Archivi categoria: Poesia

(lasciti dell’anacoreta)

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I.

ci siamo – abbandono la stele, lascio alla vita dei ragni la virtù, sospingo
tutta la memoria dietro il masso muscoso: non c’è mondo,
c’è il rantolo dello sconosciuto,
dell’ignota presenza che non nomino – seppi: nominare è morte e polvere,
ché in questo annullarmi alla congrega vivo, amandola di pura assenza,
come una vitale persuasione, una resa completa…
poi, vederli dall’alto, lumini in moto perenne nel vallone,
sapere di questo amore
che senza abbraccio vede ogni istante,
egoista del trascendere del legno,
offre una specie di ragione che si piega, un’elezione di qualcosa che sorregge
e spegne, accende e polverizza – ora impasto il fango, fratello,
vanamente erigo
muri a secco… Continua a leggere→

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Ho letto Manzoni e Foscolo, ma non solo.
Il Morgante del Pulci, le Stanze
del Polizano, la Secchia del Tassoni.
Ho un background discreto di studi classici
(sì, faccio per vantarmi).
Da giovane traducevo
Esiodo Pindaro Alceo,
oltre che Cicerone.
Ma, a parte l’arteriosclerosi e l’oblio
che tutte cose involve (to involve),
sono un illiterate, non c’è rimedio.

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Sguardo Nuovo

Mio figlio, in terza media, deve leggere e commentare questo sonetto di Ugo Foscolo.

A Zacinto

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

Presagisco un pomeriggio noioso, invece iniziamo a cercare le foto di Zacinto in rete per vedere concretamente le “sacre sponde” e le “onde del greco mar”, la “petrosa Itaca” e la tomba di Foscolo. Così ci troviamo a leggere e rileggere le strofe, i singoli versi, alle volte gigioneggiando “alla Gassmann” lasciando stare l’accademico rispetto ma trattando la poesia come una poesia e basta.
Finito il compito ognuno si dedica a qualcos’altro ma dopo cena, quando mando mio figlio a buttare la spazzatura, alza il sacchetto e mi dice: “Gli darò illacrimata sepoltura” ed esce ridendo, regalandomi uno sguardo nuovo su una poesia che credevo sterile.

4 poesie. di Enzo Ferrari

FOTOGRAFIA

Il taglio della luce
in un avanzare struggente di immagini
che vanno a morire nell’ombra.
Un ritaglio di cielo nei vicoli.
L’aria al profumo di menta
e salvia
si imprime sulla pellicola
nei toni del verde e del rosso.
S’aprono nuove rotte
nella vorticosa
danza della vita.

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Mattino nella casa bruciata, di Margaret Atwood

657casabruciata.JPGCi sono scrittrici e scrittori che amo visceralmente. Il che significa che leggerli mi provoca geyser non solo mentali o spirituali, ma anche fisici. Il che significa che quando leggo i loro libri mi muovo, cambio spesso posizione (leggo di frequente a letto o seduta davanti al mio Mac), mi alzo, parlo con me stessa a voce alta davanti allo specchio, prendo appunti.
Una delle scrittrici alla quale il mio corpo e tutte le sue membra rispondono come un sol uomo è Margaret Atwood, canadese, classe 1939. Autrice di un romanzo che metterei ai primi posti della mia personale classifica della letteratura distopica, insieme a Mondo nuovo di Aldous Huxley e a I figli degli uomini di P.D. James, ossia: Il racconto dell’ancella.
Qualche tempo fa una rivista letteraria con cui collaboro, Leggendaria, aveva chiesto alle redattrici e ai lettori quale fosse (ammesso che esistesse) il libro che aveva cambiato la loro vita e perché. Io ho risposto, per l’appunto, Il racconto dell’ancella.
Perché quel racconto è la storia di un corpo moribondo che si aggrappa alla vita con tutte le sue forze. E la spunta, contro ogni probabilità, pur continuando a vivere nel dolore, pur rendendosi conto che quella è solo una pallida imitazione della vita.
Dal 1992, anno in cui mi sono imbattuta nell’atwoodiana Ancella, ho fagocitato quasi tutti i libri della Grande Canadese: La donna da mangiare, Occhio di gatto, L’altra Grace, La donna che rubava i mariti, L’assassino cieco, L’ultimo degli uomini.
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All those ships that never sailed

bob-kaufman.jpgQualche settimana fa ho letto nella piccolo rubrica di poesia di City, uno degli innumerevoli giornali che si distribuiscono gratis nelle grandi città, alcuni versi che mi hanno colpito.
Immediatamente ho cercato notizie sull’autore, che non conoscevo, e infine ho trovato in internet anche la poesia intera, di cui City aveva riportato solo alcuni versi,.
L’autore di All those ships that never sailed è il poeta della beat generation Bob Kaufman ( 1925-1986). Continua a leggere→