Archivi categoria: Recensioni

SUL TAMBURO n.58: Simona Lo Iacono, “Il morso”

Simona Lo Iacono, Il morso, Vicenza, Neri Pozza, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il titolo del quinto romanzo di Simona Lo Iacono (vincitrice nel 2017 della trentesima edizione del Premio Chianti con Le streghe di Lenzavacche, pubblicato dalle Edizioni E/O) si può estrarre dai versi di Salvatore Quasimodo che fanno da epigrafe al libro. I versi, citati dalla raccolta Giorno dopo giorno del 1947, esprimono lo strazio e l’angoscia legati alle vicende della guerra appena finita e le cui macerie sono ancora visibili agli occhi di tutti: “Vi riconosco, miei simili, / o mostri della terra. / Al vostro morso è caduta la pietà, / e la croce gentile ci ha lasciati. / E più non posso tornare nel mio eliso”. Il “morso”, di conseguenza, rappresenta il male di vivere, il dolore che nasce dalla sofferenza inflitta da chi ha dimenticato la propria umanità, l’impossibilità di condividere con gli altri esseri umani sentimenti di amore e di compassione. Continua a leggere

La poesia del bebop: l’ultimo concerto di un immenso jazzista


di Guido Michelone

È da poco uscito l’album The Last Concert a nome del Thelonious Monk Quartet, e al momento di questa performance, oltre quarant’anni fa, alla Avery Fisher Hall del newyorchese Lincoln Center, la salute fisica e psichica di Thelonious Monk è in declino: Continua a leggere

SUL TAMBURO n.57: Fabrizio Coscia, “La bellezza che resta”

Fabrizio Coscia, La bellezza che resta, Siena, Melville Edizioni, 2017

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di Giuseppe Panella

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Con questo suo non facilmente definibile testo narrativo (né romanzo, né saggio, né testo di critica letteraria), Fabrizio Coscia tenta un’interpretazione molto azzardata e molto affascinante del problema fondamentale di ogni vita umana: quello della morte che attende tutti ma che ognuno vive, fino all’ultimo, a modo suo – con rassegnazione, con coraggio, con rabbia, con volontà di sapere, con la certezza che dopo il trapasso ci sarà un’altra vita, con la sicurezza che dopo di lui non ci sarà più nulla, con pudore, con sfrontatezza, con desiderio …

Coscia esamina, con la consueta acribia, le opere finali di una serie di intellettuali e di artisti verificando, attraverso una ricostruzione del loro dispositivo formale ma anche ovviamente del loro contenuto, come scrivendo o componendo o registrando opere musicali (è il caso di Glenn Gould) o dipingendo, essi si siano avviati alla morte, si siano apprestati “a cominciare a morire” (come dice un personaggio del romanzo Chadži-Murat di Tolstoj, il soldato Avdèev, che è stato ferito gravemente e che sa che la sua vita è al termine).

E’ il caso dell’”ultima stazione” di Tolstoj – la sua fuga finale che culminerà con la morte in una piccola stazione, Astàpovo, sulla linea ferroviaria a duecentocinquanta miglia a sud-est di Mosca.

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La mia terra, Nicola Apollonio, Edizioni EspressoSud (2017)

Di Meridione ormai si parla solo all’inaugurazione della Fiera del Levante di Bari, kermesse che al Sud fa da contraltare ai grandi forum finanziari del Nord, quelle che contano. La “Questione Meridionale” è uscita dall’agenda politica strategica, se non per inseguire le emergenze, soppiantata dalla fine degli anni ’80 dalla “Questione del Nord”. Il “meridionalismo” che nel dopo-guerra aveva rappresentato un’area di ricerca storica e di pensiero storico di grande blasone, discendendo da Benedetto Croce e procedendo con Gaetano Salvemini e Manlio Rossi Doria, è stato sostituito da una pubblicistica che ha cercato di contrapporsi al “vento del Nord” con un suggestivo ma controproducente revisionismo a favore di una presunta età dell’oro “borbonica”.

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Epopee.L’intreccio storico di Roberto Plevano Il Duecento bollente di Ezzelino & C.


di Ermanno Paccagnini

Suona come il libro della vita per Roberto Plevano questo Marca gioiosa, vincitore nel 2015 del premio Neri Pozza. Un libro covato più o meno inconsapevolmente a lungo, se pensiamo ai suoi studi di medievistica che nel tempo hanno saputo assumere toni, suoni, colori e sapori narrativi. Perché questo è Marca gioiosa, titolo che riprende il verso 10.976, lassa 479 («/a joiose Marche del cortois Trevixan»), della chanson de peste franco-veneta L’Entrée d’Espagne a indicare un territorio corrispondente grosso modo all’odierno Veneto di terra, avente in Verona la «porta» tra mondo e cultura germanica e quella italica. Un romanzo nel quale i dettagli anche più minuti hanno sapore ricostruttivo narrativo, permeati come sono da uno stile sapiente nel coordinare lingua d’epoca e lingua d’oggi, puntando soprattutto sulla strutturazione espressiva. Continua a leggere

La poesia nel piano jazz di Billy Childs


Riflessioni attorno al nuovo album Rebirth

 

di Guido Michelone

 

Sin dalle prime registrazioni durante gli anni Ottanta, Billy Childs si afferma come uno dei jazzmen più interessanti nella realtà americana, a livello di pianista, bandleader, compositore. Come non bastasse si rivela pure un raffinato autore di musica sinfonica, benché la firma di Childs resti impressa negli straordinari jazz tunes (utilizzati anche da molti colleghi) che rimangono vividi, nella mente e nella memoria dell’ascoltatore, per complessità strutturale, immediatezza squillante e lirismo cristallino. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.56: Paolo Codazzi, “Il pittore di ex-voto”

Paolo Codazzi, Il pittore di ex-voto, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il fortunato salvataggio e il destino felice del marinaio Tommaso Ferrando, naufragato con il piroscafo “Perugia” nell’Oceano Pacifico nel 1904, campisce sulla copertina di questo nuovo romanzo di Paolo Codazzi (che sostituisce quasi totalmente il precedente Il destino delle nuvole del 2010 che pur narra una storia analoga a quella presente nelle pagine di Il pittore di ex-voto).

L’ex-voto è di solito una tavoletta di legno su cui pittori di non grande qualità innovativa dal punto di vista artistico (o più prosaicamente degli efficaci realizzatori di croste) ma molto abili nell’immedesimarsi nel pathos dell’evento rappresentato e nel renderlo efficacemente.

Il pregio di un pittore di ex-voto non era la sperimentazione pittorica che porta a compimento né la resa mimetica dell’opera né la fedeltà al soggetto ma la sua capacità di mostrare la fede di chi ha ordinato il quadretto e la forza miracolosa e inarrestabile della divinità che ha permesso al miracolato di sopravvivere. E’ la fede, quindi, a sostenere il quadro, non la verità – chi ordina l’ex-voto per dimostrare riconoscenza e devozione alla Madonna o ai Santi autori e intercessori del fatto miracoloso non lo fa per realizzare un'(improbabile) opera d’arte ma per testimoniare che “lassù Qualcuno lo ama” e che è sceso sulla terra per salvarlo da morte sicura (o dalla perdita di arti, mani, piedi, braccia compromessi da incidenti del più vario tipo e livello). Inoltre la dipintura del fatto miracoloso permette di porre in bella evidenza la predilezione del santo o della Madonna autore/ ice del salvataggio nei confronti del loro devoto diletto e salvato per la sua devozione precedentemente dimostrata (come riferiva Michele Rak in una conferenza da me ascoltata nel 1982 e che costituiva la presentazione molto articolata di un grosso libro, Per grazia ricevuta. Le tavolette dipinte ex voto per il santuario della Madonna dell’Arco, Napoli, CST Cooperativa editrice, 1983, in cui analizzava la semantica della rappresentazione votiva).

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SUL TAMBURO n.55: Roberto Lasco, “Frammenti lirici”

Roberto Lasco, Frammenti lirici, Lecce, Youcanprint Self Publishing, 2016

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di Giuseppe Panella

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L’esordio poetico di Roberto Lasco è classico e temperato – i suoi Frammenti lirici testimoniano un afflato riflessivo e sentimentale non indifferente. I temi che Lasco tocca e approfondisce sono legati alla tradizione lirica italiana – come lo stesso titolo della raccolta intende testimoniare – ma nella sua scrittura non mancano novità di un certo pregio e rilievo:

«Vivere. Agitato, riordino il caldo sapore / dell’esistenza. / Succede che l’attimo è sfuggente / perché coglie l’essenza, / che compare misera e stanca / in compagnie estetiche. / Libero le ali consumate / dal veleno del tempo, / che corre per anelare / sicuro dell’impeto / che mi trascina leggiadro / fra mete incantate. / Il vivere per il vivere / s’atrofizza in distese d’immenso, / quasi a significare che il vago / ha conquistato l’essere. / Echi lontani, dispersi nell’aria / rivelano l’intimo gioire / di chi pensa che tutto s’ottiene / senza il plauso dell’infamia. / Giardini sommersi appaiono / come scene di un teatro che / ha perso splendore perché svilito / dalla coltre della saggezza» (p. 18).

“Vivere per vivere” è la risposta all’infinito protrarsi dell’attesa di fronte alla difficoltà a selezionare e a catalogare il tutto, all’impossibilità di dargli un senso. Il “caldo sapore dell’esistenza” è quello che la poesia deve recuperare, ritrovare, riassaporare e far rilucere nel limbo traslucido della coscienza. La scrittura poetica si pone il compito, difficile e meraviglioso, di librarsi nel cielo terso e lucido di ciò che è destinato a durare, liberandosi dal “veleno del tempo”. Infatti, la bellezza del mondo si dispiega in tutto il suo fulgore nel tempo senza tempo che costituisce il teatro della vita resa purificata dalla forza della parola del verso.

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La poesia di Lingomania. Brevi riflessioni sul nuovo album Lingosphere


di Guido Michelone

 

Fa piacere constare che riemerga di nuovo un bel gruppo musicale italiano a distanza di oltre un quarto di secolo. E che tale rinascita avvenga con un album, Lingosphere, di tutto rispetto nel panorama jazzistico internazionale. Dopo il quintetto Perigeo, attivo negli anni Settanta, Lingomania va infatti ritenuta la miglior fusion band nel cosiddetto sincopato tricolore; in vita fra la seconda metà degli Eighties, con tre dischi eccellenti – Riverberi (1986), Grr…expanders (1987), Camminando (1989) – la formazione all’inizio comprende Maurizio Giammarco, Umberto Fiorentino, Furio Di Castri, Roberto Gatto e Flavio Boltro; successivamente escono Boltro e Di Castri sostituiti da Danilo Rea ed Enzo Pietropaoli; infine ne esce Gatto rimpiazzato da Alberto D’Anna. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.54: Roberto Cecchetti, “La metrica dell’apparenza”

Roberto Cecchetti, La metrica dell’apparenza, Carmignano (PO), Attucci Editrice, 2017

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di Giuseppe Panella

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Esiste una metrica dell’apparenza valutabile e considerabile come l’effetto di un rapporto organico e definitivo con la realtà della vita e delle cose? E’ possibile trovare la verità sottesa e nascosta dietro le vicende dell’esistenza di ognuno e soprattutto dietro la propria?

Roberto Cecchetti prova a raggiungere questo risultato analizzando e ricostruendo un’estate significativa della propria vita (quella dei suoi diciotto anni, l’anno della separazione forzata e apparentemente inspiegabile tra suo padre e sua madre).

Il suo romanzo-autobiografia di esordio individua in una serie di episodi, di figure-chiave, di macchiette e di stereotipi umani destrutturati e ricostruiti secondo questa loro qualità rappresentativa la possibilità di dare un senso e di individuare un significato a una vicenda che altrimenti rischierebbe di non averne. Romano Madera nel suo breve testo introduttivo scrive del racconto-scontro di Cecchetti con il mondo che si tratta:

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Lagunario di Isabella PANFIDO. Recensione di Giovanna Menegus

 

Il Lagunario di Isabella Panfido

«Tutto era finalmente inghiottito, geografia e memoria scomparivano dagli occhi e dalla mente e la lasciavano vuota a respirare quella mistura d’acqua di cielo e di mare, micronizzata in sospensione.
Quel fiato lento e salato che stagnava sul Canale di Santo Spirito le arrivava come una […] inalazione di nebbia medicamentosa.» Continua a leggere

Su “Fatti vivo” di Chandra Livia Candiani

Di guerrieri indifesi / ha bisogno il mondo, / di sacra ira / di occhi spalancati. Su Fatti vivo di Chandra Livia Candiani

Segnalo su Carmilla una mia lettura di Fatti vivo (Einaudi 2017), la nuova raccolta poetica di Chandra Livia Candiani.

Già il titolo è una sveglia: Fatti vivo. L’incontro delle due parole determina quella che Jurij Lotman chiama “esplosione di senso”, “provocata dall’intersecarsi di immagini della realtà che non potrebbero intersecarsi altrimenti”. Il titolo esercita la duplice funzione di presa di contatto con il lettore e di esortazione. Occorre “farsi vivi” e “farsi vivi” richiede una pratica quotidiana che bandisca inerzie e narcisismi. Con Fatti vivo Chandra Livia Candiani manifesta piena consapevolezza della propria poetica (“Il nudo / lo spoglio / ha splendore”) e rende esplicite urgenze implicite ne La bambina pugile (Einaudi 2014). Continua a leggere

La poesia della musica brasiliana. Riflessioni attorno al disco MPB! di Arnesano e Abbracciante


di Guido Michelone

 

Registrato tra il 2015 e il 2016 a Lecce, ma uscito solo ora su CD, ecco MPB! una bella celebrazione della musica popolare brasiliana – dai locali abbreviata in MPB – che va dall’inizio del XX secolo fino ai nostri giorni: è un vero gioiellino del duo pugliese composto dalla cantante Paola Arnesano e dallo strumentista Vince Abbracciante: insomma swingante omaggio alla miglior Musica Popular Brasilera, rispettivamente alla voce (da sempre in luce per questo genere) e alla fisarmonica (intesa come strumento storico ideale per molti generi caratterizzanti la cultura sonora verdeoro). Continua a leggere

SUL TAMBURO n.53: Henry Ariemma, “Aruspice nelle viscere”

Henry Ariemma, Aruspice nelle viscere, Borgomanero (Novara), Giuliano Ladolfi Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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La lettura delle viscere degli animali (uccelli come le colombe ma anche ovini come agnelli e montoni) costituiva una pratica comune tra gli antichi nell’ambito dell’attività divinatoria dei sacerdoti (maestri nell’aruspicina o estispicina erano stati gli Etruschi e la pratica sacra che li vedeva trovare responsi e verità nella profondità dei corpi degli animali sacrificati costituiva gran parte del rapporto tra il popolo e gli Dei da esso adorati). Gli aruspici trovavano nelle viscere e negli organi che le compongono le tracce di un futuro che solo la divinità poteva conoscere e che agli uomini si rivelava soltanto per accenni, per allusioni, per frammenti, per sospetti: i corpi dei volatili o degli ovini contenevano un segreto che solo occhi esperti e qualificati potevano scorgere e sanzionare.

Tale pratica divinatoria, forse, assomiglia a quella dei poeti che estraggono il futuro della lingua a venire dal corpo enorme dei vocabolari (o della lingua parlata) che sventrano e dissezionano per estrarne la verità nascosta.

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Fiction 2 (seconda parte)


Questa è la seconda parte della recensione a Fiction 2, di Giulio Mozzi. È il seguito della prima, che Mozzi ha, forse, preferito escludere dal suo bollettino di letture e scritture, Vibrisse, dove ha invece pubblicato diverse risonanze sul medesimo libro (vedi qui, qui e qui).
Qualcuno potrebbe pensare che, per vendicarmi, in questa seconda puntata mi accinga a stroncare l’opera di cui ho parlato positivamente nella prima, con osservazioni importanti che forse il Mozzi non ha colto nel loro spessore. Ma non ho intenzione di perpetrare alcun tipo di vendetta: primo, per il ruolo che rivesto, e che suppone valori che non intendo rinnegare; secondo, perché Giulio è per me un punto sicuro di riferimento – per quanto secondario rispetto, che so, a Gesù Cristo -, e non voglio privarmene per futili motivi.
Detto questo, la seconda parte del libro Fiction 2, di Giulio Mozzi, mi sembra deludente. Non starò qui a descrivere le sfumature di tale delusione, che sono riconducibili, generalmente, al fatto che tanto la prima parte è avvincente, quanto la seconda mi è parsa un po’ debole, in netto contrasto con le aspettative del lettore.
Ciò non significa che Fiction 2, di Giulio Mozzi, sia un libro da evitare, tutt’altro – ogni suo libro ha molto da dire e ancor più da insegnare -, ma che al lettore convenga predisporsi, affrontando la seconda parte, a qualcosa che è al di sotto delle attese suscitate dalla prima.
Che Mozzi non abbia pubblicato la prima parte della recensione sospettando che la seconda sarebbe stata, inevitabilmente, un ridimensionamento della reazione appagata alla più coinvolgente sezione del suo libro?
Ironia affettuosa a parte, mi attengo al mio dovere di onesto recensore di un volume che ho cominciato a leggere con entusiasmo, e ho finito di scorrere saltando alcune pagine.
Ah! si potrebbe obiettare: sono proprio le pagine che hai saltato a collocare la seconda parte sullo stesso livello della prima. Tutto può essere: preferisco lasciare al lettore il giudizio formulabile esclusivamente in base al proprio, personale orientamento.
Per quanto mi riguarda, rimango dell’idea che Mozzi ritroverà la sua vena creativa, fino ad oggi perduta (quella di saggista è viva più che mai), solo se accetta di risolvere il problema del rapporto tra scrittura e vita, cui ho accennato nella prima parte – del tutto positiva – di questa bifronte e bistrattata recensione di un libro comunque e sempre da non perdere, come tutto ciò che Giulio scrive.

Daniele Abbiati recensisce la “Marca Gioiosa” di Roberto Plevano


di Daniele Abbiati

«Non che il mondo avesse bisogno di un altro romanzo storico di ambientazione medievale, certamente no». Non è falsa, questa modestia, perché modestia non è. È, invece, un giudizio da lettore esperto in materia, prima che da scrittore all’esordio nella medesima materia.
Lo ha espresso sul sito Nazione indiana, parlando del proprio romanzo, Roberto Plevano. Cinquantasette anni, vicentino, laurea in Filosofia a Pavia, «Licence in Mediaeval Studies» al Pontifical Institute di Toronto, ha lavorato in varie università italiane e statunitensi e da anni collabora all’edizione critica delle opere di Giovanni Duns Scoto, un Doctor talmente Subtilis che spesso e volentieri anche gli addetti ai lavori fingono di non vederlo onde saltare a piè pari la sua opera… Continua a leggere

Fiction 2 (prima parte)


Fiction 2, di Giulio Mozzi, è un libro che parla d’altro. È un testo che necessita di testi per spiegarsi, dunque è un testo al quadrato. Ma questi testi necessari sono a loro volta discutibili, per cui richiedono testi ulteriori delegati al lettore, che diventa in qualche modo autore. Il gioco procede all’infinito, fino a coinvolgere il libro dei libri, la Bibbia, anch’essa bisognosa di continuazione, come se l’ispirazione non s’interrompesse con l’ultima pagina, ma fosse destinata a traboccare dal sacro volume e perpetuarsi in storie successive, in cui lo Spirito continua a soffiare verità su verità, tanto Lui soffia dove vuole.
Fiction 2, quindi, è un libro fatto per moltiplicarsi, per partorire libri (di altri autori delegati e necessari): non a caso è segnato dal numero due, che non esclude il seguito di un tre, di un quattro e via crescendo, dando implicitamente l’impressione che la scrittura sia qualcosa impossibile da circoscrivere e che una qualunque conclusione non sia appunto che “finzione”.
Questo spiega perché la scrittura di Giulio Mozzi sia destinata ad esaurirsi. Delle due l’una: o riconosce la verità (che cioè la scrittura è senza fine), o accetta la finzione, che cioè un testo sia soggetto a conclusione, e perciò stesso a tacere per sempre.
La parabola di Giulio certifica che uno scrittore, per scrivere ancora, deve scendere a un certo compromesso: fingere che si possa mettere, a un qualsiasi testo, la parola fine, anche al libro dei libri.
Ma se non accetta compromessi, come pare che Mozzi voglia fare (ossia non fare) si riduce al silenzio (o a scrivere degli altri e per gli altri, cosa che lui fa benissimo).
Se vogliamo che Mozzi scriva ancora, non ci resta che sperare che si decida a fingere sul serio: cosa non riprovevole per un letterato, benché cattolico. Ecco la genesi possibile di Fiction 3, la vendetta, ossia il testo che accetta di essere testo e non una scrittura senza fine, come la Vita. Ne Il quinto evangelio, Mario Pomilio fa intuire che il libro dei libri è un testo concluso solo in quanto continua e s’incarna nella nostra storia.

[Continua. Confronta qui, qui e qui, per altre interpretazioni]

SUL TAMBURO n.52: Giorgio Delia, “In partibus infidelium. Appunti su alcuni poeti in dialetto dell’Italia repubblicana”

Giorgio Delia, In partibus infidelium. Appunti su alcuni poeti in dialetto dell’Italia repubblicana, Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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Ci sono zone della cultura italiana contemporanea e, in special modo, quelle legate alla poesia dialettale che sono spesso considerate dei continenti misteriosi, ancora inesplorati, dagli studiosi e dai critici letterari che dovrebbero o potrebbero occuparsene e non lo fanno per difficoltà endogene ed esogene. Quelle endogene sono costituite dalle poesie stesse in esame e dalla loro più o meno esplicita cripticità, ermeticità o difficoltà espressiva; quelle esogene, esterne, invece sono legate alla scarsa conoscenza dei dialetti usati che, per effetto dell’omologazione culturale, del disuso e della disaffezione nei loro confronti non sono più effettivamente ben conosciuti neppure tra gli esperti di storia della poesia italiana.

Giorgio Delia non appartiene al novero di tali studiosi disattenti, anzi ha investito molte delle sue energie di critico letterario, oltre che nello studio di Benedetto Croce come cultore di letteratura, in quello del poeta che predilige tra tutti: Albino Pierro.

Il suo ultimo libro raccoglie, infatti, scritti e approntati su «opere di poesia edite fra il secondo Novecento e l’inizio del Duemila», in un arco di tempo non vastissimo ma sicuramente sufficiente a far comprendere il metodo di lavoro e la prospettiva di poetica di alcuni di essi (il saggio “Come lavorava Pierro” – alle pp. 67-112 del volume– è emblematico al riguardo) . Gli autori esaminati e analizzati non sono stati prescelti sulla base di limiti geografici o storici di sorta e sono stati esaminati a partire dal «meridiano più a sud dell’Italia», da luoghi inseriti in una dimensione ben definita della Basilicata (Albino Pierro, Domenico Brancale), della Calabria (Giacinto Luzzi, Dante Maffia), della Sicilia (Nino De Vita), e «nel momento in cui ne hanno avvertito maggiormente lo stato di abbandono perché giammai rassegnati alla morte dei dialetti» (p. 7).

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Le sirene di Laura Pugno


di Guido Michelone

In parallelo all’uscita del nuovo romanzo, La ragazza selvaggia, viene riedito Sirene la prima opera narrativa della quarantasettenne scrittrice romana, fra le figure emergenti nel panorama letterario del XXº secolo, tra le poche a distinguersi con risultati brillantissimi tanto nella prosa quanto nella poesia. Continua a leggere

Noam Chomsky, Così va il mondo


Riflessioni sul nuovo libro del grande studioso americano

di Guido Michelone

Ritenuto, come scritto di recente ‘New York Times’, il maggiore intellettuale vivente, l’americano Noam Chomsky, ottantanove anni splendidamente portati, offre con Così va il mondo (How The World Works nell’originale uscito nel 2011) al lettore italiano un nuovo libro che di fatto è una raccolta di interviste e dialoghi con David Barsamian e Arthur Naiman, Continua a leggere