di
Roberto Plevano

Un lettore [1] potrebbe avvicinarsi all’ultimo lavoro di Trevisan, inaspettatamente corposo, tenendo a mente, e aspettandosi, quella sua capacità di porre la scrittura a contatto immediato con la realtà delle cose e dei fatti, così da penetrare negli interstizi, nelle pieghe, nei corpi incistati nel tessuto sociale e territoriale, così da illuminare, come sotto un riflettore, l’insolito, o ciò che per troppa consuetudine non si vede e non ha rilevanza nella vita degli uomini. Non ne sarebbe deluso.
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SUL TAMBURO n.19: Donatella Giancaspero, “Ma da un presagio d’ali. Poesie”
RIMUOVERE IL SUPERFLUO. Donatella Giancaspero, Ma da un presagio d’ali. Poesie, Milano, La Vita Felice, 2015
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“Rimuovere il superfluo” dal dettato lirico e linguistico sembra la parola d’ordine di questo prezioso libretto di versi che distilla il percorso poetico di lunghi anni di riflessione di Donatella Giancaspero:
«Eppure vorremmo / rimuovere / tutto il superfluo / da noi stessi, raschiare via / ogni vanità / e la finzione, / che oscura l’animo / e ci fa vili, / soli / nella vita. // Vorremmo possedere / il nucleo / primigenio del cuore, / cellula intatta, / da cui rinascere / così chiari ed essenziali, / come lo spazio / che si rinnova infinito / nella tua mente / e si fa luce in movimento, / si fa suono, vento… // e strada, / ancora strada / da percorrere» (p. 55).
Quella di cogliere “il nucleo primigenio del cuore” è l’aspirazione poetica all’impossibile, all’impervio, all’assoluto, è volontà di cedere al rilievo infinito dei sentimenti che si propongono così come sono, senza scorie e senza compromessi, come sensazioni pure e incoercibili.
Misericordia e medicina di Maurizio Soldini, Mattioli 1885
Ogni artista nella sua opera parla del proprio corpo. Dunque, di ritorno, il corpo parla di noi, e se guardiamo cosa sta accadendo nel costume e nella comunicazione, verifichiamo anche che il corpo parla a noi. Ritengo che la tutela del proprio corpo, della sua intangibilità, dico per me assoluta anche di fronte alla volontà di ciascuno di noi, sia l’estremo presidio della nostra umanità ma anche dei nostri diritti e della nostra libertà.
Vegan. Le città di Dio di Remo Bassini

Quando uno scrittore ‘diventa’ vegano…
di Guido Michelone
Un’investigatrice privata, Anna Attrici di mezz’età, intelligente, preparata, curiosa, nevrotica, su precise richieste, torna a occuparsi di un caso dimenticato: la morte improvvisa di Adriano Bronzelli, guaritore di tumori a base di diete, insomma guru e teorico a firma ‘vegan’ che utopizza un’ipotetica città degli orti, in cui le persone vivranno comunitariamente mangiando sani cibi biologici in ambienti naturali incontaminati, ovvero lontani da industrie e inquinamento. Continua a leggere
Ricordando Amelia Rosselli a vent’anni dalla sua morte
Non mi stancherò mai di ringraziare Fabrizio Centofanti sia per l’attenzione costante alla mia scrittura, sia per la cura che ha nella scelta
delle foto che accompagnano i miei articoli, data
la scarsa familiarità che, ahimè, ho col computer. Continua a leggere
LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano
Speriamo che sia femmina (?)
Ha ragione Nicola Gratteri quando spiega che la ‘ndrangheta è diventata più forte di Cosa Nostra grazie alle donne. Si tratta si una semplificazione ardita ma che rende la realtà di una organizzazione criminale radicato in una struttura familiare arcaica fondata su una rigida separazione dei generi sessuali: il maschio “regna” ma a “governare” è la donna. E’ lei l’amministratrice della pena, la vendetta. Per questo è difficile trovare pentiti e collaboratori di giustizia nelle ndrine.
Il discorso amoroso di Roland Barthes
Frammenti di un discorso amoroso risulta il libro più venduto – ma forse non più letto vista la complessità dell’approccio – del noto studioso francese, citato persino da Francesco Guccini in una canzone e punto di riferimento essenziale per molte generazioni, soprattutto quelle nate culturalmente dal Sessantotto, che magari vogliano andare oltre la sociologia esclusivamente politica di Herbert Marcuse o Theodor W. Adorno, per un approccio più culturologico e meno settoriale. Continua a leggere
SUL TAMBURO n.18: Paolo Marati, “L’intrusione delle onde anomale”
Paolo Marati, L’intrusione delle onde anomale, Siena, Barbera Editore, 2014
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Nella vita quotidiana, chi aspira alla normalità talvolta si trova di fronte a delle esperienze o a delle condizioni di vita che trova anormali e che, quindi, rifiuta come “intrusioni anomale” – tali anomalie, però, permettono alla soggettività di svilupparsi in direzioni e in ambiti che altrimenti rimarrebbero soffocate sotto la cappa di piombo di un vivere grigio e sempre uguale.
Nel suo primo romanzo, Paolo Marati sviluppa, in maniera contrastata e spesso provocatoria, questo concetto che solo apparentemente deriva dalla fisica ondulatoria ma che più propriamente può essere ricondotto all’esperienza di forme di vita che sono presenti nel tessuto sociale corrente ma sfuggono allo sguardo di chi non sa coglierle.
INTERVISTA A EDOARDO VOLPI KELLERMANN
di Giovanni Agnoloni
Edoardo Volpi Kellermann è scrittore e musicista, esperto conoscitore del Legendarium tolkieniano e autore di una saga avviata – editorialmente – da poco con The Montecristo Project, romanzo edito in formato elettronico da Spider&Fish. Oggi lo intervisto per La Poesia e lo Spirito.
(aggiornamento: il libro è uscito nuovamente per Delos in formato digitale nel marzo 2022, ed è in uscita in formato cartaceo il 17 maggio. Viene diviso in tre volumi, il primo dei quali s’intitola La prima colonia)
– Il tuo percorso letterario si snoda attraverso tutto lo spettro del fantastico, sorretto dalla tua sensibilità e competenza musicale. Hai iniziato a scrivere gradualmente o, un po’ come per me, il “colpo di fulmine” per la scrittura è scattato quando hai letto le opere di Tolkien?
A dire la verità la prima lettura di Tolkien, nel 1981, mi fece scoprire la mia vena compositiva. Quindi ha reso più profondo e “attivo” il mio amore per la musica (allora studiavo già pianoforte da 8 anni), sconvolgendo il mio mondo di diciassettenne e donandomi una nuova prospettiva sulla realtà, l’epica e la mitologia. Certo, ha rinforzato ulteriormente il mio amore per la lettura… ma quello per la scrittura “non saggistica” si è manifestato più tardi, alla nascita, nel 1993, di mio figlio Gabriele, quando stesi la prima versione del racconto Baby, la radice dell’albero poi fiorito in The Montecristo Project. Continua a leggere
DANZAS DE AMOR Y DUENDE, poesie di Gianpaolo Mastropasqua
Una lettura del libro di poesia di Gianpaolo G. Mastropasqua non dovrebbe tener conto di questo approfondimento. È un testo completamente accessibile, di lettura più che gradevole ed enormemente suggestivo; però voglio confessare che l’autore di questo commento fu un appassionato di astrologia alla quale si dedicò per spiegare temi astrali ai suoi amici. Aiutato da tavole di posizione, lapis, squadra, compasso e cartacarbone, ai tempi delle stampanti a matrici di punti o anche prima, cercò di applicare le conoscenze acquisite con le letture dei libri dell’editore Kier per prognosticare il futuro dei conoscenti. Non sempre con l’esito sperato. E comunque fu già molto. Chi introduce questo libro si è riconosciuto un credente del condizionamento operante di Skinner e un fanatico delle terapie di accettazione e compromesso e ha lasciato poco spazio alla psicologia profonda. Lettura dei tarocchi e chiromanzia non hanno fanno ancora parte delle sue abilità sociali. Ugualmente come Mastropasqua nella sua vita professionale, anche il sottoscritto ha scelto il cammino della Scienza, però quello che si apprende nell’adolescenza, specialmente dal contenuto a carattere simbolico e mitologico, permane nell’arco delle conoscenze molto oltre il periodo della giovinezza.
Flavio Ermini, Il giardino conteso
“Il giardino conteso” di Flavio Ermini è un saggio complesso, mirabilmente argomentato che si articola in sei parti, dedicate ciascuna a un momento specifico della contesa in atto fra essere e apparire: La natura dell’apparire; La realtà singolare delle cose; L’esperienza dello smarrimento; Sotto l’inchiostro; L’altrove poetico; Il giardino conteso. Continua a leggere
LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano
Finitela di giocare “ai quattro cantoni”
Pare adunque che ogni cittadino di Eatanswill si sentisse obbligato a entrare, anima e corpo, in uno dei due grandi partiti che dividevano la città: gli Azzurri ed i Gialli. Ora, gli Azzurri non si lasciavano sfuggire alcuna opportunità di far l’opposizione ai Gialli, e i Gialli non si lasciavano sfuggire alcuna opportunità di far l’opposizione agli Azzurri; e la conseguenza era questa che quante volte i Gialli e gli Azzurri s’incontravano in una pubblica assemblea, nel palazzo di città, alla fiera, al mercato, si veniva issofatto alle dispute e alle parolacce. Con tali dissensi è quasi superfluo far notare che di ogni cosa si faceva ad Eatanswill una questione di partito. Se i Gialli proponevano la costruzione di una nuova tettoia alla piazza del mercato, gli Azzurri bandivano dei comizii o protestavano altamente contro l’esecrabile attentato; se gli Azzurri proponevano l’erezione di una seconda pompa nella via principale, i Gialli insorgevano come un sol uomo gridando allo scandalo e all’enormità. Vi erano botteghe Azzurre e botteghe Gialle, alberghi Azzurri ed alberghi Gialli; e fino nella chiesa vi era una navata Gialla ed un’altra Azzurra. Naturalmente era di strettissima necessità che ciascuno di questi potenti partiti avesse il suo organo; epperò si stampavano nella città due giornali — la Gazzetta d’Eatanswill e l’Indipendente d’Eatanswill; la prima informata ai principi Azzurri, e il secondo sostenitore accanito dei Gialli.
SUL TAMBURO n.17: Paolo Colagrande, “Senti le rane”
Paolo Colagrande, Senti le rane…, Roma, Nottetempo, 2015
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Senti le rane è un canto tradizionale delle mondine della Bassa che l’oggetto principale della narrazione che costituisce il motivo conduttore del romanzo di Colagrande, a un certo punto, si mette a stonare intervallandolo con poderose bestemmie – una rana che affiora dal pelo dell’acqua gli fa da controcanto gracidando in maniera cacofonica (il richiamo, oltre che all’anfibio in questione, è al coro delle rane nell’omonima commedia di Aristofane indirizzata contro l’opera tragica di Euripide).
LUCA ORLANDINI, “VELLEITÀ DELLA MATERIA”
Conversazione tra Giovanni Agnoloni e Luca Orlandini
Velleità della materia (Aragno, Torino, 2016, pp. 190, Euro 15) è un testo di Luca Orlandini composto da pensieri brevi, introdotto da due paradossali citazioni d’eccezione; una lunga, pressoché sconosciuta al grande pubblico, di Giorgio Manganelli, nella quarta di copertina:
«Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla della figa: diciamolo chiaro, se la cultura, se il pensare, non è vitale, se non impegna proprio le viscere (e non metaforicamente, perché il pensare è cosa totale come il morire, è un ‘fatto’, un vero e tangibile oggetto), se non ha anche addosso qualcosa di sporco, di fastidioso, di disgustoso, come è di tutto ciò che appartiene ai visceri, se non è tutto questo, non è che vizio, o malattia, o addobbo: cose di cui è bene o anche necessario ed onesto liberarsi (spogliarsi). … I libri non esistono: ma esiste il nostro fare carne di loro. E sono anni che mi affatico a cercare il come, e tra i miei libri me ne sto goffo e prepotente come un orso, e sostanzialmente impotente. Sono afflitto da una vera, continua, maligna impotenza, che riconosco affatto estranea al mio carattere, ma che c’è, come un porro sul naso, o un odore fastidioso di vivande di terz’ordine. È la mia volgarità, una sorta di fisiologicità intellettuale: una cosa vergognosa.»
E una di Giacomo Leopardi (Zib., 1252):
«Nessuno è meno filosofo di chi vorrebbe tutto il mondo filosofo, e filosofica tutta la vita umana, che è quanto dire, che non vi fosse più vita al mondo. E pur questo è il desiderio ec. de’ filosofastri, anzi della maggior parte de’ filosofi presenti e passati.» Continua a leggere
ALESSANDRA ANGELUCCI, “IL ROVESCIO DELLE LETTERE”
Il rovescio delle lettere, di Alessandra Angelucci – Prefazione di Franco Speroni (Di Felice Edizioni – Fili d’erba, collana d’arte diretta da Alessandra Angelucci)
In copertina: dettaglio dell’opera Il rovescio delle lettere di Fabrizio Sclocchini
Nelle librerie italiane a partire dalla fine di aprile
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La prefazione di Franco Speroni
“Cercando di vedere il mare” potrebbe essere un sottotitolo che, da lettore, mi viene in mente per questa serie di interviste di Alessandra Angelucci. Quasi fosse nascosto nel “rovescio delle lettere” – titolo vero del libro – “cercando di vedere il mare” è l’espressione che mi è suggerita dall’articolo su La Grande bellezza di Paolo Sorrentino, in chiusura di questa raccolta.
Mi sembra, infatti, che i “ricordi” finali dedicati, oltre che a Sorrentino, a Ettore Spalletti e a Pippa Bacca, contengano il colore necessario per immergersi nella lettura delle interviste che compongono questo volume. Colore non tanto come elemento suggestivo – retinico – piuttosto come corpo concreto poiché ogni pensiero non può essere disgiunto dal corpo che lo anima. È il corpo, infatti, che anima il pensiero, e non viceversa, in questa serie di incursioni in diversi aspetti della realtà attraverso il filtro, soprattutto, delle arti. Proprio perché corpo, quindi, il colore, a cui alludevo, non è superficie ma sostanza di un sentire che aiuta a percepire lo spirito con il quale l’autrice si è confrontata con i suoi ospiti, nelle interviste scritte come in quelle radiofoniche. Continua a leggere
LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano
E se arrestassero la moglie di Cesare?
Ho letto l’intervista di Piercamillo Davigo sul Corriere e non vi ho trovato la frase incriminata: “Tutti i politici sono ladri”. Ho letto altro. Uno, che i politici che rubano sono più pericolosi dei delinquenti. Niente di più vero, atteso che il politico per un cittadino dovrebbe essere un “buon esempio”. Mentre da un ladro non mi aspetto che faccia il poliziotto. Due, che rispetto a “Tangentopoli”, non si ruba di meno, ma i politici che rubano non si vergognano più. Non posso dire se sia assolutamente vera questa frase, ma posso testimoniare che la soglia di riprovazione sociale rispetto al politico “ladro” si è molto abbassata. Diffusione di una illegalità quotidiana e spicciola, da un lato, inefficacia della “punizione” (quando non vera e propria impunità), dall’altro, hanno contribuito ad alimentare questo riflusso di delusione e disincanto nel quale la disonestà di certi politici sguazza. Continua a leggere
SUL TAMBURO n.16: Marco Balzano, “L’ultimo arrivato”
Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Palermo, Sellerio, 2014
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L’ultimo è sempre lo sconfitto, il vessato, la vittima designata: Ninetto detto pelleossa per la sua magrezza frutto di una fame secolare e apparentemente inestinguibile è il protagonista di un romanzo di formazione che, però, si conclude con una dura sconfitta, non con il compimento della maturità o il successo sociale da parte del personaggio più significativo della storia raccontata.
Il bambino (ha nove anni all’epoca) scappa da San Cono, sperduto paese della provincia di Catania e noto soprattutto per il miracolo officiato dal santo frate che portava questo nome, stabilendosi a Milano presso i parenti del “paesano” Giuvà che dovrebbe fargli da mentore e aiutarlo in questa difficile trasferta. Ma Giuvà non fa molto per lui oltre a rubargli i danari del gruzzolo affidatogli dal padre Rosario e ubriacarsi lasciandolo sempre solo nell’”alveare” (il complesso edilizio popolare dove gli operai di origine meridionale arrivati a Milano finiscono quasi sempre per andare ad abitare). Dopo essersi ripreso i suoi soldi quasi con la forza, Ninetto va a fare il galoppino in bicicletta per una lavanderia dove, seppure molto sfruttato, il lavoro gli procura una qual certa indipendenza economica. Ma ovviamente non potrà bastargli fare le consegne a domicilio della biancheria stirata e strappa – al compimento del quindicesimo anno di età – un posto all’Alfa Romeo di Arese, alla catena di montaggio dove rimarrà per lunghi anni senza cambiare mai prospettiva e dimensione lavorativa. Nel frattempo, Ninetto si è sposato con Maddalena, una ragazza altrettanto giovane e piena di buona volontà: si è sposato quasi clandestinamente al suo paese, è ritornato a Milano e poi ha avuto una bambina, Elisabetta. Quando la ragazza sarà diventata grande, il delirio possessivo nei confronti delle “sue” donne (un atteggiamento che non l’aveva mai abbandonato fin da quando si era sposato) esploderà in un atto di violenza contro Paolo, futuro marito della figlia, da lui sorpreso in un atteggiamento di abbandono amoroso con lei.
I NOMI CHE DIAMO ALLE COSE di Beatrice Masini
Beatrice Masini è un’artista poliedrica della parola scritta: svolge il ruolo di editor, fa la traduttrice (ha tradotto, tra gli altri, i romanzi della saga di Harry Potter), è scrittrice per bambini, ragazzi e adulti (tradotta, a sua volta, in una ventina di Paesi). Nell’ambito della narrativa per adulti da qualche settimana è giunto in libreria “I nomi che diamo alle cose” (Bompiani, € 17, p. 224): romanzo coinvolgente e caratterizzato da una scrittura raffinata e mai banale. Sono tanti i temi affrontati nel libro: la ricerca del proprio posto nel mondo, la possibilità di dare spazio alle aspirazioni personali facendole confluire in ambito lavorativo, la difficoltà a instaurare rapporti sentimentali equilibrati, il rapporto tra adulti e bambini. Continua a leggere
IL TERZO SGUARDO n.54: Franco Ferrarotti, “Al Santuario con Pavese. Storia di un’amicizia”
Franco Ferrarotti, Al Santuario con Pavese. Storia di un’amicizia, Bologna, EDB, 2015
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di Giuseppe Panella*
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«Ciò che forse non è stato capito dai contemporanei è che in Pavese, come del resto in Adriano Olivetti, benché in tutt’altro modo, era sempre presente e nel fondo, misteriosamente operante, un sentimento religioso che lo rendeva estraneo allo storicismo “laicistico” allora dominante e lo spingeva invece allo studio dei grandi miti, archetipi strutturali, racconti metastorici, risposte criptiche alle pulsioni profonde che costituiscono l’uomo in società. Vico e Frazer al posto di Hegel, per non parlare dei suoi garruli italici nipotini. Ricordo come se fosse ieri che provammo un sommesso divertimento nel riuscire a far passare sotto il naso del crociano-marxista Ernesto de Martino il libro antropologico- strutturale di Theeodor Reik da me tradotto» (p. 49)1.
Franco Ferrarotti, giunto alla soglia dei novanta anni, rievoca, con passione e accoratezza, la passata e condivisa amicizia con Cesare Pavese. In un libro breve ma denso e tutto concentrato sui fatti, il sociologo vercellese racconta del suo incontro con lo scrittore di Santo Stefano Belbo, del loro rapporto di confronto produttivo e qualche volta di scontro, della loro corrispondenza e del loro ritrovarsi a ogni snodo della loro vita (fino all’interruzione brusca ma non imprevedibile legata al suicidio di Pavese). Pavese emerge come “un uomo complesso e privato”, con un interesse serrato e vibrante per la dimensione mitopoietica della vita umana, delle origini della coscienza, del senso ultimo e profondo della vita. – una dimensione astorica che urtava con i convincimenti più forti dell’ambiente culturale in cui egli vive e da cui traeva linfa. La sua fama di “eterno adolescente” affibbiatogli dalla critica letteraria italiana (in ultimo in un saggio pur importante come quello di Cesare Segre che costituisce la sua introduzione all’ultima edizione di Il mestiere di vivere2) ha continuato da sempre a perseguitarlo.
LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano
Meglio il “libretto rosso”
o il telefonino?
Le intercettazioni sono diventate lo strumento più efficace di investigazione, in modo particolare contro i reati in danno della Pubblica Amministrazione. Contro la corruzione svolgono lo stesso ruolo che hanno avuto i pentiti nella lotta contro il terrorismo prima, e la mafia dopo. Anche sui pentiti si aprì un dibattito culturale per le implicazioni di natura etica che l’abuso di questo mezzo innescava. Leonardo Sciascia ne fece un parallelo con le conseguenze dell’Inquisizione e richiamò alla memoria La storia della colonna infame di Alessandro Manzoni. Le intercettazioni odierne invece rinviano subito al sistema di controllo massiccio della libertà personale messo in atto nei paesi comunisti dell’Europa dell’Est.






