
Ci sarà capitato di organizzare una festa, vedere gli invitati andarsene, contemplare le stanze deserte, il silenzio. Saranno stati bene? Elogeranno o scherniranno l’organizzazione? Lascerà qualcosa di buono questo incontro? Gesù, in chiesa, è il padrone di casa: vede le persone uscire, alla fine della messa o della processione. Avranno tratto giovamento dal passaggio? Ha messo a disposizione le sue immense ricchezze: ne avranno approfittato? Chi è che rimane ancora un po’, godendo dell’intimità che rafforza il legame e permette di aprire l’anima al dono ricevuto? È un momento importante della vita, anche se solo in pochi se ne accorgono.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Il dono

Dio si serve di noi. Potrebbe fare da solo, ma è interessato a produrre comunione, solidarietà, legami. Nel Primo Testamento agiva per mezzo degli angeli: è il suo metodo, il suo stile. Per questo, per quanto ci riguarda, dobbiamo solo fissare Gesù, tenercelo stretto, prendergli la mano come quella di un gigante che protegge da tutto. Confidiamogli le debolezze, perché ci accoglie con slancio, come il padre con il figlio prodigo. La vita si capisce dalla parte del dono, altrimenti è un mistero impenetrabile.
Abbà

Temiamo la nostra debolezza: ci angoscia divenire coscienti di limiti a volte insuperabili. San Paolo ha pregato che il Signore gli togliesse una spina nella carne, ricevendo una risposta spiazzante: ti basti la mia grazia. Più siamo bambini che riconoscono la loro insufficienza, più Dio ci porta in braccio, come un padre. Abbà, grida lo Spirito, e il Papà non può non rispondere all’appello.
Gridare

Abbiamo fame, fame di essere. Mi ha colpito, su Instagram, il video di una lontra che grida perché le diano il cibo. Facciamo come lei: gridiamo a Gesù, finché non ci esaudisca. Non sarà più pronto a soddisfarci che a negarci il dono? Dio lo conosciamo poco: c’è chi si augura che non esista, ma l’Essere è Lui. Qualcuno dovrà pure difendere il tesoro dagli assalti nemici. Se ci stringiamo a Cristo, riceveremo la sua essenza, saremo con Lui una cosa sola. Siamo fatti l’uno per l’altro: felicità, per noi, è conseguire questa meta.
Il tuo tesoro

Dov’è il tuo tesoro, dice Gesù, là sarà anche il tuo cuore. Ma qual è il tesoro di cui parla? Oggi che regna il dio denaro, tendiamo a ragionare in termini economici: pensiamo a un gruzzolo messo da parte, a qualche proprietà, anche intellettuale. All’estremo opposto, si scade nel sentimentalismo, nell’affiorare melenso di sensazioni domestiche o romantiche. Ma il Cristo intende un’altra cosa: il tesoro è il presente, il momento in cui si vive. Se non apriamo a Lui questa esperienza, perdiamo quanto di più prezioso possediamo: il qui e ora della vita, l’adesso irripetibile.
Preoccupazioni

Non siamo occupati, ma preoccupati. C’è sempre qualcosa che ci affligge, come ne avessimo bisogno. Ci svegliamo, al mattino, in cerca di ciò che non va, per mettervi riparo, parare i colpi, non essere fregati, come si dice in gergo. Un modo ci sarebbe, per non affogare in un mare di meschinità: pensare alle preoccupazioni di Gesù, alle anime smarrite, alla salvezza del mondo.
Saldi di fine stagione

Espiare è una parola che non piace, soprattutto oggi, che una fede all’acqua di rose fa passare tutto e sorvola su tutto. C’è una sorta di euforia buonista che non vede più il peccato, che nega il male, nascondendolo sotto il tappeto di false sicurezze. Ma il peccato rimane, e va espiato. Se lo facciamo sulla terra, aderendo alle sofferenze di Gesù, è ancora più gradito a Dio, essendo un atto libero. In purgatorio sarà un atto necessario. Pensieri simili sembrano affondare in un medioevo morto e sepolto, e invece risplendono nel presente eterno di Dio, dove la verità se la ride delle riviste teologiche à la page.
La poesia dei mondiali di calcio. Bizzotto, Dietschy, Beccatini, Varecchione: libri in tema
Il campionato è in dirittura d’arrivo, con la finalissima a Mosca e poi, per altri quattro anni, non si parlerà più dei Mondiali di Calcio, ritenuti dagli esperti in materia il non plus ultra del gioco del pallone. Già, la sfera di cuoio, ovvero il football (per gli Americani, il soccer), messo a punto dagli Inglesi a metà Ottocento, ispirandosi ai tornei del rinascimento fiorentino. Continua a leggere
Ogni mattina

Chi dice la gente che io sia? Gesù lo chiede ancora. E voi, chi dite che io sia? Come reagiamo? Guai a relegarlo in un passato che non sfocia nel presente. Ancora oggi dice: seguimi. E noi, che rispondiamo? È davvero la persona più importante, il fine ultimo della nostra vita? “Perché non possiamo non dirci cristiani”, scriveva Benedetto Croce. Ma le domande sono più incisive di una riflessione: chi è per me Gesù? Sono disposto a seguirlo, lasciando tutto il resto? È la sfida che accende ogni mattina.
La parola perduta

Gli israeliti non potevano avvicinarsi al monte del convegno: chiunque lo toccasse, uomo o animale, restava folgorato. Chi vedeva Dio, moriva. Poi è venuto Gesù, il riparatore, e ha detto agli apostoli: non temete, sono io. È la svolta dell’amore che supera ogni ostacolo, che decide di agire in qualsiasi condizione. Per definirlo, si è andati a ripescare una parola quasi perduta, come la dignità dell’uomo e della donna: agape, la carità che non ha limiti né fine.
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 11
[youtube=https://youtu.be/EtIlNCkegxA]
da qui
Fernando Pessoa – Ode al crepuscolo
ÁLVARO DE CAMPOS
Dois excertos de odes
(fins de duas odes, naturalmente ) II
Lettura di Luigi Maria Corsanico Continua a leggere
Farfalle

Dimentichiamo di essere felici, pensiamo sempre ad altro. Siamo bruchi che strisciano, oppressi dai cattivi pensieri. Chi striscia non può pensare bene: continuiamo a guardarci di traverso, mettendo in evidenza le mancanze, i limiti, i difetti. Quando lo sguardo del Creatore, il suo Progetto, ci trasformeranno; se faranno di noi farfalle nobili, agili, che volano con leggerezza sul campo della vita, sarà tutto diverso: gioiremo nella luce di Cristo, come fossimo nati in quel momento.
Misteri

La Trinità è un mistero. Famoso è l’aneddoto di sant’Agostino sul bimbo che, in riva al mare, cerca di riversarlo in una buca. Anche noi falliamo, ogni volta che proviamo a capire. La soluzione sta nell’accogliere l’immagine che suggerisce la tradizione della Chiesa: un abbraccio incandescente che brucia il nostro cuore, con un fuoco che divampa se siamo consapevoli del nostro nulla.
Innamorarsi

“Aver paura d’innamorarsi troppo” era il titolo di una canzone di Battisti. C’è del vero, perché temiamo di perderci, di lanciarci in un’impresa soggetta al fallimento. Quante delusioni inflitte e ricevute, quante disfatte sul campo di battaglia che chiamiamo amore.
Con Gesù è diverso: più t’innamori, più hai fame di Lui; più ti perdi, più sei sicuro di trovarti, perché è il Presente per antonomasia, con lo sguardo su te, persino quando dormi. Sapersi guardati, amati così, fa passare la paura.
Teologie

Oggi, certi teologi escludono la realtà del peccato originale, uno stato di purezza antecedente all’errato esercizio della nostra libertà. Io sono per l’ortodossia, per il negletto depositum fidei. Chi la pensa come me, potrebbe rimpiangere l’epoca in cui Dio, per così dire, passeggiava nel giardino, facendo visita all’uomo e alla donna innocenti, nella cornice simbolica del paradiso terrestre. Ma il Cristo ricorda a Gabrielle Bossis, l’ormai nota mistica francese, che è molto più appagante l’incontro attuale, nato dalla rivelazione di un amore capace di morire, pur di salvare chi si ama. Godiamoci dunque questa svolta, dimentichi del passato e protesi verso il dono gratuito del futuro.
Faccia a faccia

Go’el, nella Bibbia, significa riscattatore, colui che redime, che libera da una qualche schiavitù. È Dio che fa uscire Israele dall’Egitto, mette fine alla deportazione, suscita i Giudici perché spezzino il giogo dei popoli stranieri. Go’el è Cristo, che ha estratto le anime dalle macerie del peccato, che verrà a prenderci in questa terra d’esilio e mostrerà il suo volto. Sarà bello, allora, vedersi faccia a faccia.
Per dovere

Crediamo per dovere, preghiamo per dovere, amiamo per dovere. Chissà Dio come vede tanta pesantezza, questo fare le cose per forza, trascinando un culto che gronda tristezza da ogni poro. E se si credesse aderendo a una storia affascinante, pregando col sorriso? Il Signore sarebbe felice e, udite udite, pure noi.
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 10
Ignorare

Prendere in giro è una pratica diffusa. In certi ambienti è quasi un dovere, un pegno da pagare in convivenze forzate: scorrono parole che mai si direbbero a quattr’occhi, al diretto interessato. È una forma di viltà, che si potrebbe evitare col coraggio di un confronto franco. Per scoprire, magari, che l’altro è migliore di noi. Ma è proprio quello che vogliamo ignorare.
Ore

Programmiamo le ore di lavoro, di sonno, dello sport. Ogni cosa a suo tempo, fatta bene. Questo ritmo costruisce, rinforza, disciplina. Siamo bravi a incanalare le energie, a divenire produttivi. E le ore di preghiera? Ci sono? Ci sembrano ben fatte? Rispecchiano un legame intenso, concentrato, esclusivo con Gesù? La nostra fedeltà si verifica in questo, il resto è fuffa.

