
Vorremmo che la Chiesa si espandesse, che il Regno di Dio prendesse piede ovunque, che il paradiso scendesse sulla terra: ma se il Cristo regnasse veramente in un’anima sola, tutto cambierebbe.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Domenico Pelini legge Joseph Brodsky. 12
L’unico successo
Opera d’arte
L’una o l’altra
La voce degli ultimi. Dio dell’istante più che dell’eternità
Queste considerazioni mi convincono ancor più che è possibile conoscere Dio soltanto a livello storico, anche se nella storia la trascendenza di Dio sembra impigliarsi negli intricati dedali della malizia umana, o diluirsi nei mille rivoli della frantumazione dei rapporti tra noi.
Non nego l’esperienza di grandi mistici che ci raccontano di intimi e intensi rapporti con Dio, che li mantengono ben al di sopra della storia, e so che tali mistici sono presenti anche tra i poveri, ma nella generalità dei casi e nella normalità delle esperienze, il rapporto con Lui è fondato su elementi storici. Noi lo possiamo percepire soprattutto attraverso la storia, nei suoi vagiti e nelle flebili voci di pianto che la attraversano in continuazione; e quanto più noi ascoltiamo la storia dei perdenti nella quale Egli si è incarnato, la assumiamo per quello che è e la facciamo nostra, tanto più ci immergeremo nel mistero di Dio, che è perciò il mistero dell’umanità tutta e dell’intero cosmo. Continua a leggere
Cuore
Il progetto
Risurrezione
Contributo
Domenico Pelini legge Joseph Brodsky. 11
Più vero
Chi non crede prega?
di Alida Airaghi
Chi non crede prega? Forse sì, più spesso di quello che si pensa. Può pregare per un’abitudine assunta durante l’infanzia, per paura, per disperazione. Può pregare – come probabilmente fanno quelli che Hermann Hesse definiva “die Suchende”, coloro che cercano –, nella speranza di essere ascoltato.
O, come suggeriva Giorgio Caproni in un suo insuperato e troppo poco ricordato poemetto del 1964, Lamento (o boria) del preticello deriso, “prego … non, come accomoda dire / al mondo, perché Dio esiste: / ma, come uso soffrire / io, perché Dio esista”. Continua a leggere
La bellezza
La parola ai poeti. Daniela Pericone
Scrivere è sostare sulla soglia, vivere sull’orlo di qualcosa che si intravede, si intuisce e mai del tutto si coglie, se non a tratti e per frammenti. La poesia non è che un modo di percepire il mondo, di “sentire” la realtà, che è mutamento, movimento, relazione tra dentro e fuori, tra l’io e l’altro da sé. È un’attitudine con cui in qualche modo si nasce, tuttavia da coltivare e affinare, con pazienza e dedizione, in solitudine.
La mia scrittura proviene da una consuetudine con la parola tramandata. Da lì ha preso forma ed è emersa la mia misura interiore, che è contigua al silenzio: la parola poetica, con la sua concisione e il suo ritmo, la sua capacità di racchiudere nello spazio circoscritto del verso un’amplissima varietà di suoni, idee, visioni, di intuizioni palesi e di sensi reconditi. È di Pound una delle definizioni più efficaci: «La poesia è linguaggio caricato di senso al più alto grado possibile». Continua a leggere
L’anima
Una poesia di Gino Rago da “I platani sul Tevere diventano betulle” (2020)
di Giorgio Linguaglossa
Il linguaggio poetico di Gino Rago preferisce gli «stracci». Il linguaggio poetico della «nuova poesia» preferisce gli stracci.
Quando si sale su un podio, qualsiasi podio, la Musa fugge a gambe levate. Questo principio Gino Rago lo vorrebbe scolpito nel marmo.
Ormai per fare poesia ci dobbiamo rivolgere al rigattiere, al robivecchi e, possibilmente, alle discariche abusive che spuntano come funghi dal territorio disastrato di questo paese. Penso che dobbiamo falcidiare tutti i cippi, funerari o meno, tutti i podi, tutte le stele e le colonne di marmo, la poesia la dobbiamo fare con gli stracci sporchi, togliere tutte le superfetazioni, tutte le lucidature, tutti i detersivi… «ciò che rimane lo fondano i poeti» diceva Hölderlin, appunto, prendiamo il poeta tedesco in parola: ciò che rimane dalle discariche delle parole è poesia… Continua a leggere


















