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NIENTE PER CUI MORIRE, di Enzo Russo

di Massimo Maugeri, dal magazine Notabilis

Enzo Russo è nato a Mazzarino, in provincia di Caltanissetta, ma vive in Lombardia da diversi anni. La sua è una delle voci più importanti e autorevoli tra quelle degli autori che scrivono romanzi ambientati in Sicilia. Ha debuttato nel ’75 con “Dossier America Due” (SEI) e da allora ha pubblicato oltre trenta romanzi, tradotti in diciannove lingue. I suoi libri più recenti sono: “Uomo di rispetto”, “Il quattordicesimo zero”, “Nato in Sicilia”, “Nessuno escluso”, “Saluti da Palermo”, “Né vendetta né perdono”, tutti editi da Mondadori.
Nei suoi libri Russo torna spesso sul tema della ricerca dell’identità del siciliano, del suo essere impastato di un male isolano, quasi endemico… anche quando non sa di esserne parte… anche quando la nascita nell’isola sembra una mera occasione e non invece una stimmate, un signum che – prima o poi – rivendicherà i suoi diritti (è il caso, per esempio, di “Nato in Sicilia”).
E il male isolano, la Sicilia dei misteri, quella delle contraddizioni e della giustizia violata, sono temi che tornano prepotentemente nel nuovo romanzo dal titolo forte ed evocativo “Niente per cui morire” (Mondadori, 2010)

– Enzo… cosa ti spinse, anni fa, a lasciare l’isola?
Volevo fare il giornalista e lo scrittore; due obiettivi, almeno allora, quasi impossibili da realizzare restando in Sicilia. Considerando come poi ho realizzato questi due progetti, e le persone grazie alle quali è stato possibile, direi che ho avuto ragione a farlo. C’era anche il bisogno di uscire da un ambiente, quello di Mazzarino, che mi stava stretto e non mi offriva orizzonti.
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Un filo d’olio per Simonetta Agnello Hornby

di Massimo Maugeri, dal magazine Notabilis

La storia di Simonetta Agnello Hornby è piuttosto nota. Siciliana doc, nata e cresciuta a Palermo, ha sposato un inglese dopo aver conseguito il dottorato in giurisprudenza nel 1967. Da quel momento ha vissuto all’estero, dapprima negli Usa e in Zambia, e dal 1970 in Inghilterra, a Londra. Sul finire degli anni Settanta ha fondato “Hornby and Levy”: uno studio legale nel quartiere di immigranti di Brixton, che ben presto si è specializzato nel diritto di famiglia e dei minori. Ha insegnato diritto dei minori all’università di Leicester ed è stata part-time presidente del Special Educational Needs and Disability Tribunal per otto anni. L’attività letteraria della Agnello Hornby comincia con la pubblicazione de La Mennulara (2002), a cui fa seguito La zia marchesa (2004), Boccamurata,(2007) e Vento Scomposto (2009) La monaca (2010)… tutti editi da Feltrinelli. La sua pubblicazione più recente, invece, porta il marchio dell’editore Sellerio e si intitola: Un filo d’olio. Un volume dove vengono offerti i ricordi d’infanzia dell’autrice e le ricette di famiglia, proposte con la collaborazione della sorella Chiara. Continua a leggere

INCONTRO CON TEA RANNO

di Massimo Maugeri, dal magazine Notabilis

La penna di Tea Ranno è una delle più felici della letteratura siciliana e nazionale. Basti pensare a Cenere, romanzo bellissimo (pubblicato dalla e/o, vincitore del Premio Chianti) che si caratterizza per il linguaggio ricco e la storia coinvolgente ambientata nella provincia italiana del Seicento, oppure a In una lingua che non so più dire (anche questo edito dalla e/o), romanzo incentrato sul viaggio a ritroso, dal Continente alla Sicilia, compiuto da un magistrato siciliano sessantenne. Tea Ranno è nata a Melilli, in provincia di Siracusa, nel 1963. Laureata in giurisprudenza, ha sempre affiancato allo studio del diritto la pratica della scrittura. Dal 1994 vive e lavora a Roma.

– Tea, cosa succede a una siciliana che – dopo tanti anni di vita isolana – si trova a vivere a… caput mundi?
Succede che passa a un dimensione, soprattutto mentale, diversa. L’isola è un mondo a sé, con i confini segnati dall’acqua e dunque illimitati, aperti a ogni possibilità di viaggio o di fuga ma, appunto, mondo a sé, con prerogative che la rendono unica. Roma, invece, è città dall’ampio respiro sia metaforico che reale. Offre occasioni concrete di confronto, la libertà di spaziare dal cinema alla storia, all’arte, alla letteratura col semplice andare per le sue strade, sostare nelle sue piazze, arrancare per i cunicoli sotterranei che svelano itinerari stravaganti, talvolta da brivido. In questa città ti succede di sentirti partecipe di una realtà più grande, che però non diventa invasiva: puoi conservare il silenzio e la concentrazione che ti servono per lavorare, puoi unirti alle tante voci che raccontano il mondo e le sue genti, puoi aprirti al mondo e alle sue genti pur mantenendo le tue radici isolane e quindi quelle prerogative di distanza e di distacco che ti gratificano di una visione più limpida.
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Incontro con Paolo Di Stefano: la Sicilia e la catastròfa di Marcinelle

Paolo Di Stefano è nato ad Avola, in Sicilia… ma vive a Milano da diversi anni.
La sua è una delle firme più note delle pagine culturali del «Corriere della Sera». Ha lavorato per Einaudi e per «la Repubblica». Ha pubblicato libri di inchieste e numerosi romanzi di successo tra cui: Baci da non ripetere (1994), Tutti contenti (2003), Aiutami tu (2005, premio SuperMondello). Con il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008) ha vinto il premio Selezione Campiello. Nel 2010, sempre per Rizzoli, è uscito Potresti anche dirmi grazie. Gli scrittori raccontati dagli editori.
Ho avuto il piacere di incontrarlo in occasione dell’uscita del suo nuovo libro, La catastròfa (Sellerio). Abbiamo discusso di Sicilia e Marcinelle.

Paolo, sei nato ad Avola ma vivi a Milano. Avere la possibilità di osservare la Sicilia “a distanza” può aiutare a comprenderla meglio?
Sono nato ad Avola e ho vissuto altrove dall’età di tre anni, ma ho sempre frequentato la Sicilia: mio padre, da buon professore di liceo, aveva due mesi di vacanze estive e tutta l’estate, per diciotto anni, io e i miei fratelli l’abbiamo trascorsa ad Avola, tra nonni, zii, cugini. Inoltre, una parte della Sicilia viveva intatta tra le quattro mura di casa mia, in Svizzera. I miei hanno sempre parlato in dialetto, mia madre ha sempre cucinato come le ha insegnato mia nonna: in casa era Sicilia, fuori la Svizzera. In più, i parenti di mia madre, siciliani pure loro, vivevano a Milano come fossero in Sicilia. Era un microcosmo iper-siciliano, dove tutto non solo si conservava ma veniva enfatizzato dalla distanza. Direi perciò che la Sicilia non l’ho mai abbandonata. Era lì, sempre presente e minacciosa, nel senso che mio padre, che non si è mai rassegnato a vivere all’estero, ogni due-tre giorni diceva: l’anno prossimo torniamo al paese… I miei nonni paterni gli hanno sempre rimproverato di essere partito e lui viveva con il profondo senso di colpa di averli abbandonati. Eravamo sempre pronti a tornare: un pendolarismo psicologico sfibrante. E quotidiano: in casa era tutta Sicilia, fuori era un altro mondo, nemico per mio padre, amico e inoffensivo per noi. Dentro (in famiglia) era un microcosmo arcaico, fuori la modernità. Poi, quando si ritornava d’estate, mio padre non sopportava niente e non vedeva l’ora di rientrare in Svizzera. Più che osservarla dall’esterno, la Sicilia l’ho vissuta e un po’ anche patita dall’interno, pur essendo geograficamente dislocato. Con l’età è cambiato tutto. Dopo anni di distanza: finalmente, con i primi risparmi giovanili, si poteva andare a far vacanza altrove (contro i miei, ovviamente, che non volevano che dimenticassimo la Sicilia).
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La decostruzione dell’immagine nell’arte pittorica di Davide La Rocca

di Massimo Maugeri

Sul concetto di realtà si è detto e scritto di tutto. C’è una sorta di istinto naturale, insito nell’uomo, che spinge a comprenderla a tutti i costi, quasi a voler meglio identificare se stessi rispetto al mondo esterno. Ma la realtà è sfuggente, e forse è davvero inutile provare ad agguantarla, a misurarla. Senza dimenticare che, come sosteneva lo scrittore e filologo irlandese C.S. Lewis, “la realtà, guardata fissamente, è insopportabile”. Certo, bisogna anche considerare il punto di osservazione da cui la si fissa. Vista da troppo vicino rischia di inghiottire lo sguardo dell’osservatore, restituendo un’immagine di se stessa distorta e parziale. Meglio prendere le distanze dalla realtà, allora. In tutti i sensi.
Queste riflessioni nascono dopo aver ammirato i nuovi quadri di Davide La Rocca: noto pittore catanese, classe 1970, oggi residente a Milano.
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CARTE D’AVANA di Davide Barilli

CARTE D’AVANA di Davide Barilli, con immagini di Gerardo Lunatici
Fedelo’s editore, 2010 – pagg. 50, euro 10

di Massimo Maugeri

Sulle pagine del Corriere della Sera così Alberto Bevilacqua scrive di Davide Barilli: “Amante dei viaggi in Centroamerica, Barilli ha alle spalle romanzi riconosciuti di rigore letterario, che l’ hanno posto in evidenza fra i nuovi narratori emiliani. In questo libretto (Carte D’Avana) c’è la verità sulla Cuba di oggi: annotata, vissuta dal di dentro, senza esotismi di maniera, miti che non esistono più. Tante le citazioni possibili. Si resta stupiti da piccoli scorci. L’ arrivo dell’ «apagòn», ossia del buio che annulla contorni e profili, e si va dal «Babalao», il santone, che accende una manciata di candeline rosse, e poi appare con una torta rosa, in una luce fiammeggiante stregonesca. È il compleanno del nulla, in onore del buio padrone delle baie enormi. E poi c’ è Juan, il ragazzino che porta le notizie che mai si leggeranno sul «Granma», il giornale del partito. Scomparse misteriose, incidenti, arresti: Juan detto «Radio Bemba», con le informazioni che scivolano sotto la griglia della censura. Affascina, Barilli, quando ci convince che la verità di certi angoli del mondo sta in un apparente «micro» da rendere luminoso nella sua natura eccentrica, anche sconvolgente. Conferma di un’ editoria appartata, ma preziosa”.
Ho intervistato Davide Barilli (che avevo già avuto modo di ospitare su Letteratitudine con il suo Le cere di Baracoa)

– Davide, perché questo grande interesse per Cuba?
Perché mi ricorda la bassa padana di mezzo secolo fa, quella che non ho visto con i miei occhi ma che mi è stata tramandata. Sono mondi che amo, anche se molto diversi. La Bassa, a ben pensarci, ha un che di sudamericano, con le sue distese infinite e nebbiose che ricordano la pampa. Luoghi dove è facile perdersi. C’è poi nella tradizione letteraria emiliana un lunatico immaginare stravolto da un orizzonte paesaggistico privo di limiti, dilatato, che scioglie i confini e materializza i fantasmi. È un imprinting che ho ritrovato, per certi versi, a Cuba. Non certo nei luoghi privilegiati dal turismo, ma nelle aree periferiche, desolate, come la parte orientale dell’isola, quella che a Cuba chiamano Palestina, una zona depressa fatta di città che si chiamano Moa, Banes o Mayarì, ma straordinariamente ricca di umanità e di storie. Mi piace imbattermi, come accade in questa Cuba povera e allegra , in personaggi anomali, inimitabili, a volte assurdi, che ho raccontato ne ”Le cere di Baracoa”, come il mio giocatore di scacchi sordomuto, allievo del grande Capablanca, oppure Barroso il bicicletero o i vecchi guajiros delle campagne. Gente curiosa e aperta al prossimo, gente che sa ancora raccontare storie, gente che ama il dialogo degli sguardi, conscia che ogni incontro è un luogo di vita.

– Cosa consiglieresti a un turista italiano che decidesse di andare in vacanza all’Avana per la prima volta? Continua a leggere

DECAMERONE A SIRACUSA di Aldo Formosa

?Aldo Formosa è giornalista professionista, realizzatore di manifestazioni ed eventi culturali. Si occupa di teatro come commediografo e come regista. Collabora con periodici, con la “Sicilia” e il “Corriere dello sport” ed è titolare della pagina culturale “Astrolabio” sul quotidiano “Libertà”.
Ha appena pubblicato, per i tipi di Lombardi editore, i racconti “Decamerone a Siracusa”.
Di seguito, la recensione/intervista di Simona Lo Iacono.

Massimo Maugeri

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ALDO FORMOSA E IL SUO DECAMERONE SIRACUSANO

di Simona Lo Iacono

A scoscendere verso l’anima, trovi il passato. Un compagno di scuola, una folata di vento guasto, un pizzicore di gramigna che stuzzica le narici e lei è lì. La memoria. Il vizio di ripresentarsi. Di chiedere conto.
Specie sul crinale di certe sere che indulgono alla malinconia. O quando la voglia di raccontare non si assopisce nonostante alcune batoste buone assestate da circostanze e uomini, da quelle impennate della vita che ti fanno pensare che, alla fine, l’unico luogo che resta, l’unica scena, l’unico perdono, è quello delle storie.
Così ti metti a raccontare, inizialmente per assopire l’anima, i calci del cuore. Continua a leggere

IL 36° GIUSTO. Intervista a Claudio Vergnani

 Dopo il successo del “Il diciottesimo vampiro”, Claudio Vergnani torna in libreria con un nuovo volume pubblicato ancora una volta da Gargoyle. Il titolo è “Il trentaseiesimo giusto
Vergnani fa muovere questi suoi particolari vampiri (che nulla hanno a che fare con gli odierni “personaggi twilightiani”) tra le maglie di un romanzo piuttosto corposo. Sono esseri fastidiosi, letali, di cui è necessario sbarazzarsi in tutti i modi… ma che, di conseguenza, da cacciatori diventano cacciati.
Mostri e vittime, al tempo stesso.
“Pensavamo di aver smesso di uccidere i vampiri, ma abbiamo ricominciato a farlo. Ora che è accaduto quel che è accaduto, è quasi un mestiere.
Non devi più nasconderti per cacciarli.
Sono reietti, emarginati, abbandonati dai loro stessi Maestri.
Le retrovie di un esercito allo sbando.
Non c’e’ posto per loro. Ma nemmeno per noi. E la loro presenza giustifica in qualche modo la nostra.
La loro mancanza di un futuro si intreccia con la consapevolezza della nostra quotidianità di speranza, e le loro azioni prive di un fine si sovrappongono al nostro gesticolare che e’ ormai soltanto uno stanco, sfiduciato reagire senz’anima.
Loro e noi.
I vampiri e i cacciatori.
Una battaglia senza onore né gloria tra disperati, dove in mezzo stanno le prede innocenti. E forse c’è più colpa in noi, che possiamo scegliere, che in loro, schiavi di una sete che non possono spegnere.
Loro sono assassini nati, noi l’estrema difesa, sempre sull’orlo dello sfascio. Ma in qualche modo ambiguo e discorde, nell’inconsapevolezza innocente dei semplici, siamo anche il fioco brillare di una speranza di un imprevedibile, brevissimo, insperato momento di giustizia”.
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ROMANZO D’AMORE, per ricordare Michele Perriera

Dedico questa pagina alla memoria dello scrittore e regista Michele Perriera (nella foto) scomparso a 73 anni, nell’ospedale Giglio di Cefalù, l’11 settembre scorso.
Perriera ha fondato e diretto la scuola di teatro Teate’s di Palermo. Era stato tra i fondatori del gruppo ‘63. Dal 1994 ha diretto la collana di teatro della casa editrice “Sellerio”. Lo scrittore, considerato il drammaturgo dell’anima, se n’e’ andato dopo una lunga malattia che lo aveva allontanato dal teatro.
Pubblico, di seguito, un bell’articolo scritto da Domenico Calcaterra (che ringrazio) in merito a una delle opere principali di Perriera: “Romanzo d’amore”.
Massimo Maugeri
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“Romanzo d’amore” di Michele Perriera: la scrittura come tragico sigillo di fiducia

di Domenico Calcaterra

«La scrittura è la mia casa, la mia isola, la mia civiltà, il mio continente», basterebbe questo frammento a compendiare (nel giro breve d’una frase) il senso preciso, il peso specifico e la carica totalizzante di un’opera, atipica nel panorama letterario degli ultimi decenni, come “Romanzo d’amore” di Michele Perriera (Sellerio, 2002). Presentata come monumentale «autobiografia teatrale» in tre libri (per un totale di oltre 1200 pagine), la si potrebbe considerare con voluta forzatura come neospecie tutta postmoderna di “opera mondo”, variante aggiornata e singolare di romanzo assoluto che salda, in maniera travolgente e visionaria, bildung e weltanschauung, apprendistato e conseguente idea del mondo (colta nel suo farsi, nel gorgo di un dinamico sviluppo). Continua a leggere

L’UOMO CHE SMISE DI FUMARE di G. Pelham Wodehouse

Se sono vere le due seguenti considerazioni – “il buonumore è un toccasana” e “leggere fa bene” – ogniqualvolta avremmo trovato un buon libro capace di farci ridere, o quantomeno sorridere, avremmo trovato un tesoro… o preso i classici due piccioni con una fava. Scrivo questo breve preambolo pensando allo scrittore inglese G. Pelham Wodehouse (nato a Guildford, nel Surrey, il 15 ottobre 1881 – morto a New York il 14 febbraio 1975), grande umorista ma anche autore dotato di uno stile pregevole, al punto da avere ammiratori del calibro di Hilaire Belloc, Evelyn Waugh, Rudyard Kipling, Salman Rushdie e Douglas Adams.
Come ha avuto modo di sostenere il citato Evelyn Waugh: “Wodehouse ha creato un mondo affinché ci potessimo vivere e divertirci… Un mondo idilliaco, che non morirà mai.”
Un nuovo pezzo di questo mondo, prodotto dal creatore – tra gli altri – dei racconti di Jeeves e del Castello di Blandings, è giunto di recente in libreria. Si tratta di una raccolta di racconti intitolata “L’uomo che smise di fumare” (Guanda, 2010, p. 240, € 16, traduzione di Silvia Piraccini).
L’ottima copertina dai colori sgargianti, disegnata da Alberto Rebori, mostra un omuncolo “digrignante” – spaparanzato su una poltrona rossa – che tiene in mano un sigaro. Sopra di lui, l’icona di una sigaretta cancellata da una X.
I racconti sono ambientati a Londra, all’Angler’s Rest, dove il signor Mulliner – instancabile chiacchierone del locale – è solito offrire storie incredibili e divertenti (piacevoli da ascoltare tra una sorsata di whisky e l’altra). Continua a leggere

SEZIONE AUREA di ORAZIO CARUSO

Orazio Caruso è nato nel 1960 a Viagrande (Catania).
Laureato in Filosofia, insegna Lettere nel Liceo linguistico di Acireale e vive a San Giovanni La Punta. Si è occupato di radio, politica, teatro, poesia e ha fondato l’associazione culturale “Accademia delle Nuvole”.
Di seguito, la recensione del romanzo di Caruso “Sezione aurea” (Manni) firmata da Simona Lo Iacono e corredata da intervista all’autore.

Massimo Maugeri

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SEZIONE AUREA di Orazio Caruso (Manni, 2006)

Recensione e intervista di Simona Lo Iacono

Gli incontri non sempre avvengono su quella scia immaginifica che chiamiamo tempo.
Non sempre aderiscono all’istante, alla ricerca di noi, alla conquista di noi.
Sembra anzi che un vento capriccioso e faunesco, quasi un’ibrida creatura metà di aria e metà di fuoco, li sfalsi e li scombini. Li accomuni e poi li disperda. O li rinvii… di anni, stagioni, secoli.
Ecco perché alcune storie hanno bisogno di altri destini per compiersi. Ecco perché hanno anche bisogno di quello che chiamiamo tempo o luoghi della memoria.
In “Sezione aurea” (Manni, € 20,00, pagg. 228) Orazio Caruso recupera ciò che il tempo disperde, allaccia le corde recise, i sogni dimenticati.
Assolve all’incanto della scrittura: insinuarsi nelle crepe di noi, nella sospensione di attimi che rubano una vita intera, nei libri scritti una volta sola, negli scaffali ormai vuoti di attese.
Racconta la nostra storia: noi quando il tempo degli altri era adulto, e poi noi già adulti a fare – ancora – i conti col tempo. Noi che guardiamo avanti. E, ancora, noi che – guardando indietro – non ci riconosciamo.
D’altra parte chi può dire quale sia la vita. Se questo percorrerla in progressione o in regressione. Se andare o tornare. Continua a leggere

“ANNACARSI”. La sicilianità spiegata da Roberto Alajmo

La prima domanda che il lettore (non siciliano) deve necessariamente porsi nell’affrontare la lettura del nuovo lavoro letterario di Roberto Alajmo, è la seguente: cosa significa annacarsi? La definizione di questo strano verbo è riportata nella quarta di copertina del libro che si intitola, appunto, L’arte di annacarsi. Un viaggio in Sicilia (Laterza, pagg. 274, euro 16): uno dei migliori testi prodotti fino a questo momento dall’autore palermitano. «Annacare / annacarsi = affrettarsi e tergiversare, allo stesso tempo. Un verbo intraducibile che significa una cosa e il suo contrario. Il massimo del movimento col minimo di spostamento». Ti vuoi annacare, che si è fatto tardi? Siamo in ritardo, la vuoi smettere di annacarti? Giusto per rendere l’idea. Il titolo è azzeccato, giacché la Sicilia è tutto e il contrario di tutto. Continua a leggere

NON SONO MAI PARTITO. Intervista a Pietro Treccagnoli

Pietro Treccagnoli vive a Napoli e lavora a «Il Mattino». Ha scritto “Non lo chiamano veleno” (Avagliano, 2006). “Non sono mai partito” è il suo secondo romanzo (Cento Autori, pagg. 112, euro 10).
In questo nuovo libro, Treccagnoli “tratteggia un viaggio a cavallo tra i favolosi anni Sessanta e un ’77 troppo presto dimenticato, tra terroristi e figli dei fiori, tra un passato di rivoluzioni vere o sognate e un presente da reality show”.

– Pietro Treccagnoli, la prima domanda è d’obbligo e riguarda il titolo del libro: “non sono mai partito”. Che significa?
“Non sono mai partito” è tratto da un verso di “Grapefruit moon”, una canzone di Tom Waits. “Non ho mai avuto una meta, non sono neanche mai partito”. Gioca anche sul doppio senso di “partito”, inteso come partito politico, quindi vuole puntare sul “movimento” che allora, negli anni Settanta, era un totem e un sogno.
Quasi tutti i miei personaggi non partono. Lo fa solo Serafino, il più folle con il suo progetto folle. Serafino parte. Gli altri restano nel loro piccolo mondo.
Inoltre, quando ho scelto come titolo del romanzo “Non sono mai partito”, ho pensato anche a George Bailey di “La vita è meravigliosa”. Lui desidera fare l’esploratore, ma è costretto a non partire mai dalla sua piccola città americana.

– Guardo la copertina: vedo sangue, un’orma, la falce e il martello…
Non è un modo per calpestare un simbolo sicuramente glorioso e, in gran parte, vilipeso dei suoi stessi seguaci.
L’impronta vuole evocare una partenza.
Il sangue c’è, perché c’era.
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«Salti nel vuoto», di Carlo Sirotti

E uno

Quella è l’unica immagine che ho di mio papà. Non so chi l’abbia scattata, un attimo prima che si spiaccicasse sul marciapiede. Uno che girasse per Parigi con la macchina fotografica al collo, in quegli anni, e che guardasse in su in una strada così anonima e così poco frequentata in effetti sarebbe piuttosto strano. E che poi abbia scattato proprio in quell’attimo, in modo da cogliere l’ultimo istante di mio padre, l’ultimo suo anelito di vita nel momento preciso di quel gesto ha quasi dell’incredibile. Continua a leggere

“La nebbia dentro”, di Sergio Pent

La morte separa, la morte riunisce.
Attilio e Pietro sono due fratelli che hanno seguito percorsi di vita differenti. L’uno – Attilio – ha intrapreso con un certo successo la carriera politica; l’altro – Pietro – ha deciso di rimanere nel proprio luogo d’origine, in Val di Susa, a fare il maestro elementare e dare seguito alla grande passione per i libri e la letteratura. Due caratteri diversi. Due persone diverse, accomunate – oltre che dal legame di sangue e dai ricordi infantili e adolescenziali – dall’amore provato per la stessa donna, Cristina, ex fidanzata di Pietro e, oggi, moglie di Attilio. Continua a leggere