Dobbiamo chiedere la sete: sete di amore. Desiderare senza limiti, perché il desiderio moltiplica se stesso, e crea un legame che cresce di continuo: questa è la natura dell’amore. Pensiamo a quanto ci ama il Cristo, lasciamoci toccare dal rimpianto di ricambiarlo così poco. Non si ama mai troppo, e chi più ama, più entra nella vita.
La nostra meta è il cielo. Ma non bisogna sottovalutare la vita di quaggiù. Solo che questa ha senso se la viviamo in unione con Cristo, accesi di zelo per la sua Persona. L’anima vive così: l’appartenenza a Dio ci spinge a dare, a non risparmiarci nell’offrire la vita al nostro prossimo. Non è bello rimpiangere: è meglio darsi ancora, fino all’ultimo.
Consegnandosi agli uomini, Gesù ha acquistato un’infinità di meriti, a cui possiamo attingere. Il suo tesoro è per noi. Se lo ignoriamo, con sufficienza, disprezzo, noncuranza, non resterà deluso? Quando capiremo che solo in Lui si trova la risposta? Attingiamo con gioia alle sorgenti della salvezza, dice il salmo; portiamo i nostri amici, portiamo tutti alla fonte inesauribile. Chi berrà, si disseterà, e inviterà altri a provare questa gioia.
La gioia viene da Gesù. Il piacere mondano diminuisce l’uomo, la gioia autentica ne aumenta lo zelo, che è il vero segreto della vita. Bisogna chiedere a Dio di dimorare in noi, di essere l’anima delle nostre azioni, di farsi sentire abitualmente: il modo è porre il nome di Gesù davanti a noi, e metterci in cammino.
Gesù passa sempre. Siamo così attenti alle cose che ci piacciono, nulla ci sfugge. Abbiamo un’attenzione pronta a rispondere agli appelli, sensibile alle sfumature, disposta a emozionarsi, a piangere, a sorridere. Ma quando passa Gesù, non ce ne accorgiamo. È la questione delle priorità. Il primo comandamento. Anche quello finito nel cassetto, forse nel secchio.
Gesù non ci lascia mai, nemmeno nei momenti più ordinari. Anzi, ama le cose più umili e nascoste. È importante non perdere mai la consapevolezza della sua presenza, richiamarla con brevi preghiere, rinnovare in ogni istante questa intimità. E inoltre, entrarci con gioia, quella che spesso manca.
La folla sembra fatta apposta per dimenticare Dio. L’anonimato è il contrario dell’amore, è la perdita dell’identità. Cercare Gesù nella folla è come riscattarlo da un oblio che lo fa soffrire. Basta il pensiero, si dice: rivolgersi a Lui significa santificare la strada, consacrare la metropolitana.
Nulla va perso di ciò che diamo a Gesù: lo custodisce, lo trasforma e ce lo renderà purificato, come noi neanche immaginiamo. Ecco perché è importante dare: il “date e vi sarà dato” vale innanzitutto per Lui.
Cerchiamo di vivere la relazione con Gesù “come se fosse vera”, ma, dice il Cristo alla Bossis, arriva il momento in cui l’immaginazione lascia il posto alla certezza della fede. Che ci sei, che sei qui, che ciò è per me, è al di là di ogni possibile dubbio. Questa è la bellezza che rovescia il mondo, di cui tanto si parla ma che, prima o poi, bisogna vivere.
È bene ripeterlo: solo noi possiamo dare a Gesù quel colore, quella tonalità, quella sfumatura irripetibile di amore. Ce la sentiamo di negarglieli? E che ci guadagniamo? Tutto ciò che gli si dà, rimane per sempre, perché eterno è il suo amore, il resto va perduto.
Da Il silenzio è cosa viva, di Chandra Livia Candiani, Ed. Einaudi.
Imparare a tremare
«Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare. Non voglio imparare a tacere, voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce. Non voglio imparare a non arrabbiarmi, voglio sentire il fuoco, circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri mi stanno facendo e quello che posso fare io. Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere. Non voglio essere buona, voglio essere sveglia. Non voglio fare male, voglio dire: mi stai facendo male, smettila. Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio. Non voglio essere un’altra, voglio adottarmi tutta intera. Non voglio pacificare tutto, voglio esplorare la realtà anche quando fa male, voglio la verità di me. Non voglio insegnare, voglio accompagnare. Non è che voglio così, è che non posso fare altro.»
È sulla terra che posso scegliere tra me e Gesù, in cielo non sarà possibile. È qui che posso decidere se pensare a Lui o a me stesso, se vivere per egoismo o per amore. Pensare a Gesù significa entrare in contatto con tutte le sfumature della sua bontà, diventare consapevoli del fatto che è l’unica ragione della vita, lasciarsi raggiungere dalle sue premure. Vederlo in azione nel Vangelo, facendone il criterio della propria vita. Essere per gli altri ciò che Lui è stato, darsi, come Lui si è dato.
E se potessi dare questo petalo all’angelo che sfiora il mio passaggio, lo sguardo che m’inchioda all’intravisto Io. La stessa corrente che lambisce la terra desolata del bisogno, l’immane tentativo di cambiare, il tarlo che ti scava con il sogno di piogge sottilissime, di prove che minano la fibra del più forte. O morte, non m’inganni coi tuoi trucchi da fiera popolare. Mi sorprende il latrare dei cani, o il bambino che piange disperato, o il malato che anche in preda al delirio non si arrende.
Gesù ha voluto rimanere tra noi, essere preso tra le mani, mangiato, bevuto. Ci ama tanto da non voler far pesare la sua assenza, in questo accordo perfetto fra interno e esterno che è l’Eucaristia. Non gli vogliamo più bene, se pensiamo a questo? Anzi, non lo amiamo di più? Il Corpo e il Sangue di Cristo ci invitano a vivere ogni istante con amore, così come ha vissuto Lui.
Dare tutto a Gesù, anche i peccati. Lui li laverà col sangue dell’Agnello, la potenza della Pasqua. A noi basta offrirglieli umilmente, liberati da ogni traccia di orgoglio. Con Lui, ogni scambio è conveniente.
Vivo per far piacere a Dio o per far piacere a me stesso? È la distanza tra il cielo e la terra, fra il Tutto e il niente, dice il Cristo alla Bossis. Potremmo chiedere aiuto ai santi, agli angeli. Per esempio, a quell’arcangelo potente che è Gabriele: aiutami a non servire me stesso, ma a servire Dio, per essere felice e trasmettere agli altri la felicità.
Amare gli altri come il nostro corpo, il nostro spirito: questo è il fattore autentico del cambiamento. L’amore fa miracoli. Sorprende. E il potere dei figli di Dio ci viene grazie al mediatore, Gesù Cristo. Chiedendo nel suo nome, siamo sicuri che il Padre ascolterà. Abbiamo in mano armi potenti: le vogliamo usare?
Nessuno è come Dio. Nessuno è così grande, ricco, tenero, potente. Cosa impedisce, dunque, di abbandonarci con una fiducia senza limiti? Lui e io: c’è qualcosa che conti più di questo?
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