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Archivio mensile:Febbraio 2024
Una cosa seria
La parola ai poeti. Davide Galipò

Per una letteratura transmediale
Non è possibile separare i casi letterari dai contesti che li hanno prodotti: prendiamo Infinite Jest, di DFW, sarebbe stato impensabile prima dell’ascesa di internet. O anche Sulla strada di Kerouac, non sarebbe stato possibile scriverlo prima del boom economico. Stessa cosa per La vita agra di Bianciardi o Fratelli d’Italia di Arbasino. La grande letteratura è lo specchio del tempo che l’ha prodotta.
Quando un gruppo di ragazzi e ragazze decise, negli anni ’50, di prendere uno zaino e di fare l’autostop sulle strade del deserto statunitense, di bere il peyote e di provare la benzedrina, andando contro le leggi del pubblico decoro e fuggendo dalle proprie famiglie, realizzò, di fatto, uno stile di vita in controtendenza con quello imposto dalla società dei consumi. Quando DFW cominciò a ricevere l’attenzione del pubblico, scriveva racconti e reportage per diverse riviste già da diversi anni e – dopo il successo di critica e pubblico – nella famosa intervista per «Rolling Stone» a David Lipsy nel 1996 dichiarò: «Era la prima volta che la nostra generazione veniva bombardata da tutta quella roba» riferendosi alla grande quantità di stimoli a cui era stato sottoposto fin da ragazzino. Continua a leggere
È uscito
La parola ai poeti. Carla Saracino

Credo nella poesia come forma di imminenza ed esperienza di attesa. Uno dei suoi contatti, dei più duraturi accordi, è con l’infanzia, che rende visibili i sensi e offre spessore alle apparizioni, conferendo loro memoria di realtà. Alla prima parte della vita dobbiamo molto, perché in quel precipuo tempo il linguaggio, con i suoi molteplici aspetti e funzioni, non ha ancora compromesso l’integrità delle visioni, le quali sono pura vigilia sulla lancetta di ogni potenzialità. Nella vita adulta questo stato di trepidazione va sfumando, il quotidiano s’insinua coi suoi continui assalti eppure qualcosa di allora resta: nel guardare, nell’andare in fondo, nel non disattendere sé stessi. In quel rimanente, in quelle preziose macerie, va raffinandosi la vita. È da lì che ha inizio ogni compimento. Continua a leggere
Questo filo
La parola ai poeti. Paolo Castronuovo
All’Industriale si studia poco italiano. Sono tutti numeri, formule, parentesi e radici quadrate. Leggi della fisica, condensatori, curve. Non c’era uno spazio per la poesia meno in qualche occhio assopito in treno o nel corridoio nascosto, dove cappe di fumo ci strangolavano in un abbraccio collettivo di amicizia. Fu così che cominciai a scrivere, agli inizi della scuola superiore dove ero il più grande di tutti. Non sapevo nulla della poesia, e dopo tanto tempo ancora meno. Scrissi due libri orrendi. Il secondo conteneva anche il primo. Retorica, sgrammaticatura, acerbità. Tanti punti di sospensione. Crebbi e rinnegai i due testi. Il terzo tutt’oggi continua ad essere una genialata rozza e cruda, lo tengo. E poi via di nuovo con la poesia: la protesta, il cannibalismo, l’ossessione dei dettagli. Dopo l’amore, il sesso, la follia, la malattia nascosta, l’illusione spacciata per illuminazione. Ciò che della poesia ho definito. Solo dopo tanto tempo la calma, la chirurgia della parola, la mano ferma. L’apertura totale, l’annullamento del “tu” imminente racchiuso in una trilogia da compattare. La dittatura del verbo e io sul trono di un eremo a cui nessuno bussa.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» [Mc 1.12-15]
La Quaresima comincia nel deserto.
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La parola ai poeti. Andrea Leone

Credo che la nota dominante dell’infanzia sia il sentimento di eccezionalità, la percezione dell’eccezionalità ovunque e costantemente. L’eccezionalità del mondo, di ogni cosa, l’eccezionalità di una canzone, l’eccezionalità di una persona, l’eccezionalità di un certo luogo, l’eccezionalità di una certa giornata, di un certo oggetto, di un certo gesto, di una certa atmosfera, di una certa parola, l’eccezionalità della propria stessa identità, e così di seguito, insomma l’eccezionalità in sé (si potrebbe sostituire la parola eccezionalità con molte altre).
Poi, però, a un certo punto, nell’età adulta, una simile visione (direi forse un simile dono) viene persa quasi completamente e tutto improvvisamente appare scontato, banale, normale, normativo, regolare e comune, per non dire squallidissimo e miserabilissimo. Si passa cioè dalla categoria dell’eccezionale a quella del naturale. Continua a leggere
Mai meno
La parola ai poeti. Antonella Pizzo

Queste sono solo delle considerazioni personali riguardanti il mio rapporto passato e presente con la poesia. Alle superiori Foscolo mi attraeva. Leggendo il sonetto del suo autoritratto non faticavo a rappresentarmelo, riuscivo a immaginarlo come una persona reale e con precise caratteristiche fisiche. Nel sonetto si descriveva come un uomo non comune, ardito nell’aspetto, che vestiva semplice eletto, dal largo petto, schietto, con i suoi atti, passi ratti, vizioso e virtuoso, che correva appresso al suo cuore, con tutto il mondo avverso, un uomo inquieto, che credeva che solo la morte avrebbe potuto dargli riposo e fama. Per me scriveva dei sonetti magnifici, aveva scritto In morte del fratello Giovanni, il carme Dei sepolcri, si interrogava sul significato della morte, sul legame tra vivi e defunti, e nello stesso tempo era mondano, scriveva alla nobile amica caduta da cavallo e risanata. Non era uno sfigato come Leopardi. Mi pare abbastanza chiaro che per la poesia, a parte Foscolo, non avevo una grande predilezione. Tutte a memoria, odiavo quelle lunghissime e barbosissime piene di termini astrusi e desueti. In seguito sui banchi costretta a studiare Montale, Saba, Ungaretti, i soliti del programma scolastico. Amavo invece i romanzi e saccheggiavo la biblioteca civica della mia città. Come tutti amavo i cantautori, Guccini, De André che cantava Non al denaro non all’amore né al cielo ispirandosi all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master della quale sconoscevo l’esistenza. Insomma io e la poesia praticamente due sconosciuti. Continua a leggere
Tu sei
La parola ai poeti. Giuseppe Ligresti
La poesia cos’è se non l’atto perpetrato su un polmone; un carcinoma terminale – diagnosticato pressoché a natale – che riporta all’origine la parola.
Non stiamo qui a disquisire sull’Io, sul Tempo perduto o ritrovato (ci ha pensato già Proust, per tutto questo), sugli inganni dell’editoria, delle gare senza vincitori, affrontate senza bombe e senza cannoni, dei concorsi dei vinti.
Non saranno le rime, la brutta copia di un Leopardi, nemmeno il vernacolo da osteria, ad accorciare le distanze, a resettare il vuoto generazionale; e per dirla tutta nemmeno l’ossessione per questo sempiterno “amore” che impregna migliaia di pagine, di libri mai letti, che poi, in fondo, ci chiediamo:
C’è ancora l’Amore?
Cristo è Amore?
Ragazza, tu sei l’Amore?
e l’alcol?
Prendimi, esaltami ed io sarò morto, o meglio, risorto.
Ed io sarò l’Io pensante, onnisciente,
diverrò la Parabola nuova
per la bocca di mia madre
o per la tua bocca sempre uguale, per me, per tutti,
per chiunque voglia amarti.
Credimi, scopami,
ed io sarò te in un momento di privata agonia.
Scava con dolci graffi il cuore
e poi di eiaculazione sarà la stanza piena.
Una poesia editoriale, a volte eucaristica, più spesso sensuale, quando avremmo voluto solamente la leggerezza di un verso sdentato, sessuale, un foglio che non mostri culi e tantomeno falli, una rima morta. È già abbastanza fallica questa vita senza poesia, abbastanza anale questa poesia senza vita. Riaggiorniamo il penultimo passaggio, con le viscere che tendono ad urlare, con i versi che tendono a boccheggiare, con i martiri che credono ancora di leggere domani la nuova raccolta di Salvatore Toma o di Dario Bellezza.
Evadiamo dall’attimo finale con la messinscena del significato quando basterebbe appena il significante, basterebbe contorcerci la mano, amputare quella “stella a cinque raggi”.
Questa poesia ingrata agli occhi del passante, derisa, sbeffeggiata, trovi sempre all’angolo del bar o un po’ più in là, sulla linea trascendentale che porta al cesso, qualcuno che ti dice: ” be’ sì, la poesia, però, perché non scrivi romanzi? Caro Hopper avresti dovuto recitare Recine con la Berma, così come tu Jebeleanu, anziché raccontarci del “Sorriso di Hiroshima” avresti dovuto marcare a vista Gerd Muller.
I ragazzetti che studiano ancora a memoria Ungaretti mi fanno pena, come pena mi facevo io studiando a memoria “Breus”. Questa poesia italiana così poco navigatrice e assai santa mi relega ad un cantuccio, in compagnia dei ragazzetti e delle ragazzette che non studieranno certo Boccaccio, solo quel Dante “maledetto”.
All’unisono, battiamo il “gong” e riportiamo al paese la Parola, l’ostentazione per il piacere di un verso spezzato, la viltà di riconoscersi uomo.
Un’altra storia
Narratori del Nuovo Millennio – Giulio Mozzi

Proseguo il mio appuntamento mensile con le narratrici e i narratori italiani con un ospite speciale in molti modi: Giulio Mozzi, che racconta:
C’è una discussione che dura da, boh, forse da cento anni; o forse da molti di più. La discussione è: se in un’opera letteraria sia più importante la materia o sia più importante la forma. Nel nostro tempo, in cui la forma principe della letteratura pare essere il «romanzo» (e vi ricordo che non è sempre stato
così: quando Alessandro Manzoni decise di piantarla con inni e tragedie, i suoi amici si strapparono i capelli, perché il romanzo era una cosa volgare, popolana – e la chiesa lo guardava con molto sospetto), la discussione è spesso posta in questi termini: se sia più importante la narrazione (con tutti i suoi elementi: la storia, il montaggio, la tensione, le agnizioni, il mistero, il ritmo eccetera) o la scrittura (lo stile, il lessico, la sintassi, le figure retoriche, la punteggiatura eccetera).
È facile (ed è anche giusto) rispondere salomonicamente: narrazione e scrittura sono entrambe importanti. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Marcello Comitini. 52
Tesori
La parola ai poeti. Stefano Bottero

(John Cheever)
che sia la convalescenza o l’alcol o le luci di questa
stanza, il suo isolamento, il calore dei suoi
termosifoni, mi sembra –
la poesia come voce di animali investiti.
movimento egressivo del respiro, ultimo – in cui convergono in maniera paradossale l’essere definitivo e, ancora, seriale. tutto questo significa fondare l’atto estetico come un gesto ritmico, rimico, del tutto simile alla dipendenza eppure dato una volta soltanto. unico gesto – libero dall’essere «persona», dall’avere un peso, traiettoria, modo di camminare.
significato che accade nel corpo, che si «attesta» dentro come l’idea che il gas sia rimasto aperto, quando già la metropolitana è nel punto in cui la rete non prende e il buio intorno spalanca il vuoto mentale.
non sto parlando di ascesa. una distanza che si abbrevia – venire meno, qui, delle dita, verso il nero. latrato che si spegne dopo l’incidente –
dopo, ricordo.
L’essenziale
Filippo D’Eliso, “Lì un tempo fioriva il mio cuore”
Recensione di Giovanni Agnoloni
Filippo D’Eliso, Lì un tempo fioriva il mio cuore (RP Libri, 2020)
Conosco Filippo D’Eliso come musicista, poeta e uomo di cultura, e posso dire che raramente ho trovato un autore che sapesse esprimere con altrettanta intensità e direi quasi compresenza molteplici sfaccettature di una stessa sostanza artistica. I versi raccolti nella silloge Lì un tempo fioriva il mio cuore lo dimostrano. Qui il vissuto dell’autore si riversa mediato dal filtro della sua vocazione umanistica e della sua competenza di compositore, accompagnandosi a risonanze cosmiche che echeggiano la sua passione per la fisica.
Leggiamo ad esempio i primi versi di Miserabili pellegrini:
Miserabili pellegrini
di un universo ignoto
vaganti nel buio
della notte amica
in cerca di verità
nel cosmo dissanguato
dalla cieca cupidigia
di mani insensibili
ai dolori
delle umane genti
occhi selvaggi
bagnano
l’asfalto grigio
strade vuote.









