Camaldoli

camaldoli
dipinto di Mario Cei – “Sosta a Camaldoli”:

il tempo è lo specchio
del guardarsi dentro
il muscolo del duplice pensiero
della mente che crede, da un pavimento all’altro
al chiaroscuro del giovane e del vecchio
piegarsi, ritrovarsi
in un’unica illusione di vedersi fuori
e immaginarsi
lo spazio della sua concentrazione
lo strazio del volersi uniti
e inabissarsi
nel profondo del secchio,
intorpiditi.

Fabrizio Centofanti

pubblicata sulla rivista Arte-incontro del mese di dicembre 2006

IN ITINERE – Gabriele PEPE

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Gabriele Pepe
(Roma, 1957)

*

“Come un sogno crinito di cometa
Che nel buio precede l’innocenza”

*

Da Parking Luna
(Milano, Società Editoriale ARPANet, 2002)

Il punto

Longitudine e latitudine mia
Bussola cervello astrolabio cuore
Sestante del dolore cometa e scia
Onda terra Ulisse Polifemo

Che rotte tracciare sulle mappe oscure?
Croce del sud orsa minore estremo
Sfiato di balena tosse di luce
Sono il viaggio oppure il viaggiatore?

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A Dino

mare

Viaggio a Montevideo

Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D’ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola…
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare: ..
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzii
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d’oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l’aie celeste sul mare.

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A distanza (trance dell’ora legale)

di Enrico De Lea

Stanotte ero davvero il santo
che un tempo mi prefiguravo
dall’alto della collina
che ieri affrontavo.
Dopo la salita furiosa, affranto
ne contemplavo i contorni
limati dai secoli e dai giorni –
là, con la neve del vulcano
e con il sole, ero lontano
eppure quanto avvinto
alle poche voci del paese.
Ascoltavo il silenzio
d’ogni insospettato avo –
preferivo la luce in ombra dei padri
al candore violento delle madri.
In un artificio, del tempo
statuivo la normativa bulla,
ma facendone sempre scempio
come stanotte nell’ora fasulla.

25 marzo 2007

L’Incontro

di Emanuele Kraushaar

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E’ vero sono un viandante
e un pendolo di incertezze
sbatte sulla mia testa:
è l’intermittenza di vederti
tra queste trincee consumate
a volgermi contrario all’Incontro.
E’ l’età imperfetta a portarmi
sulla riva come una conchiglia
di poco valore, a sentire le ore
come vecchie streghe
volteggianti nell’aria.
E’ vero sono un perdente,
ma chi vivente morente
sconfigge questa legge
di sconfitti senza l’Incontro.
Ho bisogno di accarezzare
il mio cane e di sentire
la simpatia della vita
per non sentirmi morto.
Non scrivere di sciocchezze
o simili.

A questo servono le lacrime, di Paola Malavasi

Voglio parlarvi di un libro bellissimo: “A questo servono le lacrime” di Paola Malavasi, uscito qualche mese fa presso Interlinea Edizioni. Paola non l’ha visto perché è morta prima, a nemmeno quarant’anni, è scomparsa all’improvviso lasciando di sasso il mondo delle lettere italiane, che cominciava a conoscerla, la vedeva crescere nella poesia, avendo lei cominciato a pubblicare da non molti anni. E questo è il libro della sua maturità, e della sua rivelazione più piena.

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Pensosissimi poeti

Poeti
dai penosissimi
neri pensieri
gli unici pensieri seri
profondi almeno due metri
da calare nella fossa
con aria tetra e tetragona
fino all’agognata agonia.
Io
come disse quel tale
“preferisco il rumore del mare”
(e scherzare)
come mi piace e pare.

(inedito)

Innesti inAltri: Marina Pizzi

Innesto in: Marina Pizzi

sorriso di ebetudine l’inizio del mondo
quando la giara-madre s’interrompe
ebetudine di separazione
frode di pozza pecca di espianto
fatto compiuto, morte in teca al seme.

INNESTO:

sorriso d’ebetudine vezzo liscio
inizio del mondo quando
la giara-madre ingrembo interrompe
ebetudine d’alba e separazione
“la mano è tagliata e scrive”
frode pozza pecca espianto
fatto e compiuto, la morte in teca
nel seme al liquido esposta impone

Guido Gozzano (1883-1916)

A cento anni da “La via del rifugio” un piccolo omaggio a Guido Gozzano.

La via del rifugio

Trenta quaranta,
tutto il Mondo canta
canta lo gallo
risponde la gallina…
Socchiusi gli occhi, sto
supino nel trifoglio,
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglierò. Continua a leggere→

Mezzi alla Meta (scrivo & leggo)

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di Chiara Daino & Franz Krauspenhaar 

Scrivo nel mio Stato: lunatico Scrivo il mio ego è alter rogo, è gomitolo di filo giallo e nero: la bile – e rotolo nel brado di gatto Scrivo la voce mista del “sono”: presente – e mi dono Scrivo il vero che muta verso: anima (e animale!) Scrivo sopra le righe, dentro la corda – rotta dal tuo quadrettare la mia camicia, dirotto la forza: vivo Scrivo non è morte è vetro non lesina Scrivo per la modifica e non si mortifica – chi morde il frutto bianco di letto: ti rendo il succo, ti stendo il sangue del mio piccolo globo (tutto vede tutto sente) Scrivo lontana dal loro lupo comune: il pelo perso è manto, è sullo stomaco di chi muove Scrivo e parto: un foglio nuovo – e giro, volto ( sia viso sia diretto) Scrivo e sono viaggio, sono nel dispari di un raggio che lotta Scrivo  in automatico: in folle credere – prima, decisa (non si asseconda!) e mai recisa la strada che destino: sterza è marcia perfetta per fare e non restare (fermi al patibolo) Scrivo e avanza nel senso (procedi!): non accettare negativa – l’accezione di “fine” Scrivo nell’anfora capace: ripetere il diluvio – tormento la luce nel vento che riverso (sono nudo di polvere) Scrivo il vivo di una genuina – è mosto (pesto) sempre in piedi (non voglio metro nel mio canto-chilometri): si tonda la fitta nell’abbraccio, si traccia di gioia (e taccia chi ingoia!)
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La tata e la becchina, di Marina Pizzi

*
babbeo motel credere all’amore
(babbeo motel credere l’amore)
mugghia la ghirlanda
il dolo del fiore che le smuore
gloria di dio dicono
a dio coronano dio
nel guano senza fosso
di dar paura all’angelo.
*
l’assedio del senso suda il tavolino
la postazione geme quale un’inedia
di abbuffata spazio di darsena
senna nel tevere tamigi nel nilo
odissea le stasi singole gole.
*
bestiole assassinate in via cruenta
nell’io del sangue il pieno.
 
la poesia è diventata la becchina
di tutti.
 
ti copri assassinato e la scienza
fumeggia alveari di didascalie.
 
con la scansione lo zaino non
si snoda un po’ più leggero
è la legge del peso che cade.
 
nel rimessaggio di tutte le vacanze
le ruggini del sale delle docce
i camping giurati per le masse.
*

[da Pecca di espianto, 2007]

1° aprile…

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Il primo aprile è giacca colorata indosso a un wurstel, burla o beffa che si fa icona del sistema. Queste le poche righe di referto, maldestro, dopo la vista d’una lastra impressa – l’ennesima – del corpo enorme, inerme, instabile, ma vegeto; non proprio malato.

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senza titolo

le parole non sono una meta
e neppure gli uomini e le donne.
allora ti porto sulla punta delle dita
il fosforo del vuoto in cui anneghiamo.
mi piacerebbe che tu mi accogliessi
in una casa buia, con questa smania
e questo fuoco di parole che mi porto
addosso.
mi piacerebbe sentirti imperiosa
intorno a un mio ginocchio
ardimentosa come mai fu alcuna,
io rotula del mondo e tu la luna.
in piedi
davanti alla finestra tu ti schiudi.
non voglio niente del già dato:
io prendo premura delle cose
durante la loro dissolvenza,
vagheggio di sfumare, farmi vento.
sono montate le catene del saluto,
me ne vado e ciò che lascio è salvo.
 guardo la vena che riposa sul tuo collo.

Zona araba, di Bartolo Cattafi

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Dolci, biondi, leggeri
i fumi del vino d’Algeria,
voi vedete che rosa nel tramonto
i lumi già sospesi nella sera;
non vengono le tristi
tribù, aspre, adunche, assetate,
a fare polvere e fuoco sulla scena.
Col calore di oggi, di domani
presto maturano figli, frutti, larve
di mosche all’ombra
di cose calcinate,
sciame inquieto in quartieri
d’indigeni, d’insetti.
Ignoriamo il funesto
sentiero che ci assedia
pieno di piedi scalzi, di bisbigli;
non vediamo i vermigli
pensieri sulla fronte del cane,
l’altalena paziente
nel petto della iena.

(Da: Partenza da Greenwich – 1955)

senza titolo

ti voglio guardare
mentre hai gli occhi chiusi
guardare il sole che ti passa
sulla fronte, le mani
che toccano la rosa sul tappeto
e poi divampare in altri luoghi
incollare le spalle alla parete
baciarti tra le gambe, là in mezzo
l’universo è un punto fermo
e la casa diventa una foresta,
non ci sono più chiavi
né finestre, la tua voce raccoglie
il mio naufragio, il seme è sui denti,
il mondo è immacolato e leggero.