Chi scrive poesia conosce bene un esercizio paradossale: lo sforzo (ripetuto, mai esaurito) di dire il silenzio attraverso le parole, e di far entrare nelle parole un’anima di silenzio.
Proprio sulla tensione irrisolta tra parola e silenzio si concentra la seconda sezione del mio libro A grandezza naturale. 2008-2018 (Arcipelago Itaca, 2020), intitolata “Cento modi per chiamare o nessuno”. La video-lettura proposta ne presenta alcuni testi (una più breve selezione è riportata qui sotto).
“Infilo le valli nelle maniche/ sulle punte le dita del Brenta” (da “Sulle punte”, Publistampa edizioni 2019). Maddalena, fin dal nostro primo incontro, non riesco a pensare a te e alla tua poesia senza pensare alla montagna. L’esperienza della montagna mi pare così vicina al segreto dell’esistenza stessa: richiede coraggio e umiltà, precisione, preparazione, fiducia nelle proprie forze, ma al tempo stesso riconoscimento dell’abisso e dell’imponderabile. Un’esperienza che ci mette a nudo. Mi piacerebbe che tu ci parlassi del tuo amore per la natura, di come nasce e di come si declina.Continua a leggere→
“Edgar Allan Poe. Nevermore. Poesie di un Altrove, a cura di Raffaela Fazio” (Marco Saya Edizioni, 2021)
Dall’introduzione di Raffaela Fazio
Nel presente volume mi sono occupata della traduzione di una poesia che – lo dico chiaramente – andrebbe letta, ancora più di altre, in lingua originale. Il motivo è semplice: la musicalità del verso. Per Edgar Allan Poe (Boston 1809 – Baltimora 1849) la musica è l’arte che più efficacemente eccita ed eleva l’anima, permettendole di accedere al regno etereo della bellezza. […] Attraverso la sonorità e il ritmo del verso, che spesso assomiglia a una ballata e non di rado presenta una lunghezza variabile, l’autore vuole produrre un effetto immediato, incantatorio, vuole coinvolgere il lettore emotivamente, più che indurlo alla riflessione/ elaborazione concettuale. La sua poesia non si basa infatti su una molteplicità di livelli “stratigrafici” da indagare in profondità con il pensiero, ma sulla capacità di creare atmosfere suggestive, da un punto di vista tanto scenografico quanto psicologico.Continua a leggere→
La tua scrittura si muove su due binari: il dialetto materno, quello di Locri (Reggio Calabria), e l’italiano. Il risultato è solido e convincente in entrambi, per l’estrema cura che dedichi all’aspetto specifico di ciascuno (con il loro rispettivo lessico, ritmo e timbro). Cosa significa per te scrivere in dialetto e cosa significa scrivere in italiano?
Grazie per la domanda, Raffaela; penso tu abbia centrato al primo colpo il nocciolo del mio lavoro più intimo sulla parola. I binari sono due, come tu correttamente affermi, ma la parola è una sola, o almeno questa è l’intenzione. Una parola o meglio una voce che ha bisogno di due strutture linguistiche diverse per concepire e manifestarsi sulla pagina scritta. Ho necessità di dire sia attraverso la voce materna primordiale e istintiva che tramite la magnifica lingua di Dante, che mi permette maggiore ricchezza di lessico e una struttura sintattica più articolata. Le due lingue lavorano in collaborazione stretta; talvolta s’interrogano l’una con l’altra anche durante la fase di composizione. Ogni verso, ogni strofa deve funzionare in entrambi gli impianti linguistici. Quindi la risposta alla tua domanda è: scrivere in dialetto e scrivere in italiano significa suonare la stessa musica con due strumenti diversi, entrambi indispensabili.Continua a leggere→
Il mosaico nella chiesa di Santa Pudenziana a Roma
Il mosaico dell’abside nella chiesa di Santa Pudenziana è una delle testimonianze musive cristiane più antiche della città di Roma, essendo preceduto solo dai mosaici del Mausoleo di Santa Costanza. Esso risale alla fine del IV secolo, probabilmente iniziato sotto il pontificato di Papa Siricio (384-399). Nel corso dei secoli sono avvenuti naturalmente restauri e modifiche architettoniche, come quelle del 1588, a cui va attribuito il rifacimento di alcuni dettagli: le figure sulla sinistra di Cristo (tranne la testa di S. Pietro e la corona), la mano di S. Paolo, parte della testa e della spalla dell’apostolo vicino a S. Paolo, parte del trono di Cristo. Inizialmente il mosaico era più grande di quello visibile attualmente.
Raffaela Fazio. Un’ossatura per il volo (Raffaelli Editore, 2021)
Dalla Prefazione di Giovanna Rosadini
La grammatica dei sentimenti si struttura a partire dalla relazione primaria madre-figlio, il più antico e fondante dei legami umani. […] Ecco allora che Raffaela Fazio, due volte madre e arrivata alla soglia dei cinquant’anni, ha deciso di raccogliere le poesie scritte per i figli in una silloge a memento della stagione dell’infanzia, prima che sfugga […].
E se molto bene è descritto, nei versi per Juliette, il “corpo a corpo che caratterizza il rapporto madre-figlia nella sua originaria indifferenziazione” (Recalcati), ad esempio in Come te o in una memorabile poesia che restituisce tutto l’incanto di una totale devozione reciproca: “Nel buio vicina /come in una stiva /ti scopro sveglia / mia clandestina. / Non m’interpelli /solo parlotti piano / mentre mi tocchi /naso guance capelli / quasi impastassi in sordina / un drago di farina” (dove il drago, incarnazione della potenza materna, è una figura friabile plasmata da mani infantili), nelle poesie per David sono presenti icone (“piccolo forziere incustodito”, “ponte levatoio”) a riprova della consapevolezza che “nel legame madre-figlio l’eredità avviene sempre sullo sfondo di un’assenza, di una discontinuità, di una differenza già costituita” (sempre Recalcati, che in Le mani della madre ha analizzato e raccontato la maternità nell’epoca contemporanea).
Cristina, cosa è venuta prima, la tua arte figurativa o la tua poesia? Da cosa sono nate?
Ho cominciato a disegnare da piccola, prima con pastelli e matita, poi colori ad olio e tante altre tecniche nel corso della mia lunga vita fino all’attuale computerArt in cui mi cimento elaborando sovrapposizioni di miei dipinti e di soggetti ugualmente da me fotografati. Contemporaneamente mi sono occupata anche di scultura, di scrittura con racconti brevi, un romanzo pseudobiografico, e soprattutto poesie.
Cosa è il coraggio? Ciascuno di noi troverà forse risposte diverse.
Personalmente, penso che il coraggio, per essere tale, debba sfociare in un gesto, in un atto. E credo anche che non esista coraggio senza una certa misura di sacrificio.
Il sacrificio supremo è naturalmente quello della propria vita, non come autoimmolazione vittimistica, ma come slancio generoso teso a preservare la vita altrui. Questo impulso a volte sorprende perfino chi lo prova, perché spontaneo, non calcolato. Può essere una risposta istintiva a una situazione estrema e imprevista. Oppure il risultato di un processo di crescita graduale.
Alfredo, iniziamo da qui: secondo te, il limite della poesia è la sua forza (o può diventarlo)?
Per rispondere dovrei avere ben chiaro cosa posso considerare come “limite” della poesia e forse anticipare una qualche definizione, fatalmente soggettiva, ma, per brevità, mi concentrerò su due aspetti.
Il primo è intrinseco: la poesia, con la sua necessaria densità e concentrazione verbale e semantica si fa carico di una rappresentazione del mondo incompleta, frammentaria, parzialissima rispetto alle possibilità della prosa e della saggistica. Ma nell’equilibrio, secondo me necessario e inevitabile, tra il detto e il non detto si incontrano, appunto, i limiti e le potenzialità del verso. Il non-detto richiede confidenza con il silenzio, con il pre-verbale, con il secretum intuitivo. Apre porte, spiragli, prospettive (più delle altre forme di scrittura), che offrono ad ogni lettore (ogni ascoltatore del non-detto) il proprio angolo di visuale. In una realtà orfana, per sua stessa natura, del Vero, l’offerta e la convocazione nel testo di verità plurali ne può quantomeno richiamare l’esistenza, offrire un percorso d’avvicinamento.
Da “La corona che non appassisce. L’escatologia nella scultura funeraria dei primi cristiani” di Raffaela Fazio (Contatti, 2020)
Nei primi sarcofagi cristiani [1], come in quelli pagani, i ritratti dei defunti compaiono solitamente al centro, all’interno di un “clipeo” [2]. Questo termine deriva dallo scudo di bronzo usato dai soldati romani, che, secondo la descrizione di Plinio [3], veniva decorato con il ritratto [4] di un antenato e appeso in un tempio o in un altro luogo pubblico. Ma la forma del clipeo usato in ambito funerario non è casuale. Di fatti, tra le figure geometriche, il cerchio [5] è quella che più di ogni altra assume un significato escatologico, in quanto tradizionalmente è simbolo di perfezione, pienezza, eternità. “Dio è per natura circonferenza” diceva Platone [6]. Nelle cosmogonie degli antichi il cerchio era spesso legato al movimento delle stelle. Presso greci e romani, il disco era attributo delle divinità solari. E il sole è di fatti il cerchio per eccellenza, l’ “occhio del mondo”. Nella funeraria pagana, ripresa poi dai cristiani, l’imago clipeata indica quindi che il defunto è ormai inscritto in un’altra dimensione: quella dell’eternità.
Giovanna, come e quando è nato il tuo amore per la poesia?
Direi annusando le librerie di casa, fin da piccola. Saggiando i volumi, aprendoli e sfogliandoli, trafugandoli in camera mia… La grande appassionata di letteratura, in casa, era mia mamma: ricordo la successione ritmica dei dorsi dei libri einaudiani, quelli bianchi di narrativa e poesia, ma anche gli arancioni dei saggi, e poi la veste di un tempo, color carta da pacchi, dello “Specchio” mondadoriano… da Cardarelli a Fortini ma, soprattutto, Montale. Indimenticabile l’impatto che ebbe, su di me adolescente, un’edizione nei “Supercoralli” delle poesie di André Breton: la scoperta del potere dell’inconscio tradotta nel dettato automatico, una meraviglia, e la continua sorpresa di immagini e accostamenti sinestetici inediti, pura energia. Ma determinante è stato il regalo di un piccolo e prezioso libretto di poesie di Federico Garcia Lorca, “Cinque lire di stelle”, ricevuto a dieci anni da un giovane amico che abitava nella grande casa rosso mattone con cui confinava, a Genova Nervi, la nostra proprietà. La poesia come elemento relazionale, come scambio nell’ambito di un legame di amicizia (come forma di comunicazione elettiva) nasce per me da quel dono, un concentrato di freschezza e fantasia espressive (“Mi hanno portato una conchiglia. //Dentro ci canta/un mare di mappa. / E il mio cuore/si riempie d’acqua/con pesciolini d’ombra e d’argento.”).
Tiziano, ti sei scelto come appellativo “homo radix”. La parola “radice” evoca l’idea del legame, della stabilità, dell’appartenenza. Ma non c’è fissità: le radici si muovono e, al loro interno, permettono il fluire di ciò che dà vita. Cosa significa per te “radice”? E cosa vuol dire “radicare” e “sradicare”?
Sonia, ti occupi di diverse cose, senza rientrare per fortuna nella categoria dei “tuttologi”, perché vai a fondo dei tuoi interessi e perché hai gli strumenti necessari per sviluppare un pensiero critico e originale. A proposito di pensiero critico, cosa occorre a tuo parere coltivare e cosa occorre evitare per rimanere lucidi e onesti intellettualmente?
Maria Luisa, vorrei iniziare da un aspetto che credo importante nella tua vita: il tuo essere “ponte”. Lo sei soprattutto come insegnante e come traduttrice. Si tratta in entrambi i casi di un servizio che comporta la capacità di mettersi a disposizione degli altri. Cosa transita su questo ponte a scorrimento bidirezionale?
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