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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Natale 2023

Il linguaggio di Dio, spesso, è linguaggio di sottrazione. La gloria è svuotamento. Il potere è servizio. La presenza è mistero.

Così, Natale è celebrazione del mistero che si rivela, ma si rivela come mistero.

Il fatto del Natale non impone la sua evidenza, quasi fosse inoppugnabile che un Dio si facesse uomo. Piuttosto, resta nel nascondimento di un sorriso, quello di un bambino alla sua mamma, come di nuova promessa. E come il sorriso non è una risata fragorosa, così il Bambino di Betlemme non è la gloria di un Dio che sbaraglia. Quella che è gloria nei cieli è pace in terra. Quello che è visione nella realtà di Dio è nascondimento nella realtà umana.

Quello che per noi è concretezza carnale è svuotamento, in Dio.

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Non spegnete lo Spirito

[1Ts 5, 16-24]

C’è chi vede i deserti fiorire. C’è chi vede le lance diventare falci e le bombe diventare aratri che fendono la terra per fecondarla e non per uccidere.

C’è chi sa fasciare le piaghe dei cuori spezzati. C’è chi porta una buona notizia ai poveri. C’è chi libera gli schiavi salvandoli dal mare, e chi annuncia la fine pena ai carcerati.

?Non spegnete lo Spirito. Continua a leggere→

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II Avvento Anno B

(Is. 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc.1, 1-8)

  “Nuovi cieli  e terra nuova”. Ogni inizio si comprende dalla fine. L’accorata invocazione di Isaia, “se squarciassi i cieli”, della prima domenica di Avvento, trova una prima risposta: “inizio della buona notizia”. Quando i cieli si squarciano ed è rivelato il vero volto di ciò che era nascosto, appare l’insufficienza di ciò a cui siamo aggrappati. Da qui il “Vegliate” della scorsa domenica. Quando si comincia a prendere consapevolezza della insufficienza e della inadeguatezza della nostra risposta, allora è il tempo dell’inizio. E questo inizio non può che essere novità assoluta. Non sarebbe inizio se fosse semplicemente una ripetizione o la realizzazione di un progetto. Inizio segna una cesura, un ricominciare totalmente nuovo. Quando meno lo si aspetta, in un’ora che non sappiamo, giunge un Inizio ed è una buona notizia. Novità che riguarda cielo e terra. “Nuovi cieli”  segna un modo nuovo di considerare il rapporto con Dio. “Terra nuova” è il nuovo modo di guardare dentro l’orizzonte della storia. Entrambi hanno al centro l’uomo. Non è per nostra iniziativa che si realizzano “cieli nuovi”, ma è per noi, anzi, con noi, che questo accade. La novità assoluta di Dio, nella sua totale indisponibilità,  costruisce la mia nuova umanità. Continua a leggere→

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Festa dell’Immacolata

[Gen. 3, 9-15.20; Lc 1,26-38]
La domanda rivolta ad Adamo (Dove sei?) è al contempo situante e spiazzante.
Non ci aveva mai pensato Adamo a porsi questa domanda.
Dove vuoi che sia? Dove sono sempre stato
È solo a partire da una domanda rivoltaci che proviamo a situarci.
Solo da un altrove viene a noi la domanda che ci situa.
Non sarà possibile avere di noi un’ idea di dove siamo se non siamo sollecitati dall’ apparire dell’ alterità.
Quando l’altro pone la domanda siamo obbligati alla risposta.
È importante questa dimensione della consapevolezza. Sembra che non si giunga alla consapevolezza di sè se non a partire da una domanda rivolta da una altro che non siamo noi. La realtà su noi stessi ci appare solo a partire dalla interpellanza dell’ altro.
È l’altro il principio di realtà.
In altre parole, la possibilità che ognuno ha di pensare se stesso è solo a partire da una relazione. È qui, nello spazio creato dall’ apparire dell’altro e dalla sua interpellanza, nello spazio della relazione, che si aprono gli occhi su noi stessi. E ci scopriamo nudi. E abbiamo paura.
Qui nasce il pudore. Non è vergogna, quella di Adamo. È pudore. Non origina da una mancanza o da una azione compiuta che si vorrebbe non aver commesso. Origina da un senso di insufficienza. È dallo scoprirsi nudo che origina il pudore di Adamo. Nasce, il pudore, dalla percezione che l’altro possa cogliere di me ciò che non sono io, possa cogliere una parzialità di ciò che sono e non percepire la totalità. Il pudore nasce dalla consapevolezza di essere più di quanto si mostri, più di quanto si appaia.
La nudità si rivela un equivoco. Sembra dire tutto di noi, privati di orpelli e di accessori, e invece nasconde la verità su ciò che siamo, dirottando l’ attenzione di chi ci guarda su altro che non
siamo noi. È fuorviante la nudità, per questo fa paura ad Adamo. Anche stavolta non si tratta di i rimorso morale. La paura è paura di rompere una relazione perché l’altro non ci capisce fino in fondo, perché coglie solo parzialmente ciò che siamo.
Non ha paura chi si affida. L’ atteggiamento di Maria, di fronte all’angelo, non è dí paura ma di timore, che è ben altra cosa. Il “timore del Signore” nasce dall’affidarsi, dalla fiducia. Non c’è paura perché chi ci interpella conosce di noi la nostra totalità . Si dona tutto e tutto chiede. In questa relazione di affidamento reciproco, tutta la bellezza di una umanità pura che si gioca la sua libertà nella fedeltà al progetto originario

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I di Avvento

Tempo di Avvento. Tempo di attesa. Tempo di desiderio.

Di fronte a qualcosa che accade, non si resta ad occhi chiusi, pacificamente dormienti. Chi attende non dorme, ma scruta.

La realtà va scrutata, perché ci si accorga che qualcosa sta accadendo. Non è una evidenza che si impone, di fronte alla quale non è possibile non vedere. Ciò che sta accadendo necessita di occhi capaci di scrutare, di mente allenata ad intuire, di cuore capace di contenere.

Di fronte all’accadimento che attendiamo  siamo chiamati ad operare un discernimento, che aprirà o chiuderà vie percorribili. Continua a leggere→

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Il dono del desiderio

[Mt 25,14-30].

?E’ l’assenza che accresce il desiderio.

Così, un uomo, partendo per un viaggio, lascia, in  dono, del denaro.

In ebraico biblico, denaro e desiderio hanno la stessa radice (k-s-f). kasaf (desiderio) e kesaf (denaro). (da Simone Venturini)

Come dire: l’assenza viene riempita dal desiderio. Chi parte lascia, in dono, il desiderio di sé.

È solo una suggestione, ma può offrirci una interessante chiave di lettura del passo di Matteo. Continua a leggere→

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Di due, uno

[Mt 22,34-40]

“Amerai il Signore tuo Dio…”

“Amerai il prossimo tuo…”

Due amori, una sola misura: tutto.

Se amare è recepire il Tu in tutto il suo essere se stesso, così com’è, per quello che è, allora, o è tutto o non è.

Non può esistere un confine all’amore. “Tutto il tuo cuore, tutta la tua anima, tutta la tua mente”. Nulla è escluso.

Anche il termine greco esprime la globalità: òlos. Non si ama fino ad un certo punto. O si ama totalmente o non si ama. Continua a leggere→

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La Festa

[Is. 25,6-10a; Mt. 22,1-14]

“Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto, finché non trovi in te il suo riposo”

Così, s. Agostino.

Che altro è l’invito alla festa di nozze, se non questa inquietudine da cui siamo abitati?

Ad ognuno è rivolto l’invito. Ognuno lo percepisce e lo intuisce. Non c’è data, non c’è ora, ma l’invito alla festa è talmente  presente che anima, in un modo o nell’altro, tutto lo svolgersi di una vita.

La consapevolezza di questo invito, poi, accende il desiderio. Qui è il discrimine di un’esistenza: acconsentire a questo desiderio o farlo tacere. Accettare l’invito o respingerlo, o far finta di nulla. Continua a leggere→

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La pietra scartata

[Mt 21,33-43]

Forse è nella natura umana la ricerca di acquisizioni tacitanti la coscienza. Tendiamo naturalmente a stabilire delle ordinate sistematizzazioni in cui incasellare l’esistente e i significati che dell’esistente indicano il senso.

Altrettanto naturalmente, tutto ciò che non rientra ( cioè, che non facciamo rientrare) nelle nostre sistematizzazioni viene tenuto fuori, viene scartato, perché inutile, ingombrante o, peggio, pericoloso per la tenuta dell’intero sistema. Continua a leggere→

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XXVI domenica del Tempo Ordinario 

[Ez.18, 25-28; Fil. 2, 1-11; Mt. 21,28-32]

Capita di frequente di imbattersi in persone che si credono possessori della Verità, suoi custodi, suoi paladini, professionisti del Padreterno.

E si ergono a giudici, emettono sentenze. Sono quelli che si dicono sempre e profondamente cristiani, mostrandosi ossequiosi verso l’autorità, prodighi di plateali gesti di carità.  

L’unica Verità offertaci da Gesù è quella che coincide con la sua persona. Continua a leggere→

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Primi e Ultimi

[Mt, 19,30; 20,1-16]

Quando Gesù chiama, c’è sempre un atto di rottura: giratosi, uscì etc… C’è, in sostanza una interruzione di una continuità. Come dire: da questo momento in poi, nulla sarà più come prima.

Non è solo una rilevazione di fatto, un comportamento suo, personale; è piuttosto una proposta di stile e una richiesta a fare altrettanto.

“Che ci guadagniamo, noi che abbiamo lasciato tutto, per seguirti?” è la domanda di Pietro e dei discepoli. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. XV Domenica T.O.


Ascoltare e comprendere [Mt. 13,1-23]

Sembrano essere questi i due verbi centrali nel brano di Matteo: quello seminato nella terra buona è chi ascolta e comprende.
E sembra anche che non ci sia molta differenza tra i due.
Il verbo greco che possiamo tradurre “comprendere”, infatti, ha anche il significato di “ascoltare”. L’uso che se ne fa qui sembra voler sottolineare la quasi coincidenza dei due o, comunque, una innegabile interdipendenza.
Non si tratta di stabilire una priorità e una possibile conseguenza (prima si ascolta e poi, forse, si comprende), quanto piuttosto di trovare i nessi possibili (necessari?) fra i due verbi.
Chi ascolta si pone nell’atteggiamento di non accettazione supina della realtà. Presuppone che “qualcuno parli”. Dunque è in un atteggiamento aperto ad una alterità che, in quanto tale, non si mostra mai completamente.
Inoltre, l’ascolto presuppone l’inquietudine del desiderio. Solo chi desidera, riesce ad ascoltare. È proprio nel “cor inquietum” che risiede la possibilità di ascolto. Chi è pieno di sé (l’uomo che se ne va sicuro di montaliana memoria) non ascolta perché non presuppone una alterità. Ha in se stesso il proprio centro di ascolto, il proprio baricentro e, dunque, non cerca, non si interroga. Ha già tutte le risposte.
Nella Bibbia, l’ascolto è l’atteggiamento richiesto e il primo dei comandi: SHMA ISRAEL (ascolta israele). Da esso dipende tutto il resto. Non ci sarà costruzione di storia senza questo atteggiamento, che non è solo iniziale, ma costante e di fondo.
Nell’iconografia cristiana, molto spesso, nella rappresentazione dell’Annunciazione, Maria è colta in “atteggiamento di ascolto”, con il libro aperto. Come dire che Maria concepisce nell’ascolto. Nel racconto di Luca, però, Maria non comprende. Ciò che le viene annunciato la coglie in imbarazzo, nel “timore”. Dall’ ascolto non consegue, immediatamente, la comprensione. Anzi, sembra quasi che la “non comprensione” sia la chiave di lettura. Potremo dire che non capendo, Maria capì che era il Signore.
La comprensione, dunque, non si pone come capacità logica di dare un ordine a ciò che si ascolta. Piuttosto, sembra che qui, la comprensione sia nel lasciare che l’ascolto dia il suo frutto. La fecondità di Maria, come di chi accoglie la parola seminata, è tutta nell’ascolto, ma è questa fecondità che rivela la reale comprensione.
Comprende chi riesce a mettere insieme, ad individuare il filo conduttore, senza che questo diventi mai acquisizione definitiva e definitoria di senso. Comprendere non è mai un aver compreso, archiviando, così, ogni ulteriore tentativo di ricerca e di domanda. È un processo che si nutre costantemente di ascolto, quindi, di desiderio. Ogni fecondità da qui è generata.
Un cristianesimo propositivo ha generato guasti. Solo quando abbiamo sposato la domanda dell’uomo, siamo stati profeti, suscitatori, cioè, di ulteriore domanda che obbliga all’ascolto dell’altro, all’accoglienza dell’altro, alla non esclusione presuntuosa, arrogante e violenta.
Non abbiamo principi non negoziabili da vendere, abbiamo, piuttosto, un cuore inquieto da aprire a tutte le inquietudini che generano condivisione e fecondità.
“Tutta la creazione geme e soffre nelle doglie del parto” (Rm 8,22): è il partecipare a questo travaglio che fa di noi donne e uomini che ascoltano e che comprendono.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. XIII Domenica T.O.


XIII Domenica 

Mt 10, 37-42

Agape e Filìa sembrano confrontarsi in questo passo del Vangelo di Matteo. “chi ama ( filìa) ….più di me non è degno di me”. Padre, madre, figlio, figlia, suocera etc… sono rapporti di consanguineità, dati da una affinità non elettiva ma precedente la volontà dei soggetti coinvolti nei rapporti. Non abbiamo scelto di chi essere padre o madre o figlio. Questa affinità genetica può determinare un serio ostacolo all’opzione fondamentale della propria esistenza. I rapporti familiari ripropongono continuamente lo schema di appartenenza che, in sostanza, risulta escludente, definendo confini coincidenti con gli ambiti di appartenenza familiare, etnica, tribale. Questi confini risultano potenzialmente degli ostacoli importanti a uno sviluppo di una più ampia visione della propria relazionalità. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Pentecoste


Pentecoste

[Gn 11,1-9;  Rm 8,22-27;At 2,1-11;  1Cor12,3-7ss; Gv 20, 19-23]

?Quando percepiamo la realtà, lo facciamo sempre a partire dalla nostra esperienza, che, però, essendo, appunto, la nostra esperienza, in quanto tale, è limitata e frammentaria. La percezione della realtà, quindi, risulta frammentaria e la realtà percepita, è percepita come frammentata. Solo il frammento è a portata del nostro pensiero. Tanto, che ci convinciamo che quel frammento sia tutta la realtà, e il nostro modo di percepirla sia l’unico possibile. In questo modo di concepire il mondo, radichiamo la nostra ricerca di identità. Siamo bisognosi di identità. La cerchiamo e la  stabiliamo, cercando continuamente di definire, di porre confini, di autodeterminarci, di stabilire una identità chiara ed evidente. E ci imbattiamo subito in una apparente contraddizione: ricerca di unità e constatazione di differenza. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Ascensione

Ascensione [At 1,1-11; Ef 1,17-23;  Mt 28,16-20]

 

 

Siamo abituati a considerare con positività gli incontri e  le presenze, e continuamente cerchiamo di accorciare le distanze, non accettando che ci sia spazio fra chi si cerca.

Allo stesso modo, vediamo come distruttiva l’assenza, come vuota la distanza che si pone fra chi si ama. Sarebbe strano e incomprensibile il contrario.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Sesta domenica di Pasqua


V
I domenica di Pasqua, anno A, [Gv. 14,15-21]

 

Sarà possibile qualunque acquisizione di sé che non parta da una spoliazione di sé?

Quante volte abbiamo sentito dire che per amare gli altri, prima bisogna amare se stessi? E, siccome, ci si ritiene (falsamente e ipocritamente) incapaci di amarsi, non si ritiene possibile l’amore verso gli altri. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Quinta domenica di Pasqua

“Io sono” (Egò eimì, in greco) è il Nome di Colui che manda Mosè a liberare il popolo di Israele. Così i LXX traducono in greco quello che in ebraico, in realtà, è meno definitorio e meno assertivo. Ehyeh asher ehyeh (Es 3,14) implica una affermazione che non è ontologica, ma che definisce ciò che si è a partire dalla storicità del coimplicarsi, del divenire storico, del farsi per e con il popolo.

In questo senso, la lettura dell’affermazione presente nel vangelo di questa domenica (Io sono la via, la verità e la vita) si apre a considerazioni sempre più provocanti per noi.

La solennità dell’affermazione è data proprio dall’incipit: Io sono. Non si può non pensare ad un riferimento al Nome di IHWH. Siamo di fronte ad una manifestazione di come si deve intendere Dio. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Quarta domenica di Pasqua


IV domenica di Pasqua, 
Anno A, [Gv.10,1-10]

?L’immagine del Buon Pastore è stata una delle prime raffigurazioni della iconografia cristiana.  È un’ immagine amorevole e rassicurante. Il riferimento al capitolo 34 di Ezechiele è evidente e converrà tenerlo presente per una corretta lettura di questo capitolo 10 di Giovanni.

Alcune particolarità, però, nel brano di questa domenica, sembrano attrarre la nostra attenzione. Gesù è il pastore del gregge perché chiama le pecore per nome, una ad una, ciascuna con il suo nome. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Domenica in Albis


Domenica in Albis

Anno A

[Gv 20,19-31]

 

 

?Abbiamo lasciato il sepolcro vuoto, inquietante assenza, per incontrare, oggi, una nuova presenza.

Le apparizioni del Risorto sono l’espressione di una fede pasquale lenta e progressiva. Essa richiede un travaglio, un forte lavoro simbolico fra la visione della pietra rimossa e quella del Signore elevato.

Quanta corporeità c’è in questi versetti di Giovanni. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Giovedì santo


Giovedì Santo

[Gv 13,1-15]

 

?“Se non avessi l’amore…”

“Se non avessi l’amore, sarei nulla” dice Paolo.

Oggi, l’Amore rivela il suo volto. Volto di Altro. Altro che lava i piedi.

Ogni volta che il volto dell’altro appare, de-lude. L’altro crea sempre de-lusione.

Per questo l’altro è altro. Perché obbliga ad uscire dal gioco, de-lude.

Di fronte all’apparire del volto dell’altro, non è possibile restare indifferenti.  L’altro, la concretezza dell’altro esige decisioni. Così fonda la libertà. Ed è proprio da questa de-lusione che la libertà ha vita. L’altro non è mai come te lo aspetti. Non sta al gioco delle sovrapposizioni, delle immagini, delle maschere. Per questo de-lude. Continua a leggere→

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