Archivio mensile:Dicembre 2015

Giorgio Caproni. Un mancato incontro

Caproni
di Augusto Benemeglio

1. Villa Pamphili

La prima volta che vidi Giorgio Caproni fu circa trent’anni fa, a Roma (“enfasi e orina… Non è il mio ambiente, manca il paesaggio industriale a me tanto caro, manca il porto, mancano le navi”), in via Vitellia, strada che costeggia le mura di Villa Pamphili, dove vissi gran parte della mia infanzia e ogni anno tornavo, anche da lontanissimo, per venire a trovare la cara “zia Rina”. Continua a leggere

18. Albe

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Da un poco di tempo a questa parte fotografavo albe. Era un’attrazione irresistibile, un richiamo che a quell’ora variabile, ma esatta, mi risucchiava sul ponte dello Spirito Santo, a inquadrare lo sfondo ora sgombro di nuvole, ridotte a pochi strati diafani, sottili, che prendevano un colore rosso, o rosato, o giallo oro; ora cosparso, invece, di grigi e bianchi affastellati, gettati quasi a caso su una tela in cui spiccavano un cedro dalle larghe braccia pelose, l’appendice in cemento del Santuario antico, il camminamento angusto e quasi rettilineo che portava alla torre del primo miracolo. E poi, naturalmente, i colli, punteggiati di luci bianche e rosse, come un presepe d’altri tempi, o avvolti in una nebbia fina, che ne faceva un paesaggio irraggiungibile: il sogno radicato, nel profondo dell’uomo, di trovare uno scenario nuovo, sorprendente, che rivelasse, tutto in una volta, il senso della vita. Ecco, forse era questo il moto interiore che mi spingeva a uscire dalla stanza, entrare in ascensore quasi in stato di trance, passare davanti alla cappella, affacciarmi col fiato sospeso per puntare lo sguardo sullo sfondo sempre uguale, eppure sempre diverso. Sì, adesso mi era chiaro: ero stato trasformato in un collezionista d’albe, un messo del cielo che scrutava ogni segno, ogni traccia del futuro che si stava avvicinando.

La borsa

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di Beppe Mariano

Milano, 12 dicembre 1969, ore 16.

Impugna il manico della borsa, come se impugnasse una spada: le vene della mano si
evidenziavano per la tensione. Una lieve perlinatura essudativa la ricopre. Un dito rompe
l’allineamento con gli altri, in modo appena percettibile.
Controlla l’orologio, scorge davanti a sé un impedimento non previsto, reagisce strattonando la borsa, ma subito s’irrigidisce, come se i battiti del suo cuore gli perforassero la mano.
Con il sangue in emulsione scruta la borsa. Si tratta d’una borsa nera, in similpelle, ben capiente, con cerniere laterali, simile a molte altre.
Rinfrancato, riprende il suo passo rapido. Il manico della borsa scorre dal palmo della mano ai polpastrelli e viceversa.
L’impugnatura ora s’allenta, si astrae, diventa infantile… Continua a leggere

Roberto Piperno, Andare per giorni

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Roberto Piperno, Andare per giorni, a cura di Plinio Perilli, Edizioni Tracce, 2015

di Rosa Salvia

Siamo memoria /accumuli di esperienze selezionate / da imprevedibili / incontrollati istinti di piacere / e di sopravvivenza / di incomprensibili paure / con istanti di ragionevoli certezze / anche i rifiuti del passato / infanzia nascosta e il Nove di Av / ci guardano e ci riconoscono / parte di sé / immagine più completa / della nostra persona / che si trasforma all’istante senza mai perdersi. (Da Esseri, 2010) Continua a leggere

La terra o il testimone, di Francesca Tini Brunozzi

Tini Brunozzi e Perfumo
Intervista di Elisabetta Perfumo per La poesia e lo spirito

Dopo il felice esordio nel 2007 con il libro Frau (Edizione Torino Poesia), la poetessa Francesca Tini Brunozzi, vercellese ma di origini umbro-lombarde, torna a una raccolta di liriche con Mi è testimone la terra (edito da Barbera di Siena) che è un vero e proprio poema in cui l’impostazione potrebbe addirittura rammentare l’ormai classica Antologia di Spoon River dello statunitense Edgar Lee Masters. Continua a leggere

17. Il suo Volere

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Gli eventi: coltivavamo la parola come si coltiva un sogno. Intorno a noi, apparentemente, tutto continuava come prima. La gente prendeva la realtà così com’era, come fosse ineluttabile che le cose andassero in quel modo: ma sotto c’era un segno, un filo d’oro, invisibile agli occhi, che Dio tesseva con pazienza, potendo vedere le cose da molto più lontano, e più vicino. Ogni preghiera era diretta a questa meta, dopo tanti giri; ogni problema trovava qui la propria soluzione, in eventi preordinati da sempre, che avrebbero mostrato, contro certa teologia contemporanea, che il Signore agisce nella storia. La coscienza di ciò infondeva in noi  una calma sovrumana, come fossimo sicuri che qualunque cosa succedesse – una guerra, una catastrofe – non avrebbe potuto intaccare il Progetto che stava per attuarsi, che aveva impresso il senso a ogni parola e ad ogni gesto, e avrebbe finito col convincere anche quelli che lo avevano osteggiato: col sarcasmo, l’ironia, l’indifferenza, o l’alzata di spalle di chi segue solo il corso delle cose umane. Mangiavano, bevevano, si sposavano, c’è scritto nella Bibbia: finché Dio si rivelò con potenza, e ogni carne fu costretta a mettersi la mano sulla bocca, contemplando in silenzio il suo Volere.

“SE UN ALTRO GIORNO ESISTE”, DI VIERI TOMMASI CANDIDI

Recensione di Giovanni Tortelli

SE_UN_ALTRO_GIORNO_ESISTE_1In un tempo indefinito, in un luogo imprecisato del pianeta, un manipolo di uomini e donne lotta, soffre e s’incammina per scampare a morte certa e per sperare in qualcosa che non sia il presente. Sono queste le coordinate volutamente sfuocate che fin dall’esordio attanagliano il lettore del nuovo romanzo dello scrittore fiorentino Vieri Tommasi Candidi (Se un altro giorno esiste, Cicorivolta editore – 2015, pagg. 315).

Storia semplice e tanto più credibile; personaggi vissuti ancor prima che creati grazie alla naturale ricchezza introspettiva dell’Autore; dialoghi essenziali ed efficacissimi che determinano forse la migliore qualità del romanzo e che ne scandiscono il ritmo vigoroso; sequenze incalzanti che non lasciano il tempo a toni blandi; messaggio di sintesi chiaro e univoco. Continua a leggere

Ci devi pensare tu

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Sei un bianco occidentale di circa trent’anni nel corpo di un nero di dodici che vive a Mogadiscio. La Storia ti è stata riassunta nel briefing iniziale: colonialismo, dittatura, guerra civile, pirati, carestie, condizioni socio-economiche, tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, le tue sorelle, la tua istruzione, le tue prospettive, il tuo presente, ora, adesso, quando tutto questo comincia. Poi, se vorrai, potrai approfondire il resto con calma, nel tempo – e di tempo ne hai – perché in Africa non ci sei nato e non ci sei cresciuto, non l’hai neppure mai vista, l’Africa. Ma non è questo il punto.
Il punto è che la Storia è una storia vera, e che il bambino è un bambino vero, e che la sua famiglia, i suoi amici, i suoi Continua a leggere

Inerzia #5: La rottura di Giovanni Filopono.

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Chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ‘ngegno,
ma più tosto la memoria.
(Leonardo da Vinci)

Torniamo ancora indietro, perché il sentiero sul quale desidero condurvi è tortuoso assai, come tutti i sentieri che in qualche modo inseguono il filo della conoscenza che la nostra specie crede di accumulare un po’ alla volta sul mondo che la circonda. E invece è assai raro che davvero accumuli, il più delle volte cambia, trasforma, raffina, abbandona e rinnova completamente. Vorrei farvi tornare alla prima vera rottura nella riflessione su questa faccenda dell’inerzia, tradotta in questi termini: perché i proietti continuano ad andare avanti anche quando li lasciamo e non toccano più la nostra mano? Voglio dire la prima vera rottura rispetto alla dottrina aristotelica che per secoli nessuno si sognò di contestare. Continua a leggere

alcuni inediti

quartine da “Anime di carne”, inedito

112.
Senza timore dei venti dell’inverno
piantavano giardini in occidente
d’aranci e di limoni nel millennio,
materia di luce tra le mani, come niente.

113.
Con la moneta corrente di un paesaggio
i morti ci ripagano, non vanno,
anzi, ritornano qui altrove nei paraggi,
sul monte dietro il tetto, nel secolo e nell’anno: Continua a leggere

Le voci del Pretorio. Il romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano

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Tredicesima lettera

Giovanni,

Che senso hanno queste lettere che continuiamo a scriverci? In certi momenti mi sembrano così assurde. Eppure senza quasi consapevolezza mi trovo a cercare le parole. Forse queste sono il setaccio delle nostre esistenze. Forse leggendole speriamo di trovare una ragione accettabile per tutto quello che abbiamo scelto di condividere. Che su queste pagine si scriva una storia la cui trama sia priva di contraddizioni, di incongruenze, di ombre. Ma mi domando se noi potremo mai essere i lucidi spettatori delle nostre vicende? Temo proprio di no. Noi non riusciremo mai a conquistarci questo sicuro approdo, le nostre parole non ci trasformeranno da mostri in lucidi e lontani osservatori del dolore. Questa volta per noi non c’è scampo. Continua a leggere

16. Futuro

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Come Dio volle, l’amministratore della mia ex parrocchia partì per altri lidi. Al suo posto venne un prete che già conoscevo, più vicino ai criteri di don Mario e più incline ad ascoltare. Restava in sospeso una serie di domande: sarebbe stato accolto lo spirito autentico della nostra storia? Avrebbe lasciato, il nuovo pastore, che la Provvidenza continuasse a operare, come sempre, prima dell’ultima, tormentata interruzione? Nel frattempo, s’era messo in moto il solito giro di persone a cui della comunità poco importava, ma che pure erano sempre in prima fila. Pensai che prima o poi avrei scritto un libro su queste amenità, per permettere alla gente di riflettere ed esigere un ritorno al Vangelo là dov’era messo in discussione.
Al Santuario l’attesa era spasmodica: il gruppo dirigente dilagava, convinto che nessuno avrebbe messo i bastoni tra le ruote. Le loro messe perdevano fedeli, ma ciò non li portava in alcun modo a correggere il tiro. Tutto sembrava tornare come prima, salvo in parrocchia, dove il lavoro avviato l’anno precedente dava frutti, grazie alla tenacia del parroco e del vice. Ormai mancava poco: macinavo ipotesi su ipotesi, facevo mentalmente l’inventario di ciò che avrebbe potuto scatenarsi da un momento all’altro. Avevo già fatto l’abitudine alla nicchia in cui m’avevano rinchiuso, e da cui uscivo soltanto per sortite estemporanee, come quando la TV ci intervistò riguardo al giubileo: interpellarono me, contrariamente ad ogni aspettativa. Intanto pregavamo, e il futuro ci veniva incontro, allo stesso tempo previsto e imprevedibile.

Il regista, di Elisabetta Cametti

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Commenti e intervista con l’Autrice
(a cura di Betty Perfumo e Guido Michelone)

Elisabetta, in questo tuo romanzo, Il regista, fresco di stampa, introduci al tuo pubblico una nuova protagonista, la fotoreporter Veronika Evans: ce la puoi presentare?

Veronika è una fotoreporter determinata a portare alla luce le ferite dell’emarginazione nelle metropoli. I suoi scatti ritraggono il lato cupo di New York: senzatetto morti di stenti sui marciapiedi, cani randagi alla ricerca di cibo nei cassonetti, disabili e anziani abbandonati a se stessi. Continua a leggere

Provocazione in forma d’apologo 299

Avendo sognato che sempre più spesso tornavo in un cinema dov’ero l’unico spettatore, e nel quale all’inizio si proiettavano film affascinanti, e poi via via sempre più scadenti; e che a un certo punto, interrottasi la pellicola, sullo schermo cominciava a scorrere la scritta “MEDICE…” subito soverchiata da una risata tanto forte da svegliarmi; avendo dunque fatto questo strano sogno, e non venendone a capo, mi sono rivolto al mio collega di stanza, celeberrimo saggio e smorfiatore.
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