
Da un poco di tempo a questa parte fotografavo albe. Era un’attrazione irresistibile, un richiamo che a quell’ora variabile, ma esatta, mi risucchiava sul ponte dello Spirito Santo, a inquadrare lo sfondo ora sgombro di nuvole, ridotte a pochi strati diafani, sottili, che prendevano un colore rosso, o rosato, o giallo oro; ora cosparso, invece, di grigi e bianchi affastellati, gettati quasi a caso su una tela in cui spiccavano un cedro dalle larghe braccia pelose, l’appendice in cemento del Santuario antico, il camminamento angusto e quasi rettilineo che portava alla torre del primo miracolo. E poi, naturalmente, i colli, punteggiati di luci bianche e rosse, come un presepe d’altri tempi, o avvolti in una nebbia fina, che ne faceva un paesaggio irraggiungibile: il sogno radicato, nel profondo dell’uomo, di trovare uno scenario nuovo, sorprendente, che rivelasse, tutto in una volta, il senso della vita. Ecco, forse era questo il moto interiore che mi spingeva a uscire dalla stanza, entrare in ascensore quasi in stato di trance, passare davanti alla cappella, affacciarmi col fiato sospeso per puntare lo sguardo sullo sfondo sempre uguale, eppure sempre diverso. Sì, adesso mi era chiaro: ero stato trasformato in un collezionista d’albe, un messo del cielo che scrutava ogni segno, ogni traccia del futuro che si stava avvicinando.