
Dio ama la nostra miseria? Sembra impossibile, perché ci conosciamo, vediamo con chiarezza sufficiente la portata delle ombre da cui siamo abitati. Eppure è così: capire il cuore di Dio è impresa troppo alta per gente come noi.
Archivi autore: fabrizio centofanti
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Le note dell’organo, perché? Forse vuoi dirci che dobbiamo accordare, in mezzo ai suoni stridenti che inquinano l’udito, che disperdono qualunque sintonia, le note, le note, una per una, una dopo l’altra, allungate, stirate, come a dire è così, non può essere un’altra, o altre, è solo così che suona l’universo, sullo spartito del Creatore, la musica che cerchiamo ogni momento, quella che inseguiva don Mario, proprio qui, quando ha composto le preghiere, e sudava, sudava, e scriveva, scriveva, e le note, una dopo l’altra, seguivano il suggerimento del Creatore, Lui solo sapeva, anche ora, nella cappella sbattuta dal vento di due ventilatori di metallo, al contatto col sudore, ci ammalia, ci convince, Lui solo conosce i miei pensieri, quelli ancora sepolti, quelli che ancora aspettano che il vento li reclami, le preghiere di don Mario che aleggiano, spinte da correnti misteriose, stai parlando, vuoi dirmi qualcosa, in questo tempo fermo, in questo grido che sorge dal profondo, le note, le note, ora le sento, mi guidano verso le preghiere, le stanno ripetendo all’infinito, come se tutto l’universo non fosse che questo stirarsi, allungarsi sullo spartito dell’eterno, come se il fatto di stare avanti a te, Creatore, direttore d’orchestra, unico maestro, che parli al mio cuore silenzioso, immobile, scosso soltanto dai due ventilatori di metallo, come se Tu volessi dirmi, il vento, ricordi, il grano, mi diceva, quando scuote il grano, la nota, la nota, il passaggio, la musica di Dio, qui dentro, per un attimo, o per l’eternità, ora, era ora di venire qui, a sentire la tua musica, Creatore.
Anticipazione
Luigi Maria Corsanico legge Edgar Allan Poe
È lì
L’arte del dare
“L’intrico luminoso della vita”: sulla nuova raccolta di Alessandro Ramberti Enchiridion celeste
di Alessandro Burrone
Quando leggo la poesia di Alessandro Ramberti, scrittore e editore riminese (1960), non di rado mi viene in mente l’immagine di una scala. Piccole scale, tre pioli alla volta, sembrano del resto le terzine e le sue composizioni agili, intense, e tese a una leggerezza che appunto intende portare chi legge verso l’alto. Una poesia che si fa compagna di viaggio; oppure come una corda, quella che lega un gruppo di alpinisti in montagna.
Ad introdurmi a questa nuova raccolta di Ramberti, Enchiridion celeste (Fara Editore), è stato un verso da un poema dello stesso, “Tempo nascosto” (scritto nel 2011 in occasione di una delle annuali kermesse fariane a Fonte Avellana, dedicata appunto a questo tema): “Noi siamo tessuti dal cielo / da capo torniamo a conoscere.” – Un noi e il cielo, legati da un ritorno. Continua a leggere
Il vuoto

Vuoto dei vuoti, dice Qoelet: è il libro della Bibbia che, insieme con Giobbe, ha il coraggio di guardare in faccia la realtà. Quando avvertiamo questo vuoto, in noi, ci rivolgiamo altrove, cerchiamo di distrarci, di narcotizzarci coi prodotti, con le merci. Qoelet guarda fino in fondo, a costo di entrare nella terra della disperazione senza uscita. Quando Gesù comincia a predicare, dice: il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino. Ma la traduzione inganna: il verbo greco non è “riempito”. Così mi immagino che il Cristo, appena ha la possibilità di predicare, si affretta a rispondere al Qoelet, questo anonimo, geniale autore che aveva avuto il fegato di dire alla vita il fatto suo: sei il vuoto dei vuoti. E aveva aggiunto: odio la vita. Al che rispondiamo: parola di Dio, rendiamo grazie a Dio. Si capisce perché Gesù, quando appare sulla scena, ha fretta di rispondere a lui, al Qoelet, questo profeta coraggioso delle cose come stanno: il tempo è riempito, solo Io, il Messia, potevo farlo; grazie per aver creato la scena, l’atmosfera giusta, il presupposto per capire il valore inestimabile del dono.
Diete
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L’autostrada è la vita, qui succede tutto. Tutte le storie l’attraversano, mentre l’estate abbraccia il paese prostrato, pieno di mosche e di formiche. È facile, ormai, vedere il mondo da quest’altra parte, dai voli insensati e insopportabili, nell’ottica nostra, degli insetti, eppure necessari per chi trova un appoggio su questa aiuola all’ombra, nella stazione di servizio: due storie che s’incrociano, la mia e quella della mosca, del tutto casualmente, o invece era scritto da sempre, che proprio qui, a quest’ora, in questo torrido giorno di luglio, mentre le auto sfrecciano sia a destra sia a sinistra e qualcuno mi guarda incuriosito – ma chi è mai questo, che a quest’ora, con questo caldo insopportabile, sta scrivendo sullo smartphone? -, proprio in questo momento della storia di questo universo conosciuto, questa mosca doveva posarsi su di me, e proprio adesso mi chiedo ma è possibile, sì, è possibile, mi aspettava da sempre, e se la mosca, coi suoi movimenti casuali, mi aspettava, e non vedeva l’ora di trovare riposo, incuriosita da una massa così ben disposta a fare da pista d’atterraggio, insomma se una mosca così poco incisiva nella storia universale mi aspettava, quanto più mi aspetta Lui, il creatore di tutto, che proprio per ricordarmi di sé può servirsi di eventi banali. L’autostrada è la vita, è qui che accadono le cose, e ora che il mio viaggio è a buon punto mi chiedo dove mi sia posato in questi anni, quali incontri in apparenza casuali, quali stazioni di servizio abbiano scandito un progetto che aiuola dopo aiuola, mosca dopo mosca, mi porterà là dove ogni minimo dettaglio svelerà il suo senso, dove, se conosci una cosa, le conosci tutte, perché tutto è collegato, perché l’amore unisce, anche il caldo dell’estate, le formiche che danno la scalata alle mie scarpe, questa mosca che ora guardo come se vi vedessi scritto il mio destino.
Stessi
Antonomasia
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Una zanzara non ha una bella vita. Sempre in cerca di sangue, ha molte probabilità di estinguersi schiacciata, o folgorata da dispositivi elettrici o a ultrasuoni, o avvelenata da qualche zampirone. Sarà calata nella parte, accetterà la sua missione di rendere difficile la vita, si sentirà perfino utile, in prospettive teologiche ineffabili. Se fossi una zanzara, mi sentirei a disagio, anche se il maschio si nutre di nettare, non è così nocivo. Convivere con una partner che succhia il sangue altrui mi metterebbe in imbarazzo, come avere un famigliare della banda Baader-Meinhof. Dirigevo spiritualmente un brigatista pentito, della cellula di Ostia, che mi dava l’impressione di saperne meno di me di quel mondo dove il sangue scorreva copioso e non si faceva caso ai dettagli personali, come la zanzara non si chiede mai che tipo sia il soggetto del prelievo. Quella che mi gira intorno, per esempio, ignora che io scrivo di lei, tra un penitente e l’altro, non s’immagina di passare alla storia in queste pagine che ne immortalano la presenza fastidiosa, insieme al gatto sdraiato qui vicino, ai botta e risposta degli inseparabili, agli insetti che s’incrociano sullo sfondo della chiesa all’aperto. C’è sempre qualcuno che succhia il sangue a qualcun altro: noi lo succhiamo a Dio, se questo è il mese del preziosissimo Sangue di Gesù, se lo prendiamo di mira come allora, zanzare insaziabili e incoscienti, che non sanno di far parte del grande racconto della vita, che scendono in picchiata a pungere la vittima di turno, ignara, incolpevole, come se il male fosse questa forza cieca che non ti guarda negli occhi, si disinteressa togliendoti la vita, ti distrugge pensando a qualcos’altro. La zanzara è il simbolo del caos; per questo il Cristo insegna a perdonare i nemici: non sanno perché succhiano il sangue, perché opprimono, salassano, massacrano. Perché, invece di nettare, si nutrono di sangue.
Cammino
Luigi Maria Corsanico legge Evgenij Evtušenko
Vita
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È tutto apparentemente così calmo, un quadro manierato, ogni cosa al suo posto. C’è un gatto sdraiato proprio sotto l’altare di pietra, boccheggiante per il caldo. Chi mai direbbe che sotto la patina bucolica si svolge una lotta furibonda, un duello tra la vita e la morte, il bene e il male. Basta poco, per accorgersene: la malattia di mia madre, le incursioni del demonio, che si presenta per distruggere al momento opportuno, come sempre. È tutto apparentemente così calmo. I corvi passeggiano sul tetto erboso del santuario: un’invenzione sorprendente, per dire che la fede è incastrata nella vita e non possiamo pretendere di stringere il cielo tra le mani. Mi sento come il primo uomo sulla luna: c’è tutta la precarietà di un universo insidiato dal serpente, un arazzo sul punto d’essere sfregiato, un ponte sospeso sopra il nulla. Mi affaccio alla ringhiera e vedo Orione, con la sua cintura di brillanti, Vega, Betelgeuse, Alpha Centauri, e mi chiedo se qualcuno, se qualcosa, in questo immenso scenario, sappia della partita a scacchi della terra, del dolore, dell’attacco mortale del nemico. Il gatto si rotola, proprio sotto l’altare: non lo incuriosiscono le grida stridule dei corvi, che ha a lungo inseguito, in stagioni meno torride. Siamo in tre nel boschetto delle confessioni, che si affaccia sull’abisso del peccato: da qui si vede Andromeda, il Cigno, Cassiopea, s’incrociano Ofiuco, la Lira, il Sagittario; ti sembra di toccare le braccia della Vergine, di prendere l’Orsa minore per la coda, di bere dalla brocca dell’Acquario. È tutto apparentemente così calmo. Basta un passo per sprofondare nella tenebra, per farsi abbracciare dalla luce. Ricominciare la partita. Il gatto non si fa confondere: impara da loro, mi diceva don Mario, e aveva ragione, come sempre.
Moda
Meglio
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La finestra di don Umberto è l’altro occhio: vede tutto, da quella postazione che è al di là del tempo, dove le beghe umane sono giochi di bambini che nulla hanno compreso della vita. Non sappiamo. Però facciamo finta: come il pellegrino che parla nello smartphone a voce alta, snocciolando l’elenco delle medicine come se dovessero aggiornarsi tutti sulla terapia. Sì, la terapia: i pensieri che producono emozioni, che stanno al di là della finestra, nel tempo senza tempo dell’infanzia, quando un dolore, una paura, un’allegria, sono per sempre. Siamo appesi sul nulla, ma inseguiamo una logica qualunque, associazioni mentali per cui questa signora dovrà dirmi del figlio operato tante volte, o quel giovane chiederà informazioni sul celebrante della messa, la segretaria passerà con un rumore di tacchi e di efficienza che testimonia a favore di un qualche ordine dell’universo. La salute mentale è un’utopia? Se mettessimo insieme i frammenti sparsi in questa piazza – sentimenti, pensieri, intenzioni, gli istinti più brutali, le repressioni patologiche, le ambiguità, e tutto l’armamentario della mente -, ne avremmo a sufficienza per un manuale diagnostico statistico, che non direbbe nulla, tuttavia, sul versante da cui don Umberto inquadra tutto questo dalla finestra di fronte, da cui l’eternità si affaccia con la consueta discrezione, come potesse influire sulle cose, ma avesse al tempo stesso imparato, da Dio, la libertà. Eccolo il punto: siamo liberi? Potrebbe questa signora a due metri dalla porta evitare di chiedere l’ubicazione dell’ufficio, il sacerdote che confessa fare a meno di parlare a voce alta, il signore con la mascherina non fissarmi così, chiedendosi cosa ci faccia un prete al cellulare in quest’angolo di mondo? Fermiamoci un momento: proviamo a fare qualcosa di diverso, una cosa qualsiasi, purché non sia quella che gli automatismi della psiche ci costringono a fare in questo istante. Una tortora si posa sul tetto della chiesa, si guarda intorno, con movimenti a scatto. A un certo punto, decide di volare.











