
Fare ordine. È un’esigenza che proviamo tutti, credo. Potremmo riassumere la vita in una cosiddetta mappa concettuale: l’esistenza in uno sguardo. Al centro, per me, ci sarebbe il Cristo; poi fede, speranza e carità, e via via gli altri elementi dell’essere e del fare: corpo, psiche e spirito; intelligenza, libertà, volontà; sensi esterni e interni; passato, presente e futuro; vocazione, preghiera, scrittura, lettura, attività…
Avere il senso della totalità è fondamentale, per non dare troppo peso a ciò che non ne ha, e viceversa.
Il grande foglio della vita, però, è soggetto a cambiamenti. Dove li metti i sogni? E gli imprevisti, destinati a smentire ogni volta organigrammi e tabulati?
Come sempre, la vita è unione degli opposti: visibile e invisibile, astratto e concreto, ordine e disordine. Anche Gesù avrà avuto i suoi momenti sopra le righe, il bicchiere di troppo, la risata irrefrenabile.
Vivere è un dono doloroso e bello che, da qualunque parte lo si veda, ti sorprende.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Parabole

Ci giochiamo innumerevoli carte, nella vita: l’intelligenza, la sensibilità, la competenza, i talenti che abbiamo in dote dalla nascita e quelli che via via siamo andati accumulando.
A questo proposito, la parabola omonima non lascia spazio a equivoci: moltiplicare i talenti è il criterio ordinario della vita, rigoroso e logico, come un seme che diventa pianta.
Il Signore mi ha dato due doni, essenzialmente: la predicazione e la scrittura. Li impiego come posso, mettendoli al servizio, marcendo nella terra, perché qualcuno ne ricavi un frutto, scoprendo o affinando le proprie, personali propensioni.
Gesù, il Figlio di Dio, ha talento da vendere: sapienza, carismi di evangelizzazione e guarigione, infallibilità e autorevolezza nella guida dell’anima.
Ma il capitale più ingente è la vita che ha dato, la sua morte. Possiamo offrire anche noi la nostra morte, come seme squarciato pronto a esplodere nel miracolo del dono.
Ventiquattro novembre

Sei venuto a suonare come niente fosse, mentre stavo recitando le Lodi. Mi hanno bruciato, hai detto. Era il ventiquattro novembre del millenovecentonovantasei.
La vita è fatta di contrasti. Le nostre cene alla Nuova Capricciosa, i colloqui interminabili all’EUR, le vacanze nella tua Sicilia, erano angoli di paradiso dove appresi ad amare una vita che mi aveva ferito dal giorno della nascita: pericolo di morte, medici agitati che facevano di tutto per salvarmi, ma che io consideravo estranei, ostili, perché mi avevano strappato alle braccia di mia madre; la lunga teoria della falsa identità, circoscritta in un corpo piacevole e una parola facile, sempre persuasiva, il demonio che godeva delle mie trasgressioni da bohemien.
A un tratto, sei comparso tu: mi bastava vederti accendere la Marlboro, ascoltare e parlare con la voce bassa, pacifica, per uscire dal labirinto di paure che mi tenevano in scacco.
Poi, di nuovo, la diffidenza, i tradimenti, l’altalena di odio e amore, di grazia e di peccato.
Quel ventiquattro novembre, prima della messa di Cristo Re, sembrava tutto perduto, tra rimorsi e speranze spazzate via da una tanica di benzina e un fiammifero lanciato a taglio.
E invece, da quella mattina, da quell’ora, Cristo cominciò a regnare, fino a prendere il posto del Nemico.
A capo

Poesia è andare a capo, per qualcuno. In effetti, il segno di riconoscimento più evidente è che non si arriva al bordo della pagina: la frase si interrompe prima, come a creare un effetto di sorpresa, affrancato dalle righe tutte uguali, che rimandano, indifferentemente, a un referto medico, un articolo di cronaca, il bilancio annuale di un’azienda.
La poesia, in realtà è qualcosa di diverso: un testo che dà maggiore informazione, un condensato di simboli che spalanca mondi, lasciando intravedere scenari inaspettati, che estasiano, turbano, commuovono.
Chiunque può scrivere versi: basta leggere, studiare, compulsare manuali di metrica e retorica, esercitarsi ogni volta che si sente una profonda ispirazione, appuntando parole su un foglio di giornale, uno scontrino, un biglietto del tram.
Per me è ancora altro, la poesia: sapere che c’è Uno che mi aspetta, che è fedele; che lo senta o non lo senta, è lì, inspiegabile come l’attrazione, irriducibile come la speranza. Ogni volta che ci penso, mi nascono parole, una specie di poesia che non va a capo, ma mi riempie la vita di bellezza.
Luigi Maria Corsanico legge Vladimìr Holan
Parlare

Parlare degli uomini è difficile, figuriamoci di Dio. Ma anche sul prossimo è necessario esprimersi con ponderazione, sapendo di maneggiare impressioni e giudizi soggettivi, che magari, con l’altro, nulla hanno a che fare. Vi sarà capitato, come a me, che qualcuno vi abbia apostrofato con un’accusa del tutto infondata: in questi casi, l’unica è chiudere il discorso, sperando di poterlo riprendere su argomenti alternativi.
Si tratta di un fenomeno detto “proiezione”: è una delle sensazioni più spiacevoli sentirsi definiti in un modo che è reale solo nella mente altrui. Episodi del genere ci inducono a riflettere a lungo, prima di formulare apprezzamenti.
Parlare di Dio, dicevo, è ancora più difficile: ci troviamo di fronte all’ineffabile, e possiamo solo balbettare espressioni generiche, imprecise.
Ma c’è qualcosa di ancora più arduo: parlare “con” Dio, rischiare un dialogo non verificabile, in cui si esige un’attitudine al silenzio che non tutti accettano di apprendere.
Come parlare “a” Dio? Ognuno ha un suo modo. Penso che una via efficace sia intendersi col cuore, lasciando che dall’intimo si formino suoni, frasi, parole, ispirate da Lui stesso.
Novità?

C’è un libro di Rilke, “Lettere a un giovane poeta”, che mi ha sempre colpito per la qualità dei suoi consigli. Uno di questi è guardare la realtà come fosse la prima volta. Com’è possibile? Le sensazioni, i ricordi, si stratificano così profondamente che pensare di scardinarli è un’utopia.
Se incontriamo una persona conosciuta, abbiamo le idee chiare: potrà scartare solo leggermente dall’etichetta che le abbiamo applicato.
Lo stesso capita con un tramonto, un monte, il cielo azzurro che vedo da qui, attraverso la tendina.
Se prendo un caffè, i biscotti con la marmellata, sono sempre quelli. Se confesso, posso prevedere le parole che il penitente sta per pronunciare: il peccato è monotono, non cambia, come l’autobus che passa di fronte all’uscita del Santuario.
Ma è proprio questo che mi mette in guardia: pensare di conoscere il mondo, non aspettarsi nulla, ricevere solo conferme delle proprie aspettative, è frutto del peccato, della pigrizia nell’ascolto, dello sguardo distratto, incapace di cogliere il dettaglio che fa di ogni cosa un nuovo evento.
Rilke ha ragione quando consiglia al giovane poeta di guardare il mondo come fosse per la prima volta: è quello per cui siamo fatti, anche se il male stende la sua coltre, intessuta di abitudini e ripiegamenti su di sé.
Di mio aggiungo che si possono vedere le cose in un’altra prospettiva solo lasciandole riflettere dallo sguardo di Cristo: Lui è l’eternamente giovane, l’unico col quale è impossibile annoiarsi.
Francesco Dalessandro, La gloria della forma.
La gloria della forma
(Pensieri sul tema “Poesia e preghiera”)
La poesia è il trofeo linguistico di una disfatta spirituale.
Nicolás Gómez Dávila
I
Il mondo e le cose che lo popolano furono evocati dalla parola di Dio: è l’insegnamento del “Genesi” (1)
… le cose si mutarono nei nomi ch’egli diede loro,
poi persero il nome…
Ovvero, “nacque dalla Parola la Forma e morì di nuovo” (Rûmî). Allora, un altro genere di demiurgo, il poeta, intervenne a rinominarle. Per farlo, usò una parola diversa, corrosa dalla ruggine del silenzio, svilita, ma levigata fino a renderla essenziale, lucidata a specchio. Parola che non crea, ma riflette. Continua a leggere
La doccia

Sembra facile amare, ma è un lungo esercizio, una scuola di pazienza, il cercare a tentoni una sintonia tendente a perdersi.
Nella mia doccia, ci sono le due manopole dell’acqua fredda e calda: ottenere la temperatura preferita è un’impresa complessa. Ho trovato il sistema di lasciar scorrere l’acqua sul dorso della mano opposta a quella che impugna l’erogatore, in modo da avere, in senso stretto, il polso della situazione. È un trucco che permette di risparmiare tempo.
Anche per amare è necessario un trucco. Siamo dispersori incalliti di energie, svuotati dalla superficialità, dalla mancanza di sensibilità per quello che viviamo nell’istante attuale. Oppure ci lasciamo sviare, ingannare da paure e desideri: tutto concorre a offuscare la vista della realtà com’è, al sopravvento di pregiudizi e proiezioni, all’azione distorcente dell’io.
Il segreto sta nelle due manopole dell’acqua fredda e calda: nel tenere d’occhio, contemporaneamente, la posizione esatta e la temperatura, me e l’altro, il mio sguardo e quello di Gesù. Se raggiungiamo l’unisono d’intenti e orientamenti, non rischiamo di bruciarci o gelarci.
La vita è una doccia, un lavacro, un Battesimo in cui ogni giorno di più diventiamo ciò che siamo.
Pellegrini

L’uomo si giudica dal rapporto con Dio. Lo abbiamo detto spesso: la preghiera in silenzio, davanti al Volto di Cristo, e così via.
Bisogna aggiungere che sotto questo aspetto la varietà è infinita. Il Santuario è un buon osservatorio: c’è un via vai continuo di persone, ognuna col suo modo di arrivare, pregare e tornarsene a casa.
Il tema è intrigante anche per l’ateo, per l’interesse genuino che tutti nutriamo verso i nostri simili: siamo curiosi di vedere come il passeggero si siederà nel treno, cosa farà, se estrarrà dal bagaglio una copia del Corriere della Sera, del Mein Kampf o il calendario di Suor Paola.
Il livello elementare è il pellegrino cosiddetto automatico: viene qui per senso del dovere, trascinato dalla moglie, per esempio. I gesti che compie – un segno di croce, qualche parola biascicata con le labbra – non sono collegati al sentimento, che vaga per lidi più o meno compatibili. Se poi entra una bella ragazza, il gioco è fatto: Dio lo perdoni, ma anche l’occhio vuole la sua parte.
All’estremo opposto abbiamo i mistici: oranti che s’inginocchiano e sprofondano in un rapimento estatico, da cui neanche un militante dell’Isis potrebbe mai strapparli.
A volte mi chiedo come valuti il Signore questo quadro. Dell’amore non si butta niente, cantava De Gregori: perfino quel saluto fugace, quel bacio lanciato a metà strada tra l‘icona e la donna può avere una valenza salvifica, nel cuore sensibile di Dio.
Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (quarta parte)

La sistematicità delle corrispondenze consente alla metafora di sfumare in una più generale somiglianza che assume la forma d’una grande simpatia universale. L’intero meccanismo metaforico può essere un’immagine dell’universo ermetico [1]. Fa parte di questo discorso un elemento dal quale dipende anche buona parte della struttura del romanzo, ovvero la ‘polvere di simpatia’ o unguentum armarium, un impiastro in grado di mettere in collegamento, di ‘porre in simpatia’, appunto, due oggetti anche molto distanti tra loro. Eco stesso richiama quanto Goclenius dice a proposito di questo magico unguento in Synarthrosis Magnetica (1617): Continua a leggere
Penne

La penna è un oggetto sempre più obsoleto. Qui, davanti a me, ho una specie di BIC, tanto per intenderci; in realtà è una Buffetti Stick Pen 1.0, che garantisce ben 1500 metri di autonomia.
Di questi tempi, è difficile arrivare a un chilometro e mezzo di scrittura. Le mie cose le butto giù sul cellulare o sul tablet della Apple, che consentono di correggere, copiare e inserire il materiale quando e come voglio. La Buffetti la utilizzo per gli appunti: chiamare il meccanico per il fanale fulminato; pensare al corso prematrimoniale; ricordarsi di Quinto e Battista (i due novantenni immortalati in queste pagine. Battista è la moglie, nonostante il nome).
Ne devono succedere di cose per completare i millecinquecento metri assicurati dall’avviso sulla scatola.
Ma il fatto che più m’incuriosisce è che questo cimelio d’altri tempi non abbia nulla della creazione originaria: plastica, inchiostro, non mettono in contatto con la vita pulsante, che scorre nelle vene, di cui ci ricordiamo ascoltando il battito del cuore, o posando lo sguardo sull’erba selvatica che cresce nell’ampio spazio verde oltre il Santuario.
È quel sentimento che bisogna riscoprire, perché il dito che batte sulla tastiera dell’iPad trovi il ritmo della forza universale che ha dato vita al cosmo e si nasconde, in qualche modo, nella Stick Pen della Buffetti con cui appunto il colloquio di stasera, il sacchetto di noci per la mamma, il Legno di guajaco della linea Tesori d’Oriente, ormai introvabile…
Media

Ai tempi di Gesù non c’erano giornalisti né giornali. Potremmo chiederci se avrebbe partecipato a un talk show, o se si sarebbe fatto intervistare. Secondo me, avrebbe creato un imbarazzo tale che l’intervistatore si sarebbe interrotto, avrebbe cominciato a confidarsi e a chiedere di essere aiutato. Chissà perché Gesù è vissuto in un tempo in cui la comunicazione era così poco sviluppata. Chissà perché il Mediatore ha rinunciato ai media. Certo, sarebbe stato peggio all’età della pietra, quando ci si faceva segnali con mezzi primitivi e non c’era la parola com’è oggi.
M’immagino i titoli che potrebbero apparire: Gesù il Nazareno non risponde alle domande di Mentana; invitato al Grande Fratello, Cristo risponde che di Grande ce n’è solo Uno, tutti gli altri sono uguali; esclusivo: Gesù rifiuta di affacciarsi alla finestra di San Pietro.
Certamente avrebbe catalizzato l’attenzione, ma non si sarebbe fatto coinvolgere nel circo effimero dei network. Sarebbe stato mite e umile, ma non avrebbe ceduto al fascino delle telecamere, né si sarebbe compromesso in dibattiti fine a se stessi, centrifugati nei decibel della pubblicità. Ai tempi di Gesù c’erano dispacci e pergamene, lettere scritte a mano, e il passa parola che convince più di un tweet o di un messaggio su whatsapp.
Gesù ha scelto la croce, ma quella dei social ha potuto e voluto risparmiarsela.
La poesia del bebop: l’ultimo concerto di un immenso jazzista
È da poco uscito l’album The Last Concert a nome del Thelonious Monk Quartet, e al momento di questa performance, oltre quarant’anni fa, alla Avery Fisher Hall del newyorchese Lincoln Center, la salute fisica e psichica di Thelonious Monk è in declino: Continua a leggere
Bivio

La vita si può vivere in due modi.
Uno è proiettato all’esterno, tende a espandersi, a comunicarsi, a conquistare tutto il conquistabile. Alessandro Magno ne è l’archetipo: riduce il mondo al silenzio, come si legge nella Bibbia, poi si ammala e muore. In diverse gradazioni, molti battono la stessa strada, strappando trofei meno appariscenti ma a loro modo significativi. È uno stile che comporta una lotta, un’attitudine agonistica, e non di rado prevede conflitti, quando si inseguono i medesimi obiettivi. La fede, a volte, diviene uno strumento, è ridotta più o meno consciamente ad amuleto impiegato per vincere le sfide. La tensione è continua e l’unico riposo è quello notturno, anch’esso visitato, non di rado, dai fantasmi quotidiani.
L’altro modo è quello in cui si dirige il desiderio verso gli archetipi interiori. Prototipo della tendenza è il mistico. Qui il criterio è il raccoglimento, la concentrazione, l’impegno costante del dialogo col Dio più intimo a sé di se stessi: il Cristo re della settima stanza del Castello, il Maestro interiore che dona la vita a chi preferisce la sua amicizia a tutto il resto.
Entrambe le modalità hanno i loro punti deboli, le rinunce necessarie, un prezzo da pagare, alto o basso che sia.
Tu che mi leggi stai percorrendo l’una o l’altra strada. In ogni caso, ti auguro buon viaggio.
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 5
[youtube=https://youtu.be/pUDQSzlq7oA]
da qui
FERNANDO PESSOA
AUTOPSICOGRAFIA / Il poeta è un fingitore
1º aprile 1932
da: Una sola moltitudine, Adelphi, 1979
Traduzione di Antonio Tabucchi
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Avant-Dernières Pensées I. – Erik Satie
Almada_Negreiros, Retrato de Fernando Pessoa
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Imitazioni

“L’imitazione di Cristo” è il titolo di un libro. In che senso va inteso? È possibile imitare Gesù? Di che genere di imitazione può trattarsi?
Un genio, in questo campo, fu Alighiero Noschese, che si metteva in modo straordinario nei panni degli altri, al punto, forse, di perdere se stesso (morì suicida). Nel suo caso, si parla di imitazione parodistica, il cui obiettivo è far ridere la gente.
Un altro tipo è quello motivato da un sentimento di profonda ammirazione, che dà luogo a comportamenti emulativi: pensiamo a tutti i fenomeni di “scuola”, in arte, musica, letteratura.
Entrambe le modalità si confanno al nostro tema.
Ci riduciamo, a volte, a parodia di Gesù: vorremmo ricalcarne le caratteristiche e facciamo solo ridere. Ipocrisia, affettazione, senso di superiorità, sono alcune della sbavature che tradiscono una distanza abissale dal modello.
L’imitazione-ammirazione finisce ugualmente in un vicolo cieco: con le nostre forze non arriveremo mai a riprodurre lo stile di vita del Maestro.
Come uscire da questa aporia?
Gesù sa che se cerchiamo di imitarlo, diventiamo velleitari o ridicoli, per questo ci indica una strada alternativa. È come se dicesse: guardami negli occhi, parlami; vuoi che non risponda a una persona che amo?
Proviamo a seguire questa via: incrociando il suo sguardo, sentendo la sua voce nel profondo, sarà impossibile non essergli discepoli.
Poesia e preghiera

È un libretto prezioso questo “Poesia e preghiera”, redatto da Edoardo Albinati, Sauro Albisani, Francesco Dalessandro, Gianfranco Palmery, Giovanna Sicari e Domenico Vuoto, che si confrontano su un tema inesauribile, per certi aspetti insondabile, e forse proprio per questo concentrato in quaranta, intense pagine. Continua a leggere
Un piede in paradiso

Capita d’essere preoccupati della propria immagine, di tenerci ad apparire in una certa maniera, e guai se qualcosa incrina questo schema.
Sappiamo che ciò dipende dai meccanismi di difesa messi in opera per gestire i problemi: traumi, fallimenti, mancanza d’amore reale o percepita.
Vivere, così, diventa faticoso, logorante, per la paura che qualcuno o qualcosa smentisca la falsa perfezione.
Nella preghiera, giorno dopo giorno, si fa strada una modalità diversa, alternativa: davanti a Gesù, sperimentiamo la bellezza di essere noi stessi, nella miseria dei limiti, ma anche nei pregi che vengono da Lui. Non abbiamo più bisogno di nasconderci.
È allora che di fronte agli altri troviamo la vera consistenza: non più nei maldestri tentativi di difenderci o apparire, ma nell’aprirci alle virtù che fanno spazio all’Essere: la fede, l’amore, l’umiltà, la speranza, la pazienza, la mitezza, la sobrietà, la sapienza, la purezza, l’adesione alla vera identità.
Queste chiavi spalancano la porta del tesoro che, com’è noto dagli aneddoti rabbinici, non si trova chissà dove, in capo al mondo, ma sotto la stufa della nostra cucina. È qualcosa che ricorda di Dio. E quando accade, siamo già con un piede in paradiso.
La sora maritata

Abbiamo spesso occasione di manipolare testi: sostituire, aggiungere o sottrarre parole a ciò che ci capita di leggere o sentire. A volte si tratta di semplice ignoranza. In chiesa c’è un catalogo curioso di sfondoni biblici: la lettera ai gelati o ai tessalocinesi, che san Paolo non ha mai scritto; il dialogo di Gesù con la sora maritata (i bambini, col dialetto romanesco, sono una fonte inesauribile di neologismi); fino a sfociare in versetti salmici degni di un libro a luci rosse: la preghiera del povero penetra le nubili.
Ma le alterazioni più insidiose sono quelle apparentemente nobili e sottili, dettate, per esempio, dal punto di vista dell’esegeta o dell’assiduo frequentatore della Bibbia.
Prima della seconda conversione, sono stato modernista. Spezzavo le parabole in due parti: una proveniva da Gesù – la più ottimista e generosa -, l’altra era frutto della Chiesa, che bastonava senza tanti complimenti, minacciando l’uditore.
Oggi non dico che i biblisti abbiano preso abbagli ad ogni passo, ma mi convince sempre meno l’idea che il Cristo sia stato il dolce cantore di una salvezza garantita e che solo più tardi si sia cominciato a propinare una visione rigorosa del giudizio finale.
Le voci che ci arrivano, in questo tempo di grande confusione, ci lasciano sempre più basiti: ai tempi di Gesù non c’erano registratori, quindi non sappiamo cos’abbia detto veramente; Cristo non è morto per i nostri peccati, ma per motivi economici; la colpa originale è un’invenzione di menti pervertite e sado-masochiste; l’inferno non esiste; la Pasqua non è fondativa, ma dimostrativa dell’effetto del bene.
Se Gesù non fosse risorto, si rivolterebbe nella tomba.
Morale della favola: la Scrittura è Sacra perché trascende le manomissioni. Rispettiamola, e persino una sora maritata potrà indicarci il cammino da seguire.


