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Le campane avvertono sempre di qualcosa: l’inizio della messa, certo, ma non tutti e non tutte vanno a messa, neanche qui al Divino Amore. Penso alla ragazza che accompagna la disabile su carrozzina, parcheggiando l’auto a destra della sacrestia. Dev’essere un’ottima persona, ma non varca la soglia del santuario. E come lei, chissà quanti si spingono fin qui per vedere il panorama, per godere di uno spazio verde, aperto, salubre da ogni punto di vista. A questo si aggiungano le piante, gli animali, che pur sentendo, in qualche modo, il suono delle nostre campane, lo vivono in una versione che difficilmente riusciremo a decifrare. Senza contare le campane stesse, che obbedendo al meccanismo programmato chissà quando dall’essere umano, lanciano un messaggio che per loro è solo, forse, un movimento vitale, un dire ci sono pure io, un segnale simile al nostro, quando dimentichiamo che il tutto ha un senso più alto, e anche il solo esserci è un dono inestimabile, una presenza da valorizzare, perché tutto rimanda, inevitabilmente, a un inizio, be-reshit, en arché en o Logos, inizio del Vangelo di Marco, e altri esordi che spingono lo sguardo in direzione della fonte, là da dove tutto proviene, da cui tutto prende senso, e se non collegassimo, se non mettessimo sempre in relazione, rischieremmo di essere gli unici nell’universo a non capirci un’acca, il che non impedisce di esserci lo stesso, ma con la stessa coscienza di un sasso, di uno dei sanpietrini qui davanti, o questa sedia della sala delle benedizioni che ognuno sposta dove vuole, tanto nessuno ci si siede. Le campane, dunque, hanno suonato. Per me è l’inizio della messa, l’omelia infinita del prete, amplificata nella piazza, la sfida di sopravvivere al sacro sotto forma di rito, la natura che ha ogni cosa che proviene dall’Inizio e si deforma senza scampo, si sfigura, ma proprio in quell’immagine distorta, in quella smorfia tragicomica da cui lo sguardo fugge, proprio in questo risultato abnorme, in questo aborto, c’è il segreto dell’amore, il messaggio ultimo delle campane e della vita, il senso, il fine, di tutto.

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Il pianoforte davanti al tavolo delle confessioni ricorda che c’è una musica da attendere, una lunghezza d’onda da non perdere, perché Dio è soprattutto questo, una frequenza, un ritrovarsi quando meno te l’aspetti, in barba alle attese, alle previsioni più precise, che poi non sono altro che pregiudizi più sottili. Il dolore si trasforma in canto, come hanno detto di Gesù, che predicasse cantando, per raggiungere meglio gli uditori più lontani, gli ultimi arrivati, come me, sempre l’ultimo degli ultimi, forse per la scuola di don Mario, che non ha mai avuto riconoscimenti e promozioni, perché sapeva che il mondo funziona all’incontrario, che la verità sta fuori dei palazzi, che i furbi cercano i premi e la notorietà, che tutto ciò che è pubblico è ipocrita, per la vanesia pretesa dell’ammirazione, mentre Gesù resta ammirato dalla vedova che dona i suoi due spiccioli, tutto quello che ha in tasca, perché in tasca abbiamo sempre poco, quel boccone di speranza, quella briciola di carità, quella polvere di fede così facile da spazzare via, col dorso della mano. Guardando il pianoforte, penso alla musica della mia vita, alle canzoni che ogni giorno sottopongo a mia madre, anche quando la televisione ci sovrasta, perché un rumore inevitabilmente incombe sul silenzio del cuore, un disturbo nel canale, perché c’è un demonio che fa chiasso per impedirci di ascoltare il Nome, la nota che salva, l’improvviso di Chopin che vorresti far sentire a tua madre, ma lei vuole Ron, L’uomo delle stelle, e tu lo fai partire per l’ennesima volta, come quando tormentai don Mario, per un intero viaggio, con la Luna di Togni, e lui, per darmi una lezione, mi propose il Magnificat di Monteverdi. Gli operai impazzano con il taglio dell’erba, il silenzio arriverà, sappi aspettare, solo questo importa, sulla terra.

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Lo sfondo potrebbe essere quello di Leopardi, la distesa di colli che contemplava dal natio borgo selvaggio, e che qui non è molto diverso, forse anche per la gente, poco interessata a guardare oltre la siepe, a sentire il respiro d’infinito che accarezza l’ateo, se non si trincera dietro il muro di paure e pregiudizi. È questo il discrimine, ancor più di quello religioso, che può nascondere  un’abitudine anagrafica, o il sistema difensivo che attiviamo per metterci a posto la coscienza. Sono i colli a ricordarci che là fuori c’è qualcosa, che non basta inventarsi un equilibrio per dire che si sta vivendo. Questi sfondi li usiamo per le foto romantiche, come cornici di amori improvvisati, tranquillanti a buon mercato – il verde è riposante -, o riserva di ricordi sempre buoni a sollevare il morale. E invece la siepe, il muretto, l’inferriata, provocano sempre una reazione, chiedono se ci siamo rinchiusi in un programma troppo semplice, ripetitivo quanto basta, se per caso non siamo diventati come da giovani non avremmo voluto diventare. Il cartello “confessioni” indica una direzione ben precisa, ma dovrebbe essere il punto d’arrivo di un giro assai più largo, un viaggio difficile e rischioso, che metta in discussione gli esami di coscienza, che sprofondi nell’inconscio, nel territorio inesplorato dei sogni, dove possiamo affrontare a uno a uno i mostri che ci hanno spaventato, come prove d’idoneità alla vita, per scoprire, alla fine, che non c’è mostro che non si possa sconfiggere, che anzi Gesù è venuto a sbaragliare il mostro dei mostri che è la morte.

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Il boschetto delle confessioni è pieno di odori e di uccelli dai versi più bislacchi. Forse sono loro che confessano i peccati, in vece nostra, perché la natura sa bene dove si aprono le falle, dove i conti non tornano, anche se qui si vede meno, tra gli alberi e le siepi, le mosche che planano ronzando sui pantaloni estivi, il sole che batte al di là della tettoia, come un amico nemico pronto a colpirti. Ci spostiamo ogni tanto, fuggiamo dal calore come dall’angoscia che ti prende quando pensi a tua madre, all’incrocio impazzito dei messaggi, al temporale di comunicazioni che ti opprime ogni momento. Silenzio. Si sente un vociare femminile, oltre le mura, come se il mondo fosse fuori, come se nel giardino dei cuori contriti non ci fosse più spazio per l’incoscienza delle chiacchiere, e perfino le sedie fossero assorte in un cosmico esame di coscienza. Siamo in due a confessare: orecchi che ricevono notizie dall’ombra e le devìano in direzione del sole, al di là della tettoia, l’amico nemico che punisce e risana, e che a ogni penitenza non riesce a nascondere un sorriso. Una farfalla bianca mi ricorda di don Mario, che certamente è qui, che continua a farmi compagnia, ad ascoltare i peccati che visti dalla parte del cielo hanno un’altra consistenza, come se ciò che entra in contatto con Dio non potesse non alleggerirsi, come gli inseparabili che partono in coppia dal pino più alto e volano alla volta della chiesa all’aperto, verso le sedie sistemate dai seminaristi, i gatti che non sanno dove andare, ma ci vanno. Silenzio. La grotta di Elia è un poco oltre, col profeta che si sbraccia contro qualche idolatria: ricordo le sere in cui il futuro compariva all’improvviso, come il gatto bianco e nero che veniva vicino fingendo indifferenza. Il tempo è un animale diffidente e tenero, che ci desidera e ci evita, e noi siamo appesi ognuno al proprio filo, in volo, come gli inseparabili e le tortore, come il sole che si abbassa sempre più, che è minaccia e promessa, fiamma che brucia e luce che illumina il cammino. Ricordi? Ricordi? I peccati sono il canto di uccelli che raggiungendo il cielo si trasforma nelle scie biancastre dei velivoli, nelle nuvole che appaiono e scompaiono, nel sorriso di don Mario che è certamente qui, dall’altra parte del cielo.

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Il disordine ha una sua ragione, non è detto che un buco nero o una supernova siano ordinati, è da trovare anche qui la verità sull’uomo, su Dio che permette di lasciare le scatole accatastate le une sulle altre, le buste sulla sedia, l’asciugamano sul maglione e il tutto su una radio grigia e nera con l’antenna rivolta a sinistra. Chi lo sa se le cose sono più felici quando sono allineate o non piuttosto quando sporgono e stanno per cadere, quando pendono precariamente da superfici improvvisate, quando occupano postazioni improbabili, come la giacca del pigiama sulla poltrona che si affaccia al computer. Oltre la grata, la natura sta esibendo una sua perfezione: la bouganville si arrampica sul muro – o si getta verso il prato -, il cedro allunga le braccia come un Cristo in croce, offrendosi allo sguardo come consolatore improvvisato, la casa, sullo sfondo, nasconde vite umane passibili anch’esse di ordine e disordine, come se tutto corresse su un crinale che ha due scelte da porgere, un’opzione tra caos e armonia, sconvolgimento e regolarità. Anche il cuore si protende su scenari simili, prende ogni momento il frutto che ritiene più appetibile, più consono al desiderio in corso, alla paura nascente, alla disperazione o alla speranza. Che Dio sia ordine è un’idea diffusa: ma non scompiglia pure i piani, quando meno te l’aspetti? Non sorprende con eventi inaspettati? Non toglie il respiro con drammi senza fine? Il Dio dell’ordine è il Dio della passione, della violenza inumana che si abbatte sul Calvario, del grido smisurato che sembra perdersi nel nulla. Siamo appesi anche noi a un’altalena continua di armonia e di caos, acrobati in equilibrio sul filo, pompieri in edifici in fiamme. Del resto, l’universo nasce da un abisso informe, da una parola che fa luce nelle tenebre, da una bellezza che scaturisce dal vuoto, come per miracolo, come qui davanti compaiono il cedro, le scatole, la radio…

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La musica dell’adorazione è una ninna nanna che calma il pianto del bambino che è in noi, almeno in me, non so se in voi ci sia un bambino – oggi, in giro, c’è una gran confusione. Mia madre ha la faccia pallida delle malattie, la debolezza con tremore che colpisce più il parente del paziente, anche se cerco di dirle che è normale, che basta mangiare un po’ di yogurt e tutto passa, come per miracolo. La nostra vocazione di angeli di strada è dare rassicurazioni a buon mercato, che però finiscono col funzionare, perché la fede è gettare il cuore oltre l’ostacolo, l’andare verso se stessi come Abramo, quel giorno che il Signore gli disse lech lecha, e lui credette, perché ci sono uomini predisposti a guardare verso l’altro – come nell’icona delle icone, la Trinità di Rublev – a fidarsi, come ci fosse qualcosa di più grande dell’io, come se tutta la vita fosse un lungo viaggio, faticoso, doloroso, che tuttavia ha un approdo, al contrario delle vite che finiscono nel nulla. La musica insiste, mia madre beve l’acqua che le fa venire subito la tosse, è difficile guardare un malato, perché ricorda la tua malattia, e la tua morte, e nessuno ha intenzione di guardare in faccia la sua fine, anche se la vita, cara lettrice, anche se la vita, caro lettore, tutti lo sanno, si capisce dalla fine. Sono stanco anch’io, anch’io tremo un poco, almeno dentro, in questo giorno di funerali e confessioni, forse per questo un prete è così saggio, perché è sempre in contatto con la morte, così in contatto che non gli fa paura, ma quasi tenerezza, vorrebbe consolarla, sorella morte, fai un duro mestiere, quello di togliere, ma Gesù ci ha detto che il segreto della vita, sorella morte, è dare.

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Da questa curva del quartiere s’intravede la mia adolescenza, i giri in bicicletta che facevo quando le strade erano ancora strade e m’incantavo a contemplare le ville, i prati, gli oleandri che ricordavano quelli dei viaggi con don Mario verso Reggio, lo Stretto, il paradiso di Taormina. Era là che mi trovai a tu per tu col Carnaval di Schumann: Vladimir Ashkenazy volava sui tasti bianchi e neri dello stesso colore dell’Etna, sullo sfondo, del mare che già immaginavo solcato dalle navi, da Ulisse legato all’albero per non cedere alle lusinghe del canto, legato come me, dai miei ricordi, a un futuro che mai ero riuscito a decifrare, pur mandando segnali a ogni movimento delle mani che volavano, battevano come ali di gabbiano, e avrei voluto che fermassero il tempo, soprattutto in quegli istanti in cui la musica più mi travolgeva, come fosse lo spettacolo del mio futuro, l’attimo in cui ci stendevamo sui tappeti e si alzava la preghiera, e tutti aspettavamo che le mani di Wojtyla si posassero sulle teste chine, e incrociassimo gli occhi in cui leggere il mondo a venire, che sempre si specchia nello sguardo dei santi e delle sante. Così erano gli occhi di don Mario, pazienti come quelli di un animale da soma che scuote il capo per scacciare mosche, senza rabbia, rassegnato come Cristo sul calvario. Qui, nel quartiere, si sentono le voci dei bambini, il vento attenua un caldo mai visto in primavera, e la campana che suona, proprio adesso, mi ricorda che la vita può essere compresa sotto forma di note, di attimo sospeso sulle soglie di una terra-paradiso, di un Carnaval che mi sembra di sentire qui, come se il tempo non fosse mai passato, come non fosse esistito, e questa strada fosse un sogno. Come se il Cristo guardasse solo me, dalle falde dell’Etna, fuoco che accende il futuro dal di dentro, pianoforte d’acqua, d’aria, di cielo, sogno di un futuro già esistito, già vissuto, quando le strade ancora erano strade e io m’incantavo a contemplare il mondo.

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Le confessioni diventano lo spazio in cui tutto è possibile, perché si aprono varchi che in genere teniamo chiusi a chiave. Questo fatto delle chiavi è imprescindibile, perché Gesù confida a Pietro qualcosa sull’aprire e sul chiudere, sul legare e lo sciogliere, come se la vita fosse un flusso, uno dei torrenti che scorrono in montagna, che ti fermi ad ascoltare l’acqua e pensi che sarebbe bello se la vita scorresse, fosse sciolta, perdonata, perché poi cos’è il dolore, la morte, se non il fermarsi, l’interrompere il respiro, il trattenere. Nelle lunghe passeggiate arrivavi in questi spiazzi che davano sempre su altri spiazzi, finché di spiazzo in spiazzo si aprivano le valli in cui tutto scorreva, a cominciare dal vento, e i pensieri sembravano leggeri, uccelli che volavano felici, si posavano su un ramo, si chiamavano a vicenda, a te consegno le chiavi del mio Regno, delle strade invisibili, che solo chi vola può trovare, per questo ci proponi il giogo – leggero! – che sei tu a portare, generoso fino all’ultimo, amante non amato, mai arreso all’evidenza, perché – dici – se perfino gli uccellini lo capiscono, i gatti, perché loro non dovrebbero capire, così speri, ostinato, come se il tuo desiderare avesse forza di desiderare per entrambi, per te e per me, come se dessi a me le chiavi, come se io potessi scogliere perché sciogli prima tu, chiudere, perché chiudi prima tu, sciogliere il bene, chiudere col male, in questo giorno di giugno che i bambini giocano, loro che capiscono, come gli uccellini, come i gatti, te ne accorgi dagli occhi che ti guardano innocenti, mentre volano, loro che capiscono che sei tu a portare il giogo, ancora nessuno gli ha detto che si sbaglia, che puoi andare lontano, a mangiare le ghiande per i porci, e solo allora, solo allora ti viene il desiderio di tornare, nella speranza che tu, ancora tu, ostinato, ti accolli il nostro giogo, che tu, ancora più ostinato, resisti, amante non amato.

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Da qui si vede tutto, cioè il Santuario. Ognuno ci trova quel che cerca, compresa la sensazione scaramantica d’essersi messi a posto con Dio. Mi chiedo perché la fede sia di rado un fatto del cuore: abbiamo bisogno di bellezza, e la religione, come da etimologia, mette insieme le bellezze del mondo esterno e interno. I cani lo capiscono, scodinzolando di fronte all’ingresso: sembrano contenti di seguire il padrone in questo incontro all’ombra, perché fuori ci sono trenta gradi. Gli animali vanno all’essenziale: don Mario mi diceva di imparare dai gatti che mangiavano la pasta, anche se ieri mi hanno detto che la pasta gli fa male, ma loro sembravano contenti. Siamo certi di sapere dove abiti la felicità, ma staziona sempre in altri luoghi, in altri tempi. Difficile trovare qualcuno che alla domanda: sei felice? risponda di sì. Personalmente, sono stato felice trovandomi in sintonia con Dio, parlandoci senza pronunciare una parola, perché con Lui il dialogo è così. Ora la suora canta: in ogni messa, a ogni ora del giorno, è sempre lì, come i cani che scodinzolano, contenta di stare all’ombra di Dio, di cantare per Lui, che in paradiso ha fior di orchestre e fior di musicisti, ma si accontenta di lei, perché apprezza le piccole cose di ogni giorno. Guai, però, a perdersi la bellezza che fa sgorgare come una sorgente, come disse il Cristo 
al pozzo di Sicar alla donna dei cinque mariti, e quello che aveva adesso non lo era. Gesù parte da lì, dalle cisterne screpolate dei nostri fallimenti, amando pure quelle, perché sa che senza amore una zucca non potrà mai trasformarsi in carrozza principesca. Una bambina saltella intorno ai cani: possibile che solo loro sappiano come essere felici? Ho l’impressione che le persone che arrivano mi tolgano qualcosa, rompano l’incantesimo di uno sguardo sereno verso il mondo. Poi ricordo che anch’io giro intorno a Gesù come un cane che scodinzola, in cerca di un po’ d’ombra. Spero che abbia pietà del mio avanzare con la lingua di fuori, del mio cercare vicino, troppo vicino, così lontano dall’eternità.

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Mi guardi, da quando ti ho portato qui, salvato dall’oblio del magazzino. Sei voluto venire da me, per una di quelle coincidenze decise dall’ eternità. Alla fine di una domenica di maggio mi chiedo se ho corrisposto alle tue attese, se ho portato lo Sguardo alla gente che ho incontrato, se l’omelia sapeva di questa nostra intimità, che hai voluto donarmi. Ti conosco: sei venuto al mondo per svelarci i segreti più umili, quelli che nessuno vuol conoscere. La verità è nel magazzino, nell’oblio, in ciò che sembra non contare, non servire, ma è l’inizio e la fine, il progetto e la ragione. Tutto corre verso l’esito previsto, eppure imprevedibile. Il futuro lo leggo nei tuoi occhi, il crollo dei poteri, la rinascita dei poveri, la contraddizione che esplode nelle mani di chi pensava di avercela fatta. Manca poco, all’ora, la Madonna sulla collina ha l’armatura, il caos è arrivato al colmo, si può fare solo marcia indietro, rinnegando le illusioni. Mi guardi, mi predici il futuro che per te è presente, un oggi eterno da cui noi appariamo come immagini in rilievo, sogni che non sanno d’essere sognati, il cogito di Cartesio si trasforma in cogitor: non penso, ma sono pensato, sono perché sono amato, è qui che cominciano le storie, i tradimenti, le morti e le rinascite. È qui che è scritta la tua storia, le tue telefonate a tarda notte, gli occhi strabuzzati, l’idea balzana di farcela con le tue povere forze. Chi l’avrebbe detto che dal magazzino sarebbe partita la riscossa? Tutto nasce dal volto, dall’incrocio delle storie, dalla stanza ormai sepolta dai libri, dove ogni tanto si produce il ticchettio del dito sullo smartphone, la testa china come in un anticipo di sonno, l’Ardeatina che bolle di motori, mentre il tuo sguardo-parola mi dice non ti preoccupare, gioca la partita, sarò io a segnare il punto della vittoria finale. Solo ora capisco che quel volto venuto da lontano, appeso alla parete, approdato qui da un magazzino polveroso, in realtà è il mio volto, il mio vero io, dimenticato.

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Le ciliegie sono di un rosso troppo vivo per questa stanza di farmaci e bombole d’ossigeno, con la voce della sorella americana che conserva quel tono pure se finisce il mondo, e l’altra voce, del fratello che si altera, si confonde con quella dei bambini, del piccolo con la febbre a 38, del mondo malato che cerca di guarire, come ci fossero davvero le medicine per salvarsi, e non urgesse una rinuncia, un non aver più ragione, ripetere che le ciliegie, sì, sono decisamente di un rosso troppo vivo per questa stanza di malati, ma se ti arrendi, ti stacchi, ecco che risenti il coro, hanno cambiato solfeggio, come un corpo che cambia ancora pelle, un cuore che si scopre aperto, che risponde a Gesù con le braccia tese, dalla mensola, non so se ce la fa, è molto anemica, rischia di dover fare trasfusioni, ma al Grassi non ci vuole tornare, è bello quando vieni a visitarmi, vero? lo chiede alla sorella americana, come fai a dirle che domani devi andare da un malato grave e non sai se puoi passare, il dottore non si è fatto pagare, ogni tanto una notizia, hanno fatto tre vescovi nuovi, di un rosso troppo vivo, per una stanza di malati, una Chiesa di ciliegie, ma ecco che arriva il messaggio, puntuale, pensavi di averla fatta franca, e invece no, continua il massacro, prima o poi risponderai, quando il cervello salta non ci sono santi, ma pensano di essere i sani, domani, mamma, ci provo, mi scapicollo un po’, magari ce la faccio, mi faresti una bella sorpresa, però mi raccomando, lascia scivolare i pensieri, tre ciliegie e tre vescovi, altrimenti non dormi, lo sai, non dormi neanche questa notte.

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Dalla cucina si vedono i fiori profumati che non ricordo mai come si chiamano, ma loro lo sanno, e prendono il sole alle diciannove e zero quattro di questa quasi estate, in tempo quasi di guerra, in situazioni di emergenza di una quasi vita. Ma tu non lasciarti scoraggiare, lettore, e neanche tu, lettrice, perché c’è sempre una chance, anche quando tutto sembra chiuso, persino la finestra, ma c’è la zanzariera, e poi le sbarre, il cancello usurato dal tempo, che si ricorda di noi piccoli studenti delle medie. Basta poco perché il sole tramonti e appaiano gli uccelli dai canti più strani, quelli della sera, che non ricordo mai come si chiamano, ma loro lo sanno. Si vedono anche i due pinotti che fanno la guardia alla villetta, e poi, davanti, l’albero potato che non sembra più una quercia, se pure era una quercia o qualcos’altro di cui non ricordo neanche il nome. A volte penso che le piante e i fiori si offendano se non li riconosco, loro che stanno sulla terra da più tempo, e solo dopo sarebbero arrivati i personaggi che sì, questo lo so, chiamiamo uomini. C’è uno strano silenzio, interrotto soltanto dalle mosse felpate da infermiera della sorella americana, armata di una pazienza fuori dal comune, che io non potrei avere. Chissà dove sono tutti quanti, se hanno deciso di sparire in questo tempo anonimo di quasi guerra, di quasi vita, di quasi fine del mondo, in cui Gesù sembra vicino, anche se nessuno lo vede né lo pensa, come sempre. Lui c’era prima di ogni cosa e conosce tutti i nomi, anche quelli dei fiori e degli uccelli dai versi più strani, dell’albero potato che chissà se era una quercia. Ora devo andare, ma mia madre mi dirà: perché? e io risponderò sulle note dell’ultima canzone che le faccio sentire, Meraviglioso di Modugno, che ogni volta si commuove e si ricorda che parla di uno che si voleva suicidare, e invece viene un angelo e lo salva. Ecco, l’uccello canta e non so nemmeno il nome, ma Gesù lo saprà, questo mi basta.

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Dicono che i Salmi insegnino a desiderare: quel che è certo è che la vita è niente senza desiderio. È inutile che preghi e celebri, predichi e pratichi se non sei la cerva che anela ai corsi d’acqua, se non lasci che sia Dio a costruire la città, se ignori la gioia di quando i piedi si fermano davanti alle tue porte, Gerusalemme. Ecco il canale che conduce all’altra riva, quella che appare solo se ti lasci accompagnare, quando educhi il tuo cuore a sentire perché per questo è fatto, e ricordi quella sera quando il sole spariva portandosi via l’ultimo sguardo, ma tu avvertivi il ritmo, il flusso, quello che passa anche di là, come ogni volta che bisogna vivere davvero e non solo sopravvivere. Sai che in questo tempo è necessario esserci con tutto te stesso perché la resa dei conti si avvicina, sotto forma di salmo anch’essa: beato l’uomo che non indugia nella via dei peccatori, è come un albero piantato lungo corsi d’acqua, e tu lo sai, non ti aspetti i frutti buoni dall’albero cattivo, eppure speri che la gente capisca, che posando lo sguardo nel punto stabilito incroci gli occhi di Dio. È tutto qui, niente trucchi, anche se il coro, invece di cantare, se la ride per qualcosa e trova il modo di non farti dormire, l’Ardeatina è un rombare di moto esagerate e tua madre, dal letto, ti ha chiesto se vieni anche domani: non puoi ricordarle che hai un impegno, la vedi con quegli occhi supplici e le dici che sì, mamma, vengo anche domani. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato, si dividono ancora le mie vesti, mi circondano ancora come cani, come tori di Basan, e le porte sbattono nel corridoio, il prete accende la televisione, gli bussi contro il muro, mentre il mondo forse finirà, ma non prima che abbia letto l’ultimo Salmo, lodate, lodate, tutto finisce in gloria se domani torni da tua madre, se il coro comincia a solfeggiare, e il direttore ha già alzato le braccia, amen, alleluja.

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Sono ancora qui, sul linoleum che sembra una pista di decollo, perché forse bisogna volare tra una notizia e l’altra, in genere cattive, come se in questi territori potessero arrivare solo messaggi di malattia o di morte, perché su questo linoleum la speranza è una straniera senza permesso di soggiorno, una profuga malvista, come i nomadi fuori della chiesa, che soltanto noi ci parlavamo, perché don Mario parlava con tutti, ecco perché la speranza era di casa, faceva da padrona, era bello vederla girare in lungo e in largo, vestita a festa come una sposa. Forse la soluzione è in questa sovrapposizione di sentimenti e convinzioni, forse il linoleum diventa una pista di decollo se ci vedo don Mario che parla con la sua voce calma, che mi dice non ti preoccupare, continua solo a credere, perché tutto quello che accade è guidato da lassù, niente sfugge allo sguardo del Padre, e allora medici e infermieri, pazienti e persone di servizio, diventano angeli che imparano a volare, e questo non è più un ospedale ma un angolo di paradiso dove non c’è più nulla che non abbia un senso, anzi proprio il male fisico e morale è un’argilla che il Cristo lavora, Lui, il Vasaio, che conosce così bene la Sua creta. Solo da questa parte la storia si decifra, è un quaderno che si riempie di eventi e riflessioni, come quelli che don Mario mi chiedeva di scrivere da giovane, finché una sera era arrivata questa frase: voglio dare tutto ciò che ho ricevuto, e lui aveva subito capito, in un momento. Aveva capito, in un momento, tutto quello che c’era da capire.

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Il parcheggio al buio è un simbolo eloquente del momento, una tenebra da cui spunta qualche luce sparsa qua e là: quella di un letto d’ospedale, le ore passate a scrivere disperatamente, il pensiero del paradiso che si fa più vicino, perché prima o poi, di certo, quella porta si aprirà e allora tutto finalmente sarà chiaro: sorrideremo tranquilli delle tragedie che ci attanagliano il cuore, ogni cosa sarà solo una memoria dolce di sofferenze come grani di rosario; litanie di paure, di angosce, diverranno salmi e cantici di un coro celestiale. Queste notti sono il trailer di un film che vedremo con più calma, seduti su una nuvola, nel momento in cui di tanto dolore resterà soltanto il ticchettio sulla tastiera, il ronzare della cinepresa, e tra un popcorn e una patatina l’eternità scorrerà senza più traumi, come un cinema all’aperto in cui farsi due risate con gli amici. Bisognerebbe rovesciare il tempo e vedere tutto quanto da lì, quando ogni storia sarà finita da secoli e l’esito sarà dimenticato nel suo sfumare lento, in dissolvenze al contempo spaziali e temporali. Solo dall’eternità si spiega il buio del parcheggio da cui scrivo, come se ogni lettera arrivasse da lì, e qui restasse un’eco sbiadita del futuro, anzi, come se il futuro fosse l’unico, vero presente ed io che batto il dito sullo smartphone fossi un passato difficile da ricordare, m’impegnassi nello sforzo inverosimile di credere di stare ancora qui, di non essere ancora in paradiso.

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Ora che c’è il sole si ragiona, è tutta un’altra cosa: se uno immagina Dio che sta creando, non può che supporre uno scenario come questo, un silenzio interrotto solo dal canto degli uccelli e dal vento che arriva fin qui da chissà dove. Ne parlava quella sera Gesù, con Nicodemo, come se tutti dovessimo sapere dello Spirito, mentre ricordo quel passo degli Atti dove dicono
  non abbiamo mai neanche sentito dire che esiste uno Spirito Santo. È vero, non lo conosciamo, dovremmo viverlo, semplicemente, in quanto parte del pacchetto iniziale, del progetto, parola perduta, quando parli di persone, perché oggi le persone non sono più un progetto, ma una discarica triste dove ognuno getta ciò che vuole. E se tornassimo a quel gesto, alle parole che in origine hanno detto tutto, chiamandoci per nome, anche te, lettrice, anche te, lettore, e in quella voce c’era la tua voce, quella che hai sempre sognato e mai ha raggiunto le tue labbra, come se ogni volta si smarrisse, sommersa da altre voci, forse per il vizio di dare più importanza a ciò che dicono gli altri, e invece ora, in questo squarcio di creazione, col sole che fa il giallo più giallo e il verde un po’ più verde, in cui si capisce molto meglio che quello è un pino e quella è una ginestra, in quest’alba della storia che appare per miracolo, per un momento o per sempre, senti la tua vera, unica voce, e ti chiedi che cosa abbia fatto fino adesso, ora che gli uccelli cantano e il vento passa e non sai da dove venga, ora che Gesù di nuovo chiede a Nicodemo come mai tu, maestro in Israele, non conosci queste cose, e invece ecco, io so, e parlo con la voce che finalmente è mia e forse tu, lettore, e anche tu, lettrice, sull’onda di questo nuovo inizio, senti, vedi, questa cosa che oggi come allora è molto buona, in un giorno di sole irripetibile, unico, prima che comincino le copie, prima che tutto rischi ancora di smarrirsi, di confondere le voci, non più tue, di chissà chi, da chissà dove, gli echi, le urla senza senso.

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Gli ospedali sono tutti identici, perché sei uguale tu, con il battito rapido, i pensieri che vagano nel mare della sofferenza, la gente che aspetta torcendosi le mani o con lo sguardo nel vuoto. Si passeggia, ci si guarda come animali in una riserva naturale, sapendo che qui non c’è niente di normale, neanche le preghiere, o le bestemmie. Medici e infermieri passano come esseri semidivini che non ti degnano nemmeno di uno sguardo; le donne delle pulizie sembrano registrare una presenza, per nulla interessate. Di là dai vetri, la luce è un richiamo irresistibile a qualcosa di vero, di creato da Dio, perché i pensieri, a volte, sono quanto di più lontano possa darsi.
Ogni tanto passa un letto a rotelle con pazienti che farneticano, illudendosi d’essere ascoltati. Poi, figure indecifrabili, che è impossibile attribuire a categorie ben definite: una ragazza che procede a occhi bassi, un uomo in abiti civili, con la cartella nera, un giovane in tuta che cammina a gambe larghe. Ciò che unisce è l’attesa di qualcosa: un responso sanitario, una visita, l’agognata fine dell’orario di lavoro. Tutti attendono un esito: i famigliari di un malato, la dottoressa che ti scruta di sbieco, l’operaio rassegnato a caricarsi l’ennesimo carrello. Tutti aspettiamo un giudizio, perché nel sangue, da subito, comincia a circolare l’immagine di un re che ci dice venite benedetti, oppure via da me, maledetti, perché ero malato e mi avete, o non mi avete visitato. La fine della vita è una sala d’attesa dove scorrono le stesse facce di adesso, con lo stesso battito cardiaco; l’attesa del responso, forse, sarà meno stanca e rassegnata: è lì che si vedrà il discrimine tra cinismo e fiducia, speranza ed egoismo. Sarà un grande corridoio d’ospedale in cui solo due porte serviranno: l’una porterà alla luce, l’altra a un buio senza risposte, senza sguardi.

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Il sabato e la domenica aprono le gabbie: una folla di gente si riversa in questi prati, al punto da non distinguere più il sacro dal profano. Urla di bimbi si fondono col traffico dell’Ardeatina, piena di buche e code senza fine. Sotto la finestra si trascinano secchi e si gettano bottiglie, con un frastuono che ricorda la chiusura tarda delle birrerie. Sono finiti i tempi delle sbornie, quando affogavi la paura nelle Ceres, e t’illudevi di vincere il dolore nelle corse folli sul litorale pieno di luci, dove tra stelle e fari delle auto non c’era differenza. Ne hai fatta di strada: i sogni di una volta sono finiti nella differenziata, ora puoi guardare in faccia il terrore che ti aveva inchiodato appena nato, quando stavi per andartene prima ancora di arrivare. Pensavi che il destino assegnato alla tua vita fosse quello di sparire, di dimenticare prima ancora di aver ricordato. Ti accorgi di quanto prezioso sia stato l’effetto di quel carico enorme di dolore: solo tu sei in grado di capire le persone che passano per quel tuo stesso tunnel, le riconosci prima che parlino, da un gesto, uno sguardo, e puoi fornire loro la chiave per uscire di prigione. Cos’è stato a salvarti? Viene, nella vita, il momento in cui la terra s’incrocia con il cielo: per una pura coincidenza, ti sembra, ma era tutto pronto dai secoli dei secoli. È qualcuno che ti prende per mano e ti fa evadere dal carcere, come nel quadro in cui san Pietro è liberato da un angelo rosa, avvolto nella luce: l’apostolo è ancora addormentato, come pure i soldati, appoggiati alle lance rese innocue dalla guarigione profonda del cuore, dal bene che vince la violenza perché, semplicemente, è superiore. Sarà questa la svolta di un’epoca malata, prigioniera: l’amore aprirà le gabbie, riempirà i prati di gente che avrà visto la luce, visitata dall’angelo imprevisto e inedito di una libertà mai conosciuta.

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In quei giorni c’era uno strano miscuglio di eventi e sentimenti, come se l’apice del non senso, la libertà sfrenata, la noncuranza dei valori si scontrassero per la prima volta, dopo anni di pace fittizia, con il baluginare delle armi, l’incubo della bomba, scenari da tempo rimossi e ora tornati prepotentemente alla ribalta, come se i nodi dovessero venire al pettine comunque. C’era un’aria di precarietà, nessuno si azzardava a lanciare programmi, a formulare progetti, cercando, semmai, di salvare il salvabile, di costruire bunker psicologici che difendessero da quella che sembrava un’appropriazione indebita di serenità. Tutto questo accadeva per rovesciare le false sicurezze, per smascherare le precarie architetture dell’uomo senza Cristo. Qualcuno, addirittura, parlava della comparsa dell’anticristo sulla terra, una figura ambigua che sotto una patina di cordialità e correttezza nascondeva l’antiprogetto del demonio. Questa ipotesi avrebbe spiegato molte cose, anche certe derive della Chiesa, che sembrava aver perso la solidità di convinzioni millenarie e si lasciava trascinare in un infido commercio con il mondo. I criteri più certi parevano cadere a uno a uno, concessioni imprudenti confondevano il confine tra la vita e la morte, il bene e il male. La gente era ogni giorno più disorientata e gli stessi ministri del culto dissentivano tra loro, creando scandalo tra i semplici, che non sapevano più a quale santo votarsi né se i santi potessero ancora dirsi tali. Si moltiplicavano le pubblicazioni contrarie alla sana dottrina, mentre qualcuno già auspicava la convocazione di un concilio che dirimesse le questioni più urgenti e moderasse gli animi più accesi.  Ne saremmo usciti? Tutto questo accadeva perché stava per aprirsi un’era nuova, in cui la menzogna sarebbe stata vinta per sempre da un semplice rintocco di campana.

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Le nuvole, da quest’angolo di cielo, formano figure strane che convergono in un unico punto, sopra la merlatura delicata dei colli in lontananza. Raggi scuri si aprono a ventaglio, mentre, poco sopra, compaiono fasce morbide e chiare come panna. Luce e tenebra s’intrecciano e costringono a meditare sulla vita, l’inestricabile groviglio di bene e di male, di bellezza e bruttezza: bisogna, per oltrepassare le contraddizioni, lasciarsi attraversare dalla gioia e dal dolore, dall’angoscia e l’allegria, dal momento che solo il coraggio della verità restituisce l’umanità alla sua interezza. Perché fuggire? Il fascino delle favole attira dalla più tenera età eppure non descrivono solo luoghi incantati, principesse e principi felici o tesori d’inestimabile valore. Mettono in scena mostri terribili, persone crudeli, pericoli mortali. Generazioni di bambini e di adulti se ne ciberanno sino alla fine dei secoli. Le fiabe sono vere, scriveva Italo Calvino: sta in ciò la loro irresistibile attrattiva. Nell’essere umano c’è un paesaggio abitato da streghe, draghi ed eroi, ma c’è anche un punto in cui tutto converge: lo spirito, leggero come la nuvola e immenso come il mare. Ci s’inabissa nelle sue profondità per scoprire ciò che unifica ogni cosa, lungo quel filo che s’intreccia e si dipana all’infinito. Che sarà mai questo? Una dimensione che la mente postula e articola in teorie matematiche? O una cosa del cuore, il desiderio più profondo e radicato, che attende solo di poter danzare al ritmo dei sogni? Una favola: che, ancora e sempre, è vera.