Archivi autore: fabrizio centofanti

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https://gesuperatei.wordpress.com http://www.lapoesiaelospirito.it https://youtu.be/wnH1GlOPZk0

Il giro

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La cattiveria esiste. Per anni ho allontanato questa idea ma, dài e dài, mi sono rassegnato. E’ illuminante l’etimologia: dal greco kapto, prendo, faccio prigioniero. Il cattivo è recluso dagli altri o, peggio, da se stesso. Il detenuto si abbatte o si stizzisce, perde il senso dell’altro nell’imbarbarimento progressivo; i valori sfumano nella nebbia del passato, il presente si nutre di violenza, rabbia, ottundimento. Per non essere cattivi, basterebbe aprire la porta e uscire dalla cella, respirare una boccata d’aria pura, sgranchirsi gambe e braccia. Forse, più che supercarceri, bisognerebbe creare centri di benessere, con massaggi, ginnastica e relax: ma quelli incattiviscono me, e dovrei ricominciare il giro.

Alieni

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Mettiamo che arrivassero gli alieni – già il nome è scorretto, perché li pone in una luce negativa; immaginiamo che scoprissero la logica del mondo, senza nulla sapere di ideali e visioni complessive, di religioni e di filosofie; valuterebbero il comportamento, quelli che definiamo “i fatti”; non ci sarebbero scuse per le contraddizioni, nessun pretesto giustificherebbe le tante incongruenze: pane al pane, vino al vino, gli umani sono questi. Li vedo già, gli alieni, con la mano sul mento alternativo, a chiedersi come sia possibile che la Terra ancora esista, che non sia esplosa in una nuvola di fumo. Ecco, risalgono perplessi sull’astronave impolverata, si voltano indietro per un momento interminabile, tentati dalla nostalgia per i capricci dell’infanzia, l’allegria fragile dell’incoscienza.

Una domanda

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Dare consigli è semplice: ti accorgi che la vita ha una logica coerente, le persone presentano caratteristiche costanti, le relazioni si sviluppano secondo meccanismi prevedibili. Anche le scelte rivelano un funzionamento decifrabile, su cui si agisce per orientarlo nella direzione decretata. Il mondo è una macchina e noi siamo meccanici che si aggiornano e studiano per imparare a tamponare e riparare. Arriviamo a ritenerci infallibili nella soluzione di un problema, nello scioglimento di un nodo. Un giorno arriva uno e ti dà un suggerimento incongruo, estraneo agli indici dei manuali conosciuti, ti sorprende, ti imbarazza, ti indispone. Lo guardi in faccia con aria di sfida, ma non leggi reazioni nel suo sguardo; c’è qualcosa che sfugge al dispositivo familiare, non hai gli attrezzi, gli strumenti non sono più efficaci. Intuisci un altro livello, un’altra qualità; non ti vuoi arrendere, resisti con tutte le forze di specialista della psiche, ma alla fine ti decidi, lo fissi e non puoi trattenerti dal chiedergli: chi sei?

A parte il fatto

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Ci sono delle parti dimesse, nel discorso, destinate a rimanere ai margini. Quelle, per esempio, introdotte dall’espressione a parte il fatto o a parte che: elementi dati per scontati, buoni come rinforzo secondario rispetto ad argomenti decisivi, collocati in primo piano. A parte il fatto che non sai parlare in pubblico, come pensi di poter tenere una lezione sulla Akebia quinata senza averne visto una? Certe vite sono plasmate sul modello a parte che. Si tratta di persone che non aderiscono a quello che si dice o che si fa. Si cerca di coinvolgerle, toccando tutti i tasti immaginabili, ma loro se ne stanno fuori: potrebbe essere rischioso appassionarsi. A parte il fatto che esisti, amico, perché non ti butti, una volta, nella vita?

Una spilla d’oro e di smeraldi finti

di Alfonso Nannariello

Puntate precedenti I


Fatta che fu la foto all’uscita dalla chiesa, il corteo nuziale andò a piedi a casa di mio padre, accompagnato dagli auguri della gente uscita sulla porta.

Arrivati a casa, mamma forse ricevette una spilla d’oro e di smeraldi finti. Nel salone e nella cucina mangiarono con i parenti stretti.

Dopo si rassettò di nuovo la parte aperta della casa. Tra un rumore di cose spostate e un poco di fracasso, si preparò il salone per il rinfresco. Si misero le sedie intorno alle pareti. Con fogli bianchi si coprirono le fornacelle dove si sarebbe messa l’orchestrina e, in un angolo della cucina, sotto le scale che andavano da zie’ Lina, si sistemò un tavolo per i liquori e i bicchierini e un altro per le paste fresche e quelle secche, e per i biscotti fatti in casa con anice e coloranti. Continua a leggere→

Rovine

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Ogni tanto, un passero o una rondine entrano in chiesa e non riescono più a venirne fuori. Volano da una parte all’altra del locale per cercare uno spiraglio, ma non imboccano la direzione giusta: la porta d’ingresso, sempre aperta, o l’uscita di sicurezza sul lato sinistro, guardando dall’altare. A quel punto, scatta una geometria indecifrabile di sguardi: noi umani, da una parte, incuriositi e preoccupati nello stesso tempo, perché il volatile disorientato potrebbe scendere in picchiata sulle nostre teste; il pennuto, dall’altra, che si chiede in modo primitivo – almeno così lo immaginiamo – in che posto sia finito, perché la gente stia seduta e in piedi, alternativamente, di fronte a un personaggio infilato in una veste convertibile in ali colorate, quando allarga le braccia, pronto ad alzarsi in volo, inseguirlo e catturarlo nel bel mezzo della sua disperata ricerca di un’uscita. Il mondo animale e il mondo umano confluiscono in forma incruenta, ma bagliori sinistri scintillano al ricordo dei sacrifici antichi, creature offerte come capri espiatori per riportare pace nella collettività squassata dai conflitti. La messa continua, ma il confine tra i due mondi ha creato un gorgo vorticoso che ingoia lo spazio e il tempo, risucchia tutto all’origine del cosmo, il big bang, la parola che inaugura il processo irreversibile dell’essere, lo lancia in un futuro imprevedibile, dove uomini, animali, piante, minerali, cercano un varco nella prigione che ogni giorno rinasce dalle rovine della nostra diffidenza.

Il fascino di Baden

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Il sogno non è il manuale innovativo, ma l’opera perfetta, sfrondata dai difetti di quelle conosciute. Ogni libro ha le sue pecche. Prendiamo l’incipit del primo che mi capita a tiro, La cura, di Hermann Hesse: Il mio treno era appena arrivato a Baden e io avevo appena disceso, con un po’ di fatica, i gradini della carrozza, quando già il fascino di Baden mi si faceva sentire. A parte l’eco tematica della Montagna incantata, uscita l’anno prima, la ripetizione – Baden, Baden – mi sembra cacofonica. Sciocchezze, direte, ma rischiano di rendere meno incisiva la scrittura. L’utopia è un libro senza imperfezioni, possibile nei sogni dell’infanzia o nei deliri dell’alienazione, motori segreti di tante azioni umane. Se scrivessi sapendo che le pagine saranno un franare di spropositi, sviste, cantonate, non riuscirei a procedere; se invece avvertissi, sulla punta delle dita, la possibilità di plasmare il capolavoro sospirato, sarei disposto a perdere il sonno e la salute. L’illusione sospinge il mondo verso una meta che non c’è, per rivelargli che il fascino di Baden nasconde il crollo delle sicurezze, lo smottamento di una perfezione che non può essere creata, ma solo ricevuta in dono.

La inquieta e affascinante follia della parola

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di Roberto Roversi

Nelle pagine di prefazione (o di introduzione) di Francesco Pontorno è detto tutto ciò che si doveva dire, non c’è quindi bisogno di completare o aggiungere nulla, nello specifico e per l’occasione. Su queste pagine, posso semmai prendermi l’arbitrio, controllato, di stendere una breve riflessione semplicemente da lettore; su questo volume di Bordini che ha il merito e la forza (come è stato detto) di srotolare problemi, emozioni, violenze utili e riflessive. Proprio cosí. Continua a leggere→

Favole

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Ci fu un periodo, da ragazzo, in cui avevo deciso di imparare a cucinare: consultai un manuale, ne applicai alla lettera i consigli e sfornai un’amatriciana strepitosa. Da allora coltivai l’idea di poter riuscire in tutto con l’apporto di un prontuario indovinato. Le guide successive riguardarono la ginnastica coi pesi, gli scacchi, il calcio, le arti marziali e le tecniche psicologiche, come l’enneagramma. Oggi, conosco qualcosa che nessun manuale potrà mai insegnare: debellare l’egoismo, entrare in sintonia con il diverso. Da una parte mi dispiace, dall’altra mi attira l’idea che siano imprese uniche, destinate a passare per le forche caudine delle resistenze, i labirinti da cui solo in prima persona si può uscire. Mi è rimasta un’illusione: compilare un manuale di scrittura creativa, che nel mio caso sarebbe alla rovescia, alternativo ai tanti che ho sfogliato con tedio e insofferenza. La scrittura è tra le cose da prendere di petto, come gli orchi delle storie o i mostri che appaiono nei sogni. Prima o poi lo scriverò: spero sia all’altezza dell’amatriciana del ragazzo dei manuali, della sua fede recidiva nelle favole.

Altre regole

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A proposito di regole. Nel clima anarcoide della rete, vigono norme draconiane. Lo si percepisce a pelle: gli ultimi decaloghi riguardano lo scambio e-pistolare e le relazioni nei cosiddetti social networks. Apparentemente, si è liberi di comunicare e contattare come e chi si vuole; in realtà, transitano bollettini pedanti su come avvicinarsi ai leaders, come procedere per non infastidirli, scendendo in dettagli che, osservati dall’esterno, appaiono poco meno che ridicoli. Propongo un periodo di tempo (una settimana, un mese, un anno) in cui trasgredire sistematicamente tali codici, che riducono gli interlocutori a meccanismi oliati e cestinabili col minor spreco di energie. Al culmine della democrazia più sbandierata, predomina il modello Fantozzi nella sua versione più patetica. Suvvia, un po’ di sana ribellione ai mostri sacri dal paternalismo facile. Al massimo non risponderanno, ma è uno dei calli più facili a formarsi. E resta la domanda se non sia più conveniente per tutti, in fin dei conti.

Parresia

(Arte greca)

Parresia
di Anna Maria Curci

Il DOP, dizionario italiano multimediale e multilingue d’ortografia e di pronunzia, riporta questa definizione di ‘parresia’: grecismo per “franchezza”.
Nelle lezioni che tenne all’Università di Berkeley nel 1983, poi raccolte nel volume Discorso e verità nella Grecia antica, Michel Foucault si soffermò sul concetto di parresia. Euripide la menziona per primo; Foucault individua in Socrate un esempio illuminante nonché coraggioso di parresiasta. Continua a leggere→

La regola d’oro

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Mi interrogo, da qualche tempo, sul principio del non fare. Un esempio classico è il decalogo biblico: non avrai altro Dio, non nominare il nome di Dio invano, non uccidere, non commettere atti impuri, non rubare, non dire falsa testimonianza, non desiderare la donna d’altri, non desiderare la roba d’altri. I due comandamenti positivi: ricordati di santificare le feste e onora il padre e la madre, sembrano pesci fuor d’acqua, privati del non che distingue tutti gli altri. La regola aurea conferma il criterio: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Continua a leggere→

Se non altro

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Nelle omelie bisogna fare esempi. Prendiamo la parabola del buon samaritano: demolisce in due battute il sacerdote e il levita, giustificati solo in parte dalla cosiddetta regola di purità, per cui chi toccava un cadavere si contaminava ritualmente. A nessun contemporaneo appare logico far morire un uomo per partecipare a un culto: è il momento migliore per l’esempio. Continua a leggere→

Tempi duri

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Martedì, in ufficio, è successo di tutto: appuntamenti che si accavallavano, poveri che presentavano urgenze inderogabili, richieste di certificati, persone che tornavano da lunghi viaggi e passavano per un semplice saluto. A un certo punto arrivano due giovani che hanno fretta di fare il giuramento per la pratica matrimoniale (se è prossima la data delle nozze, non c’è tempo da perdere, altrimenti salta tutto). Durante il colloquio si affaccia una signora bionda, di una certa età, che vuole parlarmi di una sua emergenza; le dico che oggi mi è impossibile, perché, oltre alla pratica, ci sono persone in fila con cui devo vedermi prima della chiusura dell’ufficio. Va bene, a buon rendere! mi fa, e si allontana offesa. Dopo qualche minuto sopraggiunge, furiosa, la persona che la ospita, si affaccia nella stanza, chiede se io sia don Fabrizio, mi fotografa, prima che possa reagire in qualche modo. Le chiedo spiegazioni, mi risponde che voleva solo sapere chi fosse il prete che aveva avuto il coraggio di cacciare un povero. Bene, le dico, mi suggerisca lei che cosa dovrei fare, e le elenco la catena infinita degli impegni. In effetti, non sembra un delinquente. Mi vuole dare un bacio, e se ne va. Tempi duri, penso tra me e me, e mi rituffo nella pratica, con i due giovani che si guardano tra loro, sconcertati.

Per farla figurare

di Alfonso Nannariello

Uno dei fratelli di mia madre, zi’ Ciccìll, voleva la bellavita. Per questo prese un altro corpo.
Quando sua sorella Cïetta sposò, lavorò a Foggia, nella tintoria del marito. Poi si mise in proprio, e la tintoria l’aprì a Calitri. Da allora fu ‘u Tintòr.
Trovato il verso alle sue aspirazioni nelle cose di qualità e di moda, costruì il suo fascino.
Vestiva con cura. Cappelli alla lobbia e abiti attillati, perfetti coi colori cittadini. Capelli sempre ben tagliati, e lucidati con la brillantina. Sotto al naso rettilineo i baffi a spazzola sembravano definitivamente sistemati. Cravatte regimental risaltavano sulle camicie bianche dalle giacche abbottonate alte. Bei fazzoletti uscivano quanto bastava, dal taschino. Continua a leggere→

Come sempre

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Il calice era già sull’altare, vicino alle ampolline di acqua e vino. Il purificatoio, la patena e la palla coprivano la parte superiore, come sempre.
– Che caldo insopportabile! Ma non potrebbero togliermi qualcosa dalla testa?
Le ampolline si stupirono di sentirlo parlare: erano educate al silenzio assoluto, prima della messa.
– E cosa potrebbero toglierle? Comunque lei deve dare il buon esempio: è l’oggetto più prezioso.
– Si fa presto a dire prezioso: io sono uno come gli altri. Continua a leggere→

Della morte e della rinascita

di Antonio Celano

Marino Magliani, Colonia Alpina Ferranti Aporti Nava (Senzapatria, 2010)

Ho conosciuto Marino Magliani, autore del libro Colonia Alpina Ferranti Aporti Nava (Senzapatria, 2010), al Salone internazionale del libro. Un uomo dallo sguardo mansueto, il sorriso lontano di una vecchia fotografia, con cui ho scoperto di avere parecchi amici in comune. Magliani, ligure classe 1960, abita oggi in Olanda, sradicato in Olanda: “In quel mondo totalmente altro Marino non può attecchire in radice, e per questo fiorisce mondi” e scrive, dice di lui Marco Rovelli. Mentre quando torna in Liguria “vive, ma non scrive” pur solo là sentendosi pienamente scrittore. E Colonia alpina è un racconto lungo denso, scritto con una liricità sempre molto ben controllata, alla maniera antica, come direbbe il suo amico Vincenzo Pardini. Continua a leggere→

Quel giorno

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Non ricordo che occasione fosse: una delle adunate colossali che allora andavano di moda. Ci eravamo preparati in grande anticipo, prevedendo gli ostacoli, le difficoltà di movimento e l’orario del pasto che richiedeva l’iniezione di insulina. L’attesa divenne interminabile: sul palco si succedevano singoli e gruppi adatti ai giovani, protagonisti della manifestazione. Come al solito, consultavo l’orologio e regolavo gli incastri fra resistenza fisica ed esigenze varie, che sfuggivano alle maglie di un programma. Quando Dio volle, ci chiamarono. Il papa lo vide, si rivolse a uno degli organizzatori, o forse al cerimoniere pontificio, pronunciando chiaramente le parole: E questo chi é? Ricordo la delusione lancinante: ma come, lo sapevano tutti, era appena uscito dalla convalescenza, l’eroe dell’anno, aveva perdonato il suo aggressore, un calvario infinito che lo conduceva fino al palco della piazza romana per antonomasia, per sentirsi interpellato da quella domanda imbarazzante? Wojtyla fu informato: si abbassò, gli pose una mano sulla fronte, lo salutò pregando, come sapeva fare solo lui, assorto in un’altra dimensione, al cospetto di Dio. Quel giorno, conobbi una persona cui non si poteva fare a meno di perdonare tutto.

Rivelazioni

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Quando confesso, sto seduto in una delle due cappelle in fondo alla chiesa, quella dedicata alla Madonna. Era il posto di don Mario: si piazzava accanto al confessionale con la sedia a motore e aspettava i penitenti, che arrivavano a frotte. Fa uno strano effetto osservare tutto da questa prospettiva, soprattutto per me, che da prete guardo in faccia i fedeli, celebrando. Manca qualcosa, i segnali trasmessi dal volto con lo sguardo, le labbra, la posizione delle sopracciglia. Eppure avverto che da qui si coglie l’anima, l’altra faccia del mondo, il rovescio delle cose. Gesù non era sacerdote, non stava sull’altare: era questa la sua ottica, per quanto si dica che il prete celebri in persona Christi. Ma non sono soddisfatto. C’è un pensiero che preme e fatica a farsi strada. Ecco, riesco a intercettarlo: la visuale del maestro è un’altra ancora, all’esterno della chiesa, dove si mettono a sedere i mendicanti, sul muretto a ridosso dell’ingresso. Come ho fatto a non pensarci prima? Gesù sta lì, Dio sta lì: vede tutto con gli occhi degli esclusi dalla nostra prospettiva di vincenti. E’ il punto in cui il mondo, con le sue illusioni irriducibili, finalmente si rivela.

Salami

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Ci sono ricordi insignificanti, come quello di una sera in cui i nostri genitori, dopo le solite raccomandazioni, uscirono per non so quale faccenda. La luna riempiva di luce il cortile della nostra adolescenza, quando la Citroen bianca di papà – il ferro da stiro –  scomparve dietro l’angolo. Salii al piano superiore e mi coricai con mio fratello. Dopo aver tagliato i panni addosso ai professori, recitammo le preghiere e ci augurammo una notte serena. Nel silenzio assoluto risaltò meglio il ronzio di una zanzara che aveva scelto me per sostentarsi, per nulla intimidita, anzi, sempre più eccitata dagli schiaffi che mi andavo assestando. Continua a leggere→