
Molti di noi prendono appunti, sottolineano libri, scelgono frasi o immagini da attaccare alle pareti. La mia stanza è così: cosparsa di fogli che fanno memoria delle cose in cui credo, dei passaggi importanti della crescita, degli snodi senza i quali le energie non si sarebbero sbloccate.
Davanti a me ho due fogli A4 colorati, che ricordano i segni della presenza dello Spirito e la luce abbagliante della Piazza d’oro del capitolo ventuno dell’Apocalisse. Più sopra c’è l’appello di Fëdor Dostoevskij ad abbracciare la terra, ad amare tutta la creazione, ogni foglia o granello di sabbia, per scoprire in ogni cosa il mistero di Dio. In fondo a sinistra c’è l’inno alla carità, che esorta alla pazienza, a compiacersi della verità, a sperare e sopportare. Poi c’è il Padre nostro in aramaico, il Totus tuus, la tricotomia dei Padri, con i sensi esterni e quelli interni. E ancora, le preghiere, il memento che è lo spirito il motore dell’uomo, non la carne o la psiche, il promemoria che l’unica immaginazione a restare, e a non lasciarci vuoti, è quella del Cristo.
Non so cosa possa pensare chi entra per le pulizie settimanali, o per supervisionare o riparare un guasto. Ma le parole importanti della vita le legge solo chi le ha impresse nel cuore.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Finale di partita

Prima di morire, Gabriele Amorth, famoso esorcista, ha lasciato un testamento: o si è di Dio o si è del diavolo. Eh eh, penserete, ecco un altro fondamentalista.
In realtà il maestro del defunto era almeno altrettanto radicale: il vostro parlare sia sì sì, no no, il di più viene dal maligno. Dal diavolo, appunto.
In un’epoca in cui anche i superiori di ordini religiosi sostengono che il demonio non esiste, discorsi come questi sembrano retaggi di un passato che è meglio seppellire, come chi lo ha riesumato. Chi difende la dottrina, il depositum fidei, oggi è una specie di untore da additare al pubblico ludibrio e da togliere di mezzo il più presto possibile.
Una verità controcorrente ha svantaggi evidenti: le tue parole non vengono celebrate sugli altari del politically correct, non sono fatte rimbalzare dai soloni dei mass media, dai nuovi pontefici della conversione facile; anzi, vengono irrise, censurate, cancellate dal circo delle news.
Ma la stessa verità ha anche un vantaggio: resta lì, come l’amore vero, resiste eroicamente, perché sa che, prima o poi, il sì e il no, Dio e il demonio, metteranno giù le loro carte, con tutto quello che comporta un finale di partita.
Epopee.L’intreccio storico di Roberto Plevano Il Duecento bollente di Ezzelino & C.
Suona come il libro della vita per Roberto Plevano questo Marca gioiosa, vincitore nel 2015 del premio Neri Pozza. Un libro covato più o meno inconsapevolmente a lungo, se pensiamo ai suoi studi di medievistica che nel tempo hanno saputo assumere toni, suoni, colori e sapori narrativi. Perché questo è Marca gioiosa, titolo che riprende il verso 10.976, lassa 479 («/a joiose Marche del cortois Trevixan»), della chanson de peste franco-veneta L’Entrée d’Espagne a indicare un territorio corrispondente grosso modo all’odierno Veneto di terra, avente in Verona la «porta» tra mondo e cultura germanica e quella italica. Un romanzo nel quale i dettagli anche più minuti hanno sapore ricostruttivo narrativo, permeati come sono da uno stile sapiente nel coordinare lingua d’epoca e lingua d’oggi, puntando soprattutto sulla strutturazione espressiva. Continua a leggere
Simboli

Ogni cosa ne significa un’altra. Capito questo, si è capito tutto. Il materialismo non vede la realtà dalla giusta prospettiva: quella simbolica.
Il symbolon era il coccio che, diviso in due, certificava l’alleanza stretta fra due re: ognuno custodiva la sua parte, che s’incastrava con quella del socio. La vita è questo: un nesso tra elementi diversi, che si richiamano l’un l’altro.
Preso in sé l’universo non ha senso: è un sistema destinato al collasso, all’entropia. A quest’ottica manca l’altra parte del coccio: il creato ha un Creatore, che lo orienta verso il fine, senza lederne mai la libertà.
Ho già detto del mio colloquio col secondino di Rebibbia: sosteneva con fervore l’inutilità delle zanzare, ma lo esortavo a non farlo sapere ai pipistrelli, che risolvono con loro il problema del pranzo e della cena.
Amare il prossimo è difficile: ma se ricordo che è immagine di Dio, è tutta un’altra storia. Una rosa mi ricorda l’amore (come insegna il piccolo principe), una penna il fascino di un libro, un treno il viaggio che per tutti è l’esistenza.
Anche Cristo, perché ne avessimo memoria, ha scelto di legarsi al pane e al vino: per qualcuno è impossibile non pensare a Lui, se mangia o beve.
Ogni atomo del mondo è un tesoro da scoprire: basta trovare il gemello in cui si specchia.
Scuole di scrittura

In questo articolo, Davide Brullo sostiene quello che avevo narrato, diversi anni fa, in un libro intitolato È la scrittura, bellezza!
Fa piacere trovare riscontri.
Spalancati spazi, di Claudio Pozzani
di Roberto Mussapi
“Ti ho visto in faccia in quella stanza
io sporco di sangue e muco
tu stravolta e curiosa.
Ho tentato di dirti che non ero sicuro
di voler restare fuori di te
ma le parole che avevo in testa
nella mia bocca si impastavano male (….)
ti avevo appena fatta soffrire
ti avevo fatta sanguinare
eppure ero io a piangere e tu a sorridermi (…)
Ti ho visto in faccia in quella stanza
e darei tutto quello che ho per ricordarmene.”
Versi estratti dalla poesia con cui si apre questa autoantologia di Claudio Pozzani, che non si legge come antologia, perché suona e parla come opera completa, conclusa, unitaria. Continua a leggere
È la vita, bellezza!

Ciò che è bello per me? È una parola.
Se la bellezza è la chiave, bisogna dire che il mondo è svantaggiato. Primo, perché corre troppo. Accumula, insegue, sgomita, ha sempre paura di perdere qualcosa. Da quando mi sono accorto che questa sindrome colpiva pure me, mi sono imposto di fermarmi. Ho pensato intensamente ai notturni di Chopin, ai versi di Lorca, alle cime delle Dolomiti. La bellezza che amiamo parla della nostra identità, e dunque di Dio, che ci ha creati. La fede è un dono, è vero: ma se non mi fermo, se non ascolto le corde più profonde, il loro vibrare di fronte a una pagina di Roth, a un adagio di Mahler, alla Vocazione di san Matteo del Caravaggio, Dio non lo vedo neanche col binocolo.
Essere o non essere, si chiedeva Shakespeare. Dormire, forse sognare. Io dico: fermarsi o non fermarsi, decidere di mettere un punto a questa corsa furiosa verso il nulla, a tanto insensato incattivirsi, lamentarsi, offendere, a questo corazzarsi e procedere a spintoni in una folla che comunica solo con gli stati su Facebook o su whatsapp.
Basta, a volte, una canzone di De André, un bicchiere di Brunello, una pagina di Rilke, per ricordarsi che vivere è tutta un’altra cosa.
Stelle

Le stelle sono mappe di sogni: non basta farli, bisogna dargli un nome. Il grande carro è il tavolaccio dove preghi, prendi il caffè coi biscotti al cioccolato, snoccioli pensieri che dovrebbero servire a dare un volto plausibile al futuro. La Stella Polare è Cristo, che non entra mai abbastanza nella vita e bisogna allinearlo con Merach e Dubhe, i Puntatori: i sacramenti e la preghiera, che guidano, indirizzano, porgono, quasi, la luce del Messia. Guardando in alto – o in basso, secondo la stagione – appare Cassiopea, con la sua forma a zig zag, a memoria delle piroette, i salti mortali, le chicane da affrontare a intervalli regolari, come se la vita fosse uno slalom o una corsa di formula 1 da decidersi all’ultimo metro.
Dell’Orsa minore vedi solo Kochab e Pherkad, le altre rimangono nascoste, come con Dio, che ti chiede di procedere a tentoni, ignorando di che tipo sia la prossima stella da incontrare: gigante rossa, nana bianca, buco nero o pulsar.
Il tempo passa e tu sei ancora lì, a dare un nome alle luci lontane e tremolanti, simili a sogni irraggiungibili. E invece sono elenchi dei tuoi desideri più profondi, destinati ad avverarsi, quando il Cristo ti avrà attratto nell’orbita abbagliante del suo abbraccio.
La poesia nel piano jazz di Billy Childs

Riflessioni attorno al nuovo album Rebirth
di Guido Michelone
Sin dalle prime registrazioni durante gli anni Ottanta, Billy Childs si afferma come uno dei jazzmen più interessanti nella realtà americana, a livello di pianista, bandleader, compositore. Come non bastasse si rivela pure un raffinato autore di musica sinfonica, benché la firma di Childs resti impressa negli straordinari jazz tunes (utilizzati anche da molti colleghi) che rimangono vividi, nella mente e nella memoria dell’ascoltatore, per complessità strutturale, immediatezza squillante e lirismo cristallino. Continua a leggere
Per miracolo

A far caso alle voci, ai rumori, ai suoni anche quasi impercettibili che arrivano alle orecchie, c’è sempre da imparare. Ora, per esempio, sento il prete della stanza accanto che bofonchia qualcosa. Parla da solo? Ha più di novant’anni, a quell’età è normale. Con lui devo cogliere le variazioni più insignificanti: un sospiro potrebbe essere l’ultimo, un colpo sordo il segno di uno svenimento, e io sono tenuto a intervenire, in qualità di orecchio più vicino.
L’abitudine a vegliare mi rende consapevole dei segnali più neutri: il ticchettio della sveglia, il sibilo della luce al neon, il brusio sommesso del televisore proveniente dalla camera del laico consacrato che alloggia dirimpetto.
Lo sfrecciare delle automobili sull’Ardeatina è spesso infarcito di colpi di clacson ripetuti, soprattutto la mattina presto, quando il traffico è più rado e tutto lascerebbe pensare che fosse più tranquillo: quando mancano i problemi, è il momento giusto per andarseli a cercare.
Ogni tanto si sente l’acqua scorrere: è un rubinetto, una doccia, lo scarico di un water. Chissà cosa pensano di me, che mi lavo intorno alle cinque del mattino.
Smaltiti i suoni che vengono da fuori, c’è il rumore che viene da dentro: un ricordo gradevole, un impeto di rabbia, un sussulto di gioia per un’idea risolutiva.
Ma l’orecchio si apre veramente solo se capta la tua Voce: è allora che intorno si forma un’armonia, e le note più stridenti si trasformano in canto, per miracolo.
Luigi Maria Corsanico legge Rainer Maria Rilke. 4
[youtube=https://youtu.be/BjpRc5FyceY]
da qui
Rainer Maria Rilke
Canto d’amore
dalle “Nuove Poesie”, in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941
Liebes – Lied / “Neue Gedichte”, Insel-Verlag, Leipzig, 1907
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Immagine: Scultura di Yves Pires
Scriabin 24 Preludes Op.11 – No.12 in G sharp minor
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Qualcosa che comincia

La fanciulla non è morta, ma dorme. Mi ha sempre colpito questa frase di Gesù. La morte è un sonno. Quindi, per chi crede, la risurrezione sarà come un risveglio.
Quando ci si sveglia, si è sempre intorpiditi. Forse anche allora ci stireremo gli arti, scoprendo di non averne più, perché sarà la nostra anima a lasciare il corpo, a volteggiare nella stanza di casa, o d’ospedale. Il corpo lo riprenderemo, più giovane, più bello, quando lo deciderà l’Alto sul trono, benedetto il suo Nome. Dicono che in paradiso abbiano tutti sui trent’anni, esclusi i bambini.
Eppure, saremo tutti bambini, finalmente, creature nelle mani del Creatore, benedetto il suo Nome. A poco a poco, la nostra faccia smarrita, spaventata, pronta a scoppiare in pianto, si aprirà al sorriso.
Svegliarsi dalla morte, credo, sarà un’esperienza impossibile da dimenticare. La prima parola che salirà alla bocca, che in quel momento non avremo, sarà grazie. Non ci saranno problemi a pronunciarla. Sarà un grazie tondo, sicuro, di quelli che non ti puoi più rimangiare.
Ci guarderemo intorno, con un cuore libero dalla paura e dal dolore. Incontreremo amici, parenti, persone viste una volta soltanto, che sentiremo come gente conosciuta da sempre.
Quando ci risveglieremo, andremo nella piazza d’oro dell’Apocalisse, illuminata dall’Agnello: guarderemo Gesù, anzi, sarà Lui a guardare noi, a farci una carezza. Sarà il segno di qualcosa che comincia, per non finire più.
New entry
Segnaliamo l’ingresso in redazione di Luigi Maria Corsanico, che si è guadagnato sul campo, con le sue splendide interpretazioni di testi letterari, la cittadinanza onoraria di Lpels.
Benvenuto Luigi!
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Blog letterari
Parole

Ogni parola ha molte facce. Se dico albero, ognuno pensa a una cosa differente. A me vengono in mente i pini; anzi, più che venirmi in mente, li vedo appena mi volto verso la finestra. Una parola, dunque, è un sipario che si apre su un mondo da scoprire. Dovremmo esercitarci a pronunciare un vocabolo chiedendoci cosa significhi per me, per te, per gli altri.
La parola amore è la più difficile di tutte. Oggi tutto si spaccia per amore, anche la prassi materiale, il semplice contatto fisico: mi piace, quindi è amore. I Padri della Chiesa, che la sapevano lunga, sostenevano che si diventa esseri spirituali quando si scorge, nel volto sfigurato di Gesù crocifisso, il più bello tra i figli dell’uomo. Stare in croce difficilmente può piacere.
Mi torna in mente una poesia di Prévert, Cet amour, in cui le immagini si rincorrono, lottano le une con le altre, contraddicendosi, abbracciandosi, in una unione dei contrari che lascia senza fiato. È una buona introduzione a un tema complesso, che bisogna affrontare, prima o poi.
Per me l’amore è la piazza d’oro di cui parla il versetto ventuno del capitolo ventuno dell’Apocalisse: solo da quel pozzo di luce si può guardare in faccia il buio che ci minaccia, ciò che non ci piace, l’ombra che che ci insidia fino all’ultimo respiro.
Il libro

Non scriviamo mai il libro che vorremmo scrivere. Ma ce lo abbiamo in mente. Lo accarezziamo, lo nutriamo, gli lasciamo spazio quando sembra che ci colga un flash, un’ispirazione inaspettata, quelle che tecnicamente chiamiamo epifanie. Una pagina alla volta, il volume cresce dentro noi, lo correggiamo, facciamo fotocopie metaforiche, rileghiamo il tutto con la colla delle speranze e dei ricordi. È un libro che permettiamo di leggere anche agli altri, a frammenti, in poche righe, che bastino a indovinare il tono, la tensione narrativa. Ogni tanto qualcuno chiede di vederlo tutto, ma questo è impossibile: sono opere da immaginare, più che da toccare o possedere. Si manifestano sotto forma di schegge, brani, lacerti, che vorrebbero esaurire il tema, o almeno centrare l’essenziale, e invece rimandano alla prossima puntata, al mattino del giorno successivo.
La vita è così: vorremmo capirla in una volta, afferrarne per sempre il bandolo segreto, diventarne padroni. E invece dobbiamo metterci alla scuola di Qualcuno che ne sa di più. Il libro che vorremmo scrivere s’incrocia col suo sguardo, si lascia plasmare, parola per parola, finché ci accorgiamo che le dita battono sulla tastiera guidate da una forza che le supera.
Il libro che vorremmo scrivere lo scrive Qualcun altro: ogni mattina ci si siede accanto e sussurra le frasi, l’atmosfera che gli sembra opportuna, la misura adatta a un pensiero, a una preghiera.
Poi tutto è inserito nelle stampatrici, le rotative del cuore, per assumere una forma che non è più la nostra, o meglio, è quella che avremmo voluto, senza mai saperlo, quello, insomma, che siamo veramente.
Il Centro

Loreto è in cima a un colle. Girandole intorno – dall’autostrada, dalle vie che attraversano i paesi, dall’Adriatica -, la scorgi come il segno di qualcosa, una memoria che s’impone o si propone, secondo lo sguardo.
Loreto è Dio, l’Annunciazione, la Santa Casa della famiglia nazarena, una vertigine di Cielo che sconvolge l’agenda mediocre del terrestre. È impossibile pensare a Loreto senza che scombini i progetti ordinari, gli obiettivi che rivelano, in un confronto impari, la loro inconsistenza.
Loreto è anche il segno della Storia, epoche in cui si era costretti a costruire mura per difendersi dai Mori, come allora si chiamavano. Oggi viviamo tempi simili: città, nazioni, continenti sotto assedio, ma nemmeno lo scudo antiatomico basta per proteggersi.
Loreto è lo spirito; il terreno circostante – pieno di ulivi – è la psiche; l’immensa campagna che arriva fino al mare è il corpo. Non puoi fare a meno delle tre dimensioni, ma il centro è la Casa, il punto in cui convergono il ritmo monotono dell’onda, l’oro effimero dei girasoli, i difetti e i pregi, la fragilità e la forza della nostra umanità.
Ogni volta che guardo Loreto, mi ricordo di don Mario: era lui che con fatica, dalle fughe del corpo e della psiche, mi riportava al Centro.
Sporcarsi col tempo per partecipare alla vita. La fine del Diario di Sarah Manguso

I libri di Sarah Manguso – Andanza è il secondo tradotto in Italia, sempre da Gioia Guerzoni, sempre per NNE – rappresentano per il lettore una sfida con i propri pensieri più intimi, uno scavo sottopelle operato con quello strumento multiforme che è la prosa dell’autrice americana. La Manguso che finora abbiamo conosciuto (più tardi NN pubblicherà anche certi racconti, quelli di Hard to Admit) non scrive fiction, ma neppure semplici memoir o saggi. Andanza, come Il salto (in Italia nel 2016), rappresenta una prosa filosofica, strutturata a guisa di aforismi, a tratti, di mezze pagine di diario, di annotazioni, di chiose illuminanti fatte di quella stessa tagliente epifania che si legge in certi poeti ermetici. Continua a leggere
Scarpe

Il Cantico delle creature colpisce perché vede il bello ovunque. Facilmente avviene il contrario: siamo bravi a cogliere difetti, magagne, le mille falle che si aprono nel mondo e ne fanno, ci sembra, una scarpa vecchia, quasi da buttare. Il Cantico afferma il contrario: il mondo è bello, perché Dio l’ha creato, e da Lui non può uscire che bellezza. È una fiducia che i santi conoscono bene, loro che tornano bambini, come chiede il Vangelo. Il bambino non ha difese o maschere: è lì, esposto alla realtà, pronto a recepire quello che gli viene dato. Dio vede il bambino che è in ognuno di noi e fa di tutto per estrarlo dalle macerie dell’adultità. L’adulto, infatti è spesso adulterato, un prodotto in scadenza pronto per finire tra i rifiuti. Una scarpa vecchia, insomma. In questo senso, Dio è un rigattiere che tiene da parte molte cose inutili, inservibili, con infinito amore. Aspetta il momento opportuno per riprenderle in mano, lavorarci sodo, e sposta di qua, incolla di là, spolvera e lucida, alla fine, oplà!, ecco una cosa tutta nuova.
Il Cantico dimostra che persino la morte è una scarpa malridotta che si può risuolare. A patto che desideri davvero riprendere il cammino:
“Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali; beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male”.
Angeli

Gli uomini mi rappresentano sempre con le ali, ma io sono puro spirito, quindi non ho ali né braccia né quella veste lunga e bianca con cui non possono fare a meno di pensarmi, tradendo una scarsa fantasia. I terrestri guardano più all’esterno che all’interno: sono attratti dalle belle forme, si perdono nella contemplazione di un’auto o di un gioiello. Noi no, andiamo al sodo, abbiamo un’attrazione invincibile per l’anima.
Siamo per la continuità, per la gioia, per la ricchezza straordinaria dell’infinito da cui proveniamo. L’uomo e la donna valgono per questo. È vero, sono costretti a fare i conti con il corpo, che ha le sue pesantezze, perfino le sue tare, a causa della colpa d’origine. Lottano con la forza deviante del peccato, cercano di farla confluire nell’alveo voluto dall’Altissimo, sia benedetto il suo Nome, di custodirla dall’assalto dell’altro genere di spirito, satana, l’essere malvagio che si traveste da angelo di luce per ingannare il mondo.
Noi, angeli fedeli, non abbiamo vesti bianche né ali: indossiamo l’energia potente del Santo Immortale, sia sempre benedetto il suo Nome. Ricordiamo agli uomini e alle donne, ai vecchi e ai bambini che nessuna conquista, nessun successo, nessun piacere, in questo mondo, è superiore a quella perla di valore inestimabile che è l’anima. Una sola cosa increspa lievemente la nostra eterna gioia: che l’essere umano, spesso, dimentica di averla.



