Archivi categoria: Fabrizio Centofanti

14. Scrivere

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Questa stanza è da sballo, non te ne andresti mai. Ripensi alla mail che hai letto in sogno: esistono premonizioni come queste? Possibile che il sogno corrisponda alla realtà? Da quant’è che non scrivi? La visione ti ha ispirato. Riaccendi il computer, riapri il blog che avevi intitolato Idee per un romanzo. Quale idea migliore dell’amore? Naturalmente un amore tormentato. Continua a leggere→

13. Eri la mia vita

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– Mi sembra strano.
– Cosa?
– Dunque: vengo al pontile per raccogliere le idee; per caso leggo una scritta: Fofner, sei la mia vita. Qualcuno si avvicina e attacca una filippica sulle barriere che dividono la gente, su come bisognerebbe essere e su ciò che si dovrebbe fare e alla fine del discorso dichiara: io mi chiamo Fofner.
– Cosa c’è di strano? Continua a leggere→

12. Fine marzo

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Che sia questo il centro del mondo? Una stanza da letto? Da quando Romolo e Veronica hanno preso a frequentarsi, la vita è cambiata. In un primo momento, la passione li ha travolti; si sono stupiti di quante cose sia possibile scoprire nel corpo dell’altro, oltre che nel proprio. I punti sensibili, le parole più efficaci, le carezze più tenere. A poco a poco, le sensazioni si sono trasferite alla lettura. Continua a leggere→

11. Lo stesso

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E’ uscito dalla chiesa con la luce della vetrata ancora dentro gli occhi. Non gli bastano più le parole del prete: c’è qualcosa da fare urgentemente; magari è la delusione d’amore che fa nascere rivoluzionari in ogni angolo del mondo. Ma che ne sa, del mondo? Vuole solo cambiarlo, non gli piace com’è adesso. Lo fa anche per Mattea, per mostrarle che la verità è più forte di tutte le menzogne; si accorgerà di che cosa è capace. Altro che chiesa, altro che omelie della domenica. Continua a leggere→

10. Luce azzurra

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Ha tutti i soldi della gita: non c’è problema, quindi. Questo gli sembra troppo, in ogni caso. Non ha mai visto un hotel così lussuoso: letti sospesi in aria, luci soffuse che gli pare di stare in discoteca: quanto costerà una notte? Chiama la portineria: mi serve un computer con urgenza. Due minuti e arriva l’inserviente con un Mac, ultimo modello. Accende, entra nella posta, clicca su scrivi. [email protected]. Continua a leggere→

9. Una goccia

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– A che stai pensando?
Non è possibile. Non si può stare un minuto con se stessi. Non bastano i bambini difficili, Mario con gli occhioni neri e la bocca sempre chiusa, la tua incapacità a risolvere i problemi, il mondo che gira dalla parte opposta a quella del cuore.
– Chi è lei, scusi?
Ha un sorriso di sbieco, come la sapesse lunga. La camicia azzurra è aperta sul petto, abbastanza da far sbucare qualche pelo.
– Anch’io mi fermo spesso, qui. Continua a leggere→

8. Velocemente

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E’ una stanza originale: il letto è incassato tra due ante di armadio; una coppia di abat-jour, uno a destra e uno a sinistra, come se il punto non fosse far l’amore o addormentarsi, ma soltanto leggere. Sullo sfondo, due quadri: una colomba e un gufo, in stile moderno, quasi astratto; più in alto, una mensola con libri e cartelle piene di fogli, un ombrello e una specie di salvadanaio. Che ci fanno qui, Romolo e Veronica? Continua a leggere→

7. Grigio

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– Non fare sciocchezze, Filippo, lascia perdere.
– Ormai ho deciso don, non cambio idea nemmeno se mi ammazzi.
– Ti ammazzo?
Sorride, come sa sorridere lui solo. La chiesa è un uovo gigante da cui entra una giostra di colori, come se il grigio dei mattoni ci fosse per vincerlo col caleidoscopio che esplode soprattutto il pomeriggio, quando si entra e si rimane folgorati, senza fiato.
– Scherzo, comunque non ritorno indietro. Vado da Mattea. Continua a leggere→

6. Winston blu

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Una traccia ce l’ha, Amerigo: Futura è pazza di Vasco. E’ convinto di poterla incontrare in un concerto, perché la musica è un filo dove ci si trova, prima o poi. Basta seguire le note, le voci che s’intrecciano, il fumo delle canne, l’odore dei fiaschi, i frammenti di emozioni che scavano solchi in cui viaggiare, fuggire dai manuali di anatomia patologica: è la musica che guarisce dal male che ci portiamo dentro, nella trappola del corpo. Continua a leggere→

5. Fofner

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Dante si è fatto un’idea strana sulla fuga improvvisa di Eleonora. Le idee strane, a volte, sono le più vere. Si affaccia dal pontile: la balaustra in marmo è piena di scritte antiche e nuove. Gli viene una specie di vertigine; pensa alla gente che è passata di qui, ai sentimenti, le speranze, le disperazioni. Il mare è una schiuma bianca in concorrenza con l’ovatta delle nuvole. Continua a leggere→

19 marzo

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Quante volte m’hai fatto soffrire, padre mio,
e quante sere ho scoperto che non ce la facevo
a diventare perfetto come te, tutto d’un pezzo.
Se potessi vederti un giorno ancora, in barba al tempo,
se non fosse che il cielo è almeno tanto lontano
quanto il vestito grigio e la cravatta annodata dalla mamma
in ansia per l’aereo, per il solito squillo che tardava;
se non fosse che rimane solo il buio, la notte, invano
come tramite del nostro estremo appello, direi
proviamo un’altra volta,  diciamoci le cose
che non abbiamo avuto il modo, no, il coraggio
di dirci: lasciamo che il messaggio sia soltanto
il cielo, a riflettere lontano il nostro pianto nel raggio
della luna, nell’aiuola, già piena di rose.

4. Segnalibri

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La lingua è importante: capirsi, poter comunicare. Per questo Romolo legge libri in quantità industriale. La casa è invivibile; pile di volumi in bilico in ogni angolo possibile, perfino nel bagno dalle mattonelle grigioverdi: le copertine sono inumidite, corrose dal vapore che ci si abbarbica in una morsa senza scampo. Ogni copia ha un segnalino inserito in qualche punto; dopo dieci pagine, a metà o a poco dalla fine. In cartoleria sono stupiti del numero di segnalibri che Romolo accumula di settimana in settimana. Qualcuno pensa che sia pazzo. Una volta, la commessa carina si è azzardata a chiederne il motivo, ma lui ha reagito con violenza: parolacce, escandescenze, a momenti la picchiava. Continua a leggere→

3. La strada

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Lo chiamano il bello, ma a lui non fa piacere. Dovunque vada, sente gli occhi delle donne cadergli addosso come coriandoli del sabato grasso o riso lanciato nel finale delle nozze. Nasconde gli occhi, pietre di zaffiro che mandano bagliori; fuma per guardare in basso la cenere che brucia. Non sa se lo cerchino per la sua bellezza o perché è lui, Filippo, un nome che non ha ancora digerito, come i libri di storia, le gesta di un re che prese a schiaffi il papa: vorrebbe prendersi a schiaffi pure lui, scuotersi dall’incantesimo di una condizione minerale, chiusa in un involucro dorato da cui non può più uscire. Continua a leggere→

2. Spiagge

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Amerigo non sa stare fermo. Fa la guida turistica, dopo essersi iscritto a medicina. Le tavole anatomiche lo hanno messo in fuga. Non è affare suo tenere a mente ossa, muscoli e nervi. Le membra lo interessano dal vivo, le braccia di Futura, per esempio, le gambe tornite, i seni pieni e delicati nello stesso tempo. E’  un’ossessione: ogni volta che parte, gli sembra di andare incontro a lei; e chi gli impedisce di pensarlo?
– Questa è Rue Rambuteau; quella, la libreria tedesca.
– Possiamo entrare?
– V’interessano le opere in tedesco? Continua a leggere→

1. Lo specchio

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Si dà molto da fare, come no: gli ultimi, gli ultimi; gli hanno insegnato che chi conta sono loro, i potenti sono fatti per sfruttare; i poveri,  i mendicanti, gli straccioni, la marmaglia di infelici e disgraziati è fatta per soffrire. Dante è stanco, per la prima volta. Se gli affidano un bambino difficile, avverte una sorta di rifiuto: che può fare per lui? Non è mica Dio. Continua a leggere→

99. L’inizio

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Sì, sta per finire. Si fatica a dire addio a una storia: ci hai messo una parte di te stesso, ti resta appiccicata come nebbia al mattino o i fili rossi del cellophane che devi farci a botte per staccartene. Come farai senza più Dalia, che ora guarda con occhi spalancati i corpi ricomposti di Ester e Fawzi, o l’eterna indecisione di Fausto, ritto in piedi con la faccia pallida, che sembra svenire da un momento all’altro, o gli occhi dolci e neri di Rigel, che indovini dietro l’angolo, come se uno sguardo pietoso si posasse su ogni fallimento umano. Ma è proprio un fallimento? Ester è ancora bella: pare finalmente soddisfatta; i bambini della classe si stanno chiedendo perché la maestra non arrivi, stamattina. C’è qualcuno che aspetta, sempre, e non è detto che le attese siano quelle giuste. Fawzi, per esempio, convinto di far saltare un pezzo del sistema: avrà avuto ragione? Per instaurare un mondo nuovo bisogna abbattere violentemente quello vecchio? Qual è il segreto della rivoluzione? La passione più pura non nasconde un’ombra di cinismo che rischia sempre di macchiarla? E la rivoluzione dell’amore? Che armi utilizzare per la riconquista dell’uomo o della donna su cui si è puntato tutto il patrimonio? Ha fatto bene Dalia a passare sopra a tutto, a mettere l’orgoglio sotto i piedi, a rinunciare all’ultimo barlume rimasto di una necessaria dignità? E cosa ha spinto Gilda a prendere di petto le paure, a sfidare la morte, a umiliarsi con la busta di giocattoli pur di far colpo sul suo Arturo? Bisogna morire per rinascere? E’ vero quello che diceva il Nazareno, che non esiste successo che non passi per le forche caudine del dolore? E Rigel, Aldebaran, non sono destinati a esplodere nella catastrofe delle supernovae, nonostante la pazienza e l’attenzione all’altro? A che serve rinunciare a tutto se la fine è comunque bruciare in una luce che non è più il reciproco richiamo dell’amore ma la violenza cieca della morte? E Faust? Che ne sarà del vizio di rubare la felicità, di godere dell’altrui rovina? E Giorgio, Arturo, ancora s’illudono che il romanzo metta ordine nella babele infinita dei pensieri e delle azioni? Ancora si ostinano a cavare una goccia di sangue dalla rapa secca della storia? E Marius? Solo lui ha capito qualcosa del rebus astruso che è la vita? E se il simbolo della condizione universale fossero i due corpi stesi a terra, coperti da un lenzuolo bianco come dal telo prezioso dell’altare, vittime sacrificali di un meccanismo che schiaccia tutti i sogni e abortisce anche l’ultima utopia? Dalia ha le mani sulla bocca, una lacrima attraversa la guancia e finisce sull’asfalto insanguinato. Avverte una mano che si posa sulla spalla, un alito caldo che le sfiora il collo. Non riesce a voltarsi, pietrificata dallo sguardo vitreo di Medusa, che la fissa dal bianco del lenzuolo.
– Dalia.
Chi ti chiama? Sarà l’inseguitore? O l’uomo dal soprabito scuro e la sciarpa chiusa nell’interno? Sei una statua in pietra incapace di parlare e forse di pensare; tocca a qualcun altro pronunciare una parola, spezzare l’incantesimo durato troppo a lungo.
– Ti amo.
Il suo respiro è come l’alito di Dio sul fango delle origini, l’adamà intrisa nel nulla dei millenni. Senti che qualcosa si muove, dentro te: un guizzo, una scintilla, è la luce dei lampioni aggrappati agli argini dell’Arno, mentre il fiume si allunga come un serpente d’acqua fino all’orizzonte. Non sai da dove venga la forza che ti spinge a girarti lentamente, a incrociare il suo sguardo lucido di lacrime, di stelle: Sirio, Antares, Rastabàn.

FINE

98. La mano

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I nodi vengono al pettine, i grumi si sciolgono, le attese raggiungono il culmine della tensione e trovano uno sbocco: insomma, ognuno lo chiami come vuole, è il punto in cui i fili della storia convergono per dare senso al tutto. Forse qualcuno aveva già intravisto Ester di fronte alla sede dell’azienda, gomito a gomito con Fawzi, intento a compulsare carte piene di sgorbi dove ormai è impossibile distinguere qualcosa, eppure tutto è chiaro: a che è servito perdere il sonno e la salute per coprire il paio di centinaia di metri che lo dividono dal portone da forzare per raggiungere la Presidenza? Continua a leggere→

“Nomen omen”, di Fabrizio Centofanti

È da poco uscito, con Photocity Edizioni, il volume poetico di Fabrizio Centofanti dal titolo Nomen omen, del quale  riportiamo qui l’introduzione del Prof. Giuseppe Panella.

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Giuseppe Panella

NOMINA SUNT CONSEQUENTIA RERUM.
La poesia di Fabrizio Centofanti

«La frase Nomen omen (o al plurale nomina sunt omina) è una locuzione latina che, tradotta letteralmente, significa “il nome è un presagio”, “un nome un destino”, “il destino nel nome” e deriva dalla credenza dei Romani che nel nome della persona fosse indicato il suo destino»
(dalla voce di WIKIPEDIA)

1. Tutto l’amore del mondo

Dopo la saggistica accademica (un libro su Calvino ateo ma affascinato da una possibile trascendenza “negata”, un saggio sulla poesia di Rebora), dopo gli scritti narrativi (in particolare una raccolta di osservazioni, aforismi e riflessioni su umano e divino), dopo la scrittura narrativa, Fabrizio Centofanti adesso approda alla poesia.
Sono testi redatti nel corso degli anni, legati spesso all’attualità del presente (eventi che collegano la contemporaneità alle sue radici profonde), attraversati dal desiderio di rendere conto della condizione umana nel suo rapporto con il trascendente e il suo mistero.
La poesia di Centofanti è sobria, con un lessico schietto e preciso, fatto di osservazioni spesso minute ma sempre con un tempo largo di apertura al futuro in cui speranza e carità si mescolano, si integrano, si ritrovano nelle azioni degli uomini e della loro (spesso) incomprensibile condotta.
Questa speranza e questa fiducia in un sogno di redenzione possibile sono giustificate dal fatto che tutte le poesie di questo libro, il primo scritto da Fabrizio Centofanti sotto veste di poeta lirico, sono poesie d’amore. Amore sacro e amore profano nelle sue liriche si intrecciano in un unico slancio amoroso nei confronto del mondo – non solo Dio, non solo ciò che va oltre il mondo ma anche (e soprattutto) le sue creature e le sue espressioni nella vita. L’uomo poeta non rifiuta nulla della realtà che gli passa sotto gli occhi di pastore d’anime. Continua a leggere→

Lezioni americane per scrivere e per vivere

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-aae704e2-0c68-4abc-8c5f-62dd7cda3d35-radio1.html#p=0

Pubblico qui la registrazione della puntata di domenica 11 marzo della rubrica Il Viaggiatore, su Rai Radio 1, diretta da Massimo Cerofolini, che ringrazio di cuore per avermi invitato con la funzione di filo rosso tra gli interventi. Un omaggio prezioso alle Lezioni americane, capolavoro saggistico di Italo Calvino.

97. La parte che mancava

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Non credi ai tuoi occhi, non pensavi che nella vita potessero accadere certe cose. Stai cantando: sei matta? L’esistenza è davvero una busta di giocattoli, la possibilità di rischiare tutto, anche la pelle, in un supermercato per esempio, dove un uomo di nome Marius ti spara addosso e il proiettile ti accarezza la guancia come un amante appassionato, e prendi il tuo uomo per il braccio e lo trascini via, come se il romanzo fosse un luogo da cui evadere, un posto dove non sei al sicuro, e allora via, con i ricci al vento, i capelli rossi che lo hanno stregato, perché ognuno è vinto da qualcosa, si arrende a una bellezza, si lascia rovesciare, cambiare alla radice, non è l’amore la forza che ti cambia? Continua a leggere→