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Frammenti di Cinema # 68

Qual è il film più brutto nella storia del cinema? Rispondere non è più facile di individuare quello più bello. Secondo alcuni il più brutto film italiano sarebbe Alex l’ariete (2020) con un improponibile Alberto Tomba, campione mondiale di sci nel ruolo di un carabiniere dei GIS. Incredibile è che il regista sia stato uno del calibro di Damiano Damiani. A questo punto, mi sono fatto aiutare da un giovane storico del cinema, esperto di B-Movies. Tra i titoli indicatimi da Alessandro Barile, c’è Avanzers – Italian Superheroes (2023), una commedia fantasy diretta da Cosimo Bosco, con Maurizio Mattioli e Ciro Villano (?). A questo affianca Titanic II (2010) diretto da Shane Van Dyke: non è il seguito, come si potrebbe pensare, ma un mockbuster, una specie di brutta copia destinato al circuito home-video. Esiste, poi, una parodia di Avatar. Ancora una volta sono gli italiani a distinguersi per fantasia, con Lorenzo Dante Zanoni, in arte Alan Smithee, che ha diretto Anatar (2023), con delle anatre come protagonisti.

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Cinque Poesie di Angela Kosta

Angela Kosta è nata in Albania nel 1973. Risiede in Italia dal 1995 in Umbria. Ha pubblicato numerose opere di poesia in albanese e in italiano.  Ha scritto anche romanzi e fiabe per l’infanzia. E’ autrice e traduttrice presso la rivista mensile Culturale – Letteraria “Orfeu” di Pristina (Kosovo). E’ autrice presso la Gazeta Nacional distribuita in Albania, Kosovo, Montenegro e Macedonia.

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20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

Vorrei dedicare queste righe ad un’intera collana di poesia. Curata da Luca Pizzolitto per la casa editrice PeQuod, mi ha interessato per la sua forte capacità di far (ri)emergere pezzi della migliore poesia italiana contemporanea. Non solo esordienti, ma anche autori e autrici che pur già affermati, conservano una brillantezza che li contraddistingue in un momento affollato per la produzione attuale, che per questo motivo rischia annebbiamenti. Si coglie l’intuizione di attingere ad un fondale (potenzialmente) inesauribile di valore poetico. A questo punto, va riconosciuto che difficilmente si sarebbe potuto trovare un nome diverso da Porto sepolto per intitolare la collana.

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Frammenti di Cinema # 67

Chissà quando la società fluida arriverà a far crollare l’ultimo tabù dell’inclinazione sessuale. L’art 556 del codice penale punisce il reato della poligamia. Ecco, mi domando quando nascerà il primo movimento per l’abolizione. Davvero, già sul piano morale mi domando cosa separi questa pratica, tendenza, natura (?), da tutte le altre che già conosciamo. Chiaramente, mi riferisco anche alla poligamia femminile. Anzi, sul piano culturale sarebbe l’approdo alle colonne d’Ercole della parità di genere. Immaginate una struttura mentale che non associ più la promiscuità femminile al più turpe mercimonio ma, come per i maschi, ad una brillante attrattività di cui vantarsi. Sarei contento di scoprire che esista una Casanova. È curioso, d’altra parte, che proprio questo modello sia in crisi. Ne abbiamo già parlato, non credo sia un caso che Gabriele Salvatores associ la storia di un regista in cerca della propria identità perduta alla figura di Giacomo Casanova. Sul piano collettivo, Federico Fellini (1976) vi associa un passaggio d’epoca collettivo. Eppure, come sappiamo, il modello ha goduto, specie nelle culture mediterranee, di una grande fortuna. Il primo film su Casanova è del 1918 del regista tedesco Alfréd Deésy. Il primo film italiano, invece, è L’avventura di Giacomo Casanova (1938) di Carlo Bassoli. Da notare che il primo arriva alla fine della prima guerra mondiale, mentre l’altro a ridosso della seconda.

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20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

 

Chi nutre dubbi sulla possibilità che esista una via diversa da quella frammentaria e istantanea del selfie dovrebbe prima sfogliare e poi leggere questo libro su Prisco De Vivo, La radice delle cose – Interviste (1995-2020), Mimesis, 2023. Si tratta di un palinsesto nel quale si stratificano testi poetici, riproduzioni di opere pittoriche, fotografie e documenti. È possibile ricostruire l’opera e la figura di un artista ancora in attività e importante punto di riferimento contemporaneo.

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20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

Ne le Viandanze (Raffaelli Editore, 2022) Raffale Niro dichiara la propria pluralità. Viaggiando ho compreso/ che non sono il mio paese,/ ma sono il mio popolo.// Io del mio Popolo/ sono il poema umano. Questa collocazione mi ha fatto pensare a Fernando Pessoa che si identifica in una sola moltitudine. Potremmo dire che il Popolo di Niro è il suo eteronomo. Solo che la scelta di Pessoa è disperatamente individuale. Quella del nostro poeta è collettiva. La pluralità non è frantumazione esistenziale, ma conduzione ad unità dentro il consorzio umano. Il richiamo al Popolo è, devo dirlo, una scelta pericolosa, che sfida la retorica del Novecento, e per questo coraggiosa. Attenzione, però, questo popolo è senza paese, ma non è affatto spaesato. Disloca la patria dentro la coscienza individuale che, pertanto, è chiamata alla responsabilità. Io non sono un luogo abitato./ (…) Mi resta il sibilo del vento nella testa/ che confondo con la melodia/ del quel che vorrei esser:// la patria di me stessa. Ciascuno di noi è la patria di sé stesso. La patria della nostra umanità.

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Frammenti di Cinema # 66

L’attenzione per l’identità sessuale e la sua tutela non è esclusiva dei nostri tempi fluidi. Il primo film omosessuale risale addirittura al 1919. È un film tedesco, Anders als die Andern (Diversi dagli altri), diretto da Richard Oswald, che denunciava il cosiddetto paragrafo 175, ovvero l’articolo del codice penale tedesco che dichiarava reato l’omosessualità. Ma già nel 1895 la Edison Studios sperimentava l’invenzione del cinema con la ripresa di due uomini che ballano un valzer in Dickson Experimental Sound Film. Da allora il tema è stato tutt’altro che marginale. L’importante era non trattarne esplicitamente. Durante gli anni d’oro del cinema, tra gli anni ’30 e ’50, sulle icone della omosessualità femminile è stato persino costruito un canone di seduzione. Due nomi spiccano, Marlene Dietrich e Greta Garbo. Indimenticabile è la bellezza androgina di Ninotchka-Garbo (1939) di Ernst Lubitsch. Mentre il primo bacio lesbico nella storia del cinema lo dà la Dietrich in Marocco (1930) di Josef von Sternberg, seppure sotto le mentite spoglie di un uomo. Il film culto, però, resta Johnny Guitar (1954) di Nicholas Ray con Peggy Lee che rivendica la propria identità.

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20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

La poesia di Silvia Rosa in questa sua ultima raccolta Tutta le terra che ci resta (Vydia Editore, 2022) mi ha condotto nel giorno dopo di una qualche catastrofe, personale o storica. Pioggia, colori grigi, superfici intangibili, questi elementi fissano un universo nel quale ti devi toccare per saperti vivo, ti devi nominare che riconoscerti ancora umano. Esploriamo un blade runner poetico inatteso e ammaliante. Anche il linguaggio sembra aver superato i limiti di ogni prosodia, i confini di un qualsiasi canone. Non siamo nella trans-avanguardia ma al punto zero della poesia. E la cosa mi piace molto. La parola poetica è uno strumento di conoscenza e un sistema di decifrazione della inaudita realtà che, ad un certo punto, ci siamo trovati a vivere. Credo, magari inconsciamente, questo è il senso della precisione terminologica e l’effettività semantica che ricolloca il linguaggio poetico tra le scienze ovvero (ri)scopre il senso poetico delle formule e dei sistemi scientifici. In un mondo senza qualità, finiamo per dipendere anche noi dal comportamento delle isoterme e delle isòtere. Come scrive Elio Grasso nella prefazione, questa poesia è “una sorta di resistenza dove l’io manca, ma non per difetto di figura e dialogo, ma perché se l’autrice strenuamente vuole opporsi all’involucro trasparente e impenetrabile, a tenuta stagna (Calasso) in cui siamo avvolti.”

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Frammenti di Cinema # 65

A chi può interessare un film nel quale il regista racconta sé stesso? A pochi, se l’opera si rivelasse un prodotto narcisistico. Eppure, talvolta, abbiamo avuto dei capolavori. È il caso di 8½ (1963) in cui Federico Fellini mette in scena il proprio doppio per realizzare una grande opera sul processo creativo; ma, allo stesso tempo, una memorabile testimonianza di un’epoca e di una comunità. Pretendere queste vette da parte dello spettatore può essere eccessivo. Tuttavia, davvero, si può essere delusi di fronte a risultati inattesi per le aspettative di partenza. È accaduto con Gabriele Salvatores e Il ritorno di Casanova (2023). Più che autoreferenziale, è infantile. Il doppio del regista è un regista in crisi. Tutto il film è tautologico. Ogni domanda che pone contiene già la risposta. Di chi si innamora? Di una donna molto più giovane? Cosa lo ha attratto? Il ritorno alla natura, lei fa la contadina.  Suggestiva è la messa-in-abisso della storia delle riprese di un film ispirato al libro Il ritorno di Casanova di Arthur Schnitzler (Da un suo alto libro, Doppio sogno, Stanley Kubrick trasse Eyes Wide Shut). Ma ci troviamo di nuovo di fronte ad un canone troppo scoperto: la vita vera è in bianco e nero, il cinema (il film su Casanova) è a colori: la finzione è più divertente della realtà.

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20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

Devo dire la verità. E’ più facile scrivere poesia che leggerla. Nonostante, come ripeto spesso, sono più orgoglioso delle cose che ho letto che di quelle che ho scritto, mi sta diventando faticoso leggere la poesia. E’ accaduto come se mi fossi anestetizzato. Qualcosa deve accadere tra me e il testo perché riesca a scriverne. Ecco, così mi è capitato leggendo Passeggeri solitari (Edizioni La Gru, 2022) di Stefano Lorefice. Intanto, questa raccolta è un esempio raro di poesia-in-prosa. Mi faccio aiutare dal saggio di Claudio Crocco e, infatti, trovo conferma che la “poeticità” non deriva dalla presenza del verso ma dal “contenuto e dalla struttura enunciativa del testo.”

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Frammenti di Cinema # 64

Il cinema quantistico si è occupato anche dell’Aldilà. Uno degli esempi meglio riusciti è Storia di un fantasma – A ghost story (2017) di David Lowery. Qui è il fantasma che lentamente prende consapevolezza di essere dentro un loop circolare. Esiste un punto in cui incrocia sé stesso nel suo pellegrinaggio circolare. L’idea geniale del film è raffigurarlo secondo l’iconografia tradizionale, con lenzuolo bianco e fori neri, senza far perdere di credibilità e commozione alla storia. L’intuizione che sta dietro questo nuovo filone è mettersi dal punto di vista del fantasma. E se fosse lui a spaventarsi per la nostra presenza? Ad inaugurarlo è il capolavoro di Manoj Night Syamalan, Il sesto senso (1999) (interessante è anche The Visit del 2015). Ci resta il dubbio che il dottor Crowe, lo psicologo che indaga sulla capacità del piccolo Cole di sentire la presenza di fantasmi, sia egli stesso uno spettro. Proprio questa è la terribile scoperta della signora Grace (Nicole Kidman) in The Others (2001) di Alejandro Amenàbar.

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20 righe (per niente facili) di Pasquale Vitagliano

 

L’amicizia con Abele Longo non mi inibisce dallo scrivere della sua ultima raccolta Scrittura con vista (Edizioni Terra d’Ulivi, 2023), a dieci anni da Reversibilità. Me la sono, infatti, goduta, trovando conferma che la poesia, come riteneva Ezra Pound, è una conversazione tra persone intelligenti (con l’augurio che possa valere anche per me). L’obiezione di autoreferenzialità è subito smarcata. Questo piacere è sempre plurale, anche quando è un dialogo. La sua poesia è a dialogica, che nel sentirsi parte di un tutto comprende anche chi non c’è più, scrive Doris Emilia Bragagnini nella prefazione.

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20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

Il centro angolare della raccolta di Giulio Laurenti, In circostanze normali (Ensamble, 2023) è il paradosso di Zenone che lui riprende in uno dei suoi pezzi. La poesia è la tartaruga. Lei è lenta ma ha lo spazio che gioca in suo favore. Achille, per quanto possa correre non la raggiungerà mai. Eppure, corre lo stesso. Questo è quello che conta. Perché il desiderio vuol crederlo lesto. L’esperienza di incompiutezza di Achille dovrebbe essere propria di ogni poeta onesto. Senza effetto di frustrazione. Anzi, con una ironica consapevolezza che lo rilancia nella sua corsa. In me svanisce tutto il ciarpame/ trabocco di gioia per la sua gioia/ restando con la faccia d’un salame.

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20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

Qual è l’Etica della parola dolce (Arcipelago Itaca, 2023) di Claudia Fofi? Non certo la consolazione. Che a questo ci pensa il sole e il mare. La poesia, questo è l’assist dell’autrice, deve fare il suo lavoro di sommossa. Deve scoperchiare il mondo, immergersi nel sale delle nostre vite, muoverci dalle nostre posture ingobbite dall’immobilità. Deve aiutarci a restare umani. Ma che significa essere umani? Amare le canzoni, forse. E per farlo non aver paura di scrivere poesie divertenti nelle quali la vita si alterna con la cottura del carciofo, la sciandone intravedere la forma corrucciata. Ancora una volta, m’imbatto in poesie senza maiuscole e capoversi. Sarà che si tratta di poeti-musicisti. Qui è il corsivo che distingue l’incipit di questo album di parole liberate e cantate.

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La poesia di Sabatina Napolitano

 

Sabatina Napolitano è nata a La Maddalena (SS) il 14 maggio del 1989. Vive ad Asciano, nelle Crete Senesi. Scrittrice, poeta, articolista, freelance, critica ha pubblicato otto libri di poesia. Suoi racconti si trovano in riviste online. Origami è il suo primo romanzo. Recensisce, collabora e intervista autori di poesia, narrativa e saggistica ed è  una studiosa dell’opera di Nabokov. Appassionata d’arte scrive articoli, comunicati e saggi di arte antica e contemporanea.

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Diario di un avvocato di provincia

I Colleghi

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Superato il concorso un magistrato si porta con sé per tutta la sua carriera, e anche dopo, l’aura del prestigio professionale. Un avvocato, invece, quel prestigio se lo deve guadagnare giorno per giorno, non soltanto nelle aule di Tribunale e nei rapporti con i propri clienti, ma anche nella vita quotidiana, comportandosi sempre con dignità e decoro. Se sarà figlio di avvocati, poi, potrà avere più difficoltà e sicuramente più chances di successo. Un padre o una madre avvocato, infatti, possono essere figure ingombranti lungo il cammino professionale dell’aspirante avvocato, e non solo. Con tali figure gli altri prima o poi, ed inesorabilmente, lo confronteranno facendo i relativi paragoni. Inoltre, una madre o un padre avvocato possono spegnere il fuoco della determinazione e disinnescare la grinta necessaria per farcela, per affermarsi. Con la pancia piena, lo sappiamo, non si va da nessuna parte: si resta sul divano di casa a poltrire, a sonnecchiare oppure a pontificare sulle spalle degli altri.

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Frammenti di Cinema # 62

Al cinema si può mostrare l’orrore perché lo rende commestibile. L’aggettivo è calzante se ad essere mostrato è l’orrore del cannibalismo. Come si fa ad accettarlo? Intanto, è necessario un vero e proprio apprendistato. Personalmente, la prima esperienza è stata fatta di fronte all’urgente necessità della sopravvivenza. Il primo film che mi ha messo di fronte a questa realtà è stato I sopravvissuti delle Ande, film messicano di Renè Cardona del 1976 sul disastro aereo che coinvolse nel 1972 la squadra universitaria di rugby dell’Uruguay. Grazie a Ron Howard scopriamo nel 2015 con Hearth of the Sea che anche il naufragio della baleniera Essex, da cui Herman Melville trasse ispirazione per il suo monumentale Moby Dick, costrinse i superstiti a praticare il cannibalismo.

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20 righe (per niente) facili

Leggo l’ultima opera di Vittorino Curci e mi domando se queste sue nuove poesie siano più delle ballate d’aria o delle storie di carta. Se mi fermo al titolo, Cadenze per la fine del tempo (Musicaos Editore, 2023), dovrei propendere per l’opzione musicale. D’altra parte, lo stesso autore richiama, nel titolo di alcuni suoi pezzi, l’antica tradizione giapponese del Kamishibai, lo spettacolo teatrale di carta in cui nei templi buddisti venivano narrate storie illustrate su rotoli chiamati emakimono. Anche in questa raccolta, pur nell’alternarsi delle stanze tematiche, i versi scorrono, senza mai una maiuscola a fare da cesura, sul rotolo poetico che l’autore muove.

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Diario di un avvocato di provincia

Il praticante avvocato

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La decisione di fare l’avvocato la presi in Irlanda, a Dublino. Era il maggio del 2002. Mi ero laureato da meno di un mese con un noto professore dell’università di Bari, carismatico e simpaticissimo. La tesi era noiosa ma l’argomento era romantico, d’altri tempi: “L’usucapione abbreviata delle servitù prediali”, era il titolo. L’accettai, anche perché era l’unica che mi consentisse di laurearmi in breve tempo. Mi sarebbe servita poco, dopo; però ricordo che feci un bel lavoro di ricostruzione storica e giurisprudenziale degli istituti coinvolti, citando sentenze che risalivano addirittura ai primi del ‘900. All’epoca, volevo fuggire dal mio mondo. Volevo la libertà. Continua a leggere→