Archivio mensile:Settembre 2017

Stazione


Dal treno il paesaggio è discontinuo. È un mondo in movimento che suggerisce immagini, ricordi, previsioni, come se fosse il ritmo dei quadri che appaiono via via a dettare il flusso di coscienza, mentre è vero il contrario: c’è un motivo, infatti, se lo sguardo si sofferma su quella fattoria, o su una chiesa, o sul cane che rincorre un gatto davanti al cancello della villa.
La fattoria mi ricorda il ristorante fallito tempo fa, in cui una vistosa matrona elargiva con fervore saluti chiassosi e battute riciclabili. Era finito anche in un film, per cui la notizia della cessata attività mi aveva sconcertato. Dal mio punto di vista, fu un simbolo chiaro della fugacità di ogni successo mondano.
La chiesa di pietra rappresenta il mio ministero tormentato, esposto alle intemperie, in bilico tra cielo e terra, come un aquilone. Un prete non dimentica di esserlo, ma la chiesa che scorre via dal finestrino gli rammenta che è coinvolto, come gli altri, in un flusso universale che trascende tonache, camici e divise.
Il cane è il segno della fedeltà, l’unica risposta sensata al precipitare degli eventi, al tempo che incalza togliendoti il respiro. Se c’è una cosa ingiusta è l’epiteto cane infedele.
Il treno in corsa è una buona postazione per comprendere la vita; evoca la natura effimera del mondo e al tempo stesso è la chiave per interpretarlo e viverlo al meglio. Incarna la mentalità simbolica, per cui uomini e donne sono sacerdoti posti sul confine fra la terra e il cielo, inquilini di una fattoria che nel quadrante successivo è già una chiesa, destinata a sua volta a trasformarsi nell’icona di una fedeltà senza riserve: passeggera di un treno che si ferma soltanto sull’immagine, desiderata e temuta al tempo stesso, dell’ultima stazione, l’aquilone già pronto a decollare per un altro mondo.

Zadoorian viaggia contromano con Virzì

Quest’anno a Venezia vengono presentati film importanti, come sempre, film che meritano attenzione; e film che escono fuori dalle pagine di libri stupendi; in particolare, personalmente faccio il tifo per due: uno, diretto da Ritesh Batra, e interpretato da Robert Redford e Jane Fonda, è tratto da Le nostre anime di notte di Kent Haruf, pubblicato in Italia da NN editore e tradotto da Fabio Cremonesi; l’altro è The Leisure Seeker, nato dalla lettura di Paolo Virzì del libro di Michael Zadoorian, tradotto da Claudia Tarolo e pubblicato nel 2009 da Marcos y Marcos, e portato al cinema da Helen Mirren e Donald Sutherland.
Haruf è sul mio comodino, e presto lo leggerò; a In viaggio contromano sono particolarmente affezionata dal primo momento in cui la fortuna lo ha fatto capitare tra le mie mani. Spero (e sono sicura) che Virzì abbia fatto un buon lavoro, e intanto propongo una mia lettura “a caldo” di qualche anno fa. E preparo i fazzoletti!

Non sta a noi giudicare.

Non sta a noi giudicare se sia o meno opportuno che una coppia di anziani malandati parta a bordo di un vecchio camper – il Leisure Seeker – e percorra la ormai poco battuta “Historic Route 66”, highway rimpiazzata negli anni Ottanta e che una volta collegava l’Est con l’Ovest, Chicago con Santa Monica, per arrivare da Detroit a Disneyland. Non sta a noi giudicare se sia il caso di scegliere una vita “contromano”, contro le regole, contro il sentire comune e la convenzione sociale che ci porta a “pensarci” troppo spesso con la testa degli Altri.

A noi sta solo leggere, ascoltare la voce narrante di Ella e appassionarci alla storia.

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Flipper


Il mondo fa l’elogio dell’agitazione. Se non sei inquieto non puoi saltare da un sito web all’altro, imbottendoti di pubblicità che ti si aprono davanti come trabocchetti, rischiando di ingoiarti ad ogni clic. Se scegli un video, ne appaiono altri dieci, tutti con promesse di emozioni adrenaliniche: leone divora famiglia di turisti; uomo si getta in diretta dal ventesimo piano; squalo distrugge la gabbia del sub, guarda come va a finire. È come quando giocavi al flipper, da ragazzo, ed eri un mago a schivare ogni genere di buche. Ma per esporti a questo, devi essere agitato: decidere di raccogliere la sfida e magari cadere in qualche trappola: automobile sfonda il guard-rail e piomba su una messa di mormoni; scimmia albina recita il monologo di Amleto senza sbagliare accenti; asteroide sfiora la terra e provoca un cratere sulla luna. In un mondo in cui vince chi la spara più grossa, devi vivere allertato, pronto a cogliere la notizia verosimile e a scartare la bufala che entra a gamba tesa; devi avere tu stesso una mentalità scissa, bipolare, che desidera e al tempo stesso frena, si inibisce, in una eccitazione instabile continuamente in bilico tra nevrosi ed euforia.
Il mondo, dunque, fa l’elogio dell’agitazione, perché ingrassa il conto in banca di chi vive alle spalle dei deboli di spirito. Io non posso che elogiare il silenzio, quella mezz’ora al giorno in cui puoi metterti in contatto col profondo, essere te stesso col tuo Dio, e sorridere alle buche del flipper che hai evitato, con la magia di un tempo.

SUL TAMBURO n.51: Marino Magliani, “Carlos Paz e altre mitologie private”

Marino Magliani, Carlos Paz e altre mitologie private, Genova, Amos Edizioni, 2016

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di Giuseppe Panella

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Più che di mitologie private sono in questione, in questa raccolta di racconti, i sogni e le aspirazioni letterarie di Marino Magliani. Molti dei testi contenuti in questo suo libro che è quasi una sintesi dei suoi temi maggiori e delle sue aspirazioni letterarie più forti sono riflessioni sull’arte dello scrivere, divagazioni poetiche sulla vita e le sue difficoltà maggiori, progetti di ulteriori romanzi.

E’ noto (e comprovato anche da prestigiosi riconoscimenti ottenuti negli ultimi anni) che il tema che maggiormente mette alla prova la mente narrativa di Magliani è quello dell’esilio (letterale e letterario insieme). Perché Magliani è uno scrittore per vocazione ma ha potuto estrinsecarla e metterla in valore solo fuori dal suo terreno naturale di coltura (la Liguria rocciosa e spesso abbandonata del territorio di Imperia) e ha dovuto trapiantarla in terre straniere e più o meno accoglienti (l’Argentina la Spagna la Germania IJmuiden vicino ad Amsterdam dove vive attualmente e dove preferibilmente lavora e produce letteratura).

Per questo motivo, Villa Carlos Paz in Argentina rappresenta il luogo del dislocamento assoluto e, infatti, proprio nel racconto con questo titolo, l’Io narrante vive le sue stesse esperienze di estraneamento assoluto e di doloroso quanto necessario trapianto di sé in un corpo estraneo e spesso ostile, un trapianto che però non è solo una mutilazione di sé ma anche un arricchimento poderoso della propria soggettività. I viaggi, la morte si potrebbe dire, parafrasando il titolo di una raccolta di saggi di Gadda: i viaggi sono l’anticamera, la prefigurazione della morte e quest’ultima consiste nella rarefazione della vita. La scrittura rende conto di questo processo: la sabbia, la povere, i residui solidi eppure volatili di cui si nutre il primo testo del libro ne è metafora chiarificatrice e illuminante.

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Ombrelli


Ci sono personaggi curiosi che è impossibile dimenticare. Io ricordo, per esempio, Agatino, l’uomo in nero – inclusi gli stivali e il cappello a larghe tese – con i suoi ombrelli enormi, colorati, che finiva sempre col lasciare a me e a don Mario. Parlava da solo, alla fermata dello 08, e sembrava non stancarsi mai dei suoi racconti. In fondo, faceva la cosa più normale: ascoltarsi. Abitudine in disuso, come quella uguale e contraria di ascoltare gli altri.
Davide era un folle molto lucido, quasi maniacale nelle sue strategie mirate a strappare qualche obolo. Quando uscì dalla droga, entrò in labirinti non meno complicati, ma lo Spirito Santo agiva clandestinamente, fino a convincerlo, prima di morire, a offrire la sua vita per il figlio che gli avevano tolto, e che lui aveva sempre sognato di riavere.
Poi c’era Katia, che sfondava la porta dell’ufficio parrocchiale e si spogliava, convinta di acquisire il diritto a un capo di vestiario della Caritas. Una volta apparve nuda in chiesa, passando quasi inosservata, scambiata forse per un armadio della sacrestia, finito lì per sbaglio.
Oggi, guardando gli automobilisti che si recavano al lavoro, pensavo a quanti di loro saranno stati tristi, arrabbiati, malinconici: eppure andavano. Immaginavo la tenerezza di Dio di fronte a tanta inconscia buona volontà.
Sì, lo Spirito Santo opera, anche a nostra insaputa, e ci guida alla meta nonostante noi, nonostante le nostre, a volte incorreggibili, stranezze.

Rosa Salvia, Il Giardino dell’attesa



di Pasquale Di Palmo

Gaston Bachelard scrisse che il giardino «è uno stato d’animo». Questa definizione può benissimo attagliarsi alla più recente raccolta poetica di Rosa Salvia, emblematicamente intitolata Il giardino dell’attesa. Nonostante le sue origini lucane (di Picerno, in provincia di Potenza), la poetessa vive da molti anni a Roma, dove suggellò la sua giovane esistenza, in maniera drammatica, il cugino Beppe, la cui opera è stata investigata da Rosa a livello esegetico. E tracce del classicismo dell’autore di Cuore (cieli celesti) e di alcune tra le più intense liriche della seconda metà del Novecento si ritrovano nel nucleo di questa raccolta, soprattutto nella sezione inaugurale che dà il titolo al libro. Continua a leggere→

La Voce


Scrivere è prendere coscienza di ciò che siamo, attingere al pozzo dell’anima un’acqua sempre nuova, che rischierebbe di stagnare se non facessimo girare la carrucola, se il secchio non portasse in superficie, giorno dopo giorno, il tesoro nascosto.
Si può svolgere in altri modi questa operazione; lasciando, per esempio, che emergano da dentro parole, sensazioni, e permettendo ad esse di fluttuare sotto lo sguardo vigile del cuore: è l’invisibile di cui parla Antoine de Saint Exupéry, l’autore del Piccolo Principe.
Allora ci si accorge che c’è anche per noi una rosa da curare, un asteroide da scoprire, un viaggio da compiere nella costellazione di pensieri, ricordi, sentimenti, che al contatto col nostro vero Io si trasfigurano in un oggi più maturo, e dunque più vero.
L’importante è non avere pregiudizi, non forzare il senso di quanto affiora dal profondo: Dio è anche nell’inconscio, e non ammette di essere impedito nei suoi impulsi, limitato nella dote che desidera portarci, svilito nelle nozze divine che ci onora di offrirci.
Tutto questo non avrebbe senso se non ritagliassimo, durante la giornata, un angolo di raccoglimento, inviolabile da parte dello spirito mondano. Bere al proprio pozzo è l’antidoto al branco, all’omologazione di pensieri e sentimenti che è il dramma evidente dell’attualità. La vita sboccia oltre la soglia del silenzio, laddove comincia, finalmente, a raggiungerci la Voce.

a quest’ora

A quest’ora
Pesante, ad ogni ora del pianeta,
Ci sono ore ed ore
In cui recintano campi
In tutta Europa, e alzano muri,
E in ogni mare, nostrum e altrui,
E in ogni plaga o landa
Che si vieta a umani
Senza consòlo, luoghi resi bui,
Filo spinato o meno,
Menti o premanufatti cementizi.
Gli americani, poi, sono più duri:
Come nei fatui western hanno vizi
Da buoni e cattivi, prigionieri
Dell’eterno, ritinto riporto della verità,
Quella che è per me chissà
Cosa e come,
Sparuta come un profugo da guerre,
Come mio padre ieri,
Senza più un nome.

(rileggendo Vittorio Sereni)

Simeone


“Perché siano svelati i pensieri di molti cuori”. Sempre intriganti le parole che il santo profeta Simeone rivolge a Maria, mentre gli porge il suo Bambino al Tempio.
Sarebbe singolare indovinare ciò che la gente pensa al di là di paure o convenienze, prudenze o ipocrisie. In paradiso non avremo segreti, perché non ci sarà alcun motivo di ricorrere a meccanismi di difesa. È sulla Terra che ci barcameniamo tra l’una e l’altra posizione, parliamo alle spalle, ci giostriamo in modo da uscirne col vantaggio di chi non si è rivelato fino in fondo.
Simeone parla chiaro: con Gesù le cose cambieranno. Ma tutto è rimasto come prima.
I santi hanno spesso un carisma tecnicamente definito “cardiognosia”. Il significato s’intuisce: la conoscenza del cuore. San Pio da Pietrelcina cacciava i penitenti prima che accusassero i peccati. Gesù stesso, nel Vangelo, di frequente dà prova di conoscere i pensieri occulti dei suoi interlocutori. Una minaccia?
Personalmente, ritengo non ci sia niente di meglio di qualcuno che ti legge dentro. La nostra aspirazione, più o meno consapevole, è trovare chi comprenda chi siamo senza doverglielo spiegare, andando al di là di blocchi e ritrosie, della paura di esporsi, di soffrire.
“Perché siano svelati i pensieri di molti cuori”. È bello che il Signore abbia trovato un antidoto alla mancanza di coraggio, alla nostra incorreggibile sfiducia nei benefici della verità.

Saluto da Riccione

di Stefanie Golisch

Quando uno scapolo, senza lavoro, senza soldi,
senza un animale domestico da accarezzare di
tanto in tanto, parte per una vacanza di appena
tre giorni, gli altri sono già tornati a casa da
tempo. Oramai sono scattate le tariffe di bassa
stagione, eppure, la pensione completa rimane
un sogno. A colazione, inclusa nel prezzo del
pernottamento, fa il criceto, il pranzo lo salta,
la cena è una mela consumata in camera davanti
al telegionale delle otto e mezzo. Se dovesse
mandare una cartolina a una persona cara,
scriverebbe: il tempo è variabile, ora piove,
ora c’è sole, si mangia bene e le spiagge, meno
male, sono vuote. Ma le cartoline da tempo sono
state rimpiazzate dai selfie e allora imaginiamo
il suo: un uomo di mezza età, pelato, con la
barbetta che a colazione ha mangiato sette
brioches, in costume da bagno sbiadito davanti
al mare di primo autunno. Non è veramente il
suo viso la cosa più triste e nemmeno le gambe
bianche con i lunghi peli neri sui polpacci, ma
sono i suoi piedi dentro un paio di vecchie
ciabatte, rotte ai lati. Il mare, colmo di ricordi
d’estate, alle spalle

Se il profeta


Il profeta è inascoltato per principio. Pensiamo, per un attimo, se accadesse il contrario: un mondo in cui la voce nel deserto fosse presa per buona, il cuore di ognuno si aprisse al suo messaggio, la trascendenza trovasse inopinatamente credito nell’intera umanità. Un mondo, insomma, come lo vuole Dio, rispettoso dei comandamenti, sollecito della sorte altrui, pago solo della giustizia e della verità. Niente omicidi, furti, stupri, niente talk show in cui litigare su chi ha ragione o torto né telegiornali funestati da ogni sorta di disgrazie. La maggior parte di ciò che facciamo, vediamo, ascoltiamo, svanirebbe nel nulla. Mestieri cancellati perché inutili: il secondino, il vigilante, il buttafuori; istituzioni e complessi aziendali polverizzati dal cambio di paradigma inaspettato: l’esercito, la polizia, i carabinieri, i servizi segreti, le industrie delle armi, l`antiterrorismo, tutte le attività legate all’infrazione del codice stradale, arti e professioni collegate al “peccato”: case chiuse, bische clandestine, esercizi commerciali sorti per alimentare mafie, ‘ndranghete, sacre corone unite; e poi culti satanici, sedute spiritiche, maghi, cartomanti, oroscopari, ciarlatani della prima e dell’ultima ora, truffatori, bari, spacciatori, azioni e reazioni conseguenti a tradimenti, adulteri, investigazioni più o meno private, business nati dallo sfruttamento dei sette peccati capitali o degli otto pensieri cattivi…
Se, di punto in bianco, il profeta venisse ascoltato dovrebbero fare, non c’è dubbio, una nuova edizione delle Pagine Gialle.

Quando cadono le stelle


di Franz Krauspenhaar

Un andamento circolare, una prosa asciutta piena di porosità, la capacità rara di immedesimarsi nel personaggio che si sta trattando, quasi come fa l’attore dell’ Actor Studio calandosi nel ruolo, indossandone anima e corpo. Serino, con questo suo romanzo di destini reali, con questa prova di coralità e di orchestra, dimostra di non essere solo il critico “rock” e “fuori controllo” delle nostre lettere, ma di saper maneggiare una narrazione a più voci, dunque a più narrazioni, come se percorresse letterariamente le corsie di un’autostrada californiana, sopra e sottoelevate. Continua a leggere→

La firma


A proposito di piaceri legittimi, ricordo quando provai l’abbinamento mascarpone-marmellata di castagne. La vita, infatti, non è solo Colombo convinto di approdare alle Indie mentre scopre l’America, ma è anche imbattersi in un gusto nuovo, in una vista che riesce sorprendente, in un tocco terapeutico, come accarezzare un gatto o sollevare l’Ostia che guarisce il male.
In questo senso, l’Eucaristia è il paradigma di ogni sensazione collegata col profondo, il ponte fra l’esterno e l’interno, il cunicolo segreto che conduce alla settima stanza, dove abita Dio. Se non mettiamo in contatto le cose con questa Presenza misteriosa, rischiamo la dispersione della nostra identità. È il centro che dà senso alla periferia; per questo, ad esempio, una pastorale della strada, dei poveri e degli emarginati, che non prenda le mosse dall’incontro con lo sguardo di Gesù, è destinata a fallire: che se ne fa, un disadattato, della mia faccia da pesce lesso? Ma se incontra gli occhi di Cristo, ecco che la sua esistenza si riorganizza dall’interno, ritrova il filo d’oro che aveva perduto chissà come, e chissà quando.
Il mascarpone e la marmellata di castagne mi possono salvare, se lascio che il gusto percorra la strada che dal palato arriva al cuore. Non c’è niente, al mondo, che non possa convertirmi, che non mi faccia leggere, tra una riga e l’altra, la firma inconfondibile di Dio.

Non faccio rima

di Stefanie Golisch

Tardo pomeriggio, tarda estate, lentamente
un uomo spinge un bambino in carozzella
tra le more mature. Di tanto in tanto si
fermano per assaggiarne una. Li ho
visti con la coda dell’occhio appena,
loro una storia, io un’altra

Il gran rifiuto


L’equivoco è considerare il Cristianesimo come una rinuncia. Che esista, è impossibile negarlo, ma è quella che troviamo nel rito del Battesimo: rinunciate a satana? E a tutte le sue opere? E a tutte le sue seduzioni?
Rinunciando al male, si apre uno scenario in cui i sensi godono delle cose giuste, rendono felici di ciò che piace a Dio e alle creature che vivono a sua immagine. Da questo punto di vista, la situazione si ribalta: il piacere mondano porta sempre con sé un’inquietudine sottile, a volte inconscia, che rovina anche quelli che sarebbero i momenti più belli della vita. È un retrogusto amaro di cui tutti abbiamo fatto esperienza; richiama alla memoria il giovane ricco del Vangelo, che rifiuta di seguire Gesù: “se ne andò via triste”; quelli da lui considerati come beni che riempivano la vita, di fronte al Cristo, non possono bastargli.
Il credente rinuncia a queste sicurezze, che nascondono un’origine precisa: satana porta Gesù su un monte altissimo, da cui sono visibili tutti i regni della terra – un simbolo, ovviamente – e gli ricorda che tutto questo è stato messo in suo potere e lui lo dà a chi vuole. Il Cristo risponde con un rifiuto di segno opposto a quello del giovane citato: a Lui non interessano i beni, ma il bene, da cui provengono i veri piaceri e la gioia profonda della vita. La rinuncia, dunque, non riguarda la bellezza, la bontà, la verità, ma la contraffazione proposta dal demonio, il quale contamina i sensi e li rende incapaci di apprezzare l’opera di Dio. Ecco perché rinunciare a satana e vivere il Battesimo è la formula vincente per essere quello che siamo, ossia persone capaci di soffrire e di gioire, di gustare fino in fondo il dono di trovarsi sulla Terra. Il gran rifiuto va fatto nella giusta direzione. Questo è il Cristianesimo.

G. M.


C’è uno scrittore con cui ho sempre cercato di entrare in relazione. Non è tra i più importanti, anzi: è piuttosto uno che si occupa degli altri, scopre talenti e li promuove. Non lo cerco per essere promosso: l’unico giudizio che riesca a interessarmi è quello universale. Lo cerco perché mi piace il suo modo di intendere la letteratura, il suo stile nell’insegnare a farne, che non è quello geniale, che so, di Giuseppe Pontiggia, che ti seduce con girandole di trovate imprevedibili; no, lui è tranquillo, forse troppo, ma di una tranquillità che ti persuade, con minuscoli passaggi che presi a uno a uno, magari, sarebbero ridicoli, ma messi insieme compongono la formula per scrivere qualcosa di buono.
Dunque ho cercato più volte di entrarci in relazione ma, come si dice, non ne ho azzeccata una. Ho capito fin da principio che c’era una sorta di maledizione, per cui qualunque cosa facessi andava storta. Una volta lo invitai a partecipare a un convegno organizzato da una conoscente, con nomi di sicuro successo, in una location prestigiosa come il Campidoglio. Partecipò un pubblico di quattro gatti, e l’improvvida organizzatrice zittì il mio relatore in modo a dir poco sgarbato e inopportuno.
Penso che chiunque, al mio posto, si sarebbe arreso. Io no. Continuo a scrivergli, senza ricevere risposta, non per convincerlo a promuovermi, perché l’unico esame a cui do peso è quello dell’ultimo giorno, ma perché mi piacerebbe entrare nel suo mondo, unico e forse irripetibile, di scrittore che si occupa non di se stesso, ma degli altri.

SUL TAMBURO n.50: Patrizio Fiore, “Il ricamo mortale”

Patrizio Fiore, Il ricamo mortale, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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Il “ricamo mortale” del titolo richiama iconicamente il mesotelioma pleurico che Orazio Niccoli, medico in servizio da anni presso l’ambulatorio per extracomunitari dell’ospedale Santa Maria di Loreto Mare di Napoli, riscontra in una ragazza di 28 anni, un’età in cui è molto difficile che questa patologia si manifesti. E’ il sintomo di un’esposizione all’amianto che si rivela mortale nei casi in cui avvenga prolungatamente. Questa scoperta sconvolge il medico:

«Quella diagnosi, inappellabile, lo aveva lasciato inebetito. Dopo tanti anni di duro lavoro, tanti turni di pronto soccorso non aveva perso il “vizio”, come molti colleghi gli rinfacciavano, di farsi coinvolgere dalle condizioni dei suoi pazienti. Eppure, questa volta c’era qualcosa in più: lo aveva avvertito a pelle sin dal primo momento in ambulatorio. Quella povera ragazza lo aveva attratto immediatamente: se si fosse trattato di amore, sarebbe stato un perfetto colpo di fulmine. Ma non si trattava di amore, piuttosto di quel suo sesto senso che gli faceva captare immediatamente l’intensità della sofferenza, la devastazione della malattia, l’angoscia del possibile exitus. […] “Le cellule esaminate sono compatibili con la diagnosi di mesotelioma pleurico in fase avanzata”. Mesotelioma pleurico: una vera e propria condanna. Una neoplasia rara, ma ad alta malignità e con il 100% di letalità, cioè tutti quelli che ne risultavano affetti erano destinati a morte certa entro massimo due anni» (p. 79).

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Lingue


E se tutti parlassimo la stessa lingua?
Ci sentiamo a disagio davanti a uno straniero con cui è impossibile intendersi anche su cose elementari. La richiesta di un’informazione, il nome di un monumento o la sua paternità, una semplice espressione affettiva producono l’effetto di metterci in crisi. Ci si guarda sperduti, cercando di spiegarsi con suoni per lo più inarticolati, in cerca di codici, simboli, strumenti capaci, con una specie di magia, di chiarire il messaggio in misura sufficiente.
Il sogno di una lingua comune ha attraversato i secoli: pensiamo all’esperanto. il successo è stato sempre limitato, ristretto a una cerchia sparuta di persone, senza arrivare a risolvere il problema.
Eppure, l’esigenza dell’uomo è comprendere, comunicare e condividere, per cui non si rassegna al fallimento. Come superare l’ostacolo, evitando le semplificazioni spesso impraticabili (impariamo tutti l’inglese!)?
Oggi ho impartito l’unzione degli infermi a una suora ormai quasi incapace d’intendere e volere (certamente di udire: è praticamente sorda). Sono entrato nella stanza con tre sue consorelle, tra cui la madre generale e la vicaria. Si sono affrettate a dirmi che avrebbero risposto loro alle formule del rito.
Il miracolo è facilmente prevedibile: suor Anna, la malata, ha mostrato di comprendere bene, e al momento del “Pater” ha pregato insieme a noi.
La lingua comune è la lingua dell’amore: due italiani potrebbero convivere per anni e non capirsi mai, come dimostrano molte confessioni. Persone di diversa nazionalità o portatori di handicap, anche gravi, riescono di frequente a entrare, invece, in empatia perfetta.
Non basta l’esperanto, ci vuole la speranza: la coscienza di un amore espresso da un vocabolario che comunica senza bisogno di parole.