
Meglio prenderla a ridere, si dice.
Siamo tentati, a volte, di ridere su tutto: sulle promesse del governo, le imprecazioni degli automobilisti, gli incidenti domestici di poco conto, i personaggi propinatici nelle pagine dei giornali o nei talk show. Ridere della prosopopea di chi si crede qualcuno, di noi stessi, quando siamo incapaci di comprendere e di amare. Ridere di tutto, fuorché delle disgrazie: come quando sorpresero quei due a ridacchiare dopo il terremoto, perché fiutavano l’affare. Impossibile ridere del male che tormenta il mondo, che schiaccia le persone, un male per cui è lecito soltanto piangere, patire, condividere.
Qual è il confine tra ciò che giustifica una risata liberante e ciò che invece esige silenzio, perché l’altro è me stesso, ed è mia quella carne sofferente, impossibile da consolare?
Mi ricordo di Zaccheo: cosa ha provato Gesù, scorgendo l’uomo di bassa statura appollaiato sull’albero in attesa di vederlo, e impegnato a nascondersi, nello stesso tempo, agli occhi della gente? Secondo me, ha riso. E ridendo di Zaccheo, ha riso di noi tutti, commedianti goffi sul palcoscenico del mondo.
Potessimo imparare il sorriso di Cristo, il suo senso delle proporzioni. Solo così una risata non potrebbe seppellirci, ma ci farebbe risorgere, rinascere dall’alto. Solo così vivremmo all’altezza di noi stessi, non saremmo più un circo di nani e ballerine.
Archivio mensile:Luglio 2017
Luigi Maria Corsanico legge Sergei Esenin
[youtube=https://youtu.be/FCxZVUWVBS0]
da qui
Sergej Esenin
Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco
1924
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Gabriel Fauré, Pavane op.50
Alessandro Molinaro flauto
Gian Paolo Lopresti chitarra
……………………………………….. Continua a leggere
Abele, di Lucianna Argentino (con lettura alla Radio Vaticana)
Vi proponiamo un estratto dello splendido poemetto Abele, di Lucianna Argentino, pubblicato da Progetto Cultura nella collana “Le Gemme”, facendo seguire il link della lettura alla Radio Vaticana.
Parlami madre, raccontami ancora
del tempo nel giardino che quando lo fai
nei tuoi occhi balzano gazzelle,
si alzano in volo farfalle, ruggiscono leoni;
le tue parole cantano, mi scorrono sotto pelle
ed è sangue di luce, è nostalgia feroce
che plachi col tuo fiato profumato di nardo e di cipro;
nella tua bocca è frusciare di arbusti,
frullo d’ali, è il passo del Dio quando viveva qui.
Lei tace e guarda lontano,
sente nelle mani la rovina,
le linee aggrovigliate senza pace. Continua a leggere
La borsa

È difficile che stiano dentro un ordine, le cose della vita. Le vedi tracimare qua o là, t’impegni a infilarcele di nuovo, ma senza risultato: è come una borsa piena fino all’orlo, che rifiuta ogni carico ulteriore. Urgerebbe una semplificazione, per dirigere il flusso vitale verso il bene. Scegli norme più elastiche, e almeno in apparenza più capienti: allarghi la borsa, per restare nella metafora iniziale. Ma presto vedrai ancora un bitorzolo, un pennacchio, uno spuntone.
Il problema non è stipare tutto lo stipabile, ma accumulare con maggiore oculatezza, discernere tra ciò che è degno di restare e ciò che invece può essere perduto.
La vita è togliere: il monachesimo insegna che si può essere felici con una cella, un tavolo, il tempo per pregare e lavorare. Allora, miracolosamente, la borsa diventa sufficiente, anzi, c’è spazio per un libro, un ombrello portatile, una custodia per gli occhiali.
Nell’era dei centri commerciali, quello che occorre è presto detto: vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri; poi vieni e seguimi.
Ma di fronte al Vangelo, siamo presi da una frenesia di fuga, infiliamo ansiosamente roba su roba in una borsa che comincia a creparsi, a sfilacciarsi, a esplodere…
Rimangono, alla fine, due sole prospettive: o la borsa o la vita, la quantità o la qualità, il superfluo o l’essenziale.
SUL TAMBURO n.46: Marc Augé, “Football” & Alain Corbin, “Breve storia della pioggia”

Marc Augé, Football. Il calcio come fenomeno religioso, trad. it. di Eleonora Montagner, Bologna, EDB, 2016
Alain Corbin, Breve storia della pioggia. Dalle invocazioni religiose alle previsioni meteo, trad. it. di Valeria Riguzzi, Bologna, EDB, 2016
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Che cosa collega questi due brevi saggi, densi e succosi come limoni maturi e altrettanto capaci di dare sapore e colore a ricerche che altrimenti si rivelerebbero pure espressioni del tempo e della moda sociologici? Il calcio analizzato nel breve saggio di Marc Augé, antropologo culturale e studioso della contemporaneità più diretta, non è certamente lo sport che inflaziona gli schermi televisivi di tutto il mondo mentre la pioggia ricostruita nei suoi effetti soggettivi e letterari da Alain Corbin non è soltanto un fenomeno meteorologico ma una “categoria dello spirito”.
Lo “sguardo a distanza” evocato dall’antropologo francese e considerato caratteristico degli eventuali osservatori “uroni o irochesi o persiani” che avessero dovuto concentrarsi su fenomeni da essi considerati strani e inauditi (come avviene a più riprese nelle Lettere persiane di Montesquieu o in L’Ingenu di Voltaire) permette di riconoscere nel rito della partita di calcio settimanale (spesso praticato anche nei giorni intermedi della settimana in occasione di competizioni internazionali) un evento che va al di là del puro e semplice fatto sportivo. L’idea della partita di calcio come rito che ad Augé deriva da una rilettura critica di Durkheim è semplicemente il portato di un’osservazione empirica (l’afflusso di spettatori davanti alla TV per le partite di pallone o gli spostamenti in massa verso i campi da gioco nel periodo dei diversi campionati) che però si rovescia in un’affermazione teorica di respiro generale:
Hananuma

Mettiamo che ti chiedessi a bruciapelo se ti senti felice. Lo so, ti irriteresti: è una domanda imbarazzante, per qualcuno addirittura stupida. Ma pensaci bene: la vita ha un senso? Se sì, potrebbe coincidere con la ricerca di una gioia per molti sconosciuta, da altri negata per principio, per altri ancora fonte d’angoscia, perché foriera di conferme sull’inadeguatezza della propria vita?
Prima o poi, dovremmo avere il coraggio di rispondere a domande come queste. E allora interrogo anche me: sono felice? Lo sono stato, in qualche scampolo della mia esistenza? Sempre, mi dico, quando Dio ha visitato la mia vita. Obiezione: è un medico della mutua, Dio? Uno che visita i pazienti?
Il vero paziente, rispondo, è proprio Lui. Si mette alla porta sperando che gli apriamo. A volte attende per anni, per decenni. Ci si illude che abbia desistito, che si decida a cambiare quartiere, continente, o almeno condominio. E invece è lì, più paziente che mai, come se tutto dipendesse dalla mano che abbassa la maniglia, dagli occhi che incrociano il suo sguardo, dal cuore che accetta di fare l’esperienza d’incontrarlo. Lui è nella macchina con te, ti segue nel tuo ufficio, al bancone del bar, nel campo dove passi col trattore. Ogni tanto si fa vivo in un pensiero, un sussulto, un sentimento.
Tu provi un’emozione inaspettata e pensi a tutto tranne che a Lui, che ti ha sorriso e vorrebbe una risposta, un segno d’intesa.
Sei felice? Te lo chiedo di nuovo. Me lo chiedo.
Esco per vedere se sta lì, dietro la porta, con gli occhi così limpidi e profondi che neanche il mare di Hananuma può reggere il confronto.
CRESTOMAZIA 28: “ROLLS ROYCE” di Giorgio Bassani
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1982: Giorgio Bassani legge la poesia Rolls Royce
“Dell’altra moltitudine che abbiamo di versi, quasi infinita, ha scelto ciò che gli è riuscito o più elegante, o più poetico, o anche più filosofico, e infine, più bello […]” (Tratto dalla Prefazione alla crestomazia italiana de’ poeti di Giacomo Leopardi)
Primož ?u?nik, Trilogia

E’ uscita un’altra pregevole impresa editoriale di incerti editori, Trilogia, raccolta di componimenti del poeta sloveno Primož ?u?nik degli anni 2004-2014, con cura e traduzione di Michele Obit e note di lettura di Loredana Di Pietro e Giampaolo De Pietro (quest’ultima leggibile qui). Ne proponiamo alcune poesie, seguite dalla nota di Loredana Di Pietro.
Dovremmo registrare questi giorni
con tutte le videocamere ed i microfoni
che possiamo
Forse così comprenderemmo
che sono stati «i giorni delle nostre vite»
Un giorno

Ci sono vittime predestinate a cui va tutto male. Se possono essere lasciate, lo saranno, se si affaccia il rischio di perdere il lavoro, accadrà di sicuro, se si profila la possibilità d’inciampare in una pietra, un marciapiede, un pezzo di legno caduto sulla strada, senza meno si realizzerà.
Sono persone tristi, rassegnate, che non sembrano far caso più di tanto alla catena infinita di molestie da cui sono colpite. Tuttavia, come nei libri o al cinema, qualcosa di buono deve pur succedere: a volte neanche se ne accorgono, altre, abbozzano un sorriso timido, come a scusarsi per essere uscite dal solito cliché.
A questo punto, hanno davanti due strade: considerare l’accaduto come un semplice incidente, una svista del destino, che si è dimenticato di vessarli; oppure prendere la palla al balzo, alzare il capo, pensare che se qualcosa di buono è capitato, potrebbe replicarsi un’altra volta, e un’altra, e un’altra ancora, fino a influire su tutte le abitudini, a produrre una visione alternativa, a credere che Dio esista anche per loro, e possa mettere in atto quello che i credenti usano chiamare Provvidenza.
È bello vedere una persona cogliere d’istinto l’occasione, permettere agli eventi di sconvolgere il passato: valeva la pena venire lasciati, perdere il lavoro, mettere il piede in fallo cento volte, se un giorno ci succede, all’improvviso, di cambiare sguardo.
Appuntamento

Come fosse finito qui, non lo sapeva. Ma tutto sembrava preparato da una mano al corrente delle attese più profonde, dei problemi del momento, delle cose da fare e da evitare, persino dei pensieri da eludere, per sostare su quello che adesso pareva l’essenziale.
Fu così che riapprodò alla Cappella dove anni prima era accaduto quell’evento, o nella casa, in cui il mobilio e le strutture quasi si porgevano perché potesse trovarsi più a suo agio.
Era qui che doveva succedere, lo sentiva come un dato inoppugnabile, come tutto si fosse dato appuntamento in questo mese, in questi giorni, e il clima risultasse regolato sul suo uscire e rientrare nell’alloggio, e il poco che mangiava venisse apprestato sul momento e anche da sempre: sí, quel panino, quella pizza, la birra in cui riusciva a intravedere il passato e l’avvenire, i ricordi che emergevano dal nulla e le visioni in cui la nuova condizione era il ritmo e lo stile di ogni giorno, da sempre erano lì.
Aspettava da decenni d’esserci di nuovo, di vedere quei muri, la strada, la collina che scende e poi risale, e il mare che suona quella musica e don Mario che ripete, sorridendo, “lo spirito, lo spirito!”, e il flusso che scorre come allora, la vita che torna e che mai più, mai più si sarebbe sottratta allo sguardo del suo cuore.
Guardare sempre dall’alto del commiato*

Guardare sempre dall’alto del commiato: si salutino isole-sorelle o la Montagna, o i vortici e le fere tra le due terre nel Canale, c’è sempre questo andare verso l’alto, l’alto di un oltre della perdita e della pienezza.
Così si saluta e si parte, nell’attesa di un ritorno, che sia fatto di nuova luce cui attingere, della stessa luce, sempre uguale e sempre nuova.
Un po’ più a sud della città, in passato, l’alto era il Sant’Elia, il luogo degli anacoreti dimenticati: mio padre mi ci portò da ragazzo, a raccogliere origano ed asparagi, e, già che c’ero, a gettare l’occhio distratto sulla visione. Anche allora la sera prendeva il sopravvento, perché felicità e distacco erano sposi.
“Il grado zero della buona educazione” di Francesca Tini Brunozzi
Punti di vista. Eugenio Montale e Amelia Rosselli
FALSETTO di Eugenio Montale (da Ossi di seppia)
Esterina, i vent’anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento. Continua a leggere
Il contastorie

C’era uno che raccontava storie: storie di tutti i tipi, tragiche e comiche, utili e inutili, belle e meno belle. L’importante è che fossero storie, lui diceva, perché da storia nasce storia e così la vita, all’improvviso, si mette in movimento, esce dalla paura sottile che avvolge tanta gente, la frena, l’avvita su se stessa, la paralizza senza scampo. Questo genere diffuso di paralisi, aggiungeva, tenta di stornare la paura, di fuggirla, invece di affrontarla faccia a faccia, chiedendole senza tanti complimenti: chi sei, cosa vuoi, parliamone qui e ora. Dal momento che non si decide a prenderla di petto, la paralisi continuerà a fuggire la paura, a irritarsi o deprimersi, difendersi o aggredire.
Ecco, allora – continuava il nostro -, l’importanza della storia, che invita a cogliere la parte dinamica del mondo, a ri-considerarsi, a ri-vedersi da un’altra prospettiva, dipingendosi con colori inediti, modulando toni mai sperimentati, comunicandosi in forme tutte nuove.
La storia, proseguiva quello, attinge a qualcosa di profondo, a un desiderio di far parte di un’idea più grande, di un orizzonte che includa l’universo, questa e l’altra vita, Dio e l’umano. Raccontare storie rimette in discussione spazio e tempo, permette di entrare in contatto col passato più remoto e il futuro più lontano e inconcepibile, di incontrare lo Spirito Santo e chiedergli qualcosa del Progetto originario, quando ancora non c’erano il pensiero, l’azione e la parola, ma tutto era un guardarsi occhi negli occhi, senza bisogno di spiegarsi nulla.
C’era uno che raccontava sempre, un contastorie: conosceva bene la trappola del già pensato, di tutto il materiale classificato e etichettato, che puoi dire soltanto “è così o non è così”, e per questo non si arriva mai a guardarsi, a capirsi con un cenno, ad amarsi al di là di ciò che dice il galateo o la regola di tutto quanto è fermo, irrigidito, gelido, incapace, per sempre, di diventare storia.
POESIA PERLE STATE a Torino
LA CASA DI MATRJONA, di ALEKSANDR SOLŽENICYN
“Non si curava delle masserizie… Non s’affannava a comperare le cose e poi custodirle più della propria vita.
Non si curava dei bei vestiti. Dei vestiti che abbelliscono i mostri e i ribaldi .
Non compresa e abbandonata persino dal marito, estranea alle sorelle e alle cognate, ridicola, pronta a lavorare stupidamente per gli altri senza compenso, essa, che aveva sepolto sei figli ma non l’indole sua socievole, non aveva accumulato averi per il giorno della morte. La capra color bianco sporco, il gatto zoppo, i ficus… Continua a leggere
Cronache marziane

La vita su Marte non era affatto male: potevo leggere quanto volevo e nessuno veniva a disturbarmi. Del deserto non si scorgevano i confini e di certo non provavo nostalgia del traffico romano, degli assembramenti nei grandi alveari cittadini, del nervosismo che aleggiava per principio, come dovesse esserci per forza qualcosa che andasse di traverso.
Ogni tanto utilizzavo il potente telescopio messo a mia disposizione dalla NASA: finivo sempre col dirigere lo sguardo nelle parti da cui provenivo, per vedere in che modo procedesse la vita, senza me. Ovviamente, tutto scorreva come prima: i litigi, le risate, i tradimenti nascosti e le belle parole di facciata. La Terra era sempre la stessa, anche a perlustrarne gli angoli col lanternino, figuriamoci con una vista panoramica da una simile distanza.
Eppure, a ben vedere, qualcosa era cambiato: i due novantenni a cui telefonavo il sabato si chiedevano che fine avessi fatto; lo scrupoloso che veniva a confessarsi non sapeva più a chi raccontare le sue fissazioni insuperabili; la bambina a cui sorridevo, alla fine della messa, chiedeva a papà e mamma: ma don Fabrizio è morto?
Era strano notare dettagli così insignificanti da un mondo lontanissimo: era come se qualcosa resistesse all’entropia, durasse nonostante tutto, anche in assenza.
Fu allora che decisi di tornare. Quando rimisi piede sulla Terra, non provai più fastidio per le code sul raccordo, per l’invidia della gente maliziosa, per il tempo che finiva, ogni volta, col mancare. Avevo capito che tutto va colto dalla nuda prospettiva del deserto, dove l’atto d’amore più banale diventa necessario, indispensabile.
Cenere e pentola

Cenerentola fa pensare. La cenere – del camino che è costretta a pulire – evoca l’immagine penitenziale del “polvere sei e in polvere ritornerai”. La vita umana è questa umiliazione adibita a riparare i guasti del peccato originale. Dicono che il cammino dell’uomo sia un viaggio faticoso dal proprio vizio fondamentale verso la virtù contraria: in questo caso, dalla superbia all’umiltà.
Il nome della bellissima fanciulla evoca anche la pentola, con cui è costretta a cucinare per le sorellastre e la matrigna. Gesù dice ai discepoli, nella scena “cult” della moltiplicazione/divisione dei pani: “date loro voi stessi da mangiare”. Darsi in pasto è proprio dei buoni, vittime predestinate dei cattivi di turno.
Cenere e pentola, dunque, sono le icone di chi segue la strada stretta dell’amore che, com’è noto, porta in paradiso.
Il diavolo fa le pentole, infatti, ma non i coperchi. E ciò che bolle in pentola e non può essere coperto, è un principe che cerca moglie (non è Eddie Murphy). In più, nell’inconscio c’è sempre una fata che ti dice cosa fare, quali abiti vestire e quali ostacoli accettare perché tutto caramboli verso il lieto fine: la fuga a mezzanotte è la chiave che aprirà la porta del destino – o della Provvidenza -, e non a caso con una perdita apparente (della nota scarpetta). “Chi vuol salvare la propria vita la perderà, e chi la perderà, la salverà”, dice Gesù.
L’ultima lezione è l’unicità della persona umana: non ci sono due piedi uguali, a questo mondo, né due cuori: la scarpetta perduta potrà essere calzata a pennello solo da colei che ha aderito all’umiltà della cenere e al servizio integrale dell’altro. Sfuggendo al male del mondo con l’amore, Cenerentola sarà protagonista di un banchetto nuziale in cui non è più lei a sudare tra i fornelli: in verità vi dico, il padrone stesso passerà a servirvi (lo dice sempre Gesù).
Battezzare Cenerentola? No, lasciamola così, come uno dei tanti regali di quello che Jung definiva “inconscio collettivo”.
Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Heartbeats: Viola Di Grado

Pluripremiata autrice, non solo in Italia (con il suo primo romanzo Settanta acrilico trenta lana è stata la più giovane vincitrice del Premio Campiello Opera Prima e la più giovane finalista del Premio Strega) ma anche all’estero (ricordiamo, tra i vari riconoscimenti, il primo posto raggiunto dal suo secondo romanzo Cuore Cavo, nella lista Goodreads del Man Booker International Prize) e accreditata orientalista (si è laureata in lingue orientali all’Università di Torino e si è specializzata in filosofie dell’Asia Orientale alla University of London), Viola Di Grado è universalmente considerata una delle scrittrici più rappresentative degli ultimi decenni, un’autrice nella quale tematiche complesse (in particolare l’incomunicabilità, l’alienazione e l’illusorietà dell’io) e ricerca linguistica (che si avvale spesso di “sottili smottamenti anaforici” e di una varietà di linguaggi simbolici quali ad esempio quello degli ideogrammi) convergono nella realizzazione di opere d’indiscussa originalità.
1) Settanta acrilico trenta lana, pubblicato quando avevi 23 anni, ha vinto il Premio Campiello Opera Prima per “l’invenzione linguistica spinta fino alla visionarietà” e ha fatto di te e la più giovane finalista del Premio Strega. Com’è nato questo romanzo? E che intenzioni avevi (se ne avevi) quando l’hai scritto?
Volevo inventare qualcosa che non c’era. Utilizzare una lingua (il cinese) come personaggio di una storia. Stabilire nuove coordinate di tempo, un tempo irregolare che segue i moti della mente, che s’inceppa con il dolore e si riattiva con la vitalità. Volevo raccontare in forma narrativa una storia che Continua a leggere
105. Sogni

La porta stretta è stretta sul serio, Gesù non dice niente a caso. Era come un imbuto in cui tutto ciò che non andava, essendo incompatibile con il Progetto, finiva triturato in una macchina implacabile. Anche le gioie sane, i legittimi piaceri, venivano ingoiati in un inceneritore misterioso, che lasciava intatto solo l’essenziale. La morte a se stessi era il vedersi sottrarre, giorno dopo giorno, ogni possibile dominio dell’io.
Per il resto, tutto procedeva nella direzione conosciuta: la deriva modernista, le trame nascoste della guerriglia islamista, i segnali di una natura turbolenta, aggressiva, che pareva risentisse degli umori del mondo.
Negli occhi avevo il golfo dei miei sogni: un anticipo di Cielo di cui io solo potevo conoscere l’anima segreta. Era qui che don Mario mi dava appuntamento, in una solitudine perfetta. Era qui che lo sguardo di Cristo mi raggiungeva da qualunque prospettiva, come una luce che ti scorta in un sentiero di montagna, nelle escursioni notturne dei momenti onirici più intensi.
L’avevo sognato, don Mario: mi diceva d’essere stanco, provato da una lunga malattia. Lo abbracciavo, e capii che la fatica che faceva era per noi, che ancora coinvolgeva tutto il Paradiso perché potessimo uscire vincitori dalla tremenda battaglia col demonio.






