La seconda stanza è occupata dalla critica stilistica. Intorno agli anni ‘80 si avvertiva una sorta di livore nei confronti del dilagare di criteri troppo esterni (sociologici e ideologici) o troppo interni (solo il testo con le sue strutture) nel’attività dello studioso. La tentazione era forte; lo strutturalismo forniva strumenti che promettevano risultati straordinari: il testo sacro della cattedra cui collaboravo era La struttura del testo poetico di Jurij Lotman, su cui spero di soffermarmi in seguito. Continua a leggere
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Sette stanze (La conquista dello spazio 5)
Sotto il Calvino delle Città invisibili trovo l’inossidabile Sette modi di fare critica, Editori Riuniti, a cura di Ottavio Cecchi e Enrico Ghidetti. E’ in tema, trattandosi di sette stanze da esplorare attentamente, a cominciare dalla più complessa: la critica storicistica, dominata dal gigante di Pescasseroli – meglio dire di Napoli – Benedetto Croce, simpatico militante antifascista che curiosamente mi ricorda Tommaso d’Aquino. Se avessi potuto scegliere d’istinto, avrei vissuto come lui, dedicando ogni energia all’analisi del Bello, del Buono e del Vero, a cui Croce aggiunse l’Utile, per comprensibile realismo, mentre io opto per l’Uno, che li integra in una visione superiore. Fu a causa di quest’ultima che lo studioso perse, a mio parere, il senso più complesso dell’opera d’arte, e della poesia in particolare, ostinato a identificarla con l’intuizione pura, mentre sappiamo di quali e quante impurità sia composto anche un solo verso. I suoi discepoli si affannarono a cercare uno spiraglio per uscire dall’impasse, dall’apertura alla storia letteraria di Russo e Binni, alla rivalutazione delle tecniche stilistiche di Petrini e Fubini. Nel disordine della mia stanza, pendo dalla parte di questi ultimi, anche se al primo bisogna riconoscere l’impresa titanica di far quadrare il cerchio dello spirito, con coerenza singolare (dove si vede che la coerenza, forse, non è sempre e soltanto una virtù).
La rete che non regge (La conquista dello spazio 4)
Insieme con i libri vedo fogli volanti, tra cui le poesie di un giovane consegnate da lui stesso brevi manu, pur sapendomi in debito di tempo. Alcuni versi s’impongono sugli altri: Un disordine padrone qui/ accresce le memorie d’altrove/e io fermo a cullare spazi/ a cullare ricordi attaccati/ d’edera di sensazioni forti/ di linfa di crescita vitale. Sembra parli di me, per una delle strane coincidenze che collegano gli angoli del cosmo, perfino lo Zanichelli inverso, strumento con finalità enigmatiche, benché lo scopo sia chiaro all’editore: “[…] può essere prezioso anche al linguista che studia le terminazioni delle parole per riconoscerne gli aspetti grammaticali (legati alla suffissazione e alla flessione) e semantici (nella costruzione dei composti, nella individuazione delle componenti etimologiche che presiedono alla formazione della parola ecc.)”. Lo tengo qui, in attesa del giorno in cui sapere che pedata rima con bordata possa rivelarsi utile. Mi consolo con le Città invisibili (e inseparabili dalla mia persona), la bibbia dell’adolescenza, quando cercavo nei colloqui di Polo col Gran Kan la risposta alle angosce e alla fragilità insuperabile del vivere. Ritrovavo me stesso in frasi come questa: Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge.
Colleghi (La conquista dello spazio 3)
I due contenitori da 31 per 23 centimetri sono sfalsati, a scaletta, per fare spazio al cordless che tengo a portata di mano ogni momento, persino in bagno (suona a qualsiasi ora, è l’ossessione onnipresente della mia esistenza). Dovrei registrare altro materiale sparso, di cui ricordo tre blocchetti che si contendono gli appunti presi al volo: dall’indice di un romanzo su Gesù a notizie come il matrimonio della mia nipote americana o la preghiera per il ragazzo in coma a causa di un incidente con la moto. Scendendo in basso, si trova il piano mobile che dovrebbe ospitare la tastiera del computer: sarebbe libero, dal momento che ho il portatile, ma nonostante il sovraffollamento generale qui c’è solo, inspiegabilmente, un panno cattura-polvere e un dispositivo per l’archiviazione dati del computer (di cui ignoro la definizione tecnica). Ancora più sotto cominciano i libri, conservati nei due spazi disponibili: il più importante e capiente è quello sottostante la zona del portatile; lì giacciono i volumi che in teoria dovrei utilizzare con maggior frequenza. Il primo è il Dizionario dei sinonimi e dei contrari, analogico e nomenclatore, del Gabrielli, edizioni CIDE (Centro Italiano Divulgazione Editoriale), sgualcito e sconnesso in ogni suo elemento, la cui prefazione, dello stesso Gabrielli, comincia così: A parlar di sinonimi la mente corre naturalmente al Tommaseo. In effetti, ho anche il Tommaseo, che però non ricordo più dove si trovi (appena posso lo cerco e lo sistemo vicino al suo collega).
Futuro incerto (La conquista dello spazio 2)
Sul piano del tavolino dove scrivo c’è un mucchio di foglietti dal futuro incerto. Ne prendo qualcuno, come viene: il numero di telefono del dott. Ienca, l’amico dietologo che mi aiutò a perdere diciassette chili (tutto nacque dal matrimonio del figlio: scommettemmo che ce la potevo fare, prima di consacrare sull’altare lui e la fidanzata); la password del sito Feltrinelli, in cui non sono mai più entrato (imprese che affronti con slancio, ma hai già cassato rientrando a casa dalla mattina libera); Continua a leggere
La conquista dello spazio 1
La mia stanza è un caos. Scrivo su una tastiera di Acer appollaiata nell’angolo di un tavolino da computer, il cui piano è gremito di oggetti: una foto di don Mario sorridente, col maglione grigio e il colletto bianco da cui pende un orologio da sei euro sempre in procinto di fermarsi, l’immancabile block notes sulle gambe, sovrapposto a una borsetta in cui conserva i soldi per i poveri (poco prima di morire se la fece portar via, meritandosi un rimprovero di cui oggi mi pento amaramente); Continua a leggere
Estremi
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Mi si stringe il cuore. Forse, anche, perché the last supper mi ricorda inevitabilmente un’altra cena, di un altro condannato a morte. Lo ius vitae ac necis è vecchio quanto il mondo: uno strano diritto che l’uomo si è arrogato sull’esistenza altrui; in casi estremi, è vero, ma ci si chiede sempre se esista un caso così estremo da giustificare un estremo come questo. A mio parere no. Nessuno può decidere quando sia giunto il turno dell’ultima cena; nemmeno Dio, che non voleva la morte di Gesù, ma solo che salvasse il mondo, come recita il suo nome.
Vangeli
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Molti pensano che il vangelo sia uno. In realtà, i vangeli canonici – riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa – sono quattro. Poi si spalanca la distesa dei vangeli apocrifi, tra cui alcuni di grande valore: si pensi a quello di Tommaso, che contiene persino alcuni detti di Gesù sfuggiti alle fonti garantite. Non basta: esistono vangeli che nessuno ha mai trovato né riconosciuto, di natura diversa dalla carta e dalle lettere, composti di materiali indefinibili; vangeli nascosti negli angoli oscuri della storia, come la grotta mai individuata in Palestina, eppure divenuta famosa in tutto il mondo.
Parole, parole, parole
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Parole, parole, parole: chi l’avrebbe detto che un giorno le avremmo rimpiante di fronte all’ estinzione, alla constatazione amara che si comunica soltanto a gesti e a smorfie. Eppure la cultura continua a offrire tutto, attende con immutato desiderio lettori e ascoltatori, occhi e orecchi affamati di dettagli, di sfumature decisive. L’evoluzione prosegue il suo corso, ma si trascina dietro il suo rovescio di ignoranza e di barbarie.
Quasi sempre
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Sono serbi, senegalesi, rumeni; vengono da tutto il mondo, ma la fisionomia è comune: il dolore, le privazioni, la rabbia, solcano il viso con linee omogenee, segni inferti dall’ingiustizia umana. Chiedo loro il nome, il paese d’origine, le peripezie dell’ultimo periodo; qualche notizia sui parenti, l’abitazione, se ce l’hanno: molti dormono in pineta, o all’ostello della Caritas. Li sostengo come è possibile a una parrocchia di periferia. Siamo sempre in cerca di un lavoro, ma spesso la gente è diffidente: rumeni e albanesi incutono timore, per gli africani si ha paura dell’igiene. Procediamo disperatamente, a tentoni, fiutando l’aria, informandoci nei modi più inconsueti. Anche un titolo di articolo può attirare l’attenzione, salvo accorgersi che non serve a nulla, come spesso, anzi, quasi sempre accade.
Sindone contemporanea (corpi di Haiti)
Si discute molto sulla sindone custodita a Torino: una ricerca affascinante, che potrebbe rivelare il volto e il corpo di Gesù di Nazaret, uno dei più grandi uomini passati nella storia. C’è un’invocazione accorata all’interno della Bibbia: non nascondermi il tuo volto (Sal 102,3). Ricorda il kenegdo del Genesi, quando Adam si trova di fronte una presenza che è osso delle sue ossa e carne della carne, e può guardarla occhi negli occhi, con stupore. Nel mondo, tuttavia, ci sono molte sindoni, vittime su cui scarseggiano gli studi e verso cui mancano pellegrinaggi adeguatamente preparati: corpi ingombranti che nessuno pensa mai di custodire, che si desidera solo far sparire in fretta.
Ultima Tule
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Scopo della filosofia, si dice, è imparare a morire. Congedarsi dalla vita è un’arte, in tutti i sensi: distaccarsi dal proprio, sottrarre la terra palmo a palmo alle fauci di un insaziabile egoismo. Un’altra filosofia coltiva la ricerca parallela, che ha bisogno della morte come ultima Tule dello show, del successo a tutti i costi. Il caso, magari, non è questo, ma il sospetto, inevitabilmente, sorge.
Lo sfondo sinistro
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Sono venuto a portare il fuoco, e come vorrei che fosse già acceso: una frase misteriosa di Gesù. Come l’altra, di Giovanni il battezzatore: dopo di me viene uno che vi battezzerà in spirito santo e fuoco. Noi, inguaribili romantici, pensiamo subito al fuoco dell’entusiasmo, alla passione ardente. Il senso è un altro: chi non matura fino alla dimensione dello spirito, fallisce la meta della vita, la brucia, la riduce a nulla. Il fuoco è lo sfondo sinistro di un dono prezioso rifiutato: distrugge, non bisogna mai dimenticarlo.
Il cammino dell’uomo
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Ci si doveva arrivare, prima o poi. Martin Buber ha scritto un libro intitolato Il cammino dell’uomo, sul passaggio dall’io al tu. Un percorso difficile, che comporta la vittoria, sempre parziale, sulle proprie ossessioni e compulsioni, sulla deriva della vita quando cade nelle trappole dell’egotismo. Se il cammino s’interrompe, non restano che vicoli ciechi, dove qualunque falsità si contrabbanda per esperienza umana.
Come sempre (Rosarno)
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Una storia dove si perde facilmente il filo, in cui convergono nodi inestricabili: la miseria, i conflitti sociali e religiosi, lo sfruttamento e il razzismo, la malavita e il ruolo opaco delle istituzioni. Sullo stesso palmo di terra si accavallano azioni e reazioni di Stato e ‘ndrangheta, associazioni a delinquere e gruppi che promuovono una cultura della legalità. Chi vincerà? Per ora i più deboli si sottomettono ai più forti, come sempre.
Il cielo sulla terra
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La messa è finita, andate in pace. All’uscita una raffica di colpi. Avrebbero fatto meglio a stare dentro, a rifugiarsi nel rito che anticipa l’eterno. Gli orientali definiscono la liturgia il cielo sulla terra. In cielo non si muore, Dio ti concede il privilegio di vivere per sempre. Quaggiù è diverso: quando lasci il cielo sulla terra devi andare in pace, pronto a farti massacrare.
Corte marziale (soldatesse in Iraq)
http://www.youtube.com/watch?v=MphJDjv1HBw
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Fa uno strano effetto, come tutte le direttive che toccano diritti inalienabili. Immagino le coppie che si abbracciano con l’idea della corte marziale, m’interrogo su quanto una visione di giudici arcigni possa avere risvolti afrodisiaci. Ma è il lavoro, lo stipendio, la vita, anche se il rischio di lasciarla lì è forse pari a quello di rimanere incinta.
Leggenda incontrastata (i Simpson)
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Difficile indovinare le ragioni del successo. Originali, certo, con un linguaggio disinvolto e sfuggente a ogni sorta di censura; il tratto umano e alieno nello stesso tempo, con l’improbabile colore giallo, onnipresente; gli sguardi assorti ed ebeti, corrucciati e malinconici, sinceri fino alla provocazione intollerabile. Cosa avranno i Simpson per essere la leggenda incontrastata che trionfa da vent’anni? Evocano i fantasmi dell’inconscio o riproducono solo fedelmente ciò che siamo diventati?
Magi strati (epifanie)
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Il tempo passa, le strutture culturali diventano obsolete se non si aprono alle coordinate ultime, la tradizione rischia di ammuffire e ridursi a materiale da museo. Anche l’inossidabile presepe potrebbe trasformarsi in un cimelio del passato se non si spalancasse all’avanzare del presente, alle ansie, alle attese, agli strati ultimi dei fatti. Guai se Betlehem, la città del pane, diventasse una scorza rafferma e inacidita. Sarebbe una scomunica late sententiae, lanciata dalla vita, l’unica gerarchia che non ammette repliche.
L’inferno sono gli altri
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Le riunioni di condominio, confidavo a un amico, sono i luoghi più aggressivi di associazione umana. E’ lo spazio vitale difeso con i denti, la propria idea di convivenza che si scontra con quella degli altri. La guerra non nasce tra diversi, non è l’ideologia o il colore della pelle, né la quantità di ricchezza distribuita ingiustamente. E’ l’esistenza dell’altro la causa del conflitto, l’inferno sono gli altri, come scriveva Sartre.







