Archivi categoria: Fabrizio Centofanti

31. Sarebbe sceso

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Credevo sempre d’avercela fatta: pregavo, m’impegnavo a non ripetere gli errori, soprattutto gli atteggiamenti seduttivi, gli sguardi, le parole di troppo, l’armamentario logoro che partiva in automatico ogni volta che una donna riusciva a fare breccia. Continua a leggere→

27. Quest’uomo

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Ci sono giorni in cui il carico del mondo sembra poggiare sulla mia schiena curva, ma è il demonio che mi prende di mira, perché non tollera che lotti per il bene, che mi faccia guidare passo passo dal suo odiato antagonista. Continua a leggere→

Shoah

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Tre teste di maiale, un bel ricordo,
non c’è che dire. Sì, fraternamente
uniti con chi soffre le memorie
di un odio secolare, senza senso,
come qualsiasi odio, a ben pensarci:
ma è il pensiero che manca a chi schernisce
le piaghe del fratello, a chi ferisce
la morte disperata, l’abbandono
in punta di coltello, la tristezza
che prende quando a sera si ricontano
i presenti e gli assenti, chi rimane
e chi invece saluta, senza voce,
in un ultimo sogno di perdono.

24. L’importanza decisiva

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Il sacerdote che mi era stato affidato era dotato di un fascino di fronte al quale non restavo indifferente. Lo conoscevo da diversi anni, ma i nostri rapporti erano stati frammentari, fino allora. Non temevo una relazione approfondita: mi sentivo sicura di me stessa, avendo cooperato a stretto contatto con diversi preti. Ero abituata a dare grande valore al sacerdozio; lo stesso don Mario gliene dava: non mi meraviglierei, mi disse, se il Signore mi avesse chiesto di fondare il Centro giovanile col solo scopo di generare vocazioni. Continua a leggere→

Pasquinata

Pasquinata
Vorrei spiegarti tutto il mio futuro
con queste poche, misere parole,
che a malapena ammiccano dal bianco
dello schermo. Capirei se esitassi
a immaginare il vento sollevato
dal messaggio che piove nelle nostre
serre, sempre protette da paure
ancestrali, dall’Alto Ministero
delle stolte certezze. Comprenderei
perfino l’illusione di fermare
il tempo, solamente per gustare
le gratificazioni di una seria
competenza. Ma dare dell’illuso
a chi vede il futuro nel presente
mi sembra troppo, cara luminare.
Mi puzza assai di abuso di pazienza.

Inizio

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Il muso del Conero si distende
nell’acqua. Non avevo sentito mai
il rumore del mare. Ci voleva
questo inverno dei sogni, l’assoluta
rinuncia ad ogni forma di potere
sulla vita, la spada che trafigge
il cuore ad ogni inizio di Progetto
per udire la Voce, quel respiro
librato sull’abisso del peccato
mortale, quel vagito sulla croce.

Il dato

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Mi chiedi perché non scriva più poesie,
da questa terra piena di ricordi.
Non è soltanto il cielo sovraccarico
di pioggia né il lavoro che mi preme,
e nemmeno, credi, la malinconia
che sento rimontare senza tregua,
come il bisogno d’incontrarne presto
lo sguardo, quel sorriso che mi dava
la certezza strana, il dato, d’esserci
davvero, e non trovarmi, come allora,
lasciato sul più bello, insomma dire
eccomi, sono qui, sapendo bene
che lui, dall’altra parte, chiederebbe
come stai? Sì, mi manchi, non morire.

In fila allo sportello

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Perché debba morire per rinascere
non riuscirò a spiegarmelo, ma credo
di poterlo intuire contemplando
la tua ricerca mite, lo sfilare
insieme ai peccatori come fossi
uno di loro. Mi stupisco sempre
pensando che il mio Dio si mette in fila
allo sportello, che si guarda bene
dal pretendere qualche trattamento
speciale, qualche ovvio privilegio.
Se un gesto mi converte, è questo passo
paziente dietro l’uomo, questa guida
senza pulpito, priva d’apparato.
Mi chiedo se a qualcuno, qualche giorno
lontano, possa ritornare in mente
la santa assurdità di questa sfida,
l’esempio scandaloso di chi ha amato,
una rivolta esplosa così piano.