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Parto


Dio soffre. Eh eh, non mi fregate. Con questa storia che è perfetto, che può ssere solo felice, che bla bla e bla, vorreste farmi credere che se ne sta là beato, incurante dei drammi dei suoi figli, di quelli a cui ha pensato da sempre e di cui, da quando li ha portati all’esistenza, non può più fare a meno.
Mi direte: quello che soffre, dei Tre, è Gesù. Vi rispondete da soli: se soffre il Figlio, soffre pure il Padre.
Domani – domenica – a quest’ora, starò tornando da Torino. Sarò stanco del viaggio, anche se ci saremo dati il cambio con Raimondo, o con uno dei fratelli. Mi chiederò se mio cugino Paolo, mia zia, abbiano avuto qualche specie di conforto da questa nostra breve vicinanza. Avrò negli occhi la bara di Nino, i fiori, la gente che dirà poche parole: si stringeranno mani, si abbracceranno parenti, amici e conoscenti con cui da anni non ci s’incontrava. Penserò ancora a cosa deve essere passato nella testa di Nino, per spingerlo a finirla contro un treno in arrivo. Penso al sobbalzo, in quel momento, di Gesù il sofferente.
Non mi venite a dire che Dio può solo essere felice, che un istante prima che Nino saltasse non abbia avuto una fitta insostenibile nel suo cuore di madre.
C’è un pensiero che si affaccia, che torna e ritorna; e si sa che i pensieri che ritornano, che non smettono di bussare alla porta, sono quelli che scendono dall’alto. Il pensiero che tutta la preghiera, mia, dei miei, delle persone che ci amano, e in noi amano Nino, abbiano reso quell’urto simile a un abbraccio, quell’impatto terribile un incontro col dolore del Dio in croce. Del Dio che soffre e partorisce, proprio come una madre, la salvezza.

Il tocco


Quello che hai fatto è eterno. È questo che ci frega. Circoscriviamo le vicende nel tempo che fu, le idealizziamo in immagini dai contorni logori, come foto antiche a cui lanciamo, al massimo, uno sguardo distratto, un pensiero più superstizioso che profondo.
Così ci sfuggi, non sei mai un corpo vivente che ci guarda, si avvicina, si rende disponibile per una confidenza, uno sfogo, parole in libertà.
L’eterno non rientra nei nostri parametri: è un’idea che fatica a farsi strada, troppo lontana dagli interessi contingenti. Siamo tesi a reagire all’immediato, a difenderci dagli altri, ad attaccarli; la legge della giungla è entrata nelle case, negli uffici, persino nelle chiese e nei locali di comunità cosiddette religiose.
Ma tu sei eterno: oggi hai predicato, stamattina sei stato schernito e flagellato, sei morto in croce adesso e sei risorto qui, davanti a me, con un corpo trafitto di luce, che mi accarezza e mi unifica all’istante, rimette insieme i cocci della mia carcassa d’uomo.
Devo avvertire gli altri, farglielo capire, in qualche modo.
Intanto lo scrivo qui, su questo schermo che si sta riempendo della tua presenza viva.

Nei panni degli altri


Proviamo, ogni tanto, a mescolare le carte, a metterci nei panni degli altri.
Siamo il barista che ha aperto da un pezzo, mentre io scrivo qui, parcheggiato in attesa che la porta dello studio dentistico si apra. Siamo l’operaio che si prepara a uscire – è già partito, forse -, per lavorare al palazzo alla mia destra, seminascosto dalle impalcature allestite da tempo immemorabile. Siamo il passante che sfiora la mia auto e getta uno sguardo verso il tipo strano che scrive sull’iPad. Siamo l’assassino che ripassa il piano criminale con cui vuole perpetrare un furto, una vendetta, un delitto commissionato da qualcuno. Siamo il bambino che fa colazione, incassa distratto le raccomandazioni della madre e si avvia verso l’incognita dell’incontro con gli altri, delle preoccupazioni di non essere all’altezza. Siamo la donna delle pulizie che già si vede alle prese con letti da rifare, bagni da rendere brillanti, mamme o manager che le danno istruzioni sincopate. Siamo il barbone che barcolla, già ubriaco, sul ciglio della strada, con la barba ispida, unta da secoli. Siamo il malato che si sveglia ancora con il suo dolore, dopo il sogno effimero d’essere guarito. Siamo il medico che organizza il funerale per il fratello suicida, lanciatosi un mattino contro il treno. Contatterà, a Torino, un prete come me, concorderà un orario compatibile col viaggio di andata e ritorno, da concludere in giornata, gli chiederà se posso celebrare, o sarà il parroco stesso a suggerirlo, per evitare una messa complicata.
Siamo me, che sto pensando a cosa dire, a come mettermi nei panni di chi ha perso una parte di se stesso.

Nino


In questo libro ci sono tante cose che uno neanche s’immagina. Alcune vorrei cancellarle, come la morte di mio cugino, che ha deciso di togliersi la vita. Eravamo lontani e non ci sentivamo, ma ora che è morto mi sembra di sentirlo qui, vicino a me, come un amico ritrovato. La morte è una sorella che, invece di dividere, ci unisce.
Siamo molto presi dalla vita. Ci impegniamo allo spasimo per rispondere agli appelli, per essere all’altezza del compito affidato, vigilare sulle perdite di tempo, la dispersione di energie, l’uscire dai binari.
Ma qualcosa ci sfugge. Mio cugino è morto proprio sui binari: un binario vivo diventato morto, all’improvviso.
Si è svegliato in una stazione misteriosa, dove i treni sono stelle o nuvole, e hanno la forma incerta dei sogni. Chiederà al capostazione dove si trovi e se ci sia una corsa che porti nella direzione opposta alla tristezza, che a volte ci prende senza lasciarci il tempo di reagire, di organizzare una difesa. Anzi, ci suggerisce di mettere un punto a questa lunga frase che è la vita, in cui si annida il timore e il desiderio del silenzio.
Vedrai, Nino, che le nostre preghiere accenderanno il tabellone, e tu salterai, felicemente, su un treno che ha la Luce come ultima fermata.

Luigi Maria Corsanico legge Franco Fortini

[youtube=https://youtu.be/G8O5m0yZdEA]

da qui

 

Franco Fortini

vice veris

da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi, Torino, 1946

Lettura di Luigi Maria Corsanico

 

Sergej Rachmaninov, Elegie Op. 3 No. 2

Emre Oztek´(excerpt)

 

immagini dal web di proprietà degli autori

 

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Sorgente


Ci vediamo ogni tanto, con regolarità. Loro hanno perso un figlio ma non ne parliamo, perché ne parla il cuore, con la sua voce bassa, impercettibile, lasciando tracce nei gesti e nello sguardo. Da quella volta, ogni abbraccio è un segno di consolazione, come se la ferita richiedesse cure, controlli, il rinnovo di disinfettanti, garze, cerotti, le informazioni sulla sensibilità dell’area, l’entità del dolore, i progressi nella mobilità dell’arto.
Tutto in silenzio. O meglio, parlando d’altro, lasciando che la realtà sollevi, almeno un poco, il velo di tristezza che è un vestito a lutto, liso e stinto dal tempo.
Ma sarebbe un errore pensare che tutto rimanga come prima: ogni volta, dagli occhi, traspare un guizzo in più, la sensazione che un angolo dell’antica ferita sia guarito, la pelle riformata, la normalità meno lontana. Il vuoto si riempie lentamente, come la goccia che cadeva nel secchio dal tetto della chiesa, che neanche la ditta più agguerrita riusciva a riparare: come se la pioggia fosse, in realtà, una visita di Dio, una sorgente zampillante dal deserto della nostra povertà, che può solo mendicare una speranza d’altri mondi, di un Cuore esperto di risurrezioni.

La poesia del prog rock


Conversazione sulla Musica per il Pensiero

(a cura di Guido Michelone)

In questi giorni esce in libreria il volume Musica per il pensiero. Filosofia del progressive italiano di Baptiste Le Goc e Marco Maurizi. Guido Michelone ne discute con gli Autori, rispettivamente italiano e francese, traduttore e filosofo, ma entrambi musicisti innamorati delle sonorità, in cui discutono nel loro libro originale, profondo, innovativo. A domanda rispondono talvolta assieme, talaltra separatamente (e perciò individuati con le iniziali del nome di battesimo). Continua a leggere→

Il gusto


Ci sono parole a cui siamo affezionati. Per me, una di queste è “gusto”.
In genere, ci lasciamo guidare da criteri; altrimenti procediamo a casaccio, come viene, e che Dio o qualcun altro ce la mandi buona. Non è la chiave migliore, certamente. I problemi arrivano quando spuntano le conseguenze delle nostre azioni: l’incoscienza presenta il conto, che in genere è salato.
In seconda battuta, possiamo farci orientare dalle idee, più o meno valide. Cerchiamo di scegliere in base a uno schema che si ispira a una serie di valori: dal piacere alla gente al realizzare un progetto personale o sociale.
La debolezza delle idee traspare quando la volontà risulta insufficiente, poiché intervengono forze che la neutralizzano con energie di difficile gestione.
A questo punto si affaccia la parola amata, il gusto. È il criterio di discernimento più sicuro, perché non è improvvisato, come la modalità istintuale, né ingessato, come le idee, che funzionano nella sfera del pensiero ma sono vulnerabili in quella della prassi.
Diadoco, vescovo di Fotica, ha dedicato il meglio delle sue riflessioni a questo tema: parla di un gusto infallibile, che non si lascia sedurre da ciò che gli si oppone. Richiede di trascendere la carnalità e vedere l’invisibile. Provare per credere. Per molti potrebbe diventare, come per me, una parola amata.

L’Essenziale


Viale Europa, all’EUR, era la strada delle meraviglie: negozi eleganti, vetrine che invogliavano a guardare, non per comprare – da ragazzino non avevo un soldo – ma per restare incantati davanti alle tute di Eurosport o ai pasticcini di Rossana; perfino l’edicola del giornalaio era slanciata e nobile come le ville sdraiate sotto il Fungo, dove abitava il mio compagno di classe Fioravanti.
Gli alberi formavano una fitta barriera che creava un’ombra permanente, a qualsiasi ora del giorno: sempre pieni di uccelli, erano una giungla dentro la città, al punto che uno come me si sdoppiava, trascinato da rumori e odori, come se aspettasse, da un momento all’altro, di veder apparire un serpente, una scimmia, un coccodrillo.
Il negozio di alimentari era pieno di ogni bendidio e rigurgitava di signore piccolo-borghesi: ancora oggi mi chiedo chi ci avesse dato, allora, il coraggio di prendere in giro il proprietario calvo, che aveva deciso, di punto in bianco, di indossare un parrucchino.
La mia famiglia abitava al numero cinquantacinque, proprio in mezzo alla via, che da una parte andava a incrociare la strada delle Poste, del Minimax e del mitico Eurcine, dove ogni tanto c’incollavamo a un film che s’imprimeva a fuoco nella mia memoria; dall’altra correva fino a una specie di collina su cui sorgeva la chiesa a forma di cubo, tempio di un Dio che sembrava abitarci controvoglia.
Se ripenso a Viale Europa, oggi, mi sembra la sintesi della mia vita: la fantasia, la ribellione, la curiosità eccessiva di uno sguardo che ha impiegato un tempo eterno a inquadrare l’Essenziale.

Gerard Manley Hopkins: tre poesie del 1880

di Francesco Dalessandro

 

Il 1880 è un anno di transizione per Hopkins: ha trentasei anni, da tre è stato ordinato sacerdote, ha già composto Il naufragio del Deutschland e La perdita dell’Euridice, che ora sappiamo essere i suoi poemi più complessi e famosi. Dopo vari e brevi incarichi in diversi luoghi passa alcuni mesi a Bedford Leigh, cittadina industriale vicino a Manchester, della quale scrive che «vi sono circa una dozzina di fabbriche e miniere; l’aria è satura di fumo e vapori; ma la gente è generosa». Continua a leggere→

Stupidità


L’egoismo è stupido. Te ne accorgi così, senza parere, una mattina qualunque, come fosse la cosa più normale. Certo, è necessaria una preparazione, per raggiungere la presa di coscienza; la spiritualità aiuta, e non a caso è vista da molti come uno scoglio da evitare. È una realtà insidiosa che mette in crisi le abitudini, sfatando luoghi comuni.
La struttura portante della disciplina è costituita da fasi tra loro collegate, le famose “tre vie”.
La prima è la via purificativa: se uno ha vissuto nell’errore, l’urgenza più immediata è quella di sottrarsene. Si tratta, cone recita il tanto vituperato “atto di dolore”, di fuggire le occasioni prossime di peccato. La purificazione, là per là, è dolorosa, va controcorrente: una parte del nostro io è in cerca di gratificazioni, e si sente ostacolata da questa necessaria penitenza.
La seconda è la via illuminativa. Sgombrato il campo dai vizi, dall’opacità che ottunde la vista, comincia ad apparire lo scenario limpido delle virtù. Il cuore si stacca progressivamente dall’attitudine al male e comincia a compiacersi del bene: gustate e vedete come è buono il Signore, si legge nel salmo 33. Il rischio, in questa fase, è che il demonio si travesta da angelo di luce e trasformi la virtù nel suo contrario. È il momento in cui si richiedono dosi massicce di umiltà.
La terza è la via unitiva. Diradata l’ombra del peccato, affiora il Volto di Cristo, invitando a condividere ogni moto interiore. Porgendoci a Lui, offrendogli la nostra persona nella sua integralità, raggiungiamo l’archetipo del Sé. Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me, dice San Paolo.
Le tre vie si intrecciano, crescono in una spirale che accompagna il nostro itinerario fino alla morte. Ci ricordano che l’egoismo è stupido, e merita una certa compassione.

Penna e la felicità di essere diverso

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di Nicola Vacca

Finalmente giustizia è stata fatta per Sandro Penna. Uno dei più grandi poeti del Novecento entra a far parte dei Meridiani con un volume corposo che comprende tutta la sua opera. Poesie, prose e diari per un totale di 1600 pagine( a cura di Roberto Deidier). Un omaggio doveroso, anche se arriva in ritardo, a un poeta immenso che per troppo tempo è stato dimenticato.

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Cestini


In rete si trovano video di cui basta leggere il titolo: quello, per esempio, dello studente che rovescia il cestino in testa alla docente. Non serve vederlo: certi accadimenti sono simboli che parlano da soli. E qui è il punto: da dove vengono il gesto, la parola? Di per sé, un atto materiale è neutro. Nel Vangelo si accenna ai filatteri, sorta di astucci – applicati alla testa e al braccio – contenenti versetti della Bibbia, da utilizzare durante la preghiera del mattino. Gesù, nelle sue invettive contro i farisei, ne stigmatizza l’uso. Eppure, forse, li portava anche Lui. Non conta l’atto, conta l’intenzione, qualcosa che viene dall’interno.
Allo stesso modo, un invasato che entrasse in una chiesa scaraventando qua e là le locandine e i numeri di “Famiglia Cristiana” e di “Avvenire”, sarebbe preso per folle; anche Gesù lo ha fatto, rovesciando i tavoli dei cambiavalute e scacciando i mercanti dal tempio con la frusta. Nel suo caso, parliamo di zelo divino, con rispetto.
L’azione, presa in sé, non ha alcun senso: quello della mamma al figlio che esce dalla scuola e quello di Giuda al suo Maestro sono entrambi un bacio, ma nulla li accomuna.
Il valore di opere e parole è legato alla fonte da cui sono prodotte: se vengono dalla sfera dell’istinto – un istinto inquinato dal peccato originale – dobbiamo stare in guardia; se la sorgente è profonda, e attinge allo spirito, può diffondere luce con un semplice sorriso.
Tornando al cestino di cui sopra, gli studenti si aspettavano di essere pagati per ogni accesso al loro video virale. Un virus, appunto, sempre più aggressivo. E meno umano.

Lamenti


Potremmo recriminare per tante, troppe cose. Ognuno di noi ha una lista di sfoghi, rampogne, rinfacci da estrarre al momento più opportuno, per smorzare le tensioni.
È come se avessimo all’interno un registratore di cassa che non si lascia sfuggire il minimo difetto. Il guaio, poi, è quando gli aspetti negativi si sommano, e sommandosi si aggravano, fino a diventare intollerabili: allora l’esplosione è inevitabile.
È bene non rimuovere le sensazioni di disagio: Teresa d’Avila suggeriva di passare sempre per la stanza della conoscenza di sé. Anzi, è proprio questa trasparenza a rendere possibile il giro di boa, a capire che lo sfogo non basta, che ogni frustrazione è un appello all’accoglienza del diverso, una scommessa sul fatto che resta l’essenziale, anche se perdiamo tutto, anche se la nostra immagine è andata in mille pezzi.
Dirò di più: è questa, in realtà, la condizione per uscire dall’ego, dalla prigione in cui ci siamo rinchiusi per paura, pigrizia, avidità.
Ancora una volta, è la scarnificazione il criterio della crescita divino-umana, non c’è altra possibilità “di passare all’altra riva”.
Quando ciò è avvenuto, voltandoci indietro, non ci sembra più possibile che i lamenti di prima provenissero da noi.

Scusate se è poco


La realtà, ormai è chiaro, si può leggere da tante angolature. È altrettanto chiaro che la visione, a seconda del punto di partenza, può essere più o meno nitida, o addirittura nulla, in casi estremi.
Siamo fatti a immagine di Dio – da prete posso dirlo: sono i vantaggi impliciti nel ruolo, che sfrutto fino in fondo. Essendo simili a Lui, possiamo essere certi che il centro del nostro essere è lo spirito. Dio, infatti, è Spirito (Gv 4, 24). Da lì si diparte la luce, che impregna la psiche e il corpo, fino ad avvolgere la persona intera (formando quella che in varie religioni, compresa la nostra, è definita aureola).
Il peccato ha provocato un cataclisma, un sovvertimento dell’immagine: il centro non è più lo spirito, ma la dimensione carnale, fragile, esposta. La persona, allora, è frantumata, in balia degli altri e di se stessa, tendente al vizio e a ogni genere di deviazione dalla sua reale identità.
Le epoche di crisi sono quelle in cui la carne prevale, col suo portato di disordine, anarchia, violenza più o meno mascherata. La nostra è un’era segnata da questo baricentro trasferito, dal dilagare di istinti e sensazioni, dall’apoteosi – tristemente nota – delle tre p: piacere, potere, possesso.
Che fare? Lasciare che lo Spirito si rimetta alla guida della storia, universale e personale. Da prete posso dirlo: credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita. E scusate se è poco.

Tra parentesi, di Barbara Pesaresi


Nella mia beata ignoranza trovo incomprensibile che sul calendario sia segnata in rosso la giornata di Ognissanti e non quella dedicata alla commemorazione dei defunti, dal momento che i morti ce li abbiamo tutti.
Da bambina, il due di novembre, la visita al cimitero con tutta la famiglia era un appuntamento al quale non si poteva mancare. Un rito da compiere insieme, sempre uguale e perciò rassicurante. Per quanto strano possa sembrare, non sono tristi i ricordi legati a quelle visite. Erano giornate di incontri: parenti che vivevano in altre città, amici e conoscenti persi di vista. Ci si faceva la festa, come a Natale e a Pasqua, ma senza esagerare visto il luogo e l’occasione. Insomma, non c’era bisogno di fingersi allegri e si era un po’ più sinceri. Le chiacchiere, poi, riguardavano i vivi, al punto che pareva di assistere a una celebrazione della vita, come dire: e anche quest’anno l’abbiamo scampata e siamo qui a raccontarcela. Continua a leggere→

Luigi Maria Corsanico legge Erri De Luca

[youtube=https://youtu.be/nzAQ9MWNaqA]

da qui

Erri De Luca
Considero valore
da “Opera sull’acqua e altre poesie” – Einaudi, 2002
Lettura di Luigi Maria Corsanico

“Los Sueños”, Astor Piazzolla (Guitarra:Toni Iñiguez)

Fotografia : L.M. Corsanico

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Slow foot


Abbiamo il mito della velocità. La tendenza sana sarebbe quella inversa: rallentare, diventare consapevoli di ciò che siamo e facciamo, dei nostri moti interiori, i gesti che vengono spacciati per spontanei, e invece sono fragili e acerbi.
Lo dirò a un mio caro amico, che ha l’uzzolo dell’ispirazione naïve. La scrittura è forma per antonomasia, è la realtà che ha bisogno di rimodellamento, precisione, ordine. Italo Calvino lavorava su ogni singola parola, finché non approdava a quella per lui insostituibile. Eliminava le ripetizioni, scarnificava il testo fino a sentirlo, al tempo stesso, completo ed essenziale.
Tutto ciò è possibile se si persegue un effetto di rallentamento. La scrittura è una moviola in cui si colgono i passaggi, i dettagli, in cui si gioca la partita del senso, l’esito ultimo della comunicazione. Lo spontaneismo è il nemico della comprensione, inganna gli altri e noi stessi, perché impedisce di guardare in faccia i meccanismi profondi, quelli da cui dipende la nostra vera o falsa identità.
Il Vangelo, come sempre, esorta a rovesciare il mondo: chi si ferma è perduto? No, chi si ferma è salvato, com’è noto a chiunque si sia imbattuto, un giorno, nella Luce.