Archivi autore: fabrizio centofanti

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Meste e maledette

di Alfonso Nannariello

Mamma doveva aver avuto timore di partorire perché anche sua sorella Lucia, se non ricordo male le cose che diceva, morì in seguito all’unico suo parto, a ventisei anni, quando lei era piccola.

Se zie’ Cïetta, nell’unica foto in cui l’ho vista, avesse avuto il vento di un tulle nero tra i capelli, con quell’abito già nero sarebbe assomigliata a Jeanne Hébuterne, la donna di Amedeo Modigliani, quella che si uccise quando lui morì. Mia zia era bella, pure più di lei. Continua a leggere→

Vieni via con me

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Scrivo queste righe alla vigilia della partenza da Loreto. Sei giorni sono pochi: dal lunedì al sabato. E fu sera e fu mattina: sesto giorno, la creazione dell’uomo. La ricreazione, in questo caso: la campanella è suonata, si ritorna in classe. Non ho fumato una sigaretta, ho perso anche quel vizio. Domattina farò la valigia, pagherò il conto, la suora mi sorriderà, stringendomi la mano. Caricherò l’auto, farò manovra, attraverserò Porta Marina e scenderò verso l’autostrada. Arrivato a casa – se non pioverà di nuovo, se non mi schianterò da qualche parte – mi chiederanno com’è andata, se mi sono riposato. Dirò di sì, non posso fare altro. Sei giorni sono pochi: dal lunedì al sabato. E fu sera e fu mattina, sesto giorno. E se restassi qui? Se mi aspettassero per giorni, mesi, anni? Se la gente che riempie la chiesa non mi vedesse più, chiedesse informazioni e alla risposta: non sappiamo, non è più tornato, sussurrasse: peccato, predicava così bene! Se, dopo un poco, tutto trovasse un equilibrio nuovo, un parroco diverso, abitudini mutate, perso il ricordo di don Mario e don Fabrizio, come nulla fosse stato? In fondo, la vita è preparare le valigie, aspettare qualcuno che ti dica: Vieni via con me.

Carne nascosta

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Passo davanti al mare: la gente pullula nella carne esposta e negli sguardi mutilati dalla luce e il caldo. Sembra che stia lì per scurire il colore della pelle, per una faccia di bronzo, come non ce ne fossero abbastanza. E’ dal ’96 che non metto un costume e faccio il bagno, da quando bruciarono don Mario; l’ho fatto per solidarietà e mi è rimasto questo vezzo di guardare la spiaggia di lontano, come un sogno che mi viene incontro e non mi trova. Mi sento un bicchiere di cristallo in una giungla di felci giganti e di serpenti. Basta niente per rompere il vetro della cuspide della sensibilità, diciassette-ventuno febbraio, roba da De André e Chopin, figure che mal si adattano alla vita. Si fatica a dirsi, a tradurre in parole le immagini che affiorano da dentro. Mentre percorro il lungomare, l’autoradio manda Firenze di Graziani: ecco, tu mi avresti capito, avresti brindato con me alla luce bianca della nostra carne nascosta.

Lettera a Luca

di Mario Gravina

Luca ritirò la posta dalla cassetta delle lettere che, come al solito, la trovò zeppa di pubblicità.

“Vorrei sapere chi li autorizza a deporre nella cassetta della posta tutta questa robaccia”.

“Dici sempre la stessa cosa ogni volta che ritiri la corrispondenza”. Disse Marco ridendo scherzosamente.

“La chiami corrispondenza questa?” Luca allungò le mani verso Marco mostrando un mucchio di cartoline e depliants pubblicitari. E’ tutta carta sprecata, inutile, anzi dannosa. Per produrre tutta questa cartaccia si abbattono intere foreste. A noi lasciano il compito cretino di cestinarla o, per i più informati, raccoglierla per farla riciclare”. Continua a leggere→

Treni

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Ti piacevano i treni: quando si viaggiava, non ne vedevamo quasi mai. Appena ne compariva uno, era una gara a chi se ne accorgeva prima: eccolo, guarda là! Da quando non ci sei, ne passano continuamente; soprattutto il pendolino, cui eri affezionato. Capisco all’istante che ci sei: oggi mi stavo infilando nella cappella dell’adorazione, ma recitavano il rosario. L’adorazione, per me, o è silenzio totale o non è nulla. Così devìo verso la santa casa, e ricordo che avevo dimenticato il rosario che mi ero impegnato a dire là. La vita è diventata attesa di un’epifania che riallaccia le nostre vite separate; potrei utilizzarla come prova dell’immortalità dell’anima, ma mi basta pensare tra me e me: ciao, Mario, ti aspettavo.

La siepe

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Vengo a piangere a Loreto le lacrime che a Roma ricaccio sempre dentro, perché ogni volta c’è qualcuno o qualcosa a cui pensare. Qui mi commuovo quando e come voglio: davanti alla Madonna o al Santissimo protetto da una specie di sipario, dove entrano piccioni a tradimento, sulla strada verso la terrazza azzurra di Sirolo o lungo le curve in saliscendi che portano faticosamente a Recanati. Visto tra le lacrime, il mondo è un’altra cosa: risponde alle attese, è plasmato, metro per metro, dai desideri più profondi. Quando appare la siepe di Leopardi, sento che al di là di essa c’è il tuo volto, la piega del sorriso che canzonava la serietà eccessiva dietro cui mi trinceravo. Dalla balaustra scura di Sirolo non si vedono navi, e neanche vele: c’è troppo vento. Eppure, se piango, le imbarcazioni salpano dal cuore, la tempesta estiva scompiglia gli angoli del tempo, tutto è nuovo oltre la siepe che chiamavo morte, e  invece mi permette di vederti.

Il cimitero di farfalle

di Franca Mancinelli

Su un prato d’erba medica una bambina inseguiva le farfalle con le mani di retino aperte nell’aria oppure le prendeva per le ali, quando si fermavano sui fiori. Strette tra il pollice e l’indice, come un velo di zucchero colorato, avrebbe potuto mangiarle. Ma le bastava parlarci, muovendo appena le labbra o mormorando nel pensiero, fino a che queste, posate sulla spalla, non volavano più via: si erano affezionate a lei. E invece non molto tempo dopo, erano foglie indebolite e inerti. Dopo alcuni giochi in cui, come assonnate o addomesticate, rispondevano a tutti i suoi desideri, la bambina capiva che era venuta l’ora di seppellirle, nel sottoscala dove, dentro una corolla di sassi bianchi, ramoscelli incrociati e fiori mosci, si era formato un piccolo cimitero. Continua a leggere→

Non resta (mondiali 2010)

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C’è il fatto che siamo italiani: oggi fa male. Ultimi nel girone più facile, otto tiri in tutte le partite, nessun guizzo, nessuna logica, nessun talento. Troppi errori: Lippi in uscita, l’esclusione di giocatori difficili, ma capaci di vivacizzare l’obitorio, l’ossatura del mondiale precedente che aveva già denunciato limiti fatali. Una disfatta voluta a tutti i costi. Non resta che il silenzio.

Il postino

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Mi trascino in basilica con la stanchezza tipica del martedì, il mal di testa che esplode puntuale dopo il lunedì d’incubazione. Hanno organizzato l’adorazione continuata nella cappella dei francesi, quella col re che fa la comunione sotto la statua della Madonna di Loreto. M’inginocchio per un po’, perché c’è un altro prete sulla mia sinistra, non vorrei scandalizzarlo; ma le ginocchia non reggono e mi metto a sedere. Il cervello è compresso nella scatola cranica come in un vestito troppo stretto, impedendo qualsiasi misticismo. Continua a leggere→

Sorrisi di carta

di Alfonso Nannariello

Nella foto di Giovanna con la matrigna c’era anche mamma, che aveva solo un paio d’anni in più.

Erano vicino al mare, durante una vacanza, tutte e due curate nell’aspetto e ben vestite. Giovanna con una veste a fiori, sbracciata e con una collana, mamma con un vestito a maniche lunghe e un bel colletto bianco, come la cravatta.

Mamma sembra un agnello mansueto. Ispira dolcezza e affetto con quel corpo esile e fragile e quella spontanea e naturale inclinazione a reagire all’avvallamento dell’umore e alla debolezza.

Nel breve viaggio tra le sue foto, quella reazione la si nota spesso, a cominciare da quelle che più inclinano alla tenerezza, quella del ‘39 e quella del ‘40, di quando era con la maestra Carola in quarta e quinta elementare, e finire alle altre di quando era molto più grande fatte sotto il cielo di Roma col sole o quello piovoso di Cagliari, o da qualche altra parte in gita con i suoi fratelli.

Ha sempre solo un principio di sorriso. Nonostante si togliesse di torno le cose di ogni giorno e si permettesse qualche svago, mamma sembra sorreggere involucri, scatole e fardelli che non lasciava con il resto, a casa. Sembra portarsi dentro, quasi da sempre, più di qualche peso, qualcosa di doloroso.

La pioggia

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Sono partito con la pioggia, non si può avere tutto dalla vita. Mi faccio scivolare lo stress dalla pelle, dai neuroni, ascolto musica, cento canzoni italiane dei bei tempi. Mi sembra impossibile non rispondere a telefono, non aprire la porta, non essere chiamato, cercato, interpellato, non essere, non essere: forse è di questo che ho bisogno, fermare tutto, lasciare che il tempo si depositi nel fondo della micra, esausta per i duecentomila e passa chilometri digeriti a forza. Esco dall’autostrada, è il tratto che unisce Teramo con la Bologna-Bari. Piove a dirotto, le note di Emozioni rimbalzano sul vetro e fanno graffi sul cuore, mentre il tergicristallo fatica a sbrigare il suo dovere. Continua a leggere→

Maria Pia Quintavalla. China

Di Nadia Agustoni

Parlando della propria opera Elsa Morante più volte accennò all’importanza di Menzogna e sortilegio, libro della costruzione del mito famigliare e non mancano nella nostra letteratura narrazioni ispirate a genealogie parentali, basti ricordare Natalia Ginzburg e a noi più vicina nel tempo Clara Sereni. China, Edizioni Effigie 2010, romanzo in versi di Maria Pia Quintavalla e ritorno alle madre e al suo mondo, si colloca in questo solco. La narrazione in versi nulla toglie in chiarezza al racconto (sei parti con un prologo), ma evidenzia ancora di più quel bordo di incertezza e assoluto dolore su cui certe vite si muovono. (1)
La morte e la vita, quest’ultima con le parole della tenerezza e con la dimensione della speranza, aprono Ospedale: “ Era questa una zona del tempo/ dove ruspe per l’aria, e macerie/ cadevano per terra come stelle fitte,/ pezzi di realtà volavano cedevano/ senza dolore: mia madre era morta […]”; Continua a leggere→

Volti santi

Sono tornato dal pellegrinaggio a Manoppello, dove si venera il volto santo di Gesù. Esiste una congerie di studi sull’immagine, una ridda di ipotesi addotte a suon di analisi e radiografie. Per quanto mi riguarda, mi limito a guardare negli occhi l’uomo dalla faccia mite, segnata dal dolore. Si fatica a reggere lo sguardo. E’ inquietante, come chiedesse conto di qualcosa, di una presenza che si cerca di ignorare, ma sta lì, quasi petulante, a imbarazzarti. E’ un’espressione che non vuole arrendersi, continua a fissarti all’infinito, quasi giungesse da una zona oscura, al di là del tempo e dello spazio. Non so se sia il volto di Gesù, ma lo ritengo il dato più insignificante. E’ la fissità che conta, l’intenzione di raggiungerti nonostante la fuga, il turbamento insopprimibile. Mi pare di aver compreso che non è il volto di un uomo, ma dell‘uomo relegato nella zona d’ombra, l’oscurità di un oblio infinito e irrimediabile, del povero Cristo di ogni tempo, di ogni punto del mondo. Nell’omelia, ho detto che il santo volto non può essere circoscritto in una chiesa: si trova nello spazio maledetto di una dimenticanza, nell’omissione caparbia di ogni nostro giorno.

Ivano Cogo. La misura dello stupore


(Luce dell’alba)

La misura dello stupore

Inesausta la vita ci misura
avvoltolata in risvegli e torpori
sull’orizzonte laconico del male
dentro le parole
del buono disteso sulle mani.
Respira la timida ora dell’alba
con la complessità
di un sole dubbioso
che scalda un poco il petto,
l’abbaiare intermittente del cane
alla campagna addormentata dalla bruma
il sospetto che ci siamo ancora
e ti rivedo e lo posso raccontare
nella confusione degli incontri
nella respirazione srotolata mentre dormi. Continua a leggere→

Il velo della sposa

di Alfonso Nannariello

Mamma passò la cruna della sua vita all’una di un giorno di febbraio. Usciti dalla chiesa fu fatta un’altra foto, ma ai piedi degli sposi non si vedono coriandoli, né petali di fiori, né chicchi di riso.

A mia madre suo padre di certo non le lanciò il suo, né credo le fece poi gli auguri. Di solito erano le madri a soffrire l’offerta delle figlie date al minotauro del marito. Continua a leggere→

I corvi e la notte. Di Nadia Agustoni


(Uccelli sui rami)

Una vedetta non abbandona la postazione, nemmeno quando il vento sembra la voce dei morti. La gente mi conosce come un bambino speciale e sembra non pensarmi in altro modo, non immagina che io sono solo un bambino e rido e soffro senza sapere il perché. Infatti non tutte le volte noi sappiamo i perché. Non siamo come i libri: siamo pagine strappate via o ancora da scrivere. Sicché io sto sui tetti e penso, penso profondamente alla notte. Chi capisce la notte attraversa l’universo. Siamo così soli quaggiù che la notte ci nasconde e abbiamo posti dove le cose e la gente riposano. E’ allora, nel riparo, che si vedono i pensieri andare via da noi. Si staccano e fanno un giro di boa, perché somigliano a barchette di carta con righe e parole scritte dentro a caso. Continua a leggere→

La vertigine della libertà

Non finisce di stupirci, Caravaggio. Questo Amore, a detta di qualcuno, sarebbe il suo amante, Cecco o Checco Boneri, il garzone discepolo che, secondo una consuetudine dei tempi, viveva col maestro. Lo dimostrerebbero l’ostentata nudità, la posa a gambe larghe, la provocazione eloquente che la tela comunica al lettore. C’è chi afferma il contrario, ricordando che la stessa posa, nell’amato Buonarroti, significava vittoria e trionfo, se non risurrezione. L’amore è sempre ambivalente, reca le tracce di una struttura tripartita – eros, philia, agape – corrispondente al microcosmo umano – corpo, anima e spirito – sempre sulla soglia di un abisso, esposto come pelle nuda alla vertigine della libertà, alla scelta che può farne la meraviglia del creato, il cuore dell’evoluzione universale, o il baratro della depravazione senza ritorno, torpore senza più risveglio.

Da un gioco di palla all’altro

Colpisce la crudeltà degli aguzzini, che altrove sembrano costretti a intervenire, mentre qui agiscono con sorprendente accanimento. Le radiografie, rivelando la presenza di un volto, conducono a ipotesi inquietanti: si è pensato al committente, che avrebbe chiesto di essere ritratto in uno dei carnefici. Pare, tuttavia, che la posizione sia troppo bassa rispetto al flagellato, per cui si trattava, più probabilmente, di un disegno precedente. La luce abbagliante approfondisce il dramma, un dolore che prorompe dall’ombra come un pugno nello stomaco. Eppure, persino questa tela ha scatenato le polemiche dei benpensanti, che criticarono il modello fisico utilizzato per Gesù, il gioco violento d’ombra e luce, la vistosità dei nudi. Del resto, Caravaggio è un gran misto di grano e di crusca, non si applica continuamente allo studio; ma quando ha lavorato un paio di settimane se ne va a spasso un mese o due con la spada al fianco e un servo di dietro; passa da un gioco di palla all’altro ed è sempre pronto ad azzuffarsi, a far risse e duelli. Come poteva cavarsela di fronte a un pubblico blasonato e aristocratico?

Gottfried Benn: “Ebereschen”. Cespugli di sorbo


(Gottfried Benn)

Ebereschen è del 1954, mentre al 1955 risale la stampa di Aprèslude, la raccolta che può essere considerata il testamento di Benn “poeta della tarda modernità” (Luciano Zagari). Ferruccio Masini ha tradotto Aprèslude in una edizione con il testo a fronte (Einaudi 1966). a.m.c

Cespugli di sorbo

Cespugli di sorbo – non del tutto rossi ancora
di quel tono cromatico che assumono e li fa
residuo incandescente, sorbola, autunno e morte.
Cespugli di sorbo – un po’ sbiaditi ancora,
ma, a ben guardar, legati già in un mazzo
ad annunciare a fior di labbra le ore dell’addio
forse mai più, forse quest’ultima volta.
Cespugli di sorbo – quest’anno e negli anni, sempre
In toni opachi prima e poi di rosso
colorati, riempiti, maturati, offerti a Dio –
ma tu, dove hai raggiunto pienezza, colore, maturità? Continua a leggere→

Di grazia e di bestemmia

Aveva ucciso Ranuccio Tomassoni, lo incalzava una condanna alla decapitazione, confidava nel cavalierato, che gli avrebbe garantito l’immunità auspicata. Ma a Malta fu bollato come membro putridum et fetidum, per quale motivo non si sa, con precisione: si ipotizza un’offesa a un cavaliere, un’aggressione fisica, oppure la notizia del crimine su cui pendeva la pena capitale. Eppure non si era risparmiato: la croce bianca è un miracolo, un tessuto perfetto nella trama e nel gioco delle luci e delle ombre. Forse, in quel segno, aveva intravisto la salvezza, il miraggio sbilenco di una redenzione di colori e pigmenti, una miscela dirompente di grazia e di bestemmia.