Ho conosciuto Franz Krauspenhaar all’epoca della stesura del suo romanzo “Era mio padre”. Ricordo che durante uno di quei primi incontri parlammo anche di poesia, ma non della mia, più che misconosciuta, né della sua che in quel periodo, dopo alcune raccolte pubblicate on –line, era in una fase di stand-by. Parlammo di Mark Strand, o meglio io parlai ( credo anche per darmi un tono) di Strand che in quei giorni era fra i miei poeti preferiti, e intorno a lui e alla sua poesia mi aggiravo, e ne narravo ogni volta che se ne presentava l’occasione, in una sorta d’incantamento. Con me, immancabile, avevo perciò uno dei suoi libri. Lo mostrai a Franz che iniziò a sfogliarlo soffermandosi sull’una e l’altra poesia, dapprincipio distrattamente, forse solo per cortesia, poi sempre con maggiore interesse fino ad astrarsi quasi completamente dimenticandosi, mi parve, per lunghissimi istanti anche della mia presenza. Continua a leggere
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Il cibo senza nome, di Pasquale Vitagliano
Anche se mi parli, tu taci
il silenzio che hai dentro,
tu taci il vuoto prima del verbo,
tu taci il pugno cieco del rumore.
[Pasquale Vitagliano.]
recensione di Franz Krauspenhaar
Conosco da tempo il lavoro di Vitagliano, poeta e scrittore di Terlizzi, borgo del barese, posto che insieme ad altri posti mescola civiltà contadina e urbanizzazione e mercato, essendo Bari una città di scambi a tutto campo. In questo reticolo dove stanno umori e incidenze disparate, Vitagliano muove da sempre le sue parole poetiche con circospetta forza drammatica. Quest’ultima raccolta, edita da Lietocolle, esprime, come nei versi citati, il silenzio duro di un tacere, l’impossibilità di farsi spiegazione di ogni cosa, l’impossibilità di una vera definizione del vivere. E la cosa a mio avviso straordinaria è che il poeta fa questo con le armi di una poesia molto fisica, a volte molto concreta, limata e allo stesso tempo piena di crepe, come nella terra contadina attaccata dal solleone, dove le immagini si stagliano e trovano fondamenta durature, invece che provare a far cantare l’inspiegabile con parole sommesse o aeree o surrealistico-visionarie, come per ricalcare il fumo inodore dell’imprendibilità metafisica. Così la poesia di Vitagliano mi appare nettamente come metafisica quasi nel senso di un De Chirico degli storici inizi, violentemente visiva ma potentemente e avvertitamente circoscritta, tendente all’esattezza, cosicché i veri amanti della poesia vera troveranno qui pane per i loro denti, grande serietà d’intenti, maturità raggiunta, segni anche materici di una letterarietà estrema ma non fuori luogo, fatta per farsi ricordare.
Grosse Fuge – di Valentina Barbieri
Adultera quella notte
che vaga in mutande.
Due bocche con la frode
alle spalle e quelle cosce
in calze bucate…
Lontana la strada e i suoi semafori
rossi, la moneta calda della vedova
sotto al velluto.
Non condannare a morte il Piacere:
è più tiranno di un ventre a digiuno
o di un bicchiere a terra. Continua a leggere
Distassie folgoranti e tarsie. Poesie de desegnio et meglio finitte
di Giovanni Fontana
Quando infuria la peste si ammucchiano corpi nei quadrivi. Verranno i carri a caricarli. Con maschere a becco. Del malaugurio. E brancicheranno su carteggio spurio.
Cialtroneggiano insipienti praticanti di rimedi fasulli. Dispensatori balordi di pappe vane. Sterili panacee. Idee balzane. Marchiane.
E sono sempre i migliori che se ne vanno. Dice qualcuno. Quelli che sanno. Come il gran Zorzo. Cui mirava Isabella di Mantova. Celeste. Luminosa marchesa D’Este. Che aspirava a «una pictura de una nocte molto bella et singulare». E Zorzo ne fece. Per Thadeo Contarini. Una. «De miglior desegnio et meglio finitta». Un’altra. Per tal Becharo. Victorio. Cui caro era il lavoro. Per notizia rara. Ora. E ignota dimora. Entrambe le notti indisponibili. Continua a leggere
Soqquadri del pane vieto 2010 di Marina Pizzi
1.
è qui l’altrove del rantolo di fame
questo statuto che sa di Colosseo
verso i cani bastardi, randagi quanto
un dì del mese scorso. scorribanda
di eclissi starti accanto io che ti amo
oca di mamma guardarti nel passo.
dove ti ammacchi io so che mi ami
ugualmente lo stesso e senza ansia
bambina darsena col cerchio senza avaria di salto.
viadotto della cometa chiedere asilo
ai quartieri proletari dove i tarli ammucchiano
e le madonne scempiano. io spendo dio
per dirti del canile abbandonato al dolo.
i comatosi stanno zitti e i morenti urlano
come mio padre erto sulla fronte ubriache le guance
gli occhi spicchi di coltelli per la bramosia di pace Continua a leggere
Il solicello del basto di Marina Pizzi
E’ uscito il mio nuovo libro di poesia:
Il solicello del basto
Roma, Fermenti Editrice, 2010
Casella Postale 5017 – 00153 Roma Ostiense
Tel. e fax06-6144297 e.mail: [email protected]
www.fermenti-editrice.it
Il vagare – di Franz Krauspenhaar
Vago come un pazzo, come Pasolini
per la Tuscolana, io per le serpi dei
miei desideri, per i cuscini, la lingua
fuori e le montagne dei miei avi,
che guardano furenti, rosse di sole
come guardiane degli ultimi cimiteri
di guerra, quando vennero i russi. Continua a leggere
Da: Futuro semplice – di Gianni Montieri
RISPARMI
Io sto al sud proporzionalmente
appartenenza più che somiglianza
porto tracce degli umori, la durezza
-certi sguardi- Continua a leggere
Da: Immaginate la ragazza – di Giovanni Catalano
Coincidenze
È qui che una coincidenza
potrebbe farsi destino.
Già da tempo, ancora adesso.
All’improvviso.
Avresti potuto
incrociarmi ai tornelli
o nella ressa ai gradini
o fermo sulla destra
d’una scala mobile.
Sulle maniglie d’un vagone
o qui seduti, solo divisi
dalle cuffie di un ipod
avresti potuto
lasciar cadere un segnalibro
che quel giorno
avrei raccolto. Continua a leggere
Marina Pizzi, da Vigilia di sorpasso, 2009-2010
da Vigilia di sorpasso, 2009-2010 di Marina Pizzi
da Vigilia di sorpasso, 2009-2010 di Marina Pizzi
da “L’invadenza del relitto” di Marina Pizzi, 2009
42.
un rullio di tempie e sembra morire
questo antefatto lungo una stirpe
rantolando rantolante cent’anni.
nei venti che blasfemi staccano le rondini
tu il collo lungo di Modigliani inventi
per disperdere le fiaccole crocefisse.
le pene che sbocciano dentro il calendario
benesseri nel bilico di davanzali
zonzo d’angeli che non sanno chi proteggere.
le malattie congenite del tetto
narrano nidi patrioti
eremi che imperlano le nuche.
oggi è colmo il male asperrimo
di chiudere le spalle all’avvenire.
43.
—————-
Now playing: Bruce Springsteen – Tougher Than The Rest
via FoxyTunes
Marina Pizzi, da: L’invadenza del relitto, 2009
21.
la rondine che stacca le reliquie
ci fa il nido. la muffa sull’ananas
fa la colpa della casa vuota. nessun
menu è appeso in cucina.
si rantola dappresso nella polvere
del torto. qui le belve dell’aria
sono molte in lite costante.
dapprima il grembo consolava
la lava della scuola la lavagna
col battito del cuore di scudiscio.
ora la vena è immobile e la scienza
un arato di ruggine. quale gelo
chiami nel sonno? quale gerundio
vuoi che non sa darti? eppure muore
l’almanacco e si fa sfinge il fuoco.
22.
da: Il sonno della ruggine di Marina Pizzi
69.
la noia del mare sullo sfondo
ingoia il gomitolo dell’aria
le risse che frantumano gli stagni.
nella tua mano s’ingaggia il primo amore
con il paltò triste degli attori
che riposano dopo le riprese.
amor sconfisse l’argine divieto
e dietro il vento che uccide ben comunque
si mise il torto che i nidi abbatte.
permesso di ventura avrò dall’angelo
che mi sonnecchia accanto.
con le muse sotto la tavolozza
vaga senza fiato la libertà dell’ozio.
intorno alla deriva del martìre
s’inventi la bella faccia di far sogno
questo veleno che legifera la sfera. Continua a leggere
da: Il sonno della ruggine di Marina Pizzi
52.
or che d’affanno salirò le staffe
fango estremo la favola del mondo
al mio museo imbiancherò il sarcofago
per farne gradita la promessa.
in pieno scempio non conosco l’erba
bagnata di rugiada d’innamoramento.
le fiaccole morenti del letame
immune costo della fine.
e per domani il soccorso è scialbo
bagliore senza bulbo di rinascita
né sito con il nome della sfinge.
ancora si farà l’aria antica gola
ospitale del rantolo e la favella chiusa
sul muro senza l’asino l’attesa.
nulla. ma il dolore alquanto
senza uguali la dismisura.
53.
da “Il sonno della ruggine” di Marina Pizzi
23.
una struttura anagrafica di niente
questa burocratica rottura della voce
qua dove ammisi di credere la rotta
e persi invece la bussola per sempre.
in mare la barcaccia chiama s.o.s.
e la marea non s’inchina alla paura
anzi la stempia con apice di venti.
dove sarà l’ipocrita salvezza
lo sa l’alunno che non crede al tema
pure scrivendolo col nome e il cognome.
ora le celle del panico di eclisse
sono gestite dallo stipite del sogno
quando la gente dorme per dolore.
24.
Due inediti di Fernando Coratelli

APOLIDE
Se di parole sparlai
Di silenzi non mutai
In folla eccitata
Da ipermercati Continua a leggere
Ho raggiunto – di Franz Krauspenhaar

Ho raggiunto le farfalle
del mio stomaco.
Un volo, un senso
unico. Di morte.
La primavera ha cent’anni
ha le speranze senz’ovulo
ha i fiori gettati nella gola,
il manifesto nudo, le urla
dei soccorritori. Continua a leggere
Michele Caccamo – estratti editi (con traduzione in inglese.)

1)
E poi d’improvviso mi ritiro e mi sciupo
e mi attacco al catafalco
come fossi impiccato ad un vuoto leggero.
Ma io voglio significare la mia morte
con un odore romantico
e che sia anche languida
un sepolcro spumeggiante
gocce d’olio cariche di luce
perché non sia un amen
ma uno spinterogeno nel sangue
una rondine Continua a leggere








