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SUL TAMBURO n.15: Ilaria Gaspari, “Etica dell’acquario”

Ilaria Gaspari, Etica dell'acquarioIlaria Gaspari, Etica dell’acquario, Roma, Voland, 2015

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di Giuseppe Panella

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L’”acquario” indicato e profilato nel titolo è la Scuola Normale Superiore di Pisa, l’istituto universitario di eccellenza dove anch’io ho studiato e dove attualmente insegno. Ma il luogo descritto nelle pagine rarefatte e impregnate di dolorosa malinconia del romanzo di Ilaria Gaspari è ben diverso da quello in cui io ho vissuto alcuni degli anni più intensi (e più interessanti e felici) della mia vita. L’acquario è metafora (è il caso di dirlo) del tutto trasparente di una vita alienata e vissuta al di fuori dell’esistenza quotidiana degli altri esseri umani (quelli che godono la loro giovinezza e i vent’anni e non passano il tempo soltanto a studiare per gli esami universitari e a specializzarsi in discipline esoteriche e conosciute solo da pochi eletti); l’etica non è (o non è soltanto) la dottrina filosofica che permette di comportarsi in maniera adeguata nel mondo ma allude a una forma di etologia il cui oggetto di studio sono soprattutto gli uomini e non soltanto le specie animali. I normalisti che risultano gli attori protagonisti di questo romanzo che oscilla tra la confessione morale e il thriller hanno vissuto la loro “meglio gioventù” in un acquario e, come i pesci rossi della vasca del giardino del Collegio Timpano, si sono gonfiati, imbruttiti, divenuti irriconoscibili (i pesci rossi descritti nel romanzo hanno subito questa in-necessaria mutazione perché qualche bello spirito ha pensato bene di gettare dei piranha nello specchio d’acqua dove vivevano, i giovani studiosi perché costretti a una vita di rinuncia e di competitività esasperata).

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Storie da ridere della tradizione popolare pugliese raccolte da Lino Angiuli, Piero Cappelli e Lino di Turi

Furbi e gabbati, preti lussuriosi e monaci avidi, donne intemperanti e mariti stolti. Il poeta Lino Angiuli, l’attore Lino Di Turi e l’editore Pino Cappelli hanno raccolto narrazioni popolari della civiltà orale pugliese. Se è vero che il “il mezzo è il messaggio”, questi racconti sono l’anima della letteratura di un popolo.

storie-da-ridereMi raccomando a quello

Stava una povera crista che teneva il marito malato ma non teneva manco gli occhi per piangere tanto era povera scalognata disgraziata, manco i cani. Che malattia? Una malattia brutta brutta, che non la voglio manco nominare, la tibbiccì, la peggio malattia che attacca il verme senza che manco te ne avverti e poi si butta il sangue dalla canna. Oh! E tanto era scalognata quella, che si va a sgravare di un creaturo che pure lui, come nacque, già nacque con la stessa malattia. Che peccato, figlio mio bello; chissà, si vede che il figlio aveva pigliato dal sangue del padre; capace. Il fatto fu che, sempre per quella maledetta scalogna, nella stessa notte – oh! nella stessa notte dico –, va a morire il padre e gli arrivò l’atto di richiamo pure al figlio. Insomma, praticamente se ne andarono padre e figlio e nella stessa notte!

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Andrea Galgano, “Downtown”

Andrea Galgano, "Downtown"Andrea Galgano, Downtown, pref. Giuseppe Panella, Aracne, 2015, 296 pp., €18

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di Samuele Liscio

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Ci sono luoghi lontani e magici, di una magia insopprimibile, che affascinano perché capaci di rivelarsi familiari fin dal primo incontro. Ed è in questi luoghi che spesso gli uomini tornano a specchiarsi per ritrovarsi, o più semplicemente per provare a rinascere; luoghi straordinari che hanno segnato intere generazioni di sognatori. Uno su tutti: l’America.

Andrea Galgano, scrittore viaggiatore, in questa sua seconda silloge poetica, Downtown (Aracne Editore), avanza nel suo itinerario lirico con grande lucidità misurando il mondo americano da differenti angolazioni, animato da un’ansia di rigenerazione che si configura come uno stimolo irresistibile. Il segno poetico dell’autore potentino diventa uno strumento di continua ricerca interiore nel proposito di tendere all’estremo l’arco conoscitivo della propria ritrovata coscienza, e ogni singola parola attinta da una enciclopedia lessicale davvero ampia e preziosa sembra scelta perché lasci una testimonianza indelebile di questo doloroso trapasso. L’America che bussa al cuore del nostro poeta ritorna nei suoi versi sotto forma di suoni, lunghi silenzi, colori spesso violenti e immagini luminose in un groviglio di sinestesie che sembra riemergere dalla viscere di un mondo remoto, ebbro di vitalità. Ed è in questa altalena di evocazioni trasfigurate che si generano l’inquietudine del “senso” stesso del viaggio e i fugaci equilibri di una sensibilità sempre tesa ad un ascolto onniabbracciante.

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LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano

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“Lei fa proprio al caso nostro”.

Renzismo nuova versione dell’istrionismo

A differenza di Woody Allen non metto L’educazione sentimentale di Gustave Flaubert tra le dieci cose per le quali vale la pena vivere. Le pagine storiche tuttavia sono davvero illuminanti. Confermano che le dinamiche, specie quelle del potere sono sempre le stesse. E se la storia è maestra di vita, gli alunni sono proprio ripetenti. Lo scenario è quello dei moti di Luglio, avvenuti a Parigi nel 1830. Carlo X, ultimo re borbone, dà una sterzata autoritaria.  La città reagisce con un’insurrezione che rischia di trasformarsi in una rivoluzione repubblicana. Non a caso viene definita la seconda rivoluzione francese, che Eugène Delacroix immortala nel dipinto La libertà guida il popolo. Per giunta le idee socialiste sono sempre più esplicite. Alla fine però vince il “Partito della Nazione” e viene restaurata la monarchia con Luigi Filippo, non più re di Francia, ma dei francesi.

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Voci dalla strada, di Paolo Lezziero

Sironi
Paolo Lezziero è forse l’unico scrittore che ha dimostrato di saper restituire sulla pagina la poesia discreta dell’hinterland milanese. Bisogna dire la verità: a tutt’oggi Cinisello Balsamo, Sesto San Giovanni, Cusano Milanino, hanno dato i natali a un solo artista conosciuto in tutto il mondo: il Giuàn Trapattoni. Non è cosa da sottovalutare, ma anche chi considera il calcio come una forma d’arte deve ammettere che Milano le concede soltanto la periferia: San Siro. La Milano letteraria è quella di Mondazzoli e Feltrinelli, chiuse nel palazzone di Niemeyer o nella viuzza fra la Scala e la Ca’ de Sass frequentata da sciurette e limousine. Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO n.53: Mario Tronti, “Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero”

Mario Tronti, Dello spirito liberoMario Tronti, Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero, Milano, il Saggiatore, 2015

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di Giuseppe Panella*

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Già Con il futuro alle spalle. Per un altro dizionario politico (raccolta di saggi già precedentemente pubblicati sulla rivista di spiritualità Bailamme e uscita per gli Editori Riuniti di Roma nel 1992) e La politica al tramonto (Torino, Einaudi, 1998) lasciavano intravvedere una linea o meglio una deriva che non era tanto inquietante ma che preludeva alla resa successiva. Lo stesso Tronti si è detto in interviste successive all’uscita del suo ultimo libro uno “sconfitto” ma non un perdente. Ma il fatto è che essere sconfitto con onore non vuol dire che si sia perduto tutto se lo si fa con stile. Lo stile è l’uomo (hanno detto a più riprese Goethe e Lacan) e Tronti ha sempre avuto uno stile rigoroso ed esemplare di pensiero che ne ha fatto il capofila di quella corrente importante della cultura politica italiana di sinistra che è stato il cosiddetto “operaismo” (inaugurato da un libro fondamentale, Operai e capitale, del 1966, opera dello stesso pensatore romano). Ma questo libro mostra, in taluni momenti, che lo stile, anche se rimane simile a quello del passato, non sempre risponde alle esigenze del presente. Che cos’è uno “spirito libero”?

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SANDRO BATTISTI, “L’IMPERO RESTAURATO”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Sandro Battisti, L’impero restaurato (ne Il sangue e l’Impero, volume Urania n. 1624, Mondadori)

Uno dei tratti distintivi del Connettivismo è la sua circolarità, ovvero la sua capacità di collegare diversi ambiti artistici e della conoscenza umana in opere “sincretiche”. L’impero restaurato di Sandro Battisti – vincitore del Premio Urania 2014 ex aequo con Bloodbusters di Francesco Verso – ne è un’efficace dimostrazione: in primo luogo, perché rappresenta un “attimo” di una saga da lungo tempo avviata dal co-fondatore del movimento connettivista (che comprende anche il precedente romanzo Olonomico, pubblicato nel 2012 da Ciesse Edizioni e recentemente riedito in e-book da Kipple Officina LIbraria); inoltre, perché la sua essenza è quella di un lungo racconto che si estende sullo spazio e sul tempo, coprendo i territori della storia, dell’esplorazione del cosmo, della fisica e perfino dell’erotismo.

BattistiIl tema di fondo, ovvero l’interazione tra la dominante e intrusiva personalità dell’imperatore dell’Impero Connettivo Totka II e Giustiniano, imperatore romano d’Oriente, e la sua consorte Teodora, oggetto delle sue mire sessuali (ovviamente, per un tramite mentale), è essenzialmente un pretesto – sia pur articolato con grande dettaglio – per esplicare al massimo le potenzialità dell’intuizione creativa di Battisti: un impero retto da immortali che attingono a una sapienza ancestrale il potere che consente loro di reggere – e mutare – le sorti di sistemi di potere succedutisi nel corso della storia “rettilinea” (anche) della Terra. E, nel far questo, si servono di soggetti postumani – come il plenipotenziario Sillax -, ovvero uomini che hanno progressivamente rinunciato a parti del loro holos biologico per lasciare spazio a integrazioni meccaniche, sintetiche e perfino puramente energetiche, tali da prolungare pressoché indefinitamente il loro ciclo vitale. Continua a leggere

LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano

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Il colpevole è sempre il maggiordomo

Mi è capitato per caso di percorrere questo tragitto: dalla Cassazione sono entrato nel cuore di Roma attraversando Ponte Umberto I. Quindi ho preso Via Zanardelli. Alla fine di questa via, sono arrivato direttamente in Piazza Sant’Apollinare. A questo punto comincio a provare stupore. A sinistra svetta il palazzo della Pontificia Università di Santa Croce, al suo fianco si trova la Basilica di Sant’Apolinnare. E non finisce qua. Mi sposto a destra, e trovo un altro slargo. E’ Piazza delle Cinque Lune. Vi consiglio di fare davvero questa passeggiata. Vi renderete conto di avere camminato lungo un itinerario simbolico e drammatico. Dalle pietre imponenti del Palazzaccio si arriva nel cuore della capitale papalina. La Giustizia porta direttamente nel crocevia dei misteri d’Italia. L’impressione è stupefacente.

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Marino Magliani, Carlos Paz e altre mitologie private

di Roberto Plevano

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Aggiungo anch’io alcune note su Carlos Paz e altre mitologie private, una raccolta di quindici racconti in cui Marino Magliani torna a parlare dei temi (dei “miti”) che muovono la sua ispirazione. Il libro viene da Amos Edizioni, vivace e raffinata impresa editoriale veneta, che già aveva pubblicato Soggiorno a Zeewijk.

Ora, so benissimo che Marino, a sentire la parola “ispirazione”, alzerebbe i suoi ironici occhi al cielo, perché questa parola ha cittadinanza in un mondo in cui artisti e letterati esercitano il loro diritto speciale – appunto di cittadinanza – di dire cose attraverso un artificio, e con Magliani invece l’artificio non ha luogo: Marino scrive nel modo in cui un contadino sarchia il terreno, pota i rami, così come i vecchi hanno fatto. Si travaglia per sopravvivere, quando va bene per avere appena un poco più di vita, che rimane comunque nuda, mica per comunicare o esprimere qualcosa di speciale: uno ha la schiena curva sulla zolla, un altro aggiusta i vecchi muri, e alla fine della fatica di ogni giorno si tira il fiato, si beve un bicchiere. Pensa al da farsi, e alle cose che non sono andate giù. È tutto. Soltanto chi ha tempo da perdere va a caccia di significati, li tira fuori, pensa tanto di sé da credere che lui soltanto sia capace di farlo.
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Carlos Paz e altre mitologie private, di Marino Magliani

Magliani
Il Decamerone, una raccolta di novelle, è uno dei tre pilastri della letteratura italiana; eppure, da tempo immemorabile, gli editori arricciano il naso all’idea di pubblicare racconti. Un giorno, chissà perché, prese a circolare la voce che “i racconti non vendono”, nessuno si azzardò a smentirla, e a tutt’oggi proporre una raccolta di racconti è qualcosa che sta fra l’incoscienza e l’eroismo. Se Alice Munro non fosse stata già famosa in America gli editori italiani non avrebbero pubblicato neanche lei. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.14: Marco Missiroli, “Atti osceni in luogo privato”

Marco Missiroli, Atti osceni in luogo privatoMarco Missiroli, Atti osceni in luogo privato, Milano, Feltrinelli, 2015

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di Giuseppe Panella

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In primo luogo, comincerei con un dato di fatto. Comunque si voglia valutare o relazionarsi al rapporto tra scrittura e sessualità (o, per dirla con Henry Miller, tra arte e oltraggio), l’oscenità è sempre qualcosa che il testo trasmette come forzatura rispetto a se stesso e come espressione volutamente esterna rispetto al suo normale svolgimento. In altre parole, l’ob-scenitas è sempre fuori luogo e fuori tempo rispetto al discorso che lo spazio della scrittura converte e coinvolge. L’osceno è spiazzante perché implica un riferimento a qualcosa che non si dovrebbe fare – cioè non si dovrebbe dire. L’osceno è divertente perché dis-trae dallo scopo principale dell’accoppiamento (cioè la procreazione) concentrandosi sul piacere che produce. L’osceno è felice perché va contro tutte le convenzioni e i riti della convivenza umana infischiandosene bellamente delle preoccupazioni della società dei benpensanti e dei convinti sostenitori della sacralità delle forme istituzionali consolidate della sessualità stessa. L’osceno è qualcosa che compensa dalla banalità e dalla continuità dei giorni della vita quotidiana. L’osceno è la concentrazione della diversità rispetto alla convenzione dei rapporti sociali. Ma, nel bel libro di Marco Missiroli, l’osceno non c’è: c’è l’erotismo di vario tipo (da quello masturbatorio a quello vagamente sadico di certi rapporti interpersonali con donne avute e poi rifiutate), c’è la sessualità del tutto normale dell’adolescenza, della maturità e dell’”adultità” (come l’autore chiama l’età della procreazione responsabile dei figli nel matrimonio), c’è la discussione e la descrizione degli effetti della pletora sessuale sui comportamenti e sulla formazione della mentalità di un ragazzo adolescente, poi giovane e poi adulto, c’è la descrizione – solida e compatta – del come si forma un legame d’amore tra un uomo e una donna, ma l’oscenità non c’è. In un romanzo di formazione come quello di Missiroli, lo spazio non è occupato dal sesso ma dalla sua idealizzazione come pratica liberatoria e come avventura letteraria, come frutto di una crescita che più che dalle logiche dei corpi viene fuori dall’emancipazione ottenuta attraverso i libri.

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“Il canale bracco” e “Tre montagne”. Scarti semantici

Tre montagne di Matteo Meschiarimagliani_braccoIl canale bracco e Tre montagne. Scarti semantici

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di Stefano Costa

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Ho aperto più volte su una pagina a caso “Tre montagne”, prova narrativa in tre tempi di Matteo Meschiari (pubblicato a fine 2015 da Fusta, editore indipendente di casa a Saluzzo, in provincia di Cuneo). L’esperienza è quella di una solida semantica, di una cerchia di termini e combinazioni che indagano – attraverso un’analisi che non esiterei a dire “scientifica” – la trasformazione del gesto in parola. Il gesto di cui si narra in tutti e tre i capitoli di quella che sembra essere, anche se non lo è appieno, un’unica storia, chiama lo stigma preistorico, il graffio fissato per sempre in una roccia – il segno che un essere umano può ritrovare a distanza di millenni, mutato nel tempo ma sempre uguale a se stesso. Tale il destino del fossile: quello di impoverirsi di tessuto muscolare, quello di veder asciugarsi il nervo che ne percorreva il dorso al fine di lasciar affiorare le informazioni criptate nella sabbia delle ossa, e in esse soltanto.

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IL TERZO SGUARDO n.52: Michel de Certeau, “Utopie vocali”

Michel de Certeau, Utopie vocaliMichel de Certeau, Utopie vocali. Dialoghi con Paolo Fabbri e William J. Samarin, a cura di Lucia Amara, Milano, Mimesis, 2015

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di Giuseppe Panella*

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Sulla figura di Michel de Certeau, gesuita studioso di psicoanalisi lacaniana, del linguaggio dei mistici e dei rapporti tra rappresentazione sociale della cultura religiosa, manca a tutt’oggi uno studio che ne inquadri le coordinate filosofiche più generali. Erudito apprezzato da Michel Foucault e teorico del linguaggio amato da Lacan, de Certeau, figura di indubbia poliedricità umana e sapienziale, ha spaziato come pochi tra linguistica, storia della cultura, poesia e cinema.

Questi dialoghi sulla glossolalia rappresentano un’incursione tutt’altro che occasionale del colto gesuita nel mondo della semantica linguistica. Nelle riflessioni superstiti dello storico francese, in un convegno tra happy few svoltesi a Roma nel 1977 in un serrato dialogo e confronto con Paolo Fabbri e William Samarin (dove, tuttavia, predominava il più intenso rigore dialettico di de Certeau) e restituite nel loro dettaglio dalla pazienza di Lucia Amara attraverso un meticoloso lavoro di archivio e di sbobinatura, il tema della glossolalia emerge con prepotenza in un insieme apparentemente caotico di annotazioni sparse:

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LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano

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Dentro o fuori?

“Le ragioni di questa violenza sono dentro di noi”. Questo è il commento più facile e conformista che un liberal possa fare sugli atti di terrorismo in Francia. Eppure una piccola verità la dice. Anche se in una forma tutt’altro che consueta. Per comprenderlo bisogna scovare un film di dieci anni fa, Niente da nascondere. La forza profetica di questo film del regista austriaco Michael Haneke è impressionante.

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Una sonata a quattro mani

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Anna De Simone (a cura di), Leopardi a Trieste con Virgilio Giotti, Interlinea edizioni, Novara 2015, pagg. 166, € 15.

di Anna Elisa De Gregorio
Un ampio saggio interpretativo più che puntuale dell’opera di Virgilio Giotti, poeta del nostro novecento, che scrive nel dialetto di Trieste, di “sommessa, ritrosa e assoluta grandezza”, per riprendere l’esergo di Claudio Magris. Così si potrebbe sintetizzare in due righe il lavoro che Anna De Simone ha portato a termine con il volume dal titolo Leopardi a Trieste con Virgilio Giotti, edito da Interlinea nel dicembre 2015. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.13: Giuseppe Schillaci, “L’età definitiva”

Giuseppe Schillaci, L'età definitivaGiuseppe Schillaci, L’età definitiva, Bari, LiberAria, 2015

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di Giuseppe Panella

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Nico Chimenti manca da vent’anni da Palermo dove sua madre Doris (una tedesca della Germania Est che aveva sposato suo padre dopo averlo conosciuto quasi casualmente a Berlino) continua a vivere nel quartiere Brancaccio, la zona della città purtroppo nota per l’assassinio del suo parroco padre Puglisi e dove il tempo sembra essersi fermato. L’occasione è tra le più consuete: la mamma è stata male e poi è il periodo delle ferie natalizie, il bar di Piazza Vittorio dove Nico lavora è chiuso perché il suo datore di lavoro si è preso un po’ di giorni di ferie (fino al 10 gennaio – viene specificato) e il trentenne siciliano sente la necessità di un bilancio della sua vita. Inizia così L’età definitiva, un romanzo anomalo che si può collocare (ma a fatica) tra la descrizione della vita in una regione dell’Italia meridionale particolarmente martoriata dalla malavita organizzata e dal malcostume e la storia di una “formazione mancata” (per tutta una serie di ragioni che l’opera narrativa a lungo analizza).

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I ‘mariti’ di Valentina Diana

valentinadiana
Il secondo romanzo della poetessa-drammaturga torinese

di Guido Michelone

Drina è una ragazzona quarantenne che vive nell’immaginario Spricchio (borgo agricolo collinare oltre la banlieu torinese) e che tira a campare lavorando come attrice free lance (ovvero con scarsi ingaggi in tournée per l’Italia) e accudendo un figlio adolescente (che nel romanzo si rivela la figura in assoluto più discreta e defilata, così come i di lei genitori, comunque determinanti nel finto happy end). Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO N.51: Stefano Mazzei, “La piaga. Apologia del bimbominkia”

Stefano Mazzei, La piaga. Apologia del bimbominkiaStefano Mazzei, La piaga. Apologia del bimbominkia, Firenze, Edizioni Press & Archeos, 2015

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di Giuseppe Panella*

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Che cos’è esattamente, psicologicamente e umanamente, quello che nel linguaggio corrente dei social network e anche della pubblicistica politico-giornalistica, un bimbominkia – rigorosamente con la k ? E’ un addetto (un addict – si direbbe in inglese) sistematico e frenetico, appassionato e ossessivo alla frequentazione dei mezzi di comunicazione sociali di massa. Un termine giapponese, otaku, lo designerebbe forse meglio se non fosse che i fanatici indicati con questa parola più che altro si interessano a manga, anime e altri prodotti di genere letterario-fumettistico. Né d’altronde il bimbominkia è un troll “tradizionale” e il suo interesse non è tanto quello di dare disturbo o creare sconcerto tra gli utenti dei social cui partecipa ma di invadere il campo dello schermo in maniera massiccia e opprimente. Il personaggio indicato nel titolo, comunque, è solo un ballon d’essai, uno strumento di comprensione, un punto di riferimento, un simbolo della nostra epoca disperata e apparentemente confortante. Quello di Stefano Mazzei è un tentativo di dare senso, di arrivare a una comprensione (sia pure parziale) di un fenomeno che è parte fondamentale e decisiva della psicologia contemporanea e del modo in cui si configura continuamente sugli schermi dei computer di ogni parte del mondo:

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LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano

image“Quo vado” senza Thomas Moore?
Perché ci piace Checco Zalone? Qualcuno potrebbe arrivare a scomodare Lutero e la Riforma protestante. E’ vecchia la tesi che gli italiani sono italiani, cioè in fondo tutti “meridionali”, a causa della mancata riforma protestante. I popoli del Nord, che l’hanno conosciuta, devono ad essa serietà, onestà ed efficienza. Come ha saputo magistralmente analizzare Max Weber in Etica protestante del capitalismo. La ragione sta nella giustificazione della nostra salvezza: la grazia per i protestanti, di cui le realizzazioni mondane sono rivelazione e misura.

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SUL TAMBURO n.12: Evaristo Seghetta Andreoli, “Morfologia del dolore”

Evaristo Seghetta Andreoli, Morfologia del doloreEvaristo Seghetta Andreoli, Morfologia del dolore, con una nota di Carlo Fini, Novara, Interlinea, 2015

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di Giuseppe Panella

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Scrive Carlo Fini nella sua bella nota critica che introduce al volume di Evaristo Seghetta Andreoli che la natura poetica della scrittura di questa nuova silloge del poeta aretino è autenticamente articolata su un’esigenza di semplicità, di canto modulato senza artifici retorici ma riconnessi e ricondotti ad unità a partire da un momento di espansività sentimentale che si traduce in parola e poi in verso:

«Appare opportuno mettere in evidenza che l’autore si propone immediatamente come poeta di natura, anche se nella filigrana dei suoi versi è agevole rintracciare una cultura vasta e intrinsecamente fondata sui classici latini e greci, pur confrontandosi con la poesia contemporanea italiana e contemporanea. Siamo di fronte a una intonazione melodica che assai poco risente del linguaggio lirico corrente. I versi sono, di norma, brevi, sillabati, densi di espressività. Quella che è stata definita la “semplicità” di Evaristo è un modo autentico, quindi originale, di canto. Nella raccolta si avverte un continuo elevarsi del tono e dell’impronta: all’approfondimento interiore fa riscontro un linguaggio asciutto e chiaro, quasi che il poeta abbia trovato una via maestra per toccare il mondo, i sentimenti e le cose con originale e inconsueta misura»1.

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