Archivio mensile:Febbraio 2024

Poesie di Tolentino de Mendonca

[foto di Edward Dalton]

A cura di Luca Pizzolitto

Una poesia è un esercizio di dissidenza, una professione di incredulità nell’onnipotenza di ciò che è visibile, stabile, appreso. Una poesia è una forma di apostasia. Non c’è vera poesia che non faccia del soggetto un fuorilegge. Una poesia obbliga a pernottare nella solitudine dei boschi, in campi innevati, in rive incontaminate. Che altra verità esiste nel mondo se non quella che non appartiene a questo mondo? Una poesia non cerca l’inesprimibile: non c’è uomo pio che, nella concitazione della sua pietà, non lo cerchi. Una poesia restituisce l’inesprimibile. Una poesia non conquista la purezza che affascina il mondo. Una poesia abbraccia precisamente l’impurezza che il mondo ripudia.

(Josè Tolentino de Mendonça)

Da “Estranei alla terra” di José Tolentino de Mendonça (Crocetti, 2023, traduzione di Teresa Bartolomei) Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Si mise a servirli
(le preposizioni della Libertà)

[Mc 1,29-39]

 

?Durante la pandemia da COVID, abbiamo toccato con mano quanto fosse importante la sensazione di libertà deturpata che si stava percependo intorno a noi e, in qualche modo, dentro di noi.

Sembrava come se, fino a quel momento, non ci avessimo fatto caso, ma, tutto insieme, ci apparve  lo spettro della malattia incurabile. Non era solo un’ ipotesi, si trattava di una vera e propria espropriazione di sé. La minaccia della malattia minava i rapporti amicali e perfino quelli familiari. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Filomena Ciavarella

La parola poetica è stata fin da quando ero piccola l’arma per scavare in profondità nell’esistenza, per dare a me stessa delle risposte alle domande metafisiche alle quali non riuscivo a dare un senso. Mi ricordo che la domenica a sera mio padre mi portava al cinema. Andammo una volta a vedere il film “La Bibbia”, gli chiesi chi fosse dio, perché esiste il male e la morte. Lui mi teneva per mano, mentre camminavano lungo viale Vittorio Veneto del mio paese, mi diceva che non sapeva rispondermi e che ci sono dei misteri inspiegabili nella vita.
Mi ricordo che passavo le ore a voler disegnare in aperta campagna la primavera sul prato, ma il disegno che facevo non era mai perfetto per me e puntualmente  lo strappavo.
Con la scrittura mi sentivo più  a casa, il mio mondo si popolava di anima, il dolore, l’ inquietudine che sentivo cominciava ad avere un senso. Continua a leggere→

Compagnia


Tutto dipende da quello che ascoltiamo. Oggi c’è un rumore insopportabile, a cui rischiamo di abituarci sempre più: la chiacchiera, il non senso, l’urlo per partito preso. Se ascoltassimo il canto del cuore di Gesù, troveremmo compagnia.

La parola ai poeti. Giacomo Cerrai

L’arte è l’idea che ci facciamo delle cose, dice Michelangelo Pistoletto in un’intervista. Penso che potremmo dire lo stesso per la poesia, per quanto le definizioni di essa siano infinite e per lo più inutili. Ma “farsi un’idea” mi piace, mi piace la costruzione “per sé”, personale, che questa espressione implica. Ed è appunto una questione di pói?sis, il “fare dal nulla” di cui parla Platone nel Simposio. E questo nulla cos’è? Forse quelle “cose” a cui fa riferimento Pistoletto, oggetti, impressioni, sentimenti, dolori, piaceri, azioni, materiali, elementi della natura o dello stesso linguaggio, che in qualche maniera la poesia ricostituisce in un’idea nuova, o in un concetto significativo. O in una, diciamo, possibilità di vedere. E lo fa per connessioni, legami, meccanismi cognitivi, saperi artigianali e magari un po’ di quel talento individuale di cui parlava Eliot. Continua a leggere→

Stupore

Se il Signore ci desse in base a quanto diamo a Lui, saremmo perduti. Solo la libera iniziativa di una generosità senza pari permette lo scatto di reni di ciò che chiamiamo salvezza. L’eternità è una sorpresa esagerata, uno stupore senza fine.

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Annarita Zacchi, Poesia e lutto

a cura di Leonardo Gandi

Di Annarita Zacchi (Castelnuovo di Garfagnana 1959-Firenze 2022) sono uscite tre raccolte, Rotte terrestri, Teseo 2013, Voi e lo sparso, Chipiùneart 2015, Utopie del corpo, Arcipelago Itaca 2020. Alcune poesie sono apparse in riviste e volumi collettivi. Del 2012 è la plaquette Lavoro e antilavoro, di cui sono state allestite letture sceniche. Un primo gruppo di inediti, col titolo Papaveri e lattine, è stato pubblicato nel 2022 dalle edizioni Diddo. Quest’ultimo volumetto è il solo ora reperibile sui principali store digitali. Per gli altri si può scrivere a [email protected]. Notizie, immagini e filmati, testi inediti sono contenuti nel sito [email protected]. 

Il testo qui presentato, del 2013, nasce all’interno di una discussione su “poesia e lutto” svolta nel gruppo di autori raccolto intorno a Elisa Biagini, a Firenze. Annarita prende le mosse da un contributo di Andrea Gigli che riflette sul particolare lutto da cui è nata, a suo avviso, la poesia moderna e contemporanea, «quello originato dalla perdita di quasi tutto l’apparato tecnico e formale che l’ha definita per secoli. La funzione catartica non può più essere veicolata da una parola che ha perso il suo essere “canto”, che non è più assunta nei suoi valori fonici, in quel “risuonare nel corpo”, in quella possessione magica necessaria perché tale funzione abbia luogo. Perdita e lutto si associano a un dolore che per ciò stesso appare irredimibile. Il poeta “semantizzato” è integralmente solo, solo nella foresta pietrificata dei significati, e la dimensione della “gioia” omerica (eufrosùne) abbandona pressoché per intero le scritture poetiche della contemporaneità. L’ebbrezza vitale e quella erotica, il dionisiaco, lo stesso stupore estatico di fronte alla morte, cantata perché indispensabile per aprire le porte della memoria, dimensioni tutte ben rappresentate nella poesia antica, sono difficilmente reperibili in quella contemporanea». Continua a leggere→