equatore, 2012). Protagonisti una donna e un uomo e, ovviamente, le loro lettere… che incrociano amori e solitudini. Per una nota critica, si consiglia la lettura di questo articolo di Marina Bisogno, pubblicato sul Corriere Nazionale…
– Classica mia domanda di “apertura”, Barbara. Come nasce “Lettere dall’orlo del mondo”. Da quale idea o esigenza?
Nasce dal desiderio di raccontare due apparenti solitudini e un amore grande: per un’altra persona e per la vita.
– Cos’è per i protagonisti del libro “l’orlo del mondo”? E per Barbara Garlaschelli?
Per i protagonisti “l’orlo del mondo” sono loro stessi e il legame che li unisce, vissuto come ultima, salvifica possibilità di comprensione. Per me è la condivisione, la vicinanza, la linea sottile che divide il vivere dalla disperazione del sopravvivere.
– Esistono davvero amori irriducibili, capaci di durare nel tempo?
Sì, io credo di sì. Non necessariamente quello di una coppia, ma di certo quello tra alcune persone.
– C’è relazione – a tuo avviso – tra amore, dolore e egoismo?
Sì, c’è. L’amore è una forma di tirannia: chi ama e chi è amato vuole tutto, non concede tregua.
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IL BASSOTTO E LA REGINA, di Melania G. Mazzucco
IL BASSOTTO E LA REGINA di Melania G. Mazzucco
Quando si parla di fiabe e favole è abbastanza diffusa la convinzione che esse siano rivolte in via esclusiva ai bambini. È indubbio che, proprio nei confronti dei più piccoli, la fiaba (così come la favola) svolga un’importante funzione di intrattenimento e talvolta (più nella favola, che nella fiaba) anche di formazione, laddove troviamo – come spesso accade – una morale. Tuttavia, considerare fiabe e favole alla stregua di un prodotto letterario rivolto esclusivamente all’infanzia è un errore. Così come sarebbe un errore pensare che siano la stessa cosa. Nella lingua italiana le favole vengono distinte dalle fiabe (anche se entrambi i termini derivano dalla radice latina “fabula” – “racconto” – e i due generi hanno molti punti di contatto): la fiaba è caratterizzata dalla presenza di personaggi e ambienti fantastici, mentre la favola – di norma – è popolata da animali i cui vizi e virtù rappresentano quelli degli uomini.
A proposito di fiabe, di recente si è celebrato il duecentesimo anniversario delle “Fiabe del focolare” dei fratelli Grimm (dove, tra le altre, vengono narrate le storie di Biancaneve, Cenerentola, Pollicino, Cappuccetto Rosso, Barbablù). Persino Google, il più grande motore di ricerca del mondo, ha dedicato il 20 dicembre scorso un doodle (ovvero una versione speciale del proprio logo) alla fiaba di Cappuccetto Rosso per commemorare l’evento.
Parlando di favole, invece, va segnalato il nuovo bellissimo libro di Melania G. Mazzucco, intitolato “Il bassotto e la Regina” (Einaudi, pagg. 112, euro 10, illustrazioni di Alessandro Sanna), con cui questa grande autrice fornisce l’ennesima prova della capacità eclettica della sua scrittura. Continua a leggere
MAPPE SULLA PELLE in ControCanto
MAPPE SULLA PELLE in ControCanto
Editpress è una casa editrice che si rivolge a tutte le forme della comunicazione e della ricerca scientifica: monografie, testi didattici, atti, periodici. Di recente, però, l’interesse di Editpress ha abbracciato la letteratura per ragazzi, la saggistica e la fiction.
Tra i nuovi progetti di questa casa editrice, figura la collana di letteratura ControCanto (anche indicata con la sigla CC) diretta dall’associazione culturaleTessere Trame. Leggiamo dalla scheda editoriale che “CC non sta per Comitato Centrale: la centralità spetta solo alla buona letteratura, ed è quella che noi proviamo a promuovere. CC è la consolazione di una buona lettura. CC è un’impresa Civile, e in qualche modo un Codice: i nostri libri parlano la lingua della comunità e hanno la civiltà della cultura. CC è un Contro Canto, un coro di voci sole che prendono posizioni e le mettono in parole“.
Narrativa, poesia e generi ibridi: Contro Canto non si pone limiti particolari, se non quello (naturale) di rimettersi al giudizio letterario delle editor (tra le quali ci sono scrittrici e autrici). Giudizio basato sui seguenti presupposti: “la lettura è un piacere, i mondi dell’immaginazione un viaggio, le scritture il mezzo per attraversarli“.
Tra le pubblicazioni di ControCanto, primeggia “Mappe sulla pelle“, un volume dove dodici artiste “si raccontano” prendendo in prestito la penna da altrettante scrittrici… “impersonificandole”. Continua a leggere
CATANIA
Strana città, Catania. Bella e contraddittoria, come molte città del Sud. Paradossale, a volte. Capace di affascinare e di contrariare, di sorprendere e di deludere. Dipende dalla prospettiva da cui la si guarda, dallo stato d’animo contingente del visitatore di turno. Difficilmente, però, lascia indifferenti. E questo è senz’altro un punto a suo favore: l’odio gramsciano per l’indifferenza, non passa da questa città… che però – bisogna ammetterlo – non si salva dal rischio di scivolare in un’apatia atavica, che talvolta la avvolge. Del resto, quella celebre esortazione di Giovanni Paolo II (“Catania alzati, rivestiti di luce e giustizia”), scolpita su una lapide posta sulla facciata di uno dei palazzi di Piazza del Duomo, a ricordo di quel 4 novembre 1994, giorno in cui il pontefice polacco solcò il suolo del capoluogo etneo, rimane una voce che merita ancora oggi di essere ascoltata con molta attenzione da una città che spesso rimane seduta… salvo, appunto, sgranchirsi le gambe di tanto in tanto. Questa natura dicotomica, poi, è anche segnata dalla sua posizione geografica: distesa tra la Montagna e il mare (è bene ricordarsi di chiamare l’Etna al femminile: per i catanesi non è il vulcano, ma ‘a Muntagna), ammicca tra l’oscurità della pietra lavica e la luminosità rutilante di un sole generoso. Una città capace di far disperare per le sue inefficienze, ma anche di far innamorare per il fascino dei suoi luoghi. Perché – è bene precisarlo – Catania è una città che pullula di luoghi-simbolo. Primo fa tutti, la statua dell’Elefante situata al centro di Piazza del Duomo: un luogo che possiede una tale potenza evocativa che non può non lasciare traccia nelle pagine dei narratori a cui la città ha dato i natali. Ne ho scritto più volte anch’io, già a partire dal mio primo romanzo “Identità distorte” (2005): “Al centro della piazza barocca l’elefante in pietra lavica, u liotru, svettava sulla fiumana di corpi assiepata dinanzi alla Cattedrale, nel tratto che va dall’imbocco di Via Etnea a Porta Uzeda. Con i suoi occhi bianchi u’ liotru osservava placido i volti appesantiti e caduchi degli uomini e delle donne in attesa. Dietro un sorriso abbozzato pareva percepire i suoni, le voci, i bisbigli della città. Di quella città di cui esso stesso ne era simbolo. Di quella città dove bene e male, luci e ombre, sacro e profano, si erano avvicendati in un flusso continuo di eventi che gli erano scivolati addosso; lievi, uniformi, come l’acqua a linzolu della Fontana dell’Amenano. E tutto aveva compreso, assorbito, captato; quasi che l’obelisco egizio di granito di Syene, che imperioso si stagliava dalla sua schiena per più di tre metri e mezzo d’altezza, non foss’altro che una potente, maestosa, antenna ancestrale”. Continua a leggere
AFORISMI PER LE DONNE TOSTE. Intervista a Marinella Fiume
Aforismi per le donne, per le mamme e per le nonne, per le zie, per le cugine e per tutte le bambine… Aforimi per gli uomini che vogliono conoscere per quanto possibile, le donne. Stiamo parlando di “Aforismi per le donne toste. Scovati capovolti creati“, la nuova pubblicazione di Marinella Fiume (edizioni Arianna).
Come ha scritto Eleonora Lombardo, sulle pagine di “Repubblica-Palermo“, questo libro è il frutto di “un incontro fra donne, fra la scrittrice originaria di Noto, etnolinguista, professoressa di latino nei licei, e donna dalla capigliatura indomita, Marinella Fiume, e l’editrice madonita Arianna Attinasi che ha avuto l’idea di coinvolgere per le illustrazioni la catanese Marcella Brancaforte. Una triade felice che sconfessa subito il vetusto appannaggio maschile alla letteratura e che si diverte con l’aforisma di un anonimo («L’oca è l’animale ritenuto simbolo della stupidità, a causa delle sciocchezze che gli uomini hanno scritto con le sue penne») per avere l’occasione di indagare il rapporto fra le donne e la scrittura, fra la consapevolezza del sé e il linguaggio letterario.
Tradizionalmente usato per esprimere il pensiero degli uomini, l’aforisma solo nel Novecento è diventato terreno fertile di donne capaci di maneggiarlo con destrezza. (…)
Parole come frecce, quelle evocate nella bella copertina, capaci di colpire l’obiettivo, in grado di andare a segno con precisione…“
– Marinella, chi sono le donne toste?
Le donne toste sono le donne disobbedienti ad ogni imposizione di qualsiasi potere, sfrontate ironiche buffe persino, senza paura di giudizi dei bacchettoni. Una tipologia di donne a cui stanno scomodi gli “ismi” e i dogmi, che per il loro guardare sempre troppo avanti, possono apparire talora persino inattuali. Vedi il caso di Goliarda Sapienza… quanti anni ci sono voluti perché venisse recuperata come modello di donna e come scrittrice!? Per lo più, infatti, dicono NO e se dicono Sì, dicono Sì, però… Responsabili solo di se stesse e coraggiose, resistono ad ogni bombardamento mediatico di coloro che le vogliono sempre in perfetta forma e produttive. Sono quelle che pensano che è meglio la polvere sui mobili che la polvere nel cervello… Quelle che non sono fanatiche di fitness e palestre perché, “se Dio avesse voluto che fosse facile toccarsi le punte dei piedi le avrebbe messe sulle ginocchia…”
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A GRAN GIORNATE, di Claudio Morandini
A saperli cercare, di romanzi che hanno nel proprio dna caratteristiche che li contraddistinguono dalla maggior parte delle proposte editoriali in circolazione, ce ne sono ancora parecchi. Uno di questi è “A gran giornate” (La Linea, 2012, pagg. 256, € 14), il nuovo libro di Claudio Morandini: un romanzo che spazia tra viaggio e parodia, tra avventura e umorismo. Ne ho discusso con l’autore…
– Caro Claudio, anche per te la mia classica domanda “di apertura”: raccontaci qualcosa sulla genesi di questo libro. Come nasce “A gran giornate”? Da quale idea, o esigenza, o fonte di ispirazione?
Caro Massimo, il romanzo nasce già nel 2009 da un desiderio: quello, un po’ infantile se vuoi, di vivere un’avventura letteraria in piena libertà d’invenzione, senza preoccupazioni di verosimiglianza, di cronologia, di psicologia – era un’esigenza che sentivo dopo la stesura di “Rapsodia su un solo tema”. Ora, visto che anche quando cerco la piena libertà non posso fare a meno di scovarmi dei modelli letterari a cui ispirarmi, ho trovato nella struttura frammentaria del “Satyricon” di Petronio quello di cui sentivo il bisogno: una pluralità di personaggi e di storie, dunque, ma focalizzati per frammenti più o meno grandi, che ho voluto numerare anch’io come se un filologo immaginario si fosse preso la briga di mettere ordine, e inframmezzati da ellissi e perdite. Poi ho alimentato il romanzo con le reminiscenze dei romanzi che mi avevano impressionato sin da bambino: i Viaggi straordinari di Verne, il Gordon Pym di Poe, le Storie dell’anno Mille di Malerba… Oppure, fondamentali, con le immagini e i dialoghi dei film di Buñuel… Non so se queste reminiscenze si sentono a opera compiuta, so solo che per me, al momento della composizione del romanzo, sono stati riferimenti importanti. Continua a leggere
LA PIENEZZA DEL VUOTO, di Francesco Roat
LA PIENEZZA DEL VUOTO. Tracce mistiche nei testi di Robert Walser di Francesco Roat
Vox Populi, 2012 – pagg. 274 – euro 15
Robert Walser (1878-1956) è stato, al contempo, uno tra i più grandi autori svizzeri del Novecento e una delle voci maggiori della narrativa tedesca del secolo scorso. Francesco Roat è andato in cerca delle cospicue tracce mistiche che abbondano in tutta l’opera di Walser: specie nei romanzi della trilogia berlinese, che qui si analizza in modo privilegiato…
– Francesco, quando hai “incontrato” per la prima volta Robert Walser e i suoi scritti? E perché hai deciso di occuparti di lui?
Come forse tanti italiani, il primo libro che ho letto di questo grande ? ma da noi ancora troppo sconosciuto ? autore svizzero di lingua tedesca è stato il racconto lungo: “La passeggiata”, risalente al 1917: unica opera relativamente popolare del Nostro. Ma guai a fermarsi lì, nonostante si tratti di una prosa dalla “straordinaria altezza poetica”, come ebbe a definirla con sintesi ineguagliabile Emilio Castellani nella nota finale alla sua traduzione italiana del testo (edito in Italia da Adelphi solo nel 1976). Bisogna passare – e io poi sono passato – alla cosiddetta trilogia berlinese: ai tre grandi romanzi scritti nella capitale tedesca dal giovane Walser in cerca di fortuna. Si tratta di: “I fratelli Tanner”, “L’assistente” e “Jakob von Gunten”. Ho voluto indicarli, consigliandoli senz’altro ai lettori, perché si tratta delle opere di uno scrittore che oggi è unanimemente considerato dai critici fra i più grandi della prima metà del Novecento. Non a caso, sin dalle prime prove, Walser fu subito apprezzato da mostri sacri come Kafka, Musil, Canetti, Benjamin, Hesse. Ma in Italia questo artista geniale, così schivo e solitario, è ancora ritenuto dai più un minore, un novellatore, uno scrittore di prose lievi. Valutazione estremamente parziale, sia ben chiaro. E poi mancava una sua monografia nella nostra lingua. Così ho cercato di colmare questa lacuna.
– Ci sono elementi di attualità nei romanzi di Walser? Cosa diresti a un lettore di oggi per invogliarne la lettura?
Voglio essere un provocatore, dicendoti che se c’è un autore inattuale, questo è Robert Walser. Ma cerco di spiegarmi meglio. Inattuale nel senso che la sua filosofia di vita fa a pugni con l’ideologia individualistica oggi imperante, secondo la quale ciò che più conta è emergere, affermarsi ad ogni costo, ottenere successo e denaro, apparire, essere ammirati. I protagonisti dei romanzi di Walser, invece ? similmente a Robert ? non si attaccano ad alcun possesso, ad alcuno status, ruolo o identità. Non hanno legami o almeno cercano (come i buddhisti) di liberarsi dall’attaccamento, vivendo il dasein (l’esserci) radicati nel presente senza particolari brame e soprattutto accogliendo, senza opporvisi, perdite e sconfitte. In tal modo essi mostrano a ogni piè sospinto una profonda spiritualità, la quale è il riflesso di chi li ha creati. E ciò ad onta di quanti affermano non vi siano mai messaggi palesi negli scritti di Robert Walser.
Quanto ad invogliare i lettori, suggerirò solo questo: prendete un qualunque suo libro, apritelo a caso e iniziate a leggere. Vi assicuro che non vi fermerete a quella pagina. Provare per credere. Continua a leggere
ERA FARSI, di Margherita Rimi
Margherita Rimi è nata a Prizzi (Pa) e risiede in provincia di Agrigento. Poetessa, medico e neuropsichiatra infantile, svolge da anni una intensa attività di prima linea per la cura e la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, lavorando in particolare contro le violenze e gli abusi sui minori e a favore dei bambini portatori di handicap.
Di recente ha pubblicato, per i tipi di Marsilio, una silloge intitolata “Era farsi“. Protagonisti, i bambini: quelli che hanno beneficiato di una infanzia serena, ma anche quelli che hanno subito abusi e violenze sessuali.
Di seguito, la prefazione al libro firmata da Daniela Marcheschi.
* * *
Margherita Rimi “Era Farsi – Autoantologia” – 1974-2011
Marsilio 2012
prefazione di Daniela Marcheschi
Bambini, i protagonisti della raccolta di poesie “Era farsi” della siciliana Margherita Rimi, neuropsichiatra infantile, impegnata con passione tanto nella tutela dell’infanzia e nella cura dei bambini variamente offesi quanto in un lungo lavoro sulla poesia, perseguito nel tempo con discrezione e con tenacia.
In questi suoi versi degli anni 1974-2011, in un linguaggio poetico che colpisce per l’agile semplicità e la verità disarmante, le voci dei bambini presentano un timbro diverso dal solito. Continua a leggere
Le cose che ho imparato: intervista a Gianni Riotta
Il nuovo libro di Gianni Riotta, si intitola Le cose che ho imparato (Mondadori, pagg. 304, euro 18). Ne riporto l’incipit…
Quando lasciate per sempre un posto che vi è caro, ascoltate il mio consiglio: usate qualunque mezzo, l’aereo, l’automobile, il treno, un rombante sidecar, l’autobus di linea, la metropolitana, ma non la nave. C’è nella commozione del distacco – salutare i familiari, sapere che i luoghi che sono stati vostri, nei giorni luminosi, e in quelli oscuri, non saranno più scena quotidiana – un dolore vivo; partire, si dice, e un po’ morire. Lo sguardo frettoloso della hostess che vi sollecita a passare ai controlli del gate in aeroporto, la svolta improvvisa del taxi, il buio della galleria in metropolitana e l’uscita dalla stazione ferroviaria recidono decisi il commiato. La nave no. Se la serata è serena, mentre il rimorchiatore pilota il piroscafo lentamente fuori dal porto, potete vedere sulla banchina le persone che vi hanno accompagnato salutare e sforzarsi di sorridere, per incoraggiarvi, per nascondere la nostalgia già forte, mentre gli adulti abbracciano i bambini in lacrime: tutti vorrebbero piangere, ma solo a loro e consentito farlo.
– Gianni, il titolo del tuo nuovo libro è già abbastanza indicativo: “Le cose che ho imparato”. Lo è ancora di più il sottotitolo “Storie, incontri ed esperienze che mi hanno insegnato a vivere”. Perché hai deciso di raccontare “le cose che hai imparato” proprio in questa fase della tua vita?
Un perché non c’è. Penso che in questi tempi di transizione riflettere su passato, presente e futuro, ragionare di coraggio e paura, mercato e lavoro, comunicazione e caos, famiglia, comunità, società, fosse importante e l’ho fatto. Penso sia utile capire da dove veniamo e dove stiamo andando, senza paure, senza illusioni.
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CCA SUGNU, di Alfio Patti
CCA SUGNU, di Alfio Patti
Prova d’Autore, 2012 – pag. 80 – euro 10
È in libreria “Cca sugnu” (Eccomi), edito da “Prova d’Autore”: il nuovo libro di versi di Alfio Patti (nella foto), artista poliedrico, soprannominato l’aedo dell’Etna.
(Massimo Maugeri)
–
Dalla prefazione del libro, firmata da Salvatore Di Marco
Attraversato per intero – e non soltanto cronologicamente – questo primo decennio del nostro nuovo secolo, e inoltrandoci pure nel primo lustro successivo tuttora in corso, mi pare che si possa tranquillamente osservare che, carte alla mano, Alfio Patti di San Gregorio di Catania, nel campo ubertoso della scrittura poetica in Sicilia della nostra stagione, non sia affatto né l’ultimo arrivato e neppure più quel volenteroso e promettente “apprendista” che conobbi a metà e passa dei novecenteschi anni Ottanta in Catania.
Egli è oggi un poeta maturo in primo luogo sotto il profilo umano, quindi su quello culturale, e infine, capace di sostenere fino a livelli liricamente più alti le proprie istanze di artista, il proprio dettato linguistico-espressivo nelle sue più congeniali ideazioni stilistiche. E tutto ciò costituisce, naturalmente, l’approdo d’un percorso lungo, complesso, durante il quale i punti ideali di riferimento sono stati il suo amore per la cultura siciliana, i suoi linguaggi e il suo patrimonio etno-antropologico, ma pure la sua attenzione agli sviluppi della poesia dialettale siciliana e della letteratura del Novecento italiano ed europeo.
L’idea attorno alla quale vado ragionando in queste mie sommarie pagine è che i versi di “Cca sugnu” (Eccomi), quest’ultima silloge di liriche in dialetto di Alfio Patti, in ogni suo sapiente profilo espressivo, in ogni richiamo della mente e del cuore, nel suo specifico modus poetandi e nella res del suo canto interiore, testimoniano parimenti di quel tragitto quasi trentennale al quale mi sono finora riferito. Nell’atto di poesia è il mistero della parola che si rinnova, ed essa si rivela come sempre nuova soltanto ai suoi più fedeli e sensibili cultori. Continua a leggere
Manuel Giliberti, tra cinema e architettura
C’è chi decide di lasciare il proprio luogo di origine e c’è chi, viceversa, vi rimane ancorato in maniera viscerale; ma c’è pure chi – tra queste due strade – decide di intraprendere un percorso di mezzo. È il caso di Manuel Giliberti (nella foto in alto, con Piera Degli Esposti): siracusano, ma romano d’adozione. Giliberti è architetto, impegnato soprattutto nel campo del restauro e della realizzazione di interventi di riqualificazione di strutture ed edifici di valore artistico. Continua a leggere
Un centro studi dedicato a Sirio Giannini
Di recente è stato costituito il “Centro internazionale di studi europei Sirio Giannini” – CISESG – con sede nel Comune di Seravezza (prov. di Lucca). Il CISESG si è costituito nell’ottobre 2011 con l’intento di affiancare il Circolo Sirio Giannini e di svolgere l’azione più opportuna per la sempre maggiore diffusione in Italia e all’estero delle opere dello scrittore (riprodotto nella foto accanto). Non solo: esso intende promuovere gli studi sulle letterature di tutto il mondo con particolare attenzione alla favola ed alla fiaba per adulti. Proprio per diffondere la conoscenza dell’opera di Giannini, il CISESG si avvale di una Commissione Scientifica in cui figurano alcune prestigiose personalità della cultura italiana e straniera, come i prof. Pietro Floriani dell’Università di Pisa, Daniela Marcheschi del CLEPUL-Università di Lisbona, Luisa Marinho Antunes dell’Università di Madeira e Stefania Sini dell’Università dell Piemonte Orientale.
Ne parliamo con la giovane Presidente, Chiara Tommasi.
Perché a suo avviso, oggi, in quest’alba di nuovo millennio, è importante promuovere la lettura di favole e fiabe?
Le favole e le fiabe sono un mezzo potente di trasfigurazione della realtà in quanto, tralasciando la cronaca spicciola, ne trasmettono l’essenza, i significati profondi degli eventi e i loro valori simbolici. L’apparente non realismo delle favole è un modo autentico anzi, forse il modo più autentico, per avvicinarsi alla realtà.
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TIMOR SACRO di Stefano Pirandello
Qualcuno lo indica già come uno dei nuovi possibili casi letterari. Un romanzo postumo, firmato da un autore che porta uno dei cognomi più celebri della storia della letteratura. Un cognome che, probabilmente, lo ha penalizzato. Non è facile, infatti, essere figli di Luigi Pirandello e portare avanti il sogno, o meglio, la “necessità” della scrittura cercando di sfuggire al fastidioso e inevitabile peso del confronto. È quello che è successo a Stefano Pirandello, primogenito di Luigi, scrittore raffinato, schivo, “costretto” a ricorrere a uno pseudonimo per pubblicare i suoi lavori senza incorrere, appunto, nel rischio di rimanere oscurato dall’ombra paterna.
Il lavoro di tutta una vita di Stefano Pirandello, cominciato negli anni Venti e riveduto più volte fino alla scomparsa dell’autore (avvenuta a Roma il 5 febbraio 1972), è un romanzo che vede la luce per la prima volta in questi giorni grazie all’impegno editoriale della Bompiani e alla cura dell’ordinario di Letteratura Italiana nell’Università di Catania Sarah Zappulla Muscarà (che ha già avuto il merito di dare nuovo lustro alle opere di Giuseppe Bonaviri, Ercole Patti e Sebastiano Addamo). Si intitola “Timor sacro” (Bompiani, pagg. 336, € 14,00) ed ha caratteristiche metanarrative giacché il protagonista, lo scrittore Simone Gei (alter ego dell’autore), è alle prese con la stesura di un’opera di esaltazione del fascismo. Nella narrazione, la storia di Gei si alterna a quella dell’albanese Selikdàr Vrioni, sfuggito alle arcaiche leggi di vendetta privata della sua stirpe. Continua a leggere
LE ARANCE NON RACCOLTE di Salvatore Ferlita
Il sogno più o meno inconfessato di ogni scrittore è che le proprie opere possano sopravvivere alla inevitabile fine del loro creatore. È un sogno immenso, che si realizza solo per pochissimi eletti: i più grandi, i mostri sacri della scrittura, i consacrati dalle Patrie Lettere. Spesso sono i libri migliori a vincere la scommessa contro il tempo. Eppure, nell’oceano sconfinato di parole e di carta prodotto negli anni, nei decenni, nei secoli, tante opere meritevoli di essere ricordate finiscono inevitabilmente con l’essere risucchiate nei gorghi della dimenticanza, per finire depositate sui fondali dell’oblio. È per questo che, da siciliano, sono profondamente grato al critico e italianista Salvatore Ferlita che ha tentato, con successo, di realizzare un’ambiziosa opera di recupero di autori e testi di valore che, per motivi vari e non sempre identificabili, sono stati emarginati o – in alcuni casi – persino cancellati dalla nostra memoria letteraria. Nel volume antologico “Le arance non raccolte. Scrittori siciliani del Novecento”, appena edito per i tipi di Palumbo (pagg. 351, euro 20), Ferlita punta i riflettori su nomi che – nella maggior parte dei casi – risulteranno ignoti al comune lettore (e a molti degli addetti ai lavori). Come precisa lo stesso Ferlita nella prefazione, “A chi scrive premeva soprattutto trarre in salvo alcune pagine di un drappello di autori siciliani condannati alla condizione di minori, sacrificati sull’altare del canone, in nome di un gruppo ristretto di scrittori ritenuti maggiori, gli imprescindibili, insomma i classici”.
Naturalmente ci sono minori e minori. “Minori che sono davvero tali”, scrive Ferlita “e altri che lo sono a torto, condannati a una subalternità da una congerie di cause, che vanno, tanto per fare qualche esempio, dalla disattenzione di certi critici al contesto storico in cui le opere in questione hanno visto la luce; dalla predisposizione personale degli autori all’eremitaggio fisico e spirituale, all’insipienza degli editori che su di essi non hanno creduto fino in fondo. E così a seguire”. Continua a leggere

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