Archivi autore: fabrizio centofanti

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https://gesuperatei.wordpress.com http://www.lapoesiaelospirito.it https://youtu.be/wnH1GlOPZk0

23. Stigliano 2

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Ma il peggio doveva arrivare. Tutto era nato da un baratto, di quelli che si fanno tra bambini. I tuoi soldatini valevano di più; quelli di tuo zio – era più un cugino: uno o due anni più di te – erano dati in omaggio col formaggino Dofocrem, e consistevano in una sfoglia di materiale ignoto destinato a logorarsi in poco tempo. Continua a leggere→

22. Stigliano

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E’ un altro episodio che non sai bene dove collocare: ma che importa? La campagna assolata ha un suo fascino a prescindere, soprattutto se a due passi da lì comincia il bosco, coi segreti che fanno paura, almeno a te, che avverti rumori impercettibili, e se vedi una beccaccia che si sveglia, con un battito d’ali, senti subito il cuore che impazzisce. Continua a leggere→

21. Ti chiamo, Chimera

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Cosa sentivi, dentro, cosa spingeva per uscire sotto forma di parola, ma sbatteva sempre contro un muro, la durezza degli altri, l’incomprensione di tuo padre e di tua madre, l’eterna lotta per rimanere a galla, per opporsi al mal di testa che già allora dilagava nel confronto fra i tuoi sentimenti e la faccia della gente che incontravi? Continua a leggere→

20. Per un attimo

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Siete supini davanti alla finestra, sulla moquette nuova di zecca. Papà è felice come non l’hai mai visto. Non hai paura, per la prima volta. Non esagerare: vuoi dire che adesso ti sembra uno di voi, visibilmente soddisfatto per il nuovo acquisto. Gli inizi sono euforici: è lo stato nascente, come dicono. Della casa nuova, della moquette vellutata come un prato inglese, degli eucalipti dalle foglie lunghe e i fiori a disco, t’importa fino a un certo punto: ciò che conta è il sorriso di tuo padre; vorresti che il tempo si fermasse, che il trasloco rimanesse in sospeso, che la vita si concentrasse qui, come succede nell’intervallo tra un movimento e l’altro del concerto, quando il pubblico sfoga, tutti in una volta, i colpi di tosse che aveva trattenuto. Anche tu vuoi sfogare la tua tosse, concederti una pausa dalla tensione insostenibile d’essere all’altezza, di non poter fallire, di troncare sul nascere i tuoi sogni. Quella che contempli dal piano superiore non è la piazzetta di Casalpalocco, ma la tua vita in costruzione, piena di materiali di seconda mano, di slanci interrotti bruscamente, di rabbia che comincia a montare, senza che nemmeno te ne accorga. Ti sembra inverosimile uno sfondo senza la parrocchia dei santi Pietro e Paolo; ti chiedi dove andrete a giocare, visto che il campo del laghetto pare già d’un altro mondo; trasalisci al pensiero di perdere per sempre gli occhi verde smeraldo della Persighetti. Sei invaso da un vortice di sentimenti che non riesci a decifrare, come al solito: è come se trasferissero da un quartiere all’altro non più i letti, i mobili, gli armadi, ma i tuoi organi interni, il cuore che batte troppo rapido, come se temesse, gioisse, si stupisse, prima ancora che accadano gli eventi. La finestra in Via Nicostene è una soglia impercettibile tra due epoche diverse: alcuni episodi non sapresti collocarli; la famiglia di Sasà e Maria, che chiamavate zii, coi figli Alfonso e Carlotta appartiene alla stagione precedente? Sicuramente sì: perché, allora, li hai ignorati? I frammenti di memoria emergono da una nebbia fitta: una gita nel diluvio, la mattina del trasloco, in cui voi o loro facevate colazione con la zuppa di latte e i biscotti Gentilini (diventava una pappa dolcissima di cui eravate ghiotti). Ma questo non importa, ora che tuo padre è felice e sorridente e tu – esagera pure – non hai più paura. Ti sembra che il mondo giri dalla parte opposta, che tutto diventi miracolosamente chiaro, per un attimo.

Giacomo Leronni, da “Le dimore dello spirito assente”

tegole

Dichiarazione di poetica

Sfilano gli stracci

della verbosità

si essicca il discorso paludato

il fasto retorico

uggiola di finitudine

la ridondanza perde morsi.

Giacciono i fronzoli disattivati

annegano gli orpelli

si staccano

le cornici esornative:

chi parla adesso è asciutto

un corpo scarnificato

evaporato

nient’altro che un’anima.

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19. Ancora oggi

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E’ arrivato il momento di prendere congedo dal corridoio di Viale Europa. Sai che non hai detto quasi nulla, ma la vita è tenere ciò che resta dopo un giorno di pioggia, raccogliere i funghi spuntati nella notte, sperando che non siano velenosi. Continua a leggere→

Sulla lingua, di Giselda Pontesilli

televisione

di Giselda Pontesilli

Sono qui per esporre un mio breve scritto, “La competenza dei poeti”, in cui sostengo che i poeti, in qualità di competenti, cioè di massimi conoscitori della lingua, possono -e debbono- agire per riuscire concretamente a cambiare la non-lingua, la lingua degradata a linguaggio, dell’informazione televisiva;

per ottenere, quindi, concretamente, che si faccia in Italia (e poi in Europa) un cambiamento linguistico dei telegiornali.

I) Ma perché si dovrebbe agire proprio riguardo all’informazione -della televisione, e non riguardo alla sua pubblicità, o ad altri suoi programmi?

Ecco, innanzitutto per un motivo strategico: perché è più facile, meno contestabile, iniziare a scalfire il linguaggio mediatico partendo dall’informazione.

Infatti, a differenza dell’informazione, la pubblicità è, in qualche modo, intoccabile, poiché si sostiene -come fosse un dogma- che essa sia necessaria per finanziare tutto il resto. Continua a leggere→

Da Il Parto della Sovrana, di Michele Caccamo (Inedite)

Olive

1)

non siamo sicuri dell’Anima

e lo attribuiamo alla gravità

agli uccelli o alle nuvole

ai discendenti del cielo

che non ci lasciano mai spazio

e così prima della benedizione

ci lasciamo piegare dal male

ammassati come degli istrici

come quaggiù avviene

ci inchiodiamo l’uno accanto all’altro

dalla nascita alla morte

come ci avessero chiusi

in un eterno fiore rotondo

ma lo dovremmo ammettere

che la tortura è il sangue

e dovremmo perciò in anticipo

svuotarci le braccia

*** Continua a leggere→

18. Le scritte sui muri

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Alle medie dell’EUR ci hai passato solo un anno. La salita è la stessa: via della Fisica, la strada invasa da scritte lungo i muri e cassette per i contatori, tutte arrugginite. Ti chiedi se, in un’epoca lontana, si siano impegnati per pulire questo posto; quel che è certo è che oggi nessuno si cura di cancellare insulti, confessioni amorose, avvertimenti: Ele sei la mia vita; Ely I wanna fuck you. Continua a leggere→

Se sei triste

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Leggi queste righe, amica: soltanto
per capire se ancora
c’è un filo che ci unisce,
se non tutto è andato perso di noi due,
per la smania inspiegabile di evadere
proprio nel momento in cui
qualcosa sta per accadere, un gesto
è sul punto d’infrangere la scorza
dell’abitudine, del sogno insano
di desiderare l’altro così
come lo vuoi, senza lasciargli dire
la parola che ti spiazza, compiere l’azione
che ti strappa alle certezze, rompere
il muro che s’alza quando il bozzolo
sta per cedere, la faccia nascosta
del tuo io apparire in piena luce.
No, non ci stai, ti sembra molto meglio
sbattere la porta senza rumore,
far credere di non aver sentito
il vento che passava, il passo lento
del nuovo, che ti abbraccia troppo forte,
come il grido di un bambino, il riso
sguaiato del demente. Se sei triste,
posso mandarti un fiore da quaggiù,
una lacrima scaduta da tempo.

17. Ti prego

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Anche quello era il tuo regno. Si capisce, finché c’era qualcuno disposto a lasciarsi trascinare sulla sabbia, prestando il fondo schiena per dar forma alla pista che aspettava le biglie con le facce dei ciclisti. Il circuito variava a seconda della stazza di chi s’era immolato: l’ideale era una parte anatomica abbondante, per garantire la circolazione del gruppone, ma il problema era il peso; chi ce la faceva a trascinarlo? A te, delle premesse, non importava nulla: aspettavi il momento in cui imprimere la schicchera alle palline in tuo possesso, colorate da un lato e trasparenti dalla parte opposta, coi volti di Moser e di Merkx, di Bitossi e Battaglin. La preferita era quella con la faccia di Gimondi: la colpivi col dito e contemplavi il volo sulla curva parabolica, il salto da una parte all’altra della pista, perché era valido – si sa -, bastava che rientrasse; ti perdevi nelle sue giravolte prodigiose, immaginando di elevarti di slancio sugli ostacoli che ti tormentavano: il compito di matematica, l’esame al catechismo, il terzino che assestava calci tremendi negli stinchi; sì, eri tu la biglia con la faccia di Gimondi, volavi, volavi, non ti toccava più nulla a questo mondo, avevi trovato ancora un altro modo per sognare; ma, chissà perché, anche le biglie assumevano presto la forma di parole, di frasi a cui far compiere giri su giri, prima di giungere al traguardo, traiettorie in cui si rivelava il desiderio più profondo, che solo qualcosa di scritto avrebbe riportato in superficie. Hinault, De Vlaeminck, Baronchelli, erano potenze oscure opposte alla biglia prediletta, volevano impedirle di sfrecciare vittoriosa in fondo al rettilineo, con le braccia che non poteva alzare e che invece alzavi tu; solo allora capivi perché mai Gimondi ti attraesse tanto: ti sentivi felice ed era scritto nel suo nome; in ogni volo sugli orli delle curve aggiravi le trappole e sfuggivi all’agguato del nemico. Quando tuo padre tornava dal lavoro, raggiungendo lo stabilimento con l’abito di rappresentanza, ti sembrava che il sogno si spezzasse, diventasse ridicolo, e tu il bambino scemo che, come al solito, non capiva un accidente. Eppure torneresti ancora sulla spiaggia del Belsito, appianeresti col palmo della mano i tratti dissestati della pista, studieresti il tragitto migliore per la biglia con la faccia di Gimondi: voleresti, libero, sui giorni costipati, sui matti che ti assediano, sull’angoscia che ti stringe ogni volta che ti annunciano un malato o un funerale. Corri, Felice, corri, non lasciarti riprendere, ti prego.

Caterina Davinio, Aspettando la fine del mondo

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di Narda Fattori

Caterina Davinio, Aspettando la fine del mondo, Fermenti, Roma 20.

La poesia “civile” in questi ultimi anni ha trovato voci intense, poeticamente mature, per farsi parte non secondaria del panorama letterario. Figlia di grandi padri spesso era caduta nel cronachismo, nell’invettiva, nel sarcasmo, talora nel semplice dileggio. Vero è, tuttavia, che la poesia, soprattutto dal secondo novecento, si è emancipata dalla visione ombelicale dell’autore, per aprirsi al mondo, alle esperienze, alla notazione di costume, alla descrizione di un’umanità ferita, dolente, marginale. I poeti, molti e spesso di gran pregio, hanno spalancato le finestre al mondo riconoscendosi essi stessi figli e complici loro malgrado della realtà non più annidata in una piega della loro sensibilità, ma globale e asservita a meccanismi di potere impietosi o essi stessi marginalizzati. Continua a leggere→

15. La trama

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Perché poi, a pensarci bene, il guaio di un bambino è che ignora i retroscena, è gettato sul palco senza aver studiato la sua parte: forse per questo ti arrovellavi sul letto a castello con i libri in mano, la mattina, poco prima che gli altri si alzassero per lavarsi e fare colazione. Come potessi salvarti, nell’interrogazione, lo sa soltanto Dio. Continua a leggere→

Quattro libri di poesia: Argentino, Codazza-Bertolino, Ducan, Rosa

macchina da scrivere

di Max Ponte

“Ma se qualcuno ce li ha donati, con relativo dispendio di carta e denari, non abbiamo il dovere di parlarne? Di esprimerci in merito, fosse anche con una parola? Non dobbiamo restituire qualcosa alla comunità delle lettere o della conoscenza?” ho pensato in questi giorni guardando i libelli approdati sulla mia scrivania. Così ho riletto i testi, riunito le idee, gli appunti a matita e ho confezionato un articolo con un piccolo spazio per ognuno. Mi sono proposto, colto da strani lumi, di fare un’operazione simile (con la poesia) fino alla fine dei miei giorni, a costo di leggere poche pagine di un libro, di aprirlo a caso, o commentarne solo la copertina. Continua a leggere→

Due limpide voci femminili della poesia italiana contemporanea: Giovanna Sicari e Gabriela Fantato

Giovanna Sicari

di Rosa Salvia

Poetessa intensa e schiva è Giovanna Sicari, nata a Taranto nel 1954 e morta a Roma, dopo lunga malattia, nel 2003. Una voce non chiassosa, appartata e cordiale nel panorama letterario del secondo Novecento. Il suo stile fatto di accostamenti, di sincerissime confessioni e di essenziale rigore, lo si vede già dai suoi testi d’esordio, Decisioni del 1986 e Ponte d’ingresso del 1988 e più compiutamente nelle raccolte maggiori, come Sigillo del 1989, Uno stadio del respiro del 1995 e successivamente nella sua opera più importante Epoca immobile del 2003, scritta durante il tempo della sua malattia e uscita poco prima della sua morte. Un’ opera ricca di profonda emozione e umanissima pietà in cui il senso dell’inesorabilità della sorte atteggia l’animo della poetessa a una accettazione esistenziale lontana dal grido incomposto e dai languori elegiaci, lungi da ogni alchimia celebrale. Continua a leggere→

14. Sulla soglia

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Dovresti fare più attenzione alla vita dentro casa, che hai archiviato col ricordo delle partite di calcio sotto il tavolo. In realtà, sei assediato dai dettagli che si affollano tutti in una volta, a cominciare dalla porta a vetri chiusa a chiave, per vietare l’accesso al salotto cosiddetto buono, destinato agli incontri ufficiali dei vostri genitori. Continua a leggere→

Ti dirò tutto quanto, di Cristina Bove

Porta

Ti dirò tutto quanto
di questi miei anni
perdenti
ti dirò perché preferirei esser morta
e non dismessa
perché vorrei che la mia assenza
ti ricordasse
all’incrocio dei tempi miei supplementari
ciò che non dissi mai
per non ferirmi da me stessa.
Voglio
indossare un burqa riguardoso
restarmene nascosta
e il vero addio
scriverlo adesso nella luce scarsa
che già mi adombra il corpo
e lo sottrae.
Posso
negare ogni costanza
lo stare alla finestra
quando s’accende il luogo della festa
quando obbligata dalla lontananza
apro le braccia a stringere parole
un rapido respiro e l’aria intorno
intanto che s’appressa la scadenza.
E mi allontano
sai
per non sentirti chiudere la porta.

***

[immagine tratta da qui]