
Il parcheggio al buio è un simbolo eloquente del momento, una tenebra da cui spunta qualche luce sparsa qua e là: quella di un letto d’ospedale, le ore passate a scrivere disperatamente, il pensiero del paradiso che si fa più vicino, perché prima o poi, di certo, quella porta si aprirà e allora tutto finalmente sarà chiaro: sorrideremo tranquilli delle tragedie che ci attanagliano il cuore, ogni cosa sarà solo una memoria dolce di sofferenze come grani di rosario; litanie di paure, di angosce, diverranno salmi e cantici di un coro celestiale. Queste notti sono il trailer di un film che vedremo con più calma, seduti su una nuvola, nel momento in cui di tanto dolore resterà soltanto il ticchettio sulla tastiera, il ronzare della cinepresa, e tra un popcorn e una patatina l’eternità scorrerà senza più traumi, come un cinema all’aperto in cui farsi due risate con gli amici. Bisognerebbe rovesciare il tempo e vedere tutto quanto da lì, quando ogni storia sarà finita da secoli e l’esito sarà dimenticato nel suo sfumare lento, in dissolvenze al contempo spaziali e temporali. Solo dall’eternità si spiega il buio del parcheggio da cui scrivo, come se ogni lettera arrivasse da lì, e qui restasse un’eco sbiadita del futuro, anzi, come se il futuro fosse l’unico, vero presente ed io che batto il dito sullo smartphone fossi un passato difficile da ricordare, m’impegnassi nello sforzo inverosimile di credere di stare ancora qui, di non essere ancora in paradiso.
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Ora che c’è il sole si ragiona, è tutta un’altra cosa: se uno immagina Dio che sta creando, non può che supporre uno scenario come questo, un silenzio interrotto solo dal canto degli uccelli e dal vento che arriva fin qui da chissà dove. Ne parlava quella sera Gesù, con Nicodemo, come se tutti dovessimo sapere dello Spirito, mentre ricordo quel passo degli Atti dove dicono non abbiamo mai neanche sentito dire che esiste uno Spirito Santo. È vero, non lo conosciamo, dovremmo viverlo, semplicemente, in quanto parte del pacchetto iniziale, del progetto, parola perduta, quando parli di persone, perché oggi le persone non sono più un progetto, ma una discarica triste dove ognuno getta ciò che vuole. E se tornassimo a quel gesto, alle parole che in origine hanno detto tutto, chiamandoci per nome, anche te, lettrice, anche te, lettore, e in quella voce c’era la tua voce, quella che hai sempre sognato e mai ha raggiunto le tue labbra, come se ogni volta si smarrisse, sommersa da altre voci, forse per il vizio di dare più importanza a ciò che dicono gli altri, e invece ora, in questo squarcio di creazione, col sole che fa il giallo più giallo e il verde un po’ più verde, in cui si capisce molto meglio che quello è un pino e quella è una ginestra, in quest’alba della storia che appare per miracolo, per un momento o per sempre, senti la tua vera, unica voce, e ti chiedi che cosa abbia fatto fino adesso, ora che gli uccelli cantano e il vento passa e non sai da dove venga, ora che Gesù di nuovo chiede a Nicodemo come mai tu, maestro in Israele, non conosci queste cose, e invece ecco, io so, e parlo con la voce che finalmente è mia e forse tu, lettore, e anche tu, lettrice, sull’onda di questo nuovo inizio, senti, vedi, questa cosa che oggi come allora è molto buona, in un giorno di sole irripetibile, unico, prima che comincino le copie, prima che tutto rischi ancora di smarrirsi, di confondere le voci, non più tue, di chissà chi, da chissà dove, gli echi, le urla senza senso.
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Gli ospedali sono tutti identici, perché sei uguale tu, con il battito rapido, i pensieri che vagano nel mare della sofferenza, la gente che aspetta torcendosi le mani o con lo sguardo nel vuoto. Si passeggia, ci si guarda come animali in una riserva naturale, sapendo che qui non c’è niente di normale, neanche le preghiere, o le bestemmie. Medici e infermieri passano come esseri semidivini che non ti degnano nemmeno di uno sguardo; le donne delle pulizie sembrano registrare una presenza, per nulla interessate. Di là dai vetri, la luce è un richiamo irresistibile a qualcosa di vero, di creato da Dio, perché i pensieri, a volte, sono quanto di più lontano possa darsi. Ogni tanto passa un letto a rotelle con pazienti che farneticano, illudendosi d’essere ascoltati. Poi, figure indecifrabili, che è impossibile attribuire a categorie ben definite: una ragazza che procede a occhi bassi, un uomo in abiti civili, con la cartella nera, un giovane in tuta che cammina a gambe larghe. Ciò che unisce è l’attesa di qualcosa: un responso sanitario, una visita, l’agognata fine dell’orario di lavoro. Tutti attendono un esito: i famigliari di un malato, la dottoressa che ti scruta di sbieco, l’operaio rassegnato a caricarsi l’ennesimo carrello. Tutti aspettiamo un giudizio, perché nel sangue, da subito, comincia a circolare l’immagine di un re che ci dice venite benedetti, oppure via da me, maledetti, perché ero malato e mi avete, o non mi avete visitato. La fine della vita è una sala d’attesa dove scorrono le stesse facce di adesso, con lo stesso battito cardiaco; l’attesa del responso, forse, sarà meno stanca e rassegnata: è lì che si vedrà il discrimine tra cinismo e fiducia, speranza ed egoismo. Sarà un grande corridoio d’ospedale in cui solo due porte serviranno: l’una porterà alla luce, l’altra a un buio senza risposte, senza sguardi.
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Il sabato e la domenica aprono le gabbie: una folla di gente si riversa in questi prati, al punto da non distinguere più il sacro dal profano. Urla di bimbi si fondono col traffico dell’Ardeatina, piena di buche e code senza fine. Sotto la finestra si trascinano secchi e si gettano bottiglie, con un frastuono che ricorda la chiusura tarda delle birrerie. Sono finiti i tempi delle sbornie, quando affogavi la paura nelle Ceres, e t’illudevi di vincere il dolore nelle corse folli sul litorale pieno di luci, dove tra stelle e fari delle auto non c’era differenza. Ne hai fatta di strada: i sogni di una volta sono finiti nella differenziata, ora puoi guardare in faccia il terrore che ti aveva inchiodato appena nato, quando stavi per andartene prima ancora di arrivare. Pensavi che il destino assegnato alla tua vita fosse quello di sparire, di dimenticare prima ancora di aver ricordato. Ti accorgi di quanto prezioso sia stato l’effetto di quel carico enorme di dolore: solo tu sei in grado di capire le persone che passano per quel tuo stesso tunnel, le riconosci prima che parlino, da un gesto, uno sguardo, e puoi fornire loro la chiave per uscire di prigione. Cos’è stato a salvarti? Viene, nella vita, il momento in cui la terra s’incrocia con il cielo: per una pura coincidenza, ti sembra, ma era tutto pronto dai secoli dei secoli. È qualcuno che ti prende per mano e ti fa evadere dal carcere, come nel quadro in cui san Pietro è liberato da un angelo rosa, avvolto nella luce: l’apostolo è ancora addormentato, come pure i soldati, appoggiati alle lance rese innocue dalla guarigione profonda del cuore, dal bene che vince la violenza perché, semplicemente, è superiore. Sarà questa la svolta di un’epoca malata, prigioniera: l’amore aprirà le gabbie, riempirà i prati di gente che avrà visto la luce, visitata dall’angelo imprevisto e inedito di una libertà mai conosciuta.
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In quei giorni c’era uno strano miscuglio di eventi e sentimenti, come se l’apice del non senso, la libertà sfrenata, la noncuranza dei valori si scontrassero per la prima volta, dopo anni di pace fittizia, con il baluginare delle armi, l’incubo della bomba, scenari da tempo rimossi e ora tornati prepotentemente alla ribalta, come se i nodi dovessero venire al pettine comunque. C’era un’aria di precarietà, nessuno si azzardava a lanciare programmi, a formulare progetti, cercando, semmai, di salvare il salvabile, di costruire bunker psicologici che difendessero da quella che sembrava un’appropriazione indebita di serenità. Tutto questo accadeva per rovesciare le false sicurezze, per smascherare le precarie architetture dell’uomo senza Cristo. Qualcuno, addirittura, parlava della comparsa dell’anticristo sulla terra, una figura ambigua che sotto una patina di cordialità e correttezza nascondeva l’antiprogetto del demonio. Questa ipotesi avrebbe spiegato molte cose, anche certe derive della Chiesa, che sembrava aver perso la solidità di convinzioni millenarie e si lasciava trascinare in un infido commercio con il mondo. I criteri più certi parevano cadere a uno a uno, concessioni imprudenti confondevano il confine tra la vita e la morte, il bene e il male. La gente era ogni giorno più disorientata e gli stessi ministri del culto dissentivano tra loro, creando scandalo tra i semplici, che non sapevano più a quale santo votarsi né se i santi potessero ancora dirsi tali. Si moltiplicavano le pubblicazioni contrarie alla sana dottrina, mentre qualcuno già auspicava la convocazione di un concilio che dirimesse le questioni più urgenti e moderasse gli animi più accesi. Ne saremmo usciti? Tutto questo accadeva perché stava per aprirsi un’era nuova, in cui la menzogna sarebbe stata vinta per sempre da un semplice rintocco di campana.
L’appello
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Le nuvole, da quest’angolo di cielo, formano figure strane che convergono in un unico punto, sopra la merlatura delicata dei colli in lontananza. Raggi scuri si aprono a ventaglio, mentre, poco sopra, compaiono fasce morbide e chiare come panna. Luce e tenebra s’intrecciano e costringono a meditare sulla vita, l’inestricabile groviglio di bene e di male, di bellezza e bruttezza: bisogna, per oltrepassare le contraddizioni, lasciarsi attraversare dalla gioia e dal dolore, dall’angoscia e l’allegria, dal momento che solo il coraggio della verità restituisce l’umanità alla sua interezza. Perché fuggire? Il fascino delle favole attira dalla più tenera età eppure non descrivono solo luoghi incantati, principesse e principi felici o tesori d’inestimabile valore. Mettono in scena mostri terribili, persone crudeli, pericoli mortali. Generazioni di bambini e di adulti se ne ciberanno sino alla fine dei secoli. Le fiabe sono vere, scriveva Italo Calvino: sta in ciò la loro irresistibile attrattiva. Nell’essere umano c’è un paesaggio abitato da streghe, draghi ed eroi, ma c’è anche un punto in cui tutto converge: lo spirito, leggero come la nuvola e immenso come il mare. Ci s’inabissa nelle sue profondità per scoprire ciò che unifica ogni cosa, lungo quel filo che s’intreccia e si dipana all’infinito. Che sarà mai questo? Una dimensione che la mente postula e articola in teorie matematiche? O una cosa del cuore, il desiderio più profondo e radicato, che attende solo di poter danzare al ritmo dei sogni? Una favola: che, ancora e sempre, è vera.
5 maggio

Sei ancora qui, presente, come allora:
mi chiedi come sto, mi accendi
il cuore, come la porta aperta
sul paesaggio dei colli, dove gente
come me cerca qualcosa,
e non riesce a immaginare che è vicino,
molto vicino il senso. A me lo dici,
perché continuo a essere il cuore
del tuo cuore e mai ti ho perso,
neanche per un attimo. Gli uccelli
cantano imperterriti, lo sanno
che c’è sempre una ragione, come quando
fumasti la prima sigaretta, in ospedale,
e la suora ti sorprese dietro l’angolo:
quanto riso rubato alla tristezza,
quanta sana rivolta a malattie
mortali che avrebbero stroncato
il più robusto degli esseri. Auguri, amico mio,
grazie d’esserci ancora, in barba al tempo,
caparra dell’eterno, che mi viene già incontro
col tuo volto.
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Teoricamente non è cambiato nulla: al posto di Van Gogh, di Taormina e della Piazza dei Miracoli c’è un grande volto di Cristo, di fronte al quale mi fermo in qualche pausa del giorno, occhi negli occhi, come per trovarvi le risposte ai vuoti che si aprono quando meno te l’aspetti, e che un tempo colmavo con don Mario, col suo sguardo sornione, la parola buttata lì, quasi per caso, e che invece toccava proprio il punto, come se lui solo conoscesse i labirinti, i vicoli ciechi del mio cuore. Era bello vedere che dentro tutto si sistemava all’improvviso, come accade nei tratti bloccati della strada, che non sai se c’è stato un incidente, un ingorgo imprevisto, o la pioggia, a Roma, che ridisegna il traffico, e poi, per incanto, si riparte, che ti chiedi ma dov’era il nodo; come adesso, che don Mario mi guarda e mi ricorda quando alzava la mano e la scuoteva per dire lascia perdere, ma che vuoi che sia, o mi sembra soltanto che lo dica, mentre è Gesù che mi fissa e m’inchioda nel punto in cui il tempo s’incontra con l’eterno, il famoso incrocio in cui tutto si chiarisce, in cui il futuro si aggrappa al presente e gli dà un senso. Forse è solo questo che voglio dire nel libro, mentre l’ennesima domenica scivola tra messe e confessioni, nel prefabbricato delle benedizioni-teatro-d’ogni-stranezza di un’umanità disorientata, che cerca il prete per discernere il confine tra religiosità e superstizione, e al fedele che, come sempre, ti dice d’essere appena uscito dal concessionario, vorresti rispondere che anche tu sei appena uscito dall’ultimo residuo di pazienza; ma no, lasciamo stare, meglio aspettare le diciotto e chiudere il lucchetto delle angosce altrui, delle false speranze che un Dio compassionevole trasforma in una qualche fede, col proposito di fare di meglio. Mi sono sempre chiesto se fra il prete e il Padreterno ci sia una specie di accordo su chi chiuda più occhi di fronte al franare di ogni logica; se alla fine il sacerdote non sia che l’estrema propaggine di un Dio che ne ha abbastanza, ma insiste a credere in questa cosa incomprensibile che si chiama uomo.
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Il Coro canta a squarciagola ed è inutile chiudere finestre o mettere i tappi nelle orecchie: le note medievali giungono fin qui a ricordarci che nel mondo c’è qualcosa di estraneo, d’imprevisto, come quella volta che restammo soli in casa, nel luogo di vacanza, e cominciammo a sentire rumori che identificammo con serpenti, come se certi rumori potessero farli solo loro, e quando papà e mamma tornarono non riuscivano a capacitarsi di quella paura immotivata, ma noi sì, perché da piccoli tutto è possibile, soprattutto spaventarsi. Il coro fa una pausa: il direttore assomiglia a Branduardi, ma non ha più quel cespuglio di capelli che oscillava come la chioma della quercia in certi pomeriggi di novembre. Guardo la pila di libri avanti a me: forse è vero che cerchiamo la parola che spieghi ogni cosa, e invece ci troviamo con le note che corrono lungo il corridoio, in questa fine del mondo che non è altro che la fine di un mondo, il mondo dei poteri, dello sfruttamento, dell’ennesima scusa per spadroneggiare. Ora che mi affido alla memoria delle storie rimosse, ecco che è finito, il coro: si sente il rumore delle sedie riportate ai propri posti, come se l’immenso franare del mondo conservasse un ordine segreto, e i poteri corrotti si dessero un ultimo tocco di cipria prima di precipitare nell’inferno. A ben vedere, è questo il tempo delle guerre, dei capovolgimenti che porranno la parola fine al folle abuso, all’estrema zampata del maligno, l’ignobile sopruso di occupare la terra, di dire questo è mio, come fanno i bambini quando affermano un possesso che – puoi esserne sicuro – perderanno presto. Il silenzio è caduto all’improvviso nella stanza in cui si sente soltanto il rumore intermittente del vecchio aeratore, mentre l’ospite, il male, ricomincia a snocciolare i suoi ricordi, ed è bene, allora, fissare gli occhi su Gesù, chiedere a Lui dove diavolo si siano ficcati il buon senso e l’equilibrio, e perché tutto sia sospeso sotto un cielo di cartone, questo corpo che arde, come don Mario la domenica mattina che suonava il campanello chiedendomi di portarlo in ospedale. Quanto tempo è passato, ma siamo ancora lì, a sfrecciare su una strada seminata di semafori finti, almeno per noi due, che dovevamo arrivare prima che morisse. Ora che sei morto davvero mi parli più di prima, e il pianto che allora non usciva mi lascia con gli occhi ormai annebbiati, e il volto, il Tuo Volto, si mette avanti a me e mi dice, con la voce calma di sempre: non ti preoccupare, Io sono qui, il Primo e l’Ultimo, il Vivente.
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Che poi il caos ti insegue, ti si aggrappa addosso, quando meno te lo aspetti. Le nevrosi del mondo ti prendono per la collottola e t’ingiungono di fare questo o quello, ti succhiano la vita fino a lasciarti esausto. Se tutte le malattie del mondo si radunassero qui, in questa piazza cotta dal sole, si potrebbe fare un gran falò, una colonna di fumo che raggiungerebbe le case, le camere, e tutti sentirebbero l’odore acre della follia, il senso dell’umanità per ciò che è fuori del limite, che non tollera rinunce o restrizioni, che invade, che ingombra, e tu stai lì che speri di farla franca, almeno questa volta. La dinamica è la stessa: puoi fare questo? puoi fare quello? e ti chiedi quale sarà la posta in gioco, se sia più alta, se perderai tutto in una volta, o continuerà lo stillicidio, il dissanguamento progressivo.
I passerotti continuano a parlarsi, forse parlano a noi, ci ricordano che c’è salute, in qualche posto, che forse siamo noi l’unico angolo malato, mentre il resto è Regno di Dio, Suo progetto, bellezza incompresa in questo mondo di mostri, di guerre, di violenza. Chissà da dove viene il male, dove attinge la sua forza, le sue motivazioni, dove trova la forza di opporsi a un disegno così chiaro, un’unione, un’armonia, un essere gli uni per gli altri e non nemici, diffidenti, pronti a pensare male del prossimo che arriva, come se nel fondo dell’uomo e della donna ci fosse una tenebra invincibile, mentre è vero il contrario e allora perché non rischiare sul prossimo che arriva, questo ragazzo confuso, aggressivo, che denuncia il male che lo assedia, e tu gli dici aspetta, siamo noi che dobbiamo custodire, abitare la luce, e lui ci crede, se ne va sovrappensiero, come se il canto degli uccelli gli avesse ricordato qualche cosa, come se il progetto fosse emerso all’improvviso in tutto il suo splendore, e per un momento, per un solo momento, il paradiso fosse qui, un angolo di paradiso in questo giorno di merda, come aveva detto entrando, poco prima.
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La pioggia, stamattina, ha lavato via tutto, persino i penitenti: solo due, mezzi ubriachi per gli anni e le amarezze, si sono spinti fin qui, a raccontare i loro poveri peccati. Il mondo purificato è un’anticamera del paradiso: via il superfluo, i pensieri che deviano la vita verso abissi da cui a volte non si torna. Perché partire per quel paese lontano? Perché chiedere la parte di patrimonio che ci spetta, ma può essere goduta solo se la si prende come un dono? Non ne abbiamo abbastanza di sbagliare? Dico a te, lettore, dico a te, lettrice: non abbiamo assaporato a sufficienza la carestia, le ghiande dei maiali, che nemmeno ci danno? Guardiamo negli occhi la realtà, scopriamone i dettagli che ingannano con meccanismi tanto oliati da diventare una seconda natura. Perché non cambiare? È la prima parola di Gesù, quando comincia a predicare. È il desiderio più profondo, quello che emerge se facciamo silenzio, se lasciamo che il mondo scorra con la sua follia, con le pretese assurde, le nevrosi, che si aggrappano a te come all’ultimo porto di salvezza, ma avrebbero solo l’effetto di attirarti nell’abisso, in quel paese lontano. Bisogna uscire dai gorghi ciechi che vogliono distruggere, sotto l’apparenza di bene, tutto quello che gli capita a tiro. Siamo ancora in tempo, mi dico stamattina, mentre la pioggia cade a tratti, come un segno del cielo. Ho ancora modo di cambiare, di scrivere parole che indichino la strada percorribile, l’unico percorso sensato. I penitenti aumentano, cominciano i canti della messa, tutto appare col suo dolore antico, la sofferenza che purifica, che addita una via d’uscita dai meccanismi oliati, dalle abitudini che provocano nausea eppure sono lì, a impedirci di alzare il capo, come dice Gesù, perché la nostra liberazione è vicina. Se cominciassimo dalle parole? Se non ci facessimo guidare mai più da termini come lamento, critica, giudizio? Se ci guardassimo dentro e scoprissimo che al di là della tristezza e della rabbia esistono una terra e un cielo nuovi? Lo spirito, lo spirito! mi diceva don Mario. Sì, è l’ora dello spirito, il tempo è scaduto: comincia l’eterno, già da ora, già da qui.
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La piazzetta è piena di risate, di gente che festeggia anniversari, il giorno in cui ci si dimentica del male e si ricorda solo il bene. La prima sensazione è di fastidio: ho sempre tollerato poco il chiasso, la sguaiataggine dei momenti topici delle agende mondane, in cui la fede sembra più un intoppo che un aiuto: si guarda l’orologio e si muore dalla voglia di uscire dal tempio, il luogo strano dei silenzi incomprensibili e delle formule ancora più astruse. C’è un abisso tra l’atmosfera del sacro e quella delle frasi da osteria, ma il confine, in questi casi, è così labile che non sembra esserci distanza, come se Dio fosse sceso a brindare in qualche bettola in cui si canta e si bestemmia. Gesù, in effetti, ha fatto questo, suscitando il rimprovero degli avversari, sempre in cerca di critiche e di scandali: per questo il fastidio è una pellicola che è possibile tirare via, lasciando il posto all’ennesimo ricordo di don Mario, il saper stare tra la gente più semplice, l’ascoltare le parole della pancia, anche piena e ubriaca, degli ultimi invitati. La fatica diventa meno improba quando in mezzo ai crocchi si fa strada quel suo sguardo, che sempre di più si sovrappone allo sguardo di Gesù: anche adesso che squillano i clacson delle auto, nell’esplosione dell’euforia più sgangherata, il cuore si spalanca a qualche ignoto incantesimo, assapora la gioia del superarsi, del leggere tra le righe storte del mondo un antichissimo progetto, perduto nella notte del tempo: e vide che era cosa molto buona, sesto giorno. La vita ha senso, mi viene da pensare, solo in questo scorcio che provoca vertigini, in questo squarcio nel tempo, che lascia intravedere la luce rarefatta dell’eternità. Da questa angolazione, perfino le risate e le battute indecenti, le pacche violente sulle spalle, sono canti di angeli e santi, è l’alleluja del mondo.
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Il punto, dunque, è se viviamo all’altezza del progetto, e il nodo è la bellezza. Stiamo arrivando al centro di tutta la questione: riscoprire il bello dell’essere, com’è stato concepito all’origine. E’ l’eredità consegnata da don Mario, che ha ripreso a comunicare imperterrito anche dopo morto, ignorando i confini stabiliti fra cielo e terra per tendere la mano al discepolo amato, per erudirlo ancora sulla verità che è passaporto per l’eterno. Un miracolo sintetizzato nella sua espressione preferita: l’amore è più forte della morte, una sonda nel cuore incandescente del mistero. Tutto è cominciato da un libro intitolato Salva L’Anima: ma salvarla da cosa? Quanti tappeti ha rovesciato l’intervento inaspettato di Dio, quanta polvere ha tirato fuori da là sotto! Equilibri precari, ipocrisie, ma anche potenzialità inespresse, virtù nascoste, eroismi insospettabili, comunicando fiducia, la chiave che apre il cuore a Dio. Perché fiducia è amore, purezza di sguardo, fede nel sogno di felicità che abita il cuore di ogni uomo e di ogni donna, da che mondo è mondo: fidarsi della vita, dei suoi ritmi, della bontà nonostante la violenza, della bellezza nonostante l’orrore, della verità nonostante la menzogna. La certezza cristallina che don Mario emanava da tutta la persona scioglieva dubbi e angosce, facendo trasparire la trama della vita di cui spesso non scorgiamo che il rovescio. E’ la sua fede che è venuto a portare, per condurre a compimento la missione rimasta a metà, per infondere il coraggio d’inabissarsi nella terra e divenire seme che muore, e risorgere quando meno te l’aspetti.
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È proprio questo il punto: chi siamo? Viviamo all’altezza del progetto? Il progetto è l’amore, quel varco che si apre nella banalità del male e fa apparire terra nuova e cieli nuovi, il colore, il sapore della vita, la valorizzazione delle capacità, la fiducia nei talenti, per cui una persona, come per miracolo, dà il meglio di se stessa. Sembra impossibile uscire da certi labirinti, superare vicoli ciechi e strade chiuse, e invece tac!, si apre la porta, si spalancano gli occhi, la realtà emerge dal nulla, al punto che ti chiedi come si possa non vedere, sentire, toccare qualcosa di così evidente. Appena ti materializzavi all’orizzonte, sentivo le catene cadermi dalle mani, ogni cosa tornare al suo posto, come fossi una specie di polo d’attrazione di vie d’uscita e soluzioni. Ricordo quando, stanco, salivi le scale, e al termine di una lunga giornata di lavoro ti restava quest’ultima impresa: la lotta con le mie complicazioni, con la morte che cercava di spuntarla e la vittoria puntuale della tua pazienza, come se davvero non restasse, alla fine, che la carità, anche prima di dormire. Tutto normale, finché non arrivava un trenta marzo qualunque e la cicca ti cadeva dalle mani, cominciavi a sudare e ti sdraiavo sul divano in attesa dell’ambulanza che ti portava al Grassi, mentre ancora risuonavano, in me, le tue parole: mi raccomando, portami al Gemelli. Ti vegliavo, in questi casi, e solo allora l’ufficio complicazione affari semplici chiudeva i suoi battenti, e liberava l’amore, che in genere restava chiuso dentro. Ora, a distanza di anni, mi rendo conto di tutto il tempo perso, di come a volte basti poco per varcare la soglia del buon senso, che ti mostra l’assoluta infondatezza di ogni tipo di egoismo, di ogni vile rinuncia all’immagine di Dio, il rifiuto della luce che ti scorta sulla strada del cielo
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La partita della vita si gioca su due polarità: levità e pesantezza. Nel libro di Daniele, Dio dichiara: ti ho pesato e ti ho trovato leggero, cioè mancante: il termine gloria, in ebraico, significa peso. L’insostenibile leggerezza dell’essere, come nei quadri di Chagall, fa evadere insensibilmente dalla realtà quotidiana. Il giogo di evangelica memoria, visto dalla nostra parte, appare tutt’altro che soave, la verità troppo grave, e non di rado molesta. Come si presenta, il mondo, dal punto di vista di Dio? Siamo un popolo di dura cervice, perennemente in fuga da ciò che conta ma non sempre attrae. C’è forse un punto d’incontro fra le opposte prospettive, come nei panorami marini in cui cielo e terra si abbracciano, e i confini svaniscono in riflessi di struggente bellezza? Il nodo è lei, la bellezza. Ogni scarrafone è bell’ ‘a mamma soja, si dice a Napoli: così gli occhi di Dio si posano su noi, al di là delle piaghe che sfigurano il volto. La bellezza evoca l’anima, costringe ad alzare lo sguardo in un gesto che oltrepassa l’effimero. Mi scopro, a volte, a osservare gli animali domestici: non si slanciano in aneliti romantici né si sgomentano al cospetto di un cielo stellato, ma annusano l’angolo di strada in cerca di odori inusuali, o di piccole prede. Non escono dal recinto angusto di un’auto conservazione prevedibile. Basterebbe questo per prendere coscienza che vivere così per noi è impossibile, che perdersi qua e là, pur di evitare l’incontro con la morte, sarà forse leggero, ma smarrisce lo splendore di una vita che sa alzare lo sguardo, che nel peso della gloria assapora l’eterna consistenza di un amore più forte della morte, di una luce che trionfa su ogni buio.
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Ricordo bene l’atmosfera, una pace soprannaturale, qualcosa che non avevo mai provato e che ora era mia, anzi, ero io, il vero me stesso che chissà dove s’era nascosto, fino allora. Ma era inutile fare domande, bisognava piuttosto ringraziare e cercare di recuperare il tempo perduto, assaporare il pezzo di cielo che arrivava all’improvviso, come nelle notti in cui mamma e papà piazzavano in silenzio i regali dell’epifania e noi restavamo a bocca aperta a scartare increduli i giochi di società, le macchinine e i soldatini, con tutta la felicità che può manifestarsi in quei tempi d’incoscienza. E non era incoscienza cantare per un viaggio intero Luna di Togni o dire “non ho fatto mai un incidente in vita mia” e subito dopo tamponare l’auto del turista tedesco, che non avremmo mai rimborsato a motivo di distanze insormontabili? Capitava di avere momenti in cui sfoggiavamo la nostra migliore faccia tosta, per esempio coi carabinieri che ci fermavano per eccesso di velocità, e noi facevamo le smorfie di chi cade dalle nuvole. Ora che te ne sei andato sembra tutto più difficile, ma non smetto di pensare che la vita sia un’avventura da prendere sul serio eppure anche sorridendo, come quando incontravamo i grandi manager che mettevano in soggezione chiunque altro, tranne noi. Ora che la guerra è alle porte mi viene da pensare che abbiamo fatto in tempo il pieno di gioia per affrontare il cielo cupo, l’oscuro inizio dei dolori, per entrare con il passo giusto in questo esodo alla volta della terra promessa, verso la tanto agognata verità.
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Dici bene, guardare dall’alto. Ci siamo assuefatti a strisciare rasoterra, a osservare a tutti i costi dal punto più basso, per farci capire e per capire, ma capire cosa, se basta l’azione del primo esaltato per ridurci al disorientamento e alla paura? Che voglia di urlare: l’avevamo detto; che tentazione di sbirciare quelli che ridevano alle spalle, o in faccia, addirittura, perché avvertivamo che c’è una voce più profonda – più alta – da ascoltare. Dalla porta della sala del coro, dove ora confesso, il vento mi parla insieme ai passeri, ai merli, alle cornacchie. Mi ricorda la voce di silenzio sottile che sorprese Elia, sul monte del Signore. Troppi terremoti, troppe fiamme, troppe tempeste turbano la nostra intimità, ci impediscono di sintonizzarci con la voce, l’unica voce che suggerisce a te, lettrice, a te, lettore, la cosa che conta, il ricordo della propria inconsistenza, l’insufficienza congenita che vanifica ogni velleità, la ridicola pretesa di proclamarsi arbitri del bene e del male. Guardo i rami dell’albero che appare dallo spiraglio della porta: non so che pianta sia. Mi piacerebbe riconoscerle tutte, come Italo Calvino, che aveva ereditato dai parenti una sapienza botanica infinita. Il problema sta qui: non riconoscere la pianta, confondere la quercia con l’olivo, il faggio col leccio, lasciarsi ingannare dalle forme, vedere all’orizzonte il male e pensare di vincerlo con le armi spuntate di chi striscia rasoterra. La suora che è entrata mi ricorda la mia antica confusione, la paura che mi faceva attaccare alle cose della terra come all’ultima spiaggia, il cadere nella trappola di un nemico in agguato, giorno e notte. Dobbiamo guardare in faccia questa estrema, radicale ignoranza. Dici bene: guardare dall’alto, da un aereo non troppo distante dalla terra, decifrare i dettagli di una storia che rivela il suo lato più in ombra, quello che nessuno si aspettava, tranne noi.
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A volte capita di vedere le cose come da un aereo che plana: non dalla quota degli aerei di linea – dai cui oblò si distinguono soltanto vaghe forme – ma da una prospettiva sufficientemente diversa da quella abituale. Le sensazioni sono quelle di una leggerezza, un’ebbrezza del tutto sconosciuta a un quotidiano che quasi si trascina, più per istinto di sopravvivenza che per gioiosa adesione. E’ come cogliere il filo che attraversa la trama della vita e intesse il dolore più assurdo e l’attimo all’apparenza più banale, l’esperienza di serenità e l’evento denso di significato. Un senso che corre verso una bellezza in cui il terribile e il sublime si fondono come in un’opera d’arte il cui incanto rimane inalterato. È questo l’effetto della mutata prospettiva che riproduce lo stato d’animo provato quando si ammira un quadro, l’emozione sprigionata dall’ascolto di una poesia o di un brano musicale, l’accorgersi che quanto sembrava un groviglio inestricabile di momenti difficili era invece un capolavoro di inestimabile valore. Perfino l’ombra scura che si profila all’orizzonte, il rumore delle armi, l’angoscia della violenza più cieca può acquistare un senso misterioso, senza nulla togliere alla sua tragicità: finisce col rivelare il volto dell’eterna lotta tra il male – che cerca di trovare spazio – e il bene – che mobilita i personaggi più santi per avvertirci del pericolo incombente, per fornirci le armi più adatte a questo tipo di conflitto. Le apparizioni mariane, copiose nel secolo trascorso e in quello presente, hanno proprio questo scopo. È l’aèrea prospettiva da cui contemplare, la chiave per interpretare la concatenazione degli eventi sul pentagramma della storia. A cominciare da quella personale, che nel suo rovescio rivela il lavorìo di dita operose, impegnate a tessere il disegno di un amore più forte della morte, un potere che attraversa il confine fra la terra e il cielo, pur di trarre dalle sabbie mobili tutto ciò che, mancando il bersaglio, si rivela come male.
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Non è facile farsi strada in questa giungla, dove a ogni passo si affaccia una richiesta, un’esigenza, come se qualcuno potesse rispondere davvero, come se non fosse Dio l’unico garante, il depositario di ogni verità. Il cuore si affatica a trovare responsi di cui non ha il brevetto, soluzioni geniali a problemi non ancora formulati. Il mondo è questo intrico di ragioni e sragioni, in cui uno si alza la mattina e dice oggi invado questa terra e un altro dice ma questo che vuole e da lì parte un casino che è la normalità del non senso che affligge questo posto. I gatti, qui, continuano a girare, cercando carezze dai tanti pellegrini che cercano carezze a loro volta, in una sete d’amore che vorrà dire qualcosa, ma no, dài, facciamoci la guerra, diamogliela vinta al nemico che gioca con le anime come coi birilli del bowling: sarà questo, la vita, aspettare che la palla ti colpisca e ti faccia finire nel fondo della pista? Urge una svolta politica, un immenso dietrofront, un mea culpa di tutte le colpe di tutti i secoli dei secoli, un dire finalmente, uno davanti all’altro, senza più giustificarsi, senza attenuare la gravità di pensieri parole opere omissioni, dire finalmente la parola: ho sbagliato. Allora tutto ricomincerebbe per miracolo, perché il vero miracolo è cambiare. Ecco, suona la campana, comincia la messa, il sacerdote dirà le stesse cose, i fedeli risponderanno con le medesime formule di sempre, ma ugualmente qualcuno farà entrare, in qualche cuore disperato, una parola, un gesto, un’intuizione inedita, qualcosa che proprio là, sopra quel banco, tra noia e disperazione, tac! colpisce il cuore, e in un solo momento, ti converte.

