Archivio mensile:Febbraio 2024

La parola ai poeti. Angelo Airò Farulla

Forse mi sbaglierò, ma avendo ormai perduto lo scranno dell’arte letteraria per eccellenza, credo che si riaprirebbe oggi, per la poesia, la possibilità della famigerata “torre d’avorio”, ovvero l’occasione di sottrarsi alle smanie di condivisione con un qualsivoglia lettore, per farsi pura pratica conoscitiva individuale, ascesi tutta rivolta verso i più estremi lidi. 
Il nostro pubblico è Dio, ho già scritto altrove, per sottolineare l’irresistibile tendenza che mi conduce verso il mio stesso naufragio letterario.
La torre d’avorio è sempre anche cella di spleen, in effetti.
Perché, nonostante tutto, non ci è dato balzare fuori dal tempo e raggiungere l’assoluto con un paio di versi, anche se all’origine della scrittura vi è, certamente, come un’inespressa preghiera: vincere la morte.
Ma tutto il percorso si gioca pur sempre nel tempo mortale; per quanto mi riguarda, nell’approfondimento eretico di una certa frase di San Paolo che recita: ora vediamo come in uno specchio offuscato, ma allora vedremo direttamente.
Il richiamo dell’assoluto mi porta ad amare il relativo.
A un dato livello si tratta infatti, per me, di non rinunciare all’abbagliante mondo dei segni e delle figure, e di disobbedire quindi a quella “somma sapienza” che vorrebbe liquidare la realtà della vita come vana illusione; al contrario, senza speranza né timore, affermare la potenza irrefragabile delle apparenze, il loro influsso costante, la necessità della loro esistenza così come l’indelebile segno lasciato nel tutto dal tutto, e sigillare quindi la tragica fragilità di creature, cose, eventi e pensieri alla muta indifferenza dell’eterno.
In ogni caso, avendo come prospettiva ultima la saldatura dell’incondizionato col condizionato, o della trascendenza con l’immanenza (ecce crucem), vi è in tutto questo la promessa stessa del fallimento: scrittura quindi essenzialmente asintotica, la mia, tendente a un punto che non potrà mai raggiungere. 
E questo sarebbe forse già sufficiente.
Perché un poeta vuole scrivere ancora e ancora e ancora, pur avendo in mente un unico luogo finale, l’Africa di Rimbaud, laddove più non si scrive.
Per il momento, la scrittura resta un oscuro avvicinamento al nulla eterno, che si rivolge segretamente a quell’unico lettore analfabeta il cui nome resta celato da sempre alle generazioni della Terra.

Angelo Airò Farulla
20 gennaio 2024
(il Sole entra in Acquario)

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Paolo Buchignani, “La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato”

Paolo Buchignani, La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato, Arcadia Edizioni, Roma, 2024, euro 18


di Fabiano D’Arrigo

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Dopo “L’orma dei passi perduti” (ed. Tralerighe libri, 2021), Paolo Buchignani continua a scrivere opere narrative e dona al pubblico dei lettori un portentoso romanzo storico: “La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato” (ed. Arcadia, 2024).

A differenza dei grandi romanzi storici ottocenteschi, il cui narratore esterno ed onnisciente ricostruiva accuratamente un ambiente con gli usi, i costumi e la mentalità, Buchignani si affida ad un narratore che è pure il protagonista della vicenda narrata e ricostruisce una storia, quella del Novecento che parte dal 1911 e sfora fino al 2022, mescolando ed intrecciando memorie, vicende personali reali e verosimili, eventi veramente accaduti e documentati.

La ricostruzione storica dell’ambiente, in particolare di quello lucchese: della città di Lucca e delle campagne dell’Oltreserchio dove si trova Santa Maria dei Colli, non impedisce alla narrazione, come è giusto che sia, il dipanarsi di fatti fantastico-verosimili, né talvolta il trasformarsi in un lirismo narrativo che ricorda la pregevole scrittura tobiniana.

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La parola ai poeti. Luca Vaglio

La poesia, in fondo, in tutte le forme in cui è stata, e può essere, concepita, è un modo di orientare il linguaggio e, parallelamente, un modo di pensare, di vedere le cose. E, ancora, è un’occasione per esprimere, o per ricreare, un’esperienza del mondo. La mia prima presa di contatto con questa forma di scrittura avvenne molto presto, a scuola, durante le lezioni di seconda elementare. Si trattò di un’esperienza assai significativa e già capace di agire in profondità, di formare e di trasformare la mia idea relativa alle possibilità di espressione. La mia maestra, Eda Vanni, che si merita, pur a distanza di parecchi anni, un grande grazie, dopo averci insegnato le basi della grammatica, della scrittura e della lettura, l’anno successivo, in seconda elementare, ci fece leggere diverse poesie di Giuseppe Ungaretti, di Salvatore Quasimodo, di Giovanni Pascoli e di altri poeti del ‘900. Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


La pelle, il confine

[Mc  1,40-45]


?La tradizione rabbinica ha sempre considerato attentamente il simbolismo legato ai fenomeni osservabili in natura e, in particolar modo, nel corpo umano. Così, la malattia è sempre vista, non tanto come fenomeno scientificamente studiabile, ma soprattutto per l’alto valore simbolico attribuitole. In questo contesto religioso-culturale, la pelle ha assunto un forte significato legato alla sua funzione (per quanto si potesse cogliere) nel corpo umano.

È un confine, la pelle, fra dentro e fuori, fra sé e tutto il resto. Dunque, una malattia della pelle era vista innazitutto come alterazione di questo confine. Alterando il confine, si altera tutto il rapporto fra le parti segnate dal confine stesso. Si instaura una relazione fra le parti separate dal confine non più rispettosa delle alterità ma, appunto, alterata, confusa, in una parola, impura. Questo concetto (purità/impurità) è legato non alla natura o alla derivazione morale della malattia, ma alla confusione generata dal “non essere al proprio posto” proprio di ciò che avrebbe dovuto segnare un confine, una separazione che poteva permettere una relazione fra diversità. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Francesco Terracciano

I.
Per quanto sia cosa difficile, e rappresenti anche un pericoloso tranello, potremmo dire che la poesia è il tentativo di dire l’indicibile attraverso l’elaborazione del linguaggio che usiamo, ogni giorno, per dire altre cose.
Dal mio punto di vista, dopo tanti anni, questa sembra ancora l’approssimazione meno ingenua a qualcosa che, per sua natura, è (fortunatamente) indefinibile.
Ungaretti sosteneva: “direi, con modestia, che la poesia è una combinazione di vocali e consonanti, una combinazione, però, nella quale è entrata una luce. È dal grado di questa luce che si riconosce la verità della poesia: quando la poesia è poesia, raggiunge l’irraggiungibile, mette a contatto le parvenze con la sola realtà, che è la realtà eterna”. (1)

II.
“La realtà eterna”. I necessari inciampi, il passo spedito e la corsa lungo la strada bella. Ho ripreso il passaggio di Ungaretti non per cercare una comoda sponda, ma per i concetti di “luce”, “irraggiungibile” e “verità della poesia” che mi sembrano ancora importanti.
Quelle definizioni però, per quanto care, sono legate a un mondo ancora classico -nonostante la complessità degli eventi che l’hanno attraversato- quale poteva essere il Novecento dal suo inizio alla fine; nella società contemporanea, invece, l’individuo vede ridimensionata -se non annullata- la sua partecipazione alla vita collettiva, al punto che l’interiorità sembra essere l’unico luogo confortevole da abitare, anche se implica i corollari dell’isolamento e del cinismo: nulla sembra più adatto dell’interiorità moltiplicata ed esibita, tradita a ogni pensiero, malintesa nell’agire, e i social media ne rappresentano un pericoloso canale di divulgazione anche in poesia.
Oggi assistiamo all’esposizione del soggetto senza più la significazione della soggettività, alla moltiplicazione della poesia dell’io senza che quest’ultimo (e quest’ultima) sussista.
Manca, in altre parole, la possibilità per la parola di essere dimora, di scegliere il suo significato, di aderire al proprio tempo; manca la capacità, per la poesia, di essere sovversiva.
A quel tentativo di definizione che facevo all’inizio, va quindi aggiunto uno spazio del possibile, un luogo dove assumere il conflitto e le scelte che il nostro tempo ci pone davanti. Assunzione di conflitto -o di responsabilità, se si preferisce- sono anche la resistenza e l’opposizione, l’elaborazione, il tentativo di sottrarsi ai meccanismi che immiseriscono l’uomo e lo riducono a una copia, a una griglia standardizzata e obbligante.
Si tratta di atteggiamenti che potrebbero rappresentare una via di uscita dal pensiero dominante e dalla sua prassi, così come da una poesia che ha perduto significato e capacità di evocare. Continua a leggere→

Dal nuovo romanzo

Era il giorno della parasceve. Mi rendo conto che il nostro libro prende sempre più la forma narrante del Vangelo, forse perché è il nostro vangelo, la parola che diventa carne nei fastidi quotidiani, nelle paure sotterranee, nelle contraddizioni che sempre affollano la vita. Forse il Vangelo è vero solo in queste pagine, in questo va e vieni tra il progetto e l’attuazione, tra lo sguardo limpido del Cristo e i nostri occhi assonnati, incapaci di vegliare solo un’ora. Avevamo desiderio della luce, e nello stesso tempo l’ombra ci assediava, come se fosse impossibile vivere se non nell’unione degli opposti, che Cusano ci aveva insegnato nelle sue pagine difficili. Forse la vita è in queste righe che si accavallano e si sommano, nei pensieri che passano per labirinti intricati, perché solo Dio è semplice, come diceva don Mario, e noi siamo discepoli pieni di dubbi e di conflitti da sciogliere nel giardino della risurrezione, nei chiari del bosco di un dono immeritato. Era il giorno della parasceve. La luce che tanto attendevamo sarebbe sorta – ne eravamo sicuri – prima o poi.

 

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Dialoghetto famigliare di compleanno

di Antonio Sparzani

La famiglia Lampetti è formata dalla madre, matematica pura, dal padre poeta e dal figlioletto dodicenne Carletto, per nulla timido e curioso d’imparare. Un giorno – è il compleanno del padre – viene in visita lo zio Fiorino, fratello della madre e noto come filosofo un po’ rompiscatole, e si aspetta anche l’arrivo degli amici coniugi Baluba, con il loro figlio Lamberto, amico da anni di Fiorino, ma anch’essi assai affezionati ai Lampetti. La signora ha cucinato con le sue mani una stupenda crostata di mele, da abbinare ai raffinati tè che il signor Lampetti sempre serve ai suoi ospiti,
Saranno dunque in sette a mangiare la crostata e occorrerà dunque dividerla in sette parti uguali, se no sai che mugugni. La mamma pone il problema a Carletto che subito, ben fiero del suo sapere, dice che basta dividere uno per sette.

Madre: “Coraggio, bimbo mio” Continua a leggere→

La parola ai poeti. Laura Boscardin

Seduta nel divano grigio di casa, mi guardo attorno: vedo scaffali pieni di libri, la pianta di aloe che si allunga sopra il tavolo, ascolto le voci delle persone che passeggiano per strada e quando un filo di luce entra timido dalla finestra, mi dico che la poesia è in tutte le cose di questo mondo. Rispondere alla domanda Cos’è la poesia? è una grande sfida. So di essere solo un’umile servitrice, un canale attraverso cui l’energia poetica si innesta e fluisce, è qualcosa di superiore, non nel senso gerarchico del termine, ma in quello spirituale. Credo che la poesia vera si scriva quando si viene chiamati, e quando succede dobbiamo essere pronti ad usare il sangue delle nostre ferite per svelare ciò che vibra e ferve dentro di noi, perché la poesia è luce ed illumina gli abissi interiori più oscuri. La poesia viene da questa necessità che è insieme salvezza e amore. Continua a leggere→

Utopie… e altro ancora, di Vincenzo MURA. Nota di Giovanni Nuscis

 

Descrizioni precise e originali e una forte tensione etica si apprezzano immediatamente nelle poesie dell’ultimo libro di Vincenzo Mura Utopie… e altro ancora; e, non marginalmente, anche la weltanschauung dell’autore, nei cui versi affiora la sua storia personale e quella collettiva, e quel sentimento di finitezza che con l’avanzare degli anni sferra la sfida più cruenta. A non sfuggire è anche il legame forte dell’autore con la sua Isola, in particolare, col villaggio natio, Pattada. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Matteo Pelliti

Rispondo al gentile invito ricevuto da Fabrizio Centofanti di partecipare alla serie di interventi “La parola ai poeti” e, subito dopo aver accettato e aver letto un po’ dei contributi già pubblicati, precipito nel baratro della domanda: “E ora cosa scrivo?”. Quale sia la mia idea di poesia? Forse riproporre le mie poesie scritte nell’infanzia? Oppure le cose ultime a cui sto lavorando? Magari pubblicizzare la collana di poesia giocosa “Frisbee” che ho immaginato e che sta per uscire nei prossimi mesi presso Industria&Letteratura? Dare “la parola ai poeti”, fuori dal perimetro del loro fare poesia, ma anche, spesso, dentro quel perimetro, comporta sempre qualche rischio. Se non altro di tenuta da parte del lettore che si accosti a queste porzioni di autobiografia, o di auto-commento. Quindi? Intanto un’osservazione preliminare: nel novero. Mai come adesso, ma forse è sempre stato così, se già Giovanni Giudici lo osservava in suo intervento sull’Unità degli anni Novanta[1], una delle principali preoccupazioni dei poeti contemporanei pare quello di essere compresi “nel novero” dei poeti contemporanei. Ecco, io vorrei confessare che ho cercato il più possibile di sottrarmi da questa ansia di essere dentro un elenco, un numero, un indice, un’antologia, un albo di abilitati e abili, un gruppo, una corrente, una scuola, una cordata, un cenacolo. Preferisco cercare di captare quel che mi interessa scrivere e come mi interessa scriverlo, con estrema libertà: il foglio bianco è un luogo di libertà, vigilata dai vincoli che mi do scrivendo. Si potrebbe dire che all’aumentare di vincoli aumenta la libertà espressiva. Forse è questo atteggiamento che mi ha portato, alla fine, ad essere incluso tra gli autori dell’OPLEPO, l’omologo italiano dell’OULIPO francese. Il quale dato contraddice, in parte, proprio quello che ho scritto poco sopra (il disinteresse circa l’appartenere a un gruppo, formalizzato o meno che sia). Ecco, la poesia per me è anche il luogo dove sperimentare proficuamente la contraddizione, forse. Continua a leggere→

Mauro Ferrari, Seracchi e morene

a cura di Luca Pizzolitto

Mauro Ferrari, Seracchi e morene (Passigli, 2024, prefazione di Giancarlo Pontiggia).

L’uomo che in fuga dalle raffiche
copre gli occhi al figlio,
la donna che tocca la sponda
pensando d’essere infine,
dopo la traversata
del deserto e del dolore,

salva; i mutilati dal dolore
nel buio in stanze bianche,
il condannato che non sa;
e qui vicino a te l’amico in giardino,
la madre che scende le scale
e il bimbo col suo canto d’innocenza:

contro lo sbriciolarsi insensato
innalzano preghiere
e implorano misericordia
per colpe e peccati incomprensibili.
Ma nulla ferma il martellare cieco.

Allora – e non è poco, forse è tutto –
dobbiamo resistere
amando la bellezza,
crearla se possiamo,
proteggere la sua fragilità
e il vero e il giusto
– gli altri suoi nomi –
tenendo l’asse in equilibrio
mentre tutto vacilla.

(In questo buio e in questo freddo
ho contemplato e serbo in me il tuo corpo
nudo che entrava in acqua sorridente
sotto sguardi inconsapevoli:
perché il segreto è ben riposto
fra gli occhi, che accolgono la vista,
la mente, che comprende,
e il cuore che gioisce: e mai saprai
se la battaglia è vinta o persa,
se l’attimo di luce è un accendersi o uno spegnersi).

* Continua a leggere→

Straordinario

Dovremmo credere come respiriamo, senza sforzo, comunicando la presenza di Dio come un fatto di vita quotidiana. È l’offerta che rende straordinario il gesto più consueto. La nostra morte può essere un viatico per l’altrui conversione, come quella del Cristo.

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La parola ai poeti. Sonia Caporossi

La poesia è un essudato dolente di sensazioni, che si riversa verso l’alto dalla gabbia dello sterno attraverso i filamenti neuronali dell’intelletto per dare senso al senso e materia all’informe. Per ottenere un tale risultato, un poeta deve studiare, arrabbiarsi, dannarsi con sé stesso e fallire tante volte, definendo, alla fine del percorso, una propria poetica differenziale che possa dirsi autonoma, che insomma risulti propositiva e non sterile.

In tutto questo, lo stile è fondamentale, ma ritengo che incaponirsi su una tecnica specifica generi, in poesia come nelle altre arti, una ridondanza che si riverbera su temi, argomenti e contenuti, instradandoli inevitabilmente verso un unicum a rischio della ripetitività. Questo perché, nella mia personale visione, la poesia è essenzialmente forma e il contenuto, di conseguenza, vi si adatta permeandola come un guanto. Non che sia minoritario o meno importante rispetto alla forma: dico solo che il linguaggio poetico, il quale per sua natura possiede intrinsecamente uno statuto differenziale rispetto alla prosa, si alimenta del principio dell’analogia, che ha bisogno di uno specifico adeguamento tra stile e contenuto per commutarsi in un messaggio comunicabile. Continua a leggere→

Gli uni per gli altri

Pregare gli uni per gli altri: è questo il nostro compito. Invece di farci la guerra, di vedere il male inevitabile, i difetti onnipresenti; invece di pensarsi in una giungla piena di agguati, in un mare che nasconde mostri, pregare gli uni per gli altri: ecco un segreto da custodire attentamente.

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20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una immane raccolta di merci. È l’incipit de Il capitale di Carlo Marx. E anche le informazioni sono merci. E le informazioni sono parole. Questo è lo scenario nel quale si inserisce l’esordio poetico di Luca Baratta, Hanno ragione i poeti (Eretica Edizioni, 2023). Per sua dichiarazione indica anche il proscenio della sua orazione civile. Il titolo esprime la sua precisa risoluzione.  Il proverbio Navajo in esergo, infine, ne svela lo statuto naturale. I poeti sono nella nostra epoca pari agli uomini “contrario” nella cultura dei nativi americani, gli Heyoka, uomini che erano pervasi dalla presenza del Grande Spirito. A loro, e solo a loro, di fatto dei matti, era permesso tutto. Capovolgendo la realtà ne indicavano l’anima. Come i poeti, appunto. Solo che oggi sono tutt’alto che intoccabili.

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Non ho avuto il tempo di finire

Il post che avevo programmato alcuni mesi fa per la giornata di oggi era dedicato alla memoria di Selma Merbaum, giovane poeta ebrea, nata 100 anni fa, il 5.2.1924 e morta a 18 anni, vittima della Shoah. Non è rimasto molto di lei, una foto e cinquantotto poesie che ho tradotto nel 2009 in italiano con il titolo: Non ho avuto il tempo di finire.
Infatti, queste sono le ultime parole che Selma, all’indomani della deportazione, scrive nel suo album di poesie prima di consegnarlo a una amica.

Non ho avuto il tempo di finire.
Nella luce della violenza inaudita che si scatena contro la popolazione civile palestinese in questi mesi e che si sta intensificando di giorno in giorno, le parole di Selma si caricano di un significato che trascende il suo destino individuale.
Chiunque non abbia il tempo di finire di lavare i piatti, di dare da mangiare ai bambini, di cucinare la cena è fonte della nostra vergogna. Ieri gli ebrei, gli armeni, i tutsi, i bosniaci e tutte le etnie che sono state perseguitate e uccise sotto gli occhi di chi ha preferito far finta di niente per indifferenza o interesse.
Se pretendiamo di aver imparato qualcosa dalla storia, la commemorazione delle vittime della Shoah ci costringe di stare, a prescindere, dalla parte di tutte le vittime di pulizia etnica di tutti i tempi. Hanno bisogno di noi i morti e i vivi affinché loro non diventino i dimenticati di domani.
Chi non ha il tempo di finire ha il diritto dell’incondizionata solidarietà da parte di chi, invece, ce l’ha.
Tacere davanti ad un crimine contro l’umanità come viene commesso in questo momento da parte del governo Netanyahu equivale all’identificazione con la logica utilitaristica dei governanti che considerano l’essere umano nient’altro che una pedina nell’eterno gioco per soldi e potere.

Non ho avuto il tempo di finire, scrive Selma, riassumendo in poche parole scarne la tragedia di chi perde la vita in mezzo alla vita. Tutto ciò che succede ti riguarda, recita un verso del poeta tedesco Günter Eich. A noi che oggi, speriamo di poter finire quello che abbiamo iniziato, ci riguarda ogni pasto cotto a metà, ogni frase interrotta, ogni gatto che questa sera non mangerà e ogni poesia senza fine. Se non comprendiamo questo, siamo persi. O ci salviamo tutti, o non si salva nessuno.

Stefanie Golisch, 3.2.2024

Selma Meerbaum-Eisinger: Non ho avuto il tempo di finire. Poesie sopravvissute alla Shoa. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, Milano, 2009. (Mimesis Edizioni)