
Quanto mancava all’esito finale? Un giorno, due giorni? Sarebbe accaduto in coincidenza con l’Epifania, la festa più adatta, sin dal nome, al balenare della gloria di Dio? Nella mia mente sfilavano ancora i personaggi cui la fantasia dei preti assegnava i nomignoli più strani: Polifemo, il Boss, il Grande Narcotizzatore, nomi leggendari che lasciavano intuire un sottofondo di potere non sempre ispirato all’onnipotenza dell’amore, quella del Padre che è nei cieli. Personalmente, cominciavo ad avvertire una specie di euforia: come se, ad un tratto, si dovesse realizzare un sogno tenuto troppo a lungo nel cassetto. Già immaginavo le facce piene di rabbia o di stupore, di gioia o di disappunto: una girandola di sentimenti seminati in ordine sparso, a seconda delle attese che albergavano nel cuore. Noi continuavamo a immaginare la natura degli eventi che avrebbero agito dall’esterno, in modo così rapido e efficace da mutare il corso delle cose: un avvicendamento nelle gerarchie? Uno scandalo improvviso? Un intervento ex cathedra del Papa, che avrebbe dato il via a un rinnovamento svincolato dalle sacche di interessi o intransigenze che ancora inquinavano la Chiesa? Di qualunque cosa si trattasse, pregavamo che avvenisse presto, per poter assaporare il gusto di una libertà perduta e ritrovata, l’orma e il profumo del Regno di Dio. Avevamo riacceso il desiderio in persone che attendevano con noi, nei travagli del parto, di poter contemplare il Progetto emergere a sorpresa, come un fiume carsico, travolgendo con potenza gli ultimi bastioni di difesa approntati dal maligno.
Archivi autore: fabrizio centofanti
23. Una precisa strategia

L’anno volgeva al termine. In questo tempo era successo tutto e il contrario di tutto. Avevo celebrato messe piene di gente, contattato persone di tutte le categorie, suscitato speranze e attese che già faticavo a gestire in modo equilibrato. Poi, all’improvviso, il capovolgimento radicale: partito l’amministratore del Santuario, era riemerso il gruppo della vecchia guardia, deciso a rovesciare il segno all’operato precedente. Una continua umiliazione aveva segnato il ritmo delle mie giornate, facendomi sentire oggetto di vendette trasversali, regolarmente spinto negli angoli più bui e dimenticati. Ci misi un po’ a comprendere che tutto rientrava in una precisa strategia: per portare a compimento l’opera avrei dovuto spogliarmi di ogni orpello, lasciarmi ridurre all’essenziale per fare spazio totalmente all’Altro, concedendogli gli ultimi avamposti che tutt’ora mi stavo riservando. Il Progetto non riguardava solo noi, ma la realtà ecclesiale nella sua interezza, che non mancava di recalcitrare, criticando il Papa per le sue aperture, per le rampogne al basso e all’alto clero, per l’attitudine di misericordia e di perdono con i più lontani. Era in atto una battaglia tra le più violente nella storia della Chiesa: il demonio non aveva mai avuto un potere così forte, imperversava nel piccolo e nel grande, occupava ogni interstizio esposto alla sua azione, si insinuava e seduceva dovunque incontrasse riserve o resistenze. Nonostante questo, l’impresa si faceva strada, cominciava a illuminare qua e là la distesa delle tenebre, lasciava intravedere un’alba nuova, che appariva a poco a poco nello sguardo vigile dal ponte dello Spirito Santo.
don Mario
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da qui
Ma che ne sanno della nostra storia?
Tutti pronti a pretendere risposte,
Presenze di facciata, cartellini
Da timbrare, all’ora esatta. Ma noi due
Non abbiamo scadenze da onorare,
Siamo sospesi al filo dei ricordi,
Inseparabili, come tu fossi
Ancora in questo tempo, in questa stanza,
Unico al mondo, unico nel cielo
A parlarmi di Dio come Gesù.
22. Il giorno grande e terribile

Il tempo non era mai passato così lento. Gli impegni erano tanti, le giornate ingolfate, le corse senza tregua, eppure si stava sempre lì, a una distanza che pareva incolmabile dalla fine del periodo di Natale. Pregavamo intensamente: lo stare davanti allo sguardo di Gesù era ormai diventato un’abitudine, un riflesso condizionato che ogni volta ci salvava dall’impazienza e la paura. Avevamo compreso sempre meglio che il criterio decisivo, in questa fase, era credere nella Provvidenza, come avevo imparato sul campo in trent’anni di vita con don Mario: Dio ci avrebbe sollevato su ali d’aquila, strappandoci agli eventi incombenti e avviando gli equilibri nuovi promessi ultimamente. San Giuseppe, il santo dell’amore provvidente, era il patrono da invocare, in quei giorni in cui qualunque passo si sarebbe potuto rivelare deleterio e sembrava di andare a tentoni in un tunnel oscuro e pieno di pericoli. Gesù mi confermava nel carisma della parresia, la parola forte che scuote, incurante delle critiche dei benpensanti e di gente senza scrupoli. Le omelie, in effetti, erano più circostanziate, intrise di una verità tanto abbagliante quanto scomoda. Qualcuno si stupiva di un parlare così chiaro: ma io gioivo nel corrispondere in tutto all’ispirazione del Signore, che toglieva il velo a ipocrisie e opportunismi, fino a denunciare ogni forma di furbizia, corruzione, avidità. Il velo si alzava sempre più, del resto, anche sulla natura della nostra relazione, che emergeva come un’isola affondata da secoli in un mare di timori e resistenze. Tutto convergeva verso il giorno grande e terribile, rovente come un forno, in cui il Signore avrebbe cominciato, finalmente, ad attuare il suo Progetto.
21. Il viandante

La campana suonò le diciannove. Il Natale era a sole cinque ore e io ero seduto nella stanza davanti all’immagine del Cristo, a interrogare il futuro che ancora non voleva palesarsi. Ero un monaco di un’altra civiltà, chino sul tavolo ingombro di libri, penne, appunti sparsi. Da un momento all’altro, nel silenzio surreale, sarebbe arrivata la notizia intorno alla quale avevamo sognato così a lungo. Mi perdevo negli occhi di Gesù, nella luce misteriosa che emanavano, come se a un tratto dovesse arrivarmi una parola, un segno, la certezza che lui ci fosse in corpo, sangue, anima e divinità, come tante volte mi avevano insegnato. Solo fissandolo negli occhi trovavo il coraggio di presentarmi in campo, sentivo il cuore battere, infiammarsi, come in un sussulto di memoria, un’idea platonica, un archetipo che emergeva dall’inconscio. Capivo sempre meglio le parole di san Paolo: non sono più io che vivo; dove in quell’io si annidava il deposito di male proveniente dall’orgoglio, dal peccato, come se la vita prendesse la rincorsa e trovasse finalmente pace nella ormai necessaria conclusione: è Cristo che vive in me, mi trasmette la forza di lottare, di credere, di esistere. Era l’immagine che prendeva il posto di qualsiasi altra figura nell’universo debole, ignobile, malato delle illusioni umane, la caparra del mondo nuovo che bussava alle porte come un mendicante, un pellegrino, il viandante straniero che un bel giorno ti si ferma accanto e racconta la tua storia.
Ungaretti: le città, la memoria e la carne
Le città di Ungaretti
Giuseppe Ungaretti significa Alessandria d’Egitto dove nacque l’8 febbraio 1888 (“ Era burrasca, pioveva a dirotto/ in quella notte/ e festa gli Sciiti / facevano laggiù/ alla Luna detta degli amuleti”) e lì visse tutta la sua giovinezza, fino a ventiquattro anni. Il padre, Antonio, “che era un toro con i baffoni folti come Stalin”, vi era emigrato per i lavori al canale di Suez e zappando il fango del Mar Rosso contrasse una grave forma di idropisia che lo condusse alla morte a soli ventotto anni, “senza più un urlo, quando non gli rimaneva neanche quella forza”. Continua a leggere
Il tempo migliore
I lacci del freddo in angoli bui
fanno tremare gli zigomi e il vento
sferza da lontano un canto nel mento.
S’accende quel lume che spinge
il desiderio a dormire su lastre
di ghiaccio finché non assola.
Desolate le muraglie del cuore
a piatire passaggi di frontiera
senza diffondersi in sfumate chiuse.
Finirà l’inverno e fiorirà la rosa
e salirà nel cielo un inno d’amore
la gratitudine per il tempo migliore.
Carta da cioccolatini
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da qui
Cos’hai da festeggiare in questa notte
Uguale ad ogni notte
Di questo mondo sordo, muto e cieco?
Non basta dire: guarda che è Natale,
Né mettere le luci nella sala.
La festa è quando abbatti le barriere
Che hai messo fra di te e la vita vera.
Festeggia la vittoria sul tuo male
E allora vedrai bene anche di sbieco.
20. Briganti e cavalieri

Le gerarchie prendevano tempo: sembravano ascoltare, incasellare le notizie, accavallate come onde di un oceano sempre più agitato; ma poi finiva lì, come se appelli, moniti e dispacci, che piovevano ormai senza più tregua, cadessero in una specie di abisso senza fondo, un oblio prestabilito. Forse era questo che doveva accadere: un’ostinata indifferenza ad ogni tipo di messaggio, perché la luce del vero si rivelasse all’improvviso, abbagliante, precludendo qualsiasi via di scampo. Già li immaginavo con le facce preoccupate, a chiedersi l’un l’altro come mettere una toppa, come opporre un argine efficace alla frana dilagante. O forse operavano da tempo nel segreto, raccogliendo dati con pedante precisione, come monaci chiamati a salvare dal naufragio un’intera civiltà, vergando segni e disegni su pergamene inumidite dall’inverno. Bastava un dettaglio a rovesciare lo scenario: a dipingere l’immagine di un clan impegnato a difendere ormai l’indifendibile, o un drappello di santi cavalieri alla ricerca del graal dell’onestà, della fede, dello spirito. Non restava, ancora una volta, che aspettare, guardando gli occhi del Cristo che emettevano onde di fiducia su frequenze sconosciute, come se solo in quello sguardo ci fosse la risposta a ogni domanda che continuava a bussare al nostro cuore.
Lucetta Frisa. Ho tante albe da nascere (selezione di testi).

I bambini si portano dentro una magia naturale. Giordano Bruno
Gli esseri umani, anche se devono morire, non sono fatti per morire, ma per ricominciare.
Hanna Arendt
Bello, bello, bello mondo, bello ridere di mondo in luce mattutina…
Mariangela Gualtieri
**
Pensa alla magia naturale dei bambini
e agli animali
al loro grande mondo nelle pupille.
Davvero l’alba ha un segreto
che si perderà sulla strada allontanandolo
con le parole;
ma ovunque resta il suo seme
dolente e invisibile.
Pensa a Giordano Bruno
incenerito per la visione di un mondo
al di là
visto solo da lui che l’ha toccato
con occhi carnali.
Chi apre troppo in fretta i nascondigli
brucia di febbre inumana
e in giro va appiccando roghi
di follia e meraviglie.
Tanti Libri per le vacanze natalizie
Penso che il regalo di Natale bello, utile, dilettevole, per ogni età, sia ancora un buon libro: donare un volume alle persone amate – familiari, parenti, amici, colleghi – sia un gesto di altruismo, bontà, intelligenza, soprattutto quando si sceglie riflettendo sul valore delle opere nascoste tra gli scaffali di una libreria (o anche viaggiando on line), senza le facili lusinghe di strenne altisonanti, che il più delle volte si rivelano tanto costose quanto inutili. Continua a leggere
L’Europa di Gabriella Sica: lo sguardo dei poeti su di noi

Gabriella Sica, Cara Europa che ci guardi (1915-2015), Roma, Cooper, 2015
di Marco Zanier
Quanto è presente Petrarca nel suo libro sull’Europa? Questa domanda, che mi è venuta in mente troppo tardi, avrei voluto farla a Gabriella Sica a Villa Celimontana a Roma, il giorno di una prima presentazione, al “Festival della letteratura di viaggio”, del suo ultimo libro Cara Europa che ci guardi (1915-2015), edito da Cooper. Continua a leggere
19. L’esito

Aveva cominciato anche lei a collezionare albe. La sue erano aurore cittadine, piene di macchine e case, spalmate su prati che ricordavano la steppa di certi scorci della Palestina: il nostro era un esodo in via di compimento. Tutto tendeva a quella lama di luce che squarciava il nero della notte, della vita, la speranza accesa all’improvviso nel nostro cammino faticoso, nel male dell’amico che lottava col cancro, nel timore dell’altro di vedere affiorare dal nulla un esito fatale, dalle analisi fatte in fretta e furia. Era l’unico spiraglio che si apriva nella nostra relazione, sospesa sul nulla come il ponte dello Spirito Santo, da cui continuavo a scattare le mie foto, la finestra del salone da cui adesso scattava le sue, in un intreccio di luci rosse e azzurre: la traccia di un sole senza l’ansia di sorgere, abituato com’era da millenni a compiere quel giro, ignaro del groppo di paure e speranze che il moto generava. Collezionisti d’albe: chi l’avrebbe mai detto? Affondati nella notte della prova, guardavamo al volto di Cristo come all’unica luce concessa al nostro oscuro ritrovarci, sempre nello stesso punto. Ma ora sapevamo che no, non era più lo stesso: erano ore tenebrose che avanzavano verso l’esito certo, lo spettacolo del cielo che ancora una volta si sarebbe riempito di colori.
Giorgio Caproni. Un mancato incontro
1. Villa Pamphili
La prima volta che vidi Giorgio Caproni fu circa trent’anni fa, a Roma (“enfasi e orina… Non è il mio ambiente, manca il paesaggio industriale a me tanto caro, manca il porto, mancano le navi”), in via Vitellia, strada che costeggia le mura di Villa Pamphili, dove vissi gran parte della mia infanzia e ogni anno tornavo, anche da lontanissimo, per venire a trovare la cara “zia Rina”. Continua a leggere
18. Albe

Da un poco di tempo a questa parte fotografavo albe. Era un’attrazione irresistibile, un richiamo che a quell’ora variabile, ma esatta, mi risucchiava sul ponte dello Spirito Santo, a inquadrare lo sfondo ora sgombro di nuvole, ridotte a pochi strati diafani, sottili, che prendevano un colore rosso, o rosato, o giallo oro; ora cosparso, invece, di grigi e bianchi affastellati, gettati quasi a caso su una tela in cui spiccavano un cedro dalle larghe braccia pelose, l’appendice in cemento del Santuario antico, il camminamento angusto e quasi rettilineo che portava alla torre del primo miracolo. E poi, naturalmente, i colli, punteggiati di luci bianche e rosse, come un presepe d’altri tempi, o avvolti in una nebbia fina, che ne faceva un paesaggio irraggiungibile: il sogno radicato, nel profondo dell’uomo, di trovare uno scenario nuovo, sorprendente, che rivelasse, tutto in una volta, il senso della vita. Ecco, forse era questo il moto interiore che mi spingeva a uscire dalla stanza, entrare in ascensore quasi in stato di trance, passare davanti alla cappella, affacciarmi col fiato sospeso per puntare lo sguardo sullo sfondo sempre uguale, eppure sempre diverso. Sì, adesso mi era chiaro: ero stato trasformato in un collezionista d’albe, un messo del cielo che scrutava ogni segno, ogni traccia del futuro che si stava avvicinando.
Roberto Piperno, Andare per giorni

Roberto Piperno, Andare per giorni, a cura di Plinio Perilli, Edizioni Tracce, 2015
di Rosa Salvia
Siamo memoria /accumuli di esperienze selezionate / da imprevedibili / incontrollati istinti di piacere / e di sopravvivenza / di incomprensibili paure / con istanti di ragionevoli certezze / anche i rifiuti del passato / infanzia nascosta e il Nove di Av / ci guardano e ci riconoscono / parte di sé / immagine più completa / della nostra persona / che si trasforma all’istante senza mai perdersi. (Da Esseri, 2010) Continua a leggere
La terra o il testimone, di Francesca Tini Brunozzi

Intervista di Elisabetta Perfumo per La poesia e lo spirito
Dopo il felice esordio nel 2007 con il libro Frau (Edizione Torino Poesia), la poetessa Francesca Tini Brunozzi, vercellese ma di origini umbro-lombarde, torna a una raccolta di liriche con Mi è testimone la terra (edito da Barbera di Siena) che è un vero e proprio poema in cui l’impostazione potrebbe addirittura rammentare l’ormai classica Antologia di Spoon River dello statunitense Edgar Lee Masters. Continua a leggere
17. Il suo Volere

Gli eventi: coltivavamo la parola come si coltiva un sogno. Intorno a noi, apparentemente, tutto continuava come prima. La gente prendeva la realtà così com’era, come fosse ineluttabile che le cose andassero in quel modo: ma sotto c’era un segno, un filo d’oro, invisibile agli occhi, che Dio tesseva con pazienza, potendo vedere le cose da molto più lontano, e più vicino. Ogni preghiera era diretta a questa meta, dopo tanti giri; ogni problema trovava qui la propria soluzione, in eventi preordinati da sempre, che avrebbero mostrato, contro certa teologia contemporanea, che il Signore agisce nella storia. La coscienza di ciò infondeva in noi una calma sovrumana, come fossimo sicuri che qualunque cosa succedesse – una guerra, una catastrofe – non avrebbe potuto intaccare il Progetto che stava per attuarsi, che aveva impresso il senso a ogni parola e ad ogni gesto, e avrebbe finito col convincere anche quelli che lo avevano osteggiato: col sarcasmo, l’ironia, l’indifferenza, o l’alzata di spalle di chi segue solo il corso delle cose umane. Mangiavano, bevevano, si sposavano, c’è scritto nella Bibbia: finché Dio si rivelò con potenza, e ogni carne fu costretta a mettersi la mano sulla bocca, contemplando in silenzio il suo Volere.
16. Futuro

Come Dio volle, l’amministratore della mia ex parrocchia partì per altri lidi. Al suo posto venne un prete che già conoscevo, più vicino ai criteri di don Mario e più incline ad ascoltare. Restava in sospeso una serie di domande: sarebbe stato accolto lo spirito autentico della nostra storia? Avrebbe lasciato, il nuovo pastore, che la Provvidenza continuasse a operare, come sempre, prima dell’ultima, tormentata interruzione? Nel frattempo, s’era messo in moto il solito giro di persone a cui della comunità poco importava, ma che pure erano sempre in prima fila. Pensai che prima o poi avrei scritto un libro su queste amenità, per permettere alla gente di riflettere ed esigere un ritorno al Vangelo là dov’era messo in discussione.
Al Santuario l’attesa era spasmodica: il gruppo dirigente dilagava, convinto che nessuno avrebbe messo i bastoni tra le ruote. Le loro messe perdevano fedeli, ma ciò non li portava in alcun modo a correggere il tiro. Tutto sembrava tornare come prima, salvo in parrocchia, dove il lavoro avviato l’anno precedente dava frutti, grazie alla tenacia del parroco e del vice. Ormai mancava poco: macinavo ipotesi su ipotesi, facevo mentalmente l’inventario di ciò che avrebbe potuto scatenarsi da un momento all’altro. Avevo già fatto l’abitudine alla nicchia in cui m’avevano rinchiuso, e da cui uscivo soltanto per sortite estemporanee, come quando la TV ci intervistò riguardo al giubileo: interpellarono me, contrariamente ad ogni aspettativa. Intanto pregavamo, e il futuro ci veniva incontro, allo stesso tempo previsto e imprevedibile.
Il regista, di Elisabetta Cametti

Commenti e intervista con l’Autrice
(a cura di Betty Perfumo e Guido Michelone)
Elisabetta, in questo tuo romanzo, Il regista, fresco di stampa, introduci al tuo pubblico una nuova protagonista, la fotoreporter Veronika Evans: ce la puoi presentare?
Veronika è una fotoreporter determinata a portare alla luce le ferite dell’emarginazione nelle metropoli. I suoi scatti ritraggono il lato cupo di New York: senzatetto morti di stenti sui marciapiedi, cani randagi alla ricerca di cibo nei cassonetti, disabili e anziani abbandonati a se stessi. Continua a leggere




