Teoricamente non è cambiato nulla: al posto di Van Gogh, di Taormina e della Piazza dei Miracoli c’è un grande volto di Cristo, di fronte al quale mi fermo in qualche pausa del giorno, occhi negli occhi, come per trovarvi le risposte ai vuoti che si aprono quando meno te l’aspetti, e che un tempo colmavo con don Mario, col suo sguardo sornione, la parola buttata lì, quasi per caso, e che invece toccava proprio il punto, come se lui solo conoscesse i labirinti, i vicoli ciechi del mio cuore. Era bello vedere che dentro tutto si sistemava all’improvviso, come accade nei tratti bloccati della strada, che non sai se c’è stato un incidente, un ingorgo imprevisto, o la pioggia, a Roma, che ridisegna il traffico, e poi, per incanto, si riparte, che ti chiedi ma dov’era il nodo; come adesso, che don Mario mi guarda e mi ricorda quando alzava la mano e la scuoteva per dire lascia perdere, ma che vuoi che sia, o mi sembra soltanto che lo dica, mentre è Gesù che mi fissa e m’inchioda nel punto in cui il tempo s’incontra con l’eterno, il famoso incrocio in cui tutto si chiarisce, in cui il futuro si aggrappa al presente e gli dà un senso. Forse è solo questo che voglio dire nel libro, mentre l’ennesima domenica scivola tra messe e confessioni, nel prefabbricato delle benedizioni-teatro-d’ogni-stranezza di un’umanità disorientata, che cerca il prete per discernere il confine tra religiosità e superstizione, e al fedele che, come sempre, ti dice d’essere appena uscito dal concessionario, vorresti rispondere che anche tu sei appena uscito dall’ultimo residuo di pazienza; ma no, lasciamo stare, meglio aspettare le diciotto e chiudere il lucchetto delle angosce altrui, delle false speranze che un Dio compassionevole trasforma in una qualche fede, col proposito di fare di meglio. Mi sono sempre chiesto se fra il prete e il Padreterno ci sia una specie di accordo su chi chiuda più occhi di fronte al franare di ogni logica; se alla fine il sacerdote non sia che l’estrema propaggine di un Dio che ne ha abbastanza, ma insiste a credere in questa cosa incomprensibile che si chiama uomo.
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Il Coro canta a squarciagola ed è inutile chiudere finestre o mettere i tappi nelle orecchie: le note medievali giungono fin qui a ricordarci che nel mondo c’è qualcosa di estraneo, d’imprevisto, come quella volta che restammo soli in casa, nel luogo di vacanza, e cominciammo a sentire rumori che identificammo con serpenti, come se certi rumori potessero farli solo loro, e quando papà e mamma tornarono non riuscivano a capacitarsi di quella paura immotivata, ma noi sì, perché da piccoli tutto è possibile, soprattutto spaventarsi. Il coro fa una pausa: il direttore assomiglia a Branduardi, ma non ha più quel cespuglio di capelli che oscillava come la chioma della quercia in certi pomeriggi di novembre. Guardo la pila di libri avanti a me: forse è vero che cerchiamo la parola che spieghi ogni cosa, e invece ci troviamo con le note che corrono lungo il corridoio, in questa fine del mondo che non è altro che la fine di un mondo, il mondo dei poteri, dello sfruttamento, dell’ennesima scusa per spadroneggiare. Ora che mi affido alla memoria delle storie rimosse, ecco che è finito, il coro: si sente il rumore delle sedie riportate ai propri posti, come se l’immenso franare del mondo conservasse un ordine segreto, e i poteri corrotti si dessero un ultimo tocco di cipria prima di precipitare nell’inferno. A ben vedere, è questo il tempo delle guerre, dei capovolgimenti che porranno la parola fine al folle abuso, all’estrema zampata del maligno, l’ignobile sopruso di occupare la terra, di dire questo è mio, come fanno i bambini quando affermano un possesso che – puoi esserne sicuro – perderanno presto. Il silenzio è caduto all’improvviso nella stanza in cui si sente soltanto il rumore intermittente del vecchio aeratore, mentre l’ospite, il male, ricomincia a snocciolare i suoi ricordi, ed è bene, allora, fissare gli occhi su Gesù, chiedere a Lui dove diavolo si siano ficcati il buon senso e l’equilibrio, e perché tutto sia sospeso sotto un cielo di cartone, questo corpo che arde, come don Mario la domenica mattina che suonava il campanello chiedendomi di portarlo in ospedale. Quanto tempo è passato, ma siamo ancora lì, a sfrecciare su una strada seminata di semafori finti, almeno per noi due, che dovevamo arrivare prima che morisse. Ora che sei morto davvero mi parli più di prima, e il pianto che allora non usciva mi lascia con gli occhi ormai annebbiati, e il volto, il Tuo Volto, si mette avanti a me e mi dice, con la voce calma di sempre: non ti preoccupare, Io sono qui, il Primo e l’Ultimo, il Vivente.
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Che poi il caos ti insegue, ti si aggrappa addosso, quando meno te lo aspetti. Le nevrosi del mondo ti prendono per la collottola e t’ingiungono di fare questo o quello, ti succhiano la vita fino a lasciarti esausto. Se tutte le malattie del mondo si radunassero qui, in questa piazza cotta dal sole, si potrebbe fare un gran falò, una colonna di fumo che raggiungerebbe le case, le camere, e tutti sentirebbero l’odore acre della follia, il senso dell’umanità per ciò che è fuori del limite, che non tollera rinunce o restrizioni, che invade, che ingombra, e tu stai lì che speri di farla franca, almeno questa volta. La dinamica è la stessa: puoi fare questo? puoi fare quello? e ti chiedi quale sarà la posta in gioco, se sia più alta, se perderai tutto in una volta, o continuerà lo stillicidio, il dissanguamento progressivo.
I passerotti continuano a parlarsi, forse parlano a noi, ci ricordano che c’è salute, in qualche posto, che forse siamo noi l’unico angolo malato, mentre il resto è Regno di Dio, Suo progetto, bellezza incompresa in questo mondo di mostri, di guerre, di violenza. Chissà da dove viene il male, dove attinge la sua forza, le sue motivazioni, dove trova la forza di opporsi a un disegno così chiaro, un’unione, un’armonia, un essere gli uni per gli altri e non nemici, diffidenti, pronti a pensare male del prossimo che arriva, come se nel fondo dell’uomo e della donna ci fosse una tenebra invincibile, mentre è vero il contrario e allora perché non rischiare sul prossimo che arriva, questo ragazzo confuso, aggressivo, che denuncia il male che lo assedia, e tu gli dici aspetta, siamo noi che dobbiamo custodire, abitare la luce, e lui ci crede, se ne va sovrappensiero, come se il canto degli uccelli gli avesse ricordato qualche cosa, come se il progetto fosse emerso all’improvviso in tutto il suo splendore, e per un momento, per un solo momento, il paradiso fosse qui, un angolo di paradiso in questo giorno di merda, come aveva detto entrando, poco prima.
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La pioggia, stamattina, ha lavato via tutto, persino i penitenti: solo due, mezzi ubriachi per gli anni e le amarezze, si sono spinti fin qui, a raccontare i loro poveri peccati. Il mondo purificato è un’anticamera del paradiso: via il superfluo, i pensieri che deviano la vita verso abissi da cui a volte non si torna. Perché partire per quel paese lontano? Perché chiedere la parte di patrimonio che ci spetta, ma può essere goduta solo se la si prende come un dono? Non ne abbiamo abbastanza di sbagliare? Dico a te, lettore, dico a te, lettrice: non abbiamo assaporato a sufficienza la carestia, le ghiande dei maiali, che nemmeno ci danno? Guardiamo negli occhi la realtà, scopriamone i dettagli che ingannano con meccanismi tanto oliati da diventare una seconda natura. Perché non cambiare? È la prima parola di Gesù, quando comincia a predicare. È il desiderio più profondo, quello che emerge se facciamo silenzio, se lasciamo che il mondo scorra con la sua follia, con le pretese assurde, le nevrosi, che si aggrappano a te come all’ultimo porto di salvezza, ma avrebbero solo l’effetto di attirarti nell’abisso, in quel paese lontano. Bisogna uscire dai gorghi ciechi che vogliono distruggere, sotto l’apparenza di bene, tutto quello che gli capita a tiro. Siamo ancora in tempo, mi dico stamattina, mentre la pioggia cade a tratti, come un segno del cielo. Ho ancora modo di cambiare, di scrivere parole che indichino la strada percorribile, l’unico percorso sensato. I penitenti aumentano, cominciano i canti della messa, tutto appare col suo dolore antico, la sofferenza che purifica, che addita una via d’uscita dai meccanismi oliati, dalle abitudini che provocano nausea eppure sono lì, a impedirci di alzare il capo, come dice Gesù, perché la nostra liberazione è vicina. Se cominciassimo dalle parole? Se non ci facessimo guidare mai più da termini come lamento, critica, giudizio? Se ci guardassimo dentro e scoprissimo che al di là della tristezza e della rabbia esistono una terra e un cielo nuovi? Lo spirito, lo spirito! mi diceva don Mario. Sì, è l’ora dello spirito, il tempo è scaduto: comincia l’eterno, già da ora, già da qui.
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La piazzetta è piena di risate, di gente che festeggia anniversari, il giorno in cui ci si dimentica del male e si ricorda solo il bene. La prima sensazione è di fastidio: ho sempre tollerato poco il chiasso, la sguaiataggine dei momenti topici delle agende mondane, in cui la fede sembra più un intoppo che un aiuto: si guarda l’orologio e si muore dalla voglia di uscire dal tempio, il luogo strano dei silenzi incomprensibili e delle formule ancora più astruse. C’è un abisso tra l’atmosfera del sacro e quella delle frasi da osteria, ma il confine, in questi casi, è così labile che non sembra esserci distanza, come se Dio fosse sceso a brindare in qualche bettola in cui si canta e si bestemmia. Gesù, in effetti, ha fatto questo, suscitando il rimprovero degli avversari, sempre in cerca di critiche e di scandali: per questo il fastidio è una pellicola che è possibile tirare via, lasciando il posto all’ennesimo ricordo di don Mario, il saper stare tra la gente più semplice, l’ascoltare le parole della pancia, anche piena e ubriaca, degli ultimi invitati. La fatica diventa meno improba quando in mezzo ai crocchi si fa strada quel suo sguardo, che sempre di più si sovrappone allo sguardo di Gesù: anche adesso che squillano i clacson delle auto, nell’esplosione dell’euforia più sgangherata, il cuore si spalanca a qualche ignoto incantesimo, assapora la gioia del superarsi, del leggere tra le righe storte del mondo un antichissimo progetto, perduto nella notte del tempo: e vide che era cosa molto buona, sesto giorno. La vita ha senso, mi viene da pensare, solo in questo scorcio che provoca vertigini, in questo squarcio nel tempo, che lascia intravedere la luce rarefatta dell’eternità. Da questa angolazione, perfino le risate e le battute indecenti, le pacche violente sulle spalle, sono canti di angeli e santi, è l’alleluja del mondo.
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Il punto, dunque, è se viviamo all’altezza del progetto, e il nodo è la bellezza. Stiamo arrivando al centro di tutta la questione: riscoprire il bello dell’essere, com’è stato concepito all’origine. E’ l’eredità consegnata da don Mario, che ha ripreso a comunicare imperterrito anche dopo morto, ignorando i confini stabiliti fra cielo e terra per tendere la mano al discepolo amato, per erudirlo ancora sulla verità che è passaporto per l’eterno. Un miracolo sintetizzato nella sua espressione preferita: l’amore è più forte della morte, una sonda nel cuore incandescente del mistero. Tutto è cominciato da un libro intitolato Salva L’Anima: ma salvarla da cosa? Quanti tappeti ha rovesciato l’intervento inaspettato di Dio, quanta polvere ha tirato fuori da là sotto! Equilibri precari, ipocrisie, ma anche potenzialità inespresse, virtù nascoste, eroismi insospettabili, comunicando fiducia, la chiave che apre il cuore a Dio. Perché fiducia è amore, purezza di sguardo, fede nel sogno di felicità che abita il cuore di ogni uomo e di ogni donna, da che mondo è mondo: fidarsi della vita, dei suoi ritmi, della bontà nonostante la violenza, della bellezza nonostante l’orrore, della verità nonostante la menzogna. La certezza cristallina che don Mario emanava da tutta la persona scioglieva dubbi e angosce, facendo trasparire la trama della vita di cui spesso non scorgiamo che il rovescio. E’ la sua fede che è venuto a portare, per condurre a compimento la missione rimasta a metà, per infondere il coraggio d’inabissarsi nella terra e divenire seme che muore, e risorgere quando meno te l’aspetti.
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È proprio questo il punto: chi siamo? Viviamo all’altezza del progetto? Il progetto è l’amore, quel varco che si apre nella banalità del male e fa apparire terra nuova e cieli nuovi, il colore, il sapore della vita, la valorizzazione delle capacità, la fiducia nei talenti, per cui una persona, come per miracolo, dà il meglio di se stessa. Sembra impossibile uscire da certi labirinti, superare vicoli ciechi e strade chiuse, e invece tac!, si apre la porta, si spalancano gli occhi, la realtà emerge dal nulla, al punto che ti chiedi come si possa non vedere, sentire, toccare qualcosa di così evidente. Appena ti materializzavi all’orizzonte, sentivo le catene cadermi dalle mani, ogni cosa tornare al suo posto, come fossi una specie di polo d’attrazione di vie d’uscita e soluzioni. Ricordo quando, stanco, salivi le scale, e al termine di una lunga giornata di lavoro ti restava quest’ultima impresa: la lotta con le mie complicazioni, con la morte che cercava di spuntarla e la vittoria puntuale della tua pazienza, come se davvero non restasse, alla fine, che la carità, anche prima di dormire. Tutto normale, finché non arrivava un trenta marzo qualunque e la cicca ti cadeva dalle mani, cominciavi a sudare e ti sdraiavo sul divano in attesa dell’ambulanza che ti portava al Grassi, mentre ancora risuonavano, in me, le tue parole: mi raccomando, portami al Gemelli. Ti vegliavo, in questi casi, e solo allora l’ufficio complicazione affari semplici chiudeva i suoi battenti, e liberava l’amore, che in genere restava chiuso dentro. Ora, a distanza di anni, mi rendo conto di tutto il tempo perso, di come a volte basti poco per varcare la soglia del buon senso, che ti mostra l’assoluta infondatezza di ogni tipo di egoismo, di ogni vile rinuncia all’immagine di Dio, il rifiuto della luce che ti scorta sulla strada del cielo
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La partita della vita si gioca su due polarità: levità e pesantezza. Nel libro di Daniele, Dio dichiara: ti ho pesato e ti ho trovato leggero, cioè mancante: il termine gloria, in ebraico, significa peso. L’insostenibile leggerezza dell’essere, come nei quadri di Chagall, fa evadere insensibilmente dalla realtà quotidiana. Il giogo di evangelica memoria, visto dalla nostra parte, appare tutt’altro che soave, la verità troppo grave, e non di rado molesta. Come si presenta, il mondo, dal punto di vista di Dio? Siamo un popolo di dura cervice, perennemente in fuga da ciò che conta ma non sempre attrae. C’è forse un punto d’incontro fra le opposte prospettive, come nei panorami marini in cui cielo e terra si abbracciano, e i confini svaniscono in riflessi di struggente bellezza? Il nodo è lei, la bellezza. Ogni scarrafone è bell’ ‘a mamma soja, si dice a Napoli: così gli occhi di Dio si posano su noi, al di là delle piaghe che sfigurano il volto. La bellezza evoca l’anima, costringe ad alzare lo sguardo in un gesto che oltrepassa l’effimero. Mi scopro, a volte, a osservare gli animali domestici: non si slanciano in aneliti romantici né si sgomentano al cospetto di un cielo stellato, ma annusano l’angolo di strada in cerca di odori inusuali, o di piccole prede. Non escono dal recinto angusto di un’auto conservazione prevedibile. Basterebbe questo per prendere coscienza che vivere così per noi è impossibile, che perdersi qua e là, pur di evitare l’incontro con la morte, sarà forse leggero, ma smarrisce lo splendore di una vita che sa alzare lo sguardo, che nel peso della gloria assapora l’eterna consistenza di un amore più forte della morte, di una luce che trionfa su ogni buio.
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Ricordo bene l’atmosfera, una pace soprannaturale, qualcosa che non avevo mai provato e che ora era mia, anzi, ero io, il vero me stesso che chissà dove s’era nascosto, fino allora. Ma era inutile fare domande, bisognava piuttosto ringraziare e cercare di recuperare il tempo perduto, assaporare il pezzo di cielo che arrivava all’improvviso, come nelle notti in cui mamma e papà piazzavano in silenzio i regali dell’epifania e noi restavamo a bocca aperta a scartare increduli i giochi di società, le macchinine e i soldatini, con tutta la felicità che può manifestarsi in quei tempi d’incoscienza. E non era incoscienza cantare per un viaggio intero Luna di Togni o dire “non ho fatto mai un incidente in vita mia” e subito dopo tamponare l’auto del turista tedesco, che non avremmo mai rimborsato a motivo di distanze insormontabili? Capitava di avere momenti in cui sfoggiavamo la nostra migliore faccia tosta, per esempio coi carabinieri che ci fermavano per eccesso di velocità, e noi facevamo le smorfie di chi cade dalle nuvole. Ora che te ne sei andato sembra tutto più difficile, ma non smetto di pensare che la vita sia un’avventura da prendere sul serio eppure anche sorridendo, come quando incontravamo i grandi manager che mettevano in soggezione chiunque altro, tranne noi. Ora che la guerra è alle porte mi viene da pensare che abbiamo fatto in tempo il pieno di gioia per affrontare il cielo cupo, l’oscuro inizio dei dolori, per entrare con il passo giusto in questo esodo alla volta della terra promessa, verso la tanto agognata verità.
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Dici bene, guardare dall’alto. Ci siamo assuefatti a strisciare rasoterra, a osservare a tutti i costi dal punto più basso, per farci capire e per capire, ma capire cosa, se basta l’azione del primo esaltato per ridurci al disorientamento e alla paura? Che voglia di urlare: l’avevamo detto; che tentazione di sbirciare quelli che ridevano alle spalle, o in faccia, addirittura, perché avvertivamo che c’è una voce più profonda – più alta – da ascoltare. Dalla porta della sala del coro, dove ora confesso, il vento mi parla insieme ai passeri, ai merli, alle cornacchie. Mi ricorda la voce di silenzio sottile che sorprese Elia, sul monte del Signore. Troppi terremoti, troppe fiamme, troppe tempeste turbano la nostra intimità, ci impediscono di sintonizzarci con la voce, l’unica voce che suggerisce a te, lettrice, a te, lettore, la cosa che conta, il ricordo della propria inconsistenza, l’insufficienza congenita che vanifica ogni velleità, la ridicola pretesa di proclamarsi arbitri del bene e del male. Guardo i rami dell’albero che appare dallo spiraglio della porta: non so che pianta sia. Mi piacerebbe riconoscerle tutte, come Italo Calvino, che aveva ereditato dai parenti una sapienza botanica infinita. Il problema sta qui: non riconoscere la pianta, confondere la quercia con l’olivo, il faggio col leccio, lasciarsi ingannare dalle forme, vedere all’orizzonte il male e pensare di vincerlo con le armi spuntate di chi striscia rasoterra. La suora che è entrata mi ricorda la mia antica confusione, la paura che mi faceva attaccare alle cose della terra come all’ultima spiaggia, il cadere nella trappola di un nemico in agguato, giorno e notte. Dobbiamo guardare in faccia questa estrema, radicale ignoranza. Dici bene: guardare dall’alto, da un aereo non troppo distante dalla terra, decifrare i dettagli di una storia che rivela il suo lato più in ombra, quello che nessuno si aspettava, tranne noi.
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A volte capita di vedere le cose come da un aereo che plana: non dalla quota degli aerei di linea – dai cui oblò si distinguono soltanto vaghe forme – ma da una prospettiva sufficientemente diversa da quella abituale. Le sensazioni sono quelle di una leggerezza, un’ebbrezza del tutto sconosciuta a un quotidiano che quasi si trascina, più per istinto di sopravvivenza che per gioiosa adesione. E’ come cogliere il filo che attraversa la trama della vita e intesse il dolore più assurdo e l’attimo all’apparenza più banale, l’esperienza di serenità e l’evento denso di significato. Un senso che corre verso una bellezza in cui il terribile e il sublime si fondono come in un’opera d’arte il cui incanto rimane inalterato. È questo l’effetto della mutata prospettiva che riproduce lo stato d’animo provato quando si ammira un quadro, l’emozione sprigionata dall’ascolto di una poesia o di un brano musicale, l’accorgersi che quanto sembrava un groviglio inestricabile di momenti difficili era invece un capolavoro di inestimabile valore. Perfino l’ombra scura che si profila all’orizzonte, il rumore delle armi, l’angoscia della violenza più cieca può acquistare un senso misterioso, senza nulla togliere alla sua tragicità: finisce col rivelare il volto dell’eterna lotta tra il male – che cerca di trovare spazio – e il bene – che mobilita i personaggi più santi per avvertirci del pericolo incombente, per fornirci le armi più adatte a questo tipo di conflitto. Le apparizioni mariane, copiose nel secolo trascorso e in quello presente, hanno proprio questo scopo. È l’aèrea prospettiva da cui contemplare, la chiave per interpretare la concatenazione degli eventi sul pentagramma della storia. A cominciare da quella personale, che nel suo rovescio rivela il lavorìo di dita operose, impegnate a tessere il disegno di un amore più forte della morte, un potere che attraversa il confine fra la terra e il cielo, pur di trarre dalle sabbie mobili tutto ciò che, mancando il bersaglio, si rivela come male.
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Non è facile farsi strada in questa giungla, dove a ogni passo si affaccia una richiesta, un’esigenza, come se qualcuno potesse rispondere davvero, come se non fosse Dio l’unico garante, il depositario di ogni verità. Il cuore si affatica a trovare responsi di cui non ha il brevetto, soluzioni geniali a problemi non ancora formulati. Il mondo è questo intrico di ragioni e sragioni, in cui uno si alza la mattina e dice oggi invado questa terra e un altro dice ma questo che vuole e da lì parte un casino che è la normalità del non senso che affligge questo posto. I gatti, qui, continuano a girare, cercando carezze dai tanti pellegrini che cercano carezze a loro volta, in una sete d’amore che vorrà dire qualcosa, ma no, dài, facciamoci la guerra, diamogliela vinta al nemico che gioca con le anime come coi birilli del bowling: sarà questo, la vita, aspettare che la palla ti colpisca e ti faccia finire nel fondo della pista? Urge una svolta politica, un immenso dietrofront, un mea culpa di tutte le colpe di tutti i secoli dei secoli, un dire finalmente, uno davanti all’altro, senza più giustificarsi, senza attenuare la gravità di pensieri parole opere omissioni, dire finalmente la parola: ho sbagliato. Allora tutto ricomincerebbe per miracolo, perché il vero miracolo è cambiare. Ecco, suona la campana, comincia la messa, il sacerdote dirà le stesse cose, i fedeli risponderanno con le medesime formule di sempre, ma ugualmente qualcuno farà entrare, in qualche cuore disperato, una parola, un gesto, un’intuizione inedita, qualcosa che proprio là, sopra quel banco, tra noia e disperazione, tac! colpisce il cuore, e in un solo momento, ti converte.
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Ricordi il paradiso terrestre, quest’isola fuori d’ogni male, la natura originaria, dove il progetto è visibile e tangibile, dove la cattiveria e la violenza, l’invidia e la malignità non si sa cosa siano e se ci siano, perché il Signore ha parlato, e tutto esiste? È allora che tornano alla mente i momenti in cui si è espresso l’unico volere produttivo, la sola modalità di costruzione in mezzo alle macerie di una umanità che ora, proprio ora, entra nel tunnel di cui discutevamo da tempo immemorabile, quando tutti ridevano di queste prospettive un poco ostiche alla pancia molle della terra. Ma ora, a poco a poco, la nebbia si dirada, e si vede che cosa si annidi dietro la facciata del tutto è lecito, basta che lo si voglia realizzare. È il momento dei nodi che vengono al pettine, delle richieste esasperate che si scontrano le une con le altre, e i pensieri diventano cannoni, i sentimenti bombe nucleari, destinate a esplodere nel cuore malato del mondo, umano, troppo umano, che ha smarrito il senso di un progetto incubato nella notte dei tempi, quando ancora non c’era quello che vediamo, quando tutto era un punto nella mente di Dio e noi aspettavamo di scoprire l’oscuro antiprogetto in cui ogni intenzione è rovesciata nel contrario, dove la penna diventa fucile, la lettera d’amore dichiarazione di guerra, l’accoglienza invasione. Solo adesso s’intravede lo scenario che nessuno potrà mai chiamare castigo di Dio, ma solo conseguenza di ogni azione andata in direzione opposta al paradiso preparato dai secoli dei secoli. Amen.
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L’aria d’ospedale ti entra nei polmoni, è un edema spirituale, un ricordo dei momenti più difficili, come quando pregavo in ginocchio perché stavi, come sempre, in bilico, e mi guardavano come fossi un marziano. Chissà da lassù come li vedi i nostri tempi tormentati, in quel Gemelli dove mi dicevi sempre di portarti, per non finire al Grassi. Erano i giorni del dimagrimento, in cui mangiavo in fretta e furia dopo una breve fila al bar più rumoroso del mondo, dove si parlava di calcoli e colesterolo, di glicemia e pressione, per cui avevi l’impressione di riempirti lo stomaco di medicinali. Metà della vita l’abbiamo passata tra iniezioni e test, con l’aria navigata di chi ne sa più degli altri, a forza di fare avanti e indietro per i corridoi giallastri, dove perdi il senso dell’inizio e della fine, della sinistra e della destra. Pensavo, a volte, che la mia esistenza fosse un grande ospedale, dove ogni tanto metti il naso fuori per respirare un poco. Ma vedendola da qui, quasi quindici anni dopo, mi sembra che la vita sia stata un’esperienza unica, folle e bellissima, con continui mutamenti di scena, come un film che rivivrei mille e mille volte, pur di stare con te. Ora che c’è silenzio, in questo corridoio giallastro, con due anziani che mi guardano come fossi un marziano, tutti i ricordi si accavallano, come l’ovatta e le siringhe accatastate sul tavolo della sala da pranzo, dove si svolgeva il rito quotidiano della prova della glicemia, con te che mi porgevi il dito rassegnato, e io ero pronto a inveire contro gli spaghetti e il pane, che ti proibivo di mangiare, sapendo che avresti trasgredito. Ricordo tua sorella che faceva lo stesso col marito, schiantatosi poi con l’auto sulla strada per Taormina, e mi chiedevo a cosa fosse valso rinunciare alla pasta alla norma e agli arancini – che poi neanche lui ci rinunciava tanto. Nell’ospedale della vita, i malati sono quelli che si curano di meno, forse per un sesto senso che gli fa intuire che il gioco non vale la candela. O forse perché, alla fine dei giochi, quello che ricordi è il grazie, il passaporto per il cielo, dove solo chi passa la vita a lamentarsi non può entrare.
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Ora che mia madre è in ospedale, il tempo si è arrestato: c’è solo il fermo immagine delle corse in macchina, di comunicazioni ansiose con parenti e amici, la ricerca di una calma che sta sotto, nel profondo, qualcosa che resiste alle tempeste, come quel giorno, sulla barca, che Gesù disse: taci, calmati! e subito le acque tornarono lisce come l’olio, in quel lago dove, come niente, ti trovi nei pasticci. Anche qui ci troviamo nei pasticci, negli alterchi che nascono dal nulla, nella paura del male, della morte, che toglie il barlume di lucidità indispensabile alla vita. Ma ci sei Tu, che mi segui così, senza parere, sembra quasi che ti sia eclissato, e invece ecco, un segno, un’improvvisa coincidenza di eventi e tutto si riallinea, come nelle corse in cui l’auto fa più giravolte e poi si rimette miracolosamente in sesto. Sì, ci sei, soprattutto qui, nella tempesta, a dire taci, calmati! a chiederci ancora una volta della nostra poca fede, del nostro incorreggibile contare solo su noi stessi, poveri cristi senza Cristo, credenti miscredenti, gente che non sa che Tu risusciti anche i morti, che non temi le polmoniti e le ischemie, le incompetenze della scienza, la pigrizia e l’arroganza, perché Tu sei Dio, e Dio non corre sul raccordo sperando che basti la benzina, oppure sì, ma ha sempre un asso nella manica, qualcosa che cade dal cielo quando meno te l’aspetti, anche se Gesù sembra dormire, che tu dici come fa, in mezzo alla tempesta, ma Lui è Dio, e le tempeste le conosce bene.
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Si avvicina sempre più la verità, che per me è il momento soprannaturale della sua entrata in chiesa, la rivelazione inaspettata di un progetto, la Tua volontà di salvarmi ad ogni costo, nonostante i miei limiti, le pesantezze esasperanti. Bisogna ricordare, tornare al momento decisivo, in cui l’impressione era quella di un futuro che riappare all’improvviso, una speranza, un filo d’oro che credevi perso, e che ora riprendevi nella mano allungata a raccogliere il biglietto, neanche fosse un tagliando per il cielo. Che poi era questo, perché mi riportava al rapporto con don Mario, smarrito in quella gelida mattina di dicembre, quando ti vidi steso sul tavolo del Grassi, avvolto nel lenzuolo, e ricordavo le volte che avevo chiesto a Dio di morire insieme a te, e forse ero morto davvero, quel mattino, fin quando non sei entrata col respiro strozzato nella gola e mi hai allungato il biglietto scritto da lui, avvolto nel lenzuolo bianco come un beduino del deserto, un biglietto arrivato fino a me, e solo allora il mio povero cuore ha cominciato a battere di nuovo.
E quindi sì, è tutta una questione di memoria: tornare a quel momento, esattamente come quando tornavo alle corse con don Mario, alle avventure con poveri spacciati, con gente perduta e ritrovata, alle cene, ai pranzi, alla bellezza che non riusciva a estinguersi, ma era solo interrotta da un ictus, da un’emorragia, un attentato incendiario in cui tutto sembrava finito e invece tutto cominciava di nuovo, come sempre.
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È un po’ che combatto la mia battaglia con l’ideologia. A volte penso che lo scopo della mia esistenza sia precisamente questo: smascherarne l’idiozia, la vocazione a uccidere persone e relazioni, a fare terra bruciata degli scenari più ricchi e promettenti. Giorno dopo giorno, ho collezionato un numero di prove impressionante dei suoi effetti esiziali: li sperimento nella quotidianità, nelle parole supponenti di chi giudica a priori, per partito preso, di chi considera le cose non per quello che sono, ma per l’etichetta con cui vengono classificate. Penso che il nostro sarà un mondo migliore quando avremo il coraggio di dire che il re è nudo, di rigettare un malcostume che non rispetta nulla, in primo luogo il libero pensiero. Ora che la guerra è alle porte, urge una scelta di campo, prima che sia tardi: mostrare compassione verso chi ha messo il pilota automatico per non pensare più, per chi fa la sua comparsa sulla scena solo per asservirsi al branco, per ratificare il già detto e il già sentito, spacciandolo per nuovo. Spesso ho l’impressione di vedere, all’orizzonte, una carneficina da cui uscirà una terra in cui ognuno dirà quello che pensa e sente, risorto, finalmente, dalla tomba che ha nome ideologia. C’è un prezzo da pagare: il distacco, a volte, da amici e conoscenti, il lasciare che la verità faccia piazza pulita di tutto ciò che non è bello, buono, vero, il rimpianto di non essersi parlati da sempre così, occhi negli occhi.
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Don Mario mi parlava di carità e io, naturalmente, non capivo. Solo dopo anni e anni ho recepito qualcosa che in lui era chiarissimo, ma per me restava oscuro. La mattina che mi disse di aver atteso tutta la notte con l’emorragia intestinale per dare i soldi a un uomo braccato da una banda di strozzini, mi arrabbiai come mai. Solo oggi mi sembra normale, tutto questo – normale per un santo. Chiedo a te, lettrice, chiedo a te, lettore, se sia giusto o meno portare sugli altari questo prete che ha compiuto azioni inenarrabili, che fatico a capire, anche se ne è passata di acqua sotto i ponti. Chissà se un giorno sfonderemo anche noi la porta dell’umano e correremo, finalmente, nelle praterie dell’amore divino, non fosse altro che perché bazzichiamo il Santuario che da questo prende il nome. Mentre la storia precipita verso un esito drammatico, portiamo in processione questa icona come nelle feste di paese, ricordando a tutti che c’è un’opera da compiere, un pensiero da cambiare, dopo che ci hanno ridotti per cent’anni a credere che Dio sia morto. Povero Dio, che pazienza deve avere. Ma tutto fa credere che la pazienza stia lasciando il campo a un’azione devastante, per riportare l’uomo e la donna alla ragione. Venti di guerra ci accarezzano le guance, col loro soffio gelido: ormai ci siamo, la catastrofe è alle porte. Noi attendiamo fiduciosi, con l’emorragia di senso che ci tormenta nella notte. Ma già sappiamo che l’alba arriverà, e che un’anima in più sarà salvata.
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L’attrazione: è tutto qui. Da cosa ci sentiamo attratti? Da chi? Ci vuole una vita, a volte, per comprendere da cosa lasciarsi affascinare, per ritrovare se stessi. Guarda dentro te, lettrice, guarda dentro te, lettore: in genere ci perdiamo nei dettagli, dimenticando il tutto. E il tutto è Dio. Inseguiamo particolari di per sé insignificanti. L’esercizio da fare è cambiare prospettiva, convincersi che esiste una chiave che può aprire le porte, farci uscire dai nostri sgabuzzini impolverati. Il libro lo scrivo per questo: perché tu, lettore, perché tu, lettrice, possa scoprire lo scenario più importante, un mondo che ti aspetta. Se vedessimo i fili che ci legano e che partono dal cielo, l’energia tornerebbe a fluire, farebbe di noi dei messaggeri di notizie perdute nei rivoli dell’egoismo, frantumate dalla violenza cieca che si genera dal non essere se stessi. In questa sala delle benedizioni, oggi, 14 febbraio, san Valentino, alle ore 11.45 di mattina, c’è l’intero l’universo: è inutile far finta di esser soli, di aspettare l’ennesimo pellegrino disperato, di controllare l’ora per vedere quanto manchi alla fine del turno. È questa la menzogna che ci avvolge, ci separa dagli altri, ci impedisce di avvertire la visita di Dio. Perciò stai leggendo queste righe, lettore, perciò stai leggendo queste righe, lettrice: perché, giorno dopo giorno, possa renderti conto del fatto che ciò che ritenevi il mondo era solo un’anticamera spoglia, disadorna. Ti chiedevi cosa mai cantassero i poeti, quali panorami dipingessero i pittori, quale musica a te estranea creassero i pianisti. Adesso sai, lettrice, adesso sai, lettore, che una sola cosa ti mancava: aprire la porta, entrare dentro.
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Questo libro è una sorpresa anche per me: più vado avanti, più mi accorgo che è il seguito dell’insegnamento che qui non tengo più, per ora, perché non compatibile coi progetti altrui. Ma è il Progetto di Dio quello che conta: un amore sponsale, geloso e generoso, un amore a cui nessuno può mettere la parola fine. Eccole, allora, le parole che risuonavano nella Cappella dello Spirito Santo e che ora sono inchiostro su carta, forse più efficaci, perché incise per sempre, non soggette all’oblio del tempo che corrode anche i messaggi più importanti. L’amore è indissolubile. Ti sembrava di averlo perduto, ma rispunta all’improvviso, quando meno te l’aspetti, come fa la campana che suona per la messa, ma serve a ricordarti molte cose: che sei vivo, che puoi essere felice, che non devi rassegnarti alla tristezza, perché non sei venuto al mondo per diventare triste, lettore, non sei venuta al mondo per diventare triste, lettrice, ma per ritrovare il filo, toccare con mano che la storia può ricominciare, anzi, ricomincia adesso, perché il Dio sposo non ha intenzione di lasciarti, al contrario, proprio ora, ti dichiara il Suo amore e la Sua gioia nel riabbracciarti, come allora, all’inizio degli inizi. Il bello della fede è che ti trovi fra le mani qualcosa che non scade, che resta oltre la morte: tocca a te, lettrice, tocca a te, lettore, controllare che nel centro del tuo mondo ci sia questa porzione d’eterno, perché non sei te stesso, te stessa, finché non ne avverti l’odore e non ne afferri il gusto. Ti lascio il tempo per pensarci, ora che le mie parole non volano più via, ma sono qui, come vedi, per ricordarti di vivere davvero.

