Archivi autore: fabrizio centofanti

Informazioni su fabrizio centofanti

https://gesuperatei.wordpress.com http://www.lapoesiaelospirito.it https://youtu.be/wnH1GlOPZk0

Lacrimosa

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Antonio è un povero malato, con madre malata. Ha una faccia tonda, denti malconci e capelli ogni volta un po’ più radi. Cammina barcollando, come portando un peso: l’atto semplice di esistere per lui è una fatica insostenibile. Saluta con venerazione, come si fa in un luogo sacro, mentre non è che l’ufficio parrocchiale. Farfuglia quando parla, si mangia le parole, quasi a scusarsi per una violazione di proprietà privata. Cerco di metterlo a suo agio, di convincerlo a lasciarsi andare, ma lui è inchiodato alla forma del rispetto, balbetta della mamma inferma, delle difficoltà per sopravvivere, delle gambe e dei piedi che non vanno. Antonio è l’altra faccia del mondo, la sconfitta nascosta dietro l’efficienza delle storie produttive. Gli faccio un gesto conciliante, per trasmettergli un senso di confidenza fraterna, inutilmente: mi tende la mano dall’altro emisfero della vita, sa del suo destino di memoria vivente del nostro fallimento, della nostra illusione di farcela comunque.

Cui dono lepidum

Sirmione lascia senza fiato: mirabile in ogni suo dettaglio, come fosse modellata senza riservare nulla all’imprevisto. Catullo non poteva farne a meno, lui così attento alla seduzione della forma, si trattasse di natura o di letteratura, di Clodia-Lesbia o di Giovenzio. Il suo libro non avrebbe potuto che essere expolitum, lavorato al punto da diventare lucido, impeccabile, come l’opera di un altro intarsiatore ugualmente raffinato; curiosamente, i loro nomi propongono un gioco di richiami, come abitassero la stessa città invisibile dell’esattezza: Catullo, Calvino, Sirmione, Sanremo. Il destino unisce chi nella parola ha colto il senso del tutto, il logos riflesso nel volto della musa vergine di un nuovissimo libretto.

Nostalghia

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Da ragazzo scrivevo canzoni col mio amico Amedeo. Qualcuna veniva bene: Via della felicità, per esempio, modellata su De André; lui e De Gregori erano i nostri idoli, cantavano parole che avremmo voluto immaginare noi, e quasi ci indispettiva il fatto che l’avessero trovate prima loro. Eravamo accovacciati nella mansarda bassa e piena di libri, le note scivolavano sulla nostra faccia di giovani eternamente innamorati, che dedicavano serenate a ragazze inverosimili per coltivare una qualunque nostalgia. Col tempo, le nostre strade si divisero: lui diventò direttore generale di non so quale ministero, io prete di periferia. Un giorno gli chiesi di cantare nel coro della messa vespertina. Arrivò puntuale, con la chitarra americana di cui menava vanto. Ora la serenata la facciamo a Dio, una delle nostre conquiste inverosimili, buona per consumarci in una nostalgia più struggente della mansarda di tanti anni fa.

Nota a Sapienziali di G. Lucini

di Giorgio Linguaglossa

G. Lucini, Sapienziali, Puntoacapo, Novi Ligure 2010

Nel saggio giovanile Tradizione e talento individuale del 1917 Eliot formula il problema con pragmatica chiarezza: «La tradizione non è un patrimonio che si possa tranquillamente ereditare; chi vuole impossessarsene deve conquistarla con grande fatica. Essa esige, anzitutto, che si abbia un buon senso storico». Nella sua opera successiva il poeta inglese annuncia l’esaurimento della modernità. Continua a leggere→

Contatto

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Verrà il giorno: la Bibbia è attraversata dalla profezia, come la vita dall’abitudine e la rassegnazione. La differenza tra Dio e noi è che lui non cede alla corrente, non registra fiaccamente le sconfitte quotidiane, imprecando al destino. Il profeta parla a nome di un Dio carsico, invisibile, che si fa strada anche quando appare, allo sguardo, un deserto inospitale. Da che ne sono consapevole non temo più nulla, anche se tutto mi ferisce. E’ il paradosso inestricabile che si annuncia ogni mattina. Verrà il giorno: è sempre rovente, terribile, incendiario. Dio nessuno lo ha mai visto: abbaglia come il sole; attraverso il grigio delle nuvole ci si illude di coglierne la forma, di inquadrarlo in un sistema. Ma prima o poi si riaffaccia col volto sconvolgente, la presenza mozzafiato. Verrà il giorno in cui piangerò di gioia, perché le ali si scioglieranno finalmente a contatto col suo fuoco.

Come un sogno (La conquista dello spazio 15)

Se alzo gli occhi verso l’ultimo ripiano dell’armadio, vedo: un tom tom che devo decidermi ad adoperare, un leoncello di peluche ricevuto da una parrocchiana, una bomboletta di Raid automatic contro le zanzare, il Derma fresh dry per evitare gli effetti indesiderati del sudore, l’icona di una Madonna con garanzia di provenienza, la macchinetta del caffè – pronta a sostituire l’altra in caso di avaria -, una confezione di Bulgari, Aqua pour homme, appoggiata di traverso alla collana arancione dei Padri della chiesa. Sulla destra, una libreria nascosta dalla porta, con otto scaffali. Continua a leggere→

L’ineffabile segreto della stanza del cuore

di Franco Lanza

«Recitare significa essere un altro: con questa raccomandazione di tecnica interpretativa e di sagacia professionale una ragazza a nome Cristiana si appresta ad entrare nell’esperienza drammaturgica, non senza aver prima vissuto e sofferto in proprio il gran te ma della realtà e della finzione. E’ infatti figlia di genitori separati ed ha assistito precocemente alla precarietà degli affetti che si sfaldano sotto la sferza delle ambizioni sbagliate e delle passioni egoisticamente incapaci di coordinarsi con i valori; per giunta è anoressica, lunatica, insoddisfatta sia degli studi sia delle varie «evasioni» giovanili e disposta se necessario a sottoporsi a trattamenti psicanalitici. Quando Simone, il giovaneregista che crede nelle sue qualità, le propone di visitare il monastero di Santo Spirito per osservare da vicino le monache di clausura in vista di un film su una misteriosa suorCrocifissa morta da poco in fama di santità, accetta di buon grado il programma ed entra per un paio di giorni in quel mondo così estraneo alla modernità, che per la suaanomalia l’at trae ed insieme respinge. Continua a leggere→

Dilettanti (La conquista dello spazio 14)

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Stamattina mi sono svegliato con disturbi al cuore e problemi di respirazione. Con la vita che faccio dovrebbe essere normale, così mi chiedo come mai sia capitato solo adesso. In realtà è accaduto anche altre volte ma, appena passa, il ricordo si dilegua. Don Mario mi ha insegnato a ignorare certe cose: o meglio, quando toccava a me si preoccupava; di lui, neanche lo diceva. Ce l’ho qui, davanti a me, con il dente superstite, il sorriso commosso, le mani rovinate dalle bruciature e la fisioterapia sbagliata (gli hanno troncato mezzo dito), l’orologio da sei euro che gli comprai all’edicola e portava al collo come una croce episcopale, l’onnipresente blocco per gli appunti e la borsetta verde con i soldi per i poveri. Soffriva di tutto, ma il male non riusciva mai a intaccarlo, tirava avanti sulla sedia a motore come niente fosse, in barba a medici e infermieri. Insomma, mi vergogno del mio mal di cuore, dei miei acciacchi da dilettante allo sbaraglio, da novellino incapace di sorridere quando il respiro gli si spezza in gola.

L’unica ricetta (La conquista dello spazio 13)

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Mi ritrovo tra le mani un Venerdì di Repubblica del 19 marzo 2010. La copertina è verde, c’è l’immagine di un ragazzo con le mani in tasca, verde pure lui; dietro, una palizzata che gli giunge quasi all’altezza delle spalle, di colore giallo. Il titolo campeggia sulla parte superiore e per due lettere utilizza lo stesso disegno della staccionata: Come si scrive un libro. Più sotto, tra parentesi, si legge: E come si edita, pubblica e vende in libreria. Giro pagina, trovo Belen Rodriguez, in posa languida e succinta, che mi fissa con sguardo seduttivo; sulla destra, la scritta: Io sto con Tim. E tu con chi stai? Giro ancora: una pubblicità dell’Audi. Ancora: uno spot della Moorer. Finalmente m’imbatto nel sommario, che rimanda a pagina diciotto: un’intervista ad Abraham Yehoshua, il quale elargisce due o tre dritte sull’arte del romanzo: Intanto, cominciate a leggere. Questo lo sapevo. Giro pagina: quattro foto che ritraggono Gianrico Carofiglio, Massimo Carlotto, Nicola Lagioia e Simona Vinci. Seguo la scritta che corre sulla parte alta, come una pubblicità della metropolitana: Palline da giocoliere, ritagli di giornale, orari fissi o anarchici. E i CD che ispirano. Astuzie, tic e segreti di quattro autori italiani. Decido di fermarmi qui: torno a lavorare al mio romanzo, sudando e disperandomi. L’unica ricetta che mi ha convinto, fino ad ora.

Noi siamo qui

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Noi siamo qui.

***

Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e su la mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto seren brillare il mondo.
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Pezzi (La conquista dello spazio 12)

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Davanti al computer c’è un armadio che ospita vestiti e una congerie di oggetti stipati su due piani: tappi per le orecchie, inutilizzabili a causa delle otiti; un orologio-sveglia, adatto per i gruppi e le riunioni nel salone di casa; una serie di volumetti di Ravasi sul Primo e il Nuovo Testamento; una confezione di borotalco Robert’s per le patacche da smacchiare; un profumo di legno di Guajaco della serie Tesori d’oriente (la più economica che esista, a quanto sappia), una foto di don Mario che celebra nella cripta di Loreto, attorniato da tre preti, tra cui io, pronto a intervenire in caso di bisogno. L’immagine sembra l’unico dettaglio sensato, come se ciò che la circonda – una crema per le mani, una scatola trasparente di puntine, un timbro della parrocchia di San Carlo, una schiera di gessetti bianchi infilata in una scatola di Xamamina, pile da 1,5 Volt ormai scadute – fosse un segnale per ribadire il vuoto che la morte dell’amico ha lasciato nel mio spazio e nel mio tempo; oppure ricorda che ogni punto della storia, per quanto inutile e insignificante, acquista un senso solo in relazione a quella cripta, a quei corpi umani legati da un nesso indistruttibile, schegge di eterno che tracciano un percorso nel franare inevitabile del cosmo.

Si vedrà

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Arriva un’auto dei carabinieri. Lo stesso pensiero di quando chiama il Cardinale: che sarà successo? Entrano in chiesa dalla porta laterale: lasciando l’auto aperta (una gazzella non la ruba mai nessuno), chiedono del parroco. Mi affretto a raggiungerli macinando ipotesi, con l’aria più cordiale a mia disposizione. Buongiorno don Fabrizio. Buongiorno, qual buon vento? In chiesa c’è la nostra consacrata: la maglia comoda digrada su pantaloni altrettanto larghi e chiari; dietro le lenti spesse e un po’ ingiallite si intravede un’aria interrogativa, ma non troppo, perché da noi ci si abitua presto a tutto. Ecco, meno male, ti stavano cercando. Sono due appuntati con il vice maresciallo: che strano, in genere li ho visti sempre in coppia. Mi viene in mente Burattino senza fili, di Bennato; me ne vergogno, sarebbe stato più all’altezza un Kafka o un Dostoiesvski. Che cosa ci sarà di tanto urgente e grave da venire in tre, lasciando la gazzella incustodita, cercandomi affannosamente, come potessi essere fuggito?E’ per il funerale di domani, don Fabrizio: vorremmo venire col picchetto d’onore e leggere i brani della liturgia. Il sorriso si allarga, più spontaneo: Ma certo, ci mancherebbe altro! Si fa presto a finire nelle pagine di un romanzo dell’angoscia, ma per oggi mi accontento di Bennato. Domani si vedrà.

Incontri sul confine

STAZIONE DI TOPOLO’ – POSTAJA TOPOLOVE
XVII EDIZIONE

sabato 3 luglio

verso le cinque della sera
apertura e incontro con gli artisti presenti

presso Casa Juljova
Pinacoteca Universale di Topolò
inaugurazione e apertura con Guido Scarabottolo

nel buio
Natura VI
progetto interattivo LOST di luce, musica e danza
con Giorgia Minisini, Brice Desault,
Alessandro F.Damiani, Federico Petrei Continua a leggere→

Poi sparse intorno un grido

di Alfonso Nannariello

Il capricorno sfondò per me la porta di un’alba di gennaio. Mamma nel contraccolpo gli cedette. Sparpagliando intorno un grido mi sgravò.

Nacqui un martedì, un giorno dedicato a un dio in guerra. La sera prima, però, il 17, quando si ruppero le acque, era iniziato il carnevale, un tempo che sterra la terra e la rivolta mettendo tutto sottosopra. È in quel momento che i morti ritornano tra i vivi.

Tra l’altro io fui concepito nel mese di aprile, «il più crudele dei mesi», perché «genera lillà da terra morta». Continua a leggere→

Quello che chiamiamo

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Oggi andrò a parlare della trasfigurazione in una parrocchia della zona. Trans-figurare, mutare figura, immagine, quello che dovrebbe essere la crescita: dall’imperfezione a una perfezione mai raggiunta del tutto. Lo facciamo d’istinto, come fosse scritto dentro, prima di venire al mondo. Un progetto di cui ti convinci a poco a poco, nonostante le delusioni e le sconfitte. Condizioni necessarie: la fiducia, il sostegno di un altro, la certezza di chi crede in te; solo allora si sprigiona una luce sufficiente per muoversi, avanzare, pro-gredire. La figura cambia, dal brutto anatroccolo prende forma il cigno, cui spetta il compito di ripetere il ciclo, trasmettere fiducia perché un altro possa giungere al traguardo. La mitologia, l’epica, il romanzo, cominciano quando s’inceppa la precisione di questo meccanismo. La favola rimane intangibile, ma diventa una conquista, si trans-figura nella lotta drammatica del giorno dopo giorno. La letteratura è un fallimento, ma solo dalle sue ceneri può nascere quello che chiamiamo uomo.

Imperfetto sublime. Conversazione con Cristina Annino


(La corrida)


Imperfetto sublime.
Conversazione con Cristina Annino.

Di Nadia Agustoni

La poesia e internet, la casualità e la simpatia hanno portato a un incontro con la personalità unica del poeta Cristina Annino, voce di una forza rara e di un originalità che non smette di stupirmi. Uno scambio intenso di e-mail e un parlare aperto, pur a distanza, hanno poi avuto l’esito di alcune conversazioni nella sua bella casa romana. La semplicità della persona mi ha doppiamente impressionato. Temo da sempre gli incontri viso a viso, con autori amati, perché di solito deludono. Non è stato questo il caso, perché Annino è quel che è, nella parola come nella vita. Diretta, semplice e mai banale, mai arresa a un cedere dei discorsi quando potrebbero inclinare a frasi fatte o a luoghi comuni. I pochi giorni romani hanno intensificato le mie precedenti impressioni e il nostro discorrere è proseguito. Continua a leggere→

Rosso Strega

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Scolava la bottiglia dello Strega,
con soddisfazione.
Tutti avevano detto l’Avallone, compreso me,
ma non avevano capito una

piega, che evidentemente
nascondeva Antonio,
Mondadori, lui, se non mi sbaglio.
La canzone è la stessa,
cambiano i ritmi
fortunatamente,
gli angoli bui restano quelli.
Il sorso di Pennacchi
sembrava genuino,
per il resto sono

ammacchi di Silvia,
che avrà tempo di rifarsi con il vino
(e Machiavelli).

Wilhelm Willms. Life

(Scritte)

life

chi ti recita,
dio,
i testi
che sul lato interno
delle porte dei bagni di stazione
stanno
senza filtro
20 centesimi
una pressione
sulla maniglia
forse
fanno leva su di te
senza trucco questi
detti
dio
forse ti si aprono gli occhi e ci tiri fuori dalla merda
perché solo a noi
si dovrebbero
aprire gli occhi? Continua a leggere→

Se potessi

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Ultimo pensiero di Loreto: che senso ha invecchiare senza te? Mi hai fatto ascoltare la vita quando gli orecchi erano chiusi, mi hai tratto dal buio mentre ero figlio bastardo di una lunga notte, ed ero solo anche in compagnia, perché non riuscivo a convivere con me. Tu come stai, stasera? Ci potremmo trovare come allora, sotto una grande luna, a vedere se mai passasse un treno. Io, come ogni sera, resto solo. Perché non sorridi? Se potessi darti un bacio sulla fronte ancora calda, come quando te ne andasti senza dirmi nulla, e al telefono sentii: don Mario è morto. Ma che emozione, ogni volta, ritrovarti in un paesaggio, all’angolo di un bar, sulla linea azzurra di un orizzonte d’acqua. Perché non sorridi? Se potessi darti un bacio, presto, dammi un bacio.