Archivi categoria: Fabrizio Centofanti

72. Ancora non sai

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– Credo che Eleonora non ti abbia lasciato per il tango.
Che tipo, Nino: sembra distratto, poi se ne esce con le sue intuizioni folgoranti.
– Perché dici questo?
Lo guardi bene. Non gli daresti un soldo: il viso magro, i capelli impomatati, gli occhi tristi di chi pensa troppo.
– Secondo me, avevi ancora in mente Sonia. Continua a leggere→

71. Come sempre

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Sei andato via, Nino titubava troppo. Forse ha perso la speranza di tirarti fuori. Fuori da dove? Vaghi come un disperato, qualcosa dovrà pur succedere prima che sia troppo tardi. Hai pensato davvero di lanciarti da sei piani? E se ci ripensassi in volo? Ti sei chiesto spesso che cosa provi uno che si pente all’ultimo momento, fuori tempo massimo. Continua a leggere→

70. Per nessun motivo

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– Conosce questa scritta?
Gli occhi hanno lo stesso colore dell’acqua: ci si possono vedere barche che vanno alla deriva o il muschio che si abbarbica al bordo estremo e smozzicato della banchina grigia. Sotto la balaustra, le foglie secche si spostano ogni tanto, al passare del vento. Sulla strada, in fondo, le macchine procedono in due file, in processione verso dèi ostili e sconosciuti. Continua a leggere→

Dal fondo

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Dal ponte appare la città invisibile,
avvolta in una specie di foschia.
L’auto in garage, il pranzo
al primo ristorante,
pieno d’indiani e coppie sui sessanta.
Poi c’imbarchiamo sulla linea uno,
tre valigie pesanti
di groppi alla gola. Un poco alla volta
appaiono i palazzi
con bifore e trifore,
le calli, i campi, i sottopergolati.
Chiedo occhi che reggano alla luce
di San Marco, il mio cuore
galleggia. Non ha voce
il ricordo della sera su Riva
degli Schiavoni: fu la prima volta
che le parole nacquero da sole,
che l’odore e il sapore,
i colori aggrumati del tramonto
apparvero in visione,
dal rovescio del mondo.
Ti guardavo e capivi. Quanti anni
ci dividono, ormai, da quella sera?
Eppure siamo lì,
con lo sguardo perduto,
le parole che salgono dal fondo.

Nonostante

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Mi ritrovo a parlarti
come se fossi qui.
E’ la prima volta che mi chiedo se
sia normale pensarti
accanto a me, davanti alla basilica;
che cosa direbbero
i miei parrocchiani se sapessero
che ti chiedo: ti piace la facciata,
oppure  preferisci il campanile?
E’ curioso vedere tanta gente
in estasi di fronte al Battistero,
mentre a me riesce solo di guardarmi
dentro, cercando un volto,
un sorriso, una parola, il segno
che ci sei, e che in questa giravolta
di colori si possano incontrare
i tuoi occhi; che ancora abbia la forza
di rispondermi, dire: il campanile,
che sembra accompagnarci fino al cielo.
E’ là che sei? E’ solo un’illusione
pensare di parlarti,
sognare di non essere più solo?
O invece è tutto vero,
e possiamo sorridere di quelli
che ridono di noi,
mangiare al ristorante,
inseguire la luna che c’incanta
un’altra volta, decidere che poi
c’è sempre un altro giorno, nonostante?

65. Ogni volta

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Una cosa unica, non accadrà mai più: se perdi il treno, il prossimo sarà in un’altra vita. Sei immobile, non dici una parola. E’ lì vicino, sembra che faccia un leggero movimento per vedere se hai voglia di parlare, se il mutismo si sciolga in qualche confidenza, in uno sfogo. Continua a leggere→

63. La parola

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Potresti descriverla a memoria, Parigi, da quando l’avete percorsa in lungo e in largo, cercando legami imprevedibili tra scorci, dettagli, prospettive e gli angoli nascosti del tuo mondo, di una storia che più la guardi più ti sembra indecifrabile, e non puoi meravigliarti che la lettura s’interrompa, perché questo è diventata la tua vita: arrivare a una soglia e lasciare o essere lasciato, perché la gente si accorge quando chi ha davanti è inconcludente, quando viene attanagliato da una paura senza nome – senza nome! Continua a leggere→

62. Come uno specchio

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Quanto avete camminato? Sai solo che si è fatta sera: è l’unica donna con la quale il tempo passa e neanche te ne accorgi. Vi siete raccontati tutto, ma c’è sempre qualcosa dopo il tutto: uno sguardo, un gesto, fanno nascere ancora un’altra immagine, un altro desiderio. Saranno le luci di Montmartre, le tende rosse che sembrano di fuoco, investite dai raggi dei lampioni. Continua a leggere→

61. A dirlo

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Cominci a chiederti se valga la pena continuare a scrivere. Se non sia più utile allungare l’orario di lavoro, rischiare di litigare con la signora di turno perché sei più stanco, più nervoso; ma almeno potresti provare a sistemare la tua vita, fare progetti di più ampio respiro, pensare perfino a un matrimonio, non importa con chi, magari con Futura, se la smettesse di rincorrere i fantasmi del partito, gli incubi della lotta armata. Continua a leggere→

60. L’ultima volta

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– Dimmi ancora di Sonia.
– E’ una storia strana. La figlia del dottore è enigmatica, per certi versi incomprensibile, come tutti i nati il 29 febbraio: originali, imprevedibili; come potrebbe essere altrimenti, visto che festeggiano un anno su quattro il compleanno? Continua a leggere→

59. Gigante rossa

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L’hai perso di vista, se n’è andato. Ha preferito lo strizzacervelli allo scrittore. Peccato, perché stavate riprendendo il filo, t’interessava la storia della bambina che non dice il nome. Uno spunto importante per il tuo romanzo, che sta inseguendo un nome così strano che non pare vero: Fofner! Cos’hanno in comune la scritta sul bordo del pontile e la bimba che non si fa trovare? Pensi che la vita non sia altro che questo: inseguire qualcosa che non riesci ad afferrare e forse non esiste. Continua a leggere→

58. Rue Bonaparte

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Ti esalta camminare per le vie di Parigi, hai sognato spesso di visitare la città dei sogni, del tuo amato Calvino, la città che hai sempre immaginato, al punto che pensavi di conoscerla, ti sembrava di averne passato in rassegna gli odori, i colori, le vetrine; non avevi già visto questo punto di Ives Saint Laurent in Rue Bonaparte che pare un tempio greco? Continua a leggere→

57. L’ultima parola

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La notte è piena di luci, stelle che s’inseguono come anime in pena, oppure innamorate, perché l’amore è sempre anche una pena, un dolore immedicabile, una ferita che si apre nella corteccia dura del mondo, nell’insensibilità della gente che critica e giudica, nel coltello che affonda nella piaga, nell’assenza di pietà che segna il mondo con un marchio indelebile, di cui ci si vanta al bar, nelle chiacchiere tra amici, nella perdita di tempo che è la vita. Continua a leggere→

55. Pagine

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Vuoi uscire di qui, non ne puoi più dell’albergo tutto blu coi letti volanti e le luci da locale di lusso, vuoi correre in un prato lontano da ogni cosa, avvolto in un cielo azzurro come gli occhi del Risorto che brillano nella chiesa del don: che starà pensando, avrà preso le pillole, gli avranno fatto l’insulina? Continua a leggere→