Un apprendista muratore ricevette il permesso di erigere nelle pause del lavoro un suo muretto di prova, ed i compagni che lì intorno mangiavano e riposavano lo tenevano d’occhio muovendogli critiche e dandogli buoni consigli. Alla fine della giornata il muretto veniva abbattuto, e l’indomani si ricominciava. L’apprendista era molto felice di questo, e pareva migliorare ogni giorno. Ma un giorno passò lungo il cantiere un tale che scrutata la scena gli si avvicinò e gli disse:
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Archivi categoria: Scritture
E canto
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Alle sei del mattino, a Medjugorie,
dopo due ore fitte di preghiera,
il miracolo si è verificato.
Una cosa semplice, come il canto
dell’usignolo che si è già svegliato,
come il passo svelto dell’impiegato
verso l’ufficio, come il proprietario
del bar che passa lo straccio, fischiando.
Anch’io ritorno dove tutto è uguale
tranne me, che dalle sei del mattino
sono uscito dalla notte, e canto.
Provocazione in forma d’apologo 253
Di tre fratelli, il primo era un puro teorico; il secondo, un pratico puro; e il terzo di volta in volta si barcamenava sagacemente fra le posizioni nette degli altri due.
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George Trakl, un amore proibito
1. Una sorella per musa.
Cercate nella vita di ogni artista che porta con sé il sentimento dell’angoscia e dell’ossessione e troverete una sorella morta nella prima adolescenza, questo è il caso di Mallarmè, la cui sorella Maria morì a tredici anni , o di Munch , la cui sorella Johanne Sophie morì a quattordici anni. “La parola soeur in Mallarmè – scrive Guido Ceronetti – risuonò sempre come un’agonia” e Munch spiò ( e riprese in decine di opere , come un straziante rito funebre ) la morte della sorella , per tubercolosi, quel bianco spegnersi della fanciulla davanti ad una tendina chiara, come in un pallore boreale. Sembra che non si diventi veramente poeti senza essere passati per la morte di una sorella. “Infanzia e adolescenza creative sono inferni assetati di bambine morte”, conclude Ceronetti. Continua a leggere
All’ultimo traguardo
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Vorrei suonare così, senza sforzo
apparente, con mani vellutate
sui tasti della vita, pause lievi
sospese sulle gioie e sui dolori,
scatti improvvisi di rabbia e paura,
sussulti di passione, come due
che si amano nel bosco, mentre il sole
tramonta piano piano, nella mente,
lasciando che da dentro nasca un sogno
di note che s’inseguono cantando
canzoni solo nostre, variazioni
sul tema dell’amore e della morte,
tagliare il nastro all’ultimo traguardo
con il cuore che batte ancora forte,
danzando.
Solo ora
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Voglio scrivere, oggi, come viene,
come non fossero mie
le mie parole,
ma di uno che passi qui per caso,
che scelga di lasciare il suo ricordo
come un graffito sul muro di casa,
che trovi appena alzato, la mattina.
E vorresti imprecare, ma a rifletterci
bene, è quello che pensavi pure tu.
E’ te che voglio, non mi domandare
perché né come: io so che di quest’anno
si salva solo il sogno, l’intuizione
che sì, l’amore vince, che di tutto
questo correre da una meta all’altra,
solo il viaggio si salva, il desiderio
affamato di senso, l’emozione
di dirti ciò che sento. Solo ora
ti scrivo come viene: le parole
stavolta sono mie, come un graffito
sul muro del tuo cuore, del mio viaggio.
Lampedusa
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da qui
E’ come un masso che ti tira giù,
quando t’imbarchi dopo aver venduto
quello che avevi, col miraggio bello
di una minestra certa, di una notte
in cui dormire, libero dall’incubo
dell’affondo improvviso del machete.
T’illudi di trovare braccia aperte
sulla riva del mare. Ma soltanto
la morte ti saluta col suo sguardo
di sale, perché l’acqua sa bruciare,
senza l’amore, molto più del pianto.
Santa Maria in Monticelli
Sotto una Mercedes bianca
mia nonna prende il fresco,
seduta all’ osteria,
con il solito quartino di vino e una gazzosa.
Sotto un furgone, vicino al garage,
Egle e Teresa litigano per Fausto,
lo stagnaro amante e marito.
Davanti ai musi e ai motori delle auto
le cornici del doratore asciugano
appese ai chiodi nel muro delle monache.
Il bordo del marciapiedi,
tra le ruote delle auto parcheggiate,
è ancora una pista per i tappi della birra.
Sotto ogni auto un ricordo
in una strada
che viveva con noi.
[l’immagine è tratta da qui]
Provocazione in forma d’apologo 252
Proprio in vista della sua terra promessa i piedi cominciarono a bloccarsi. Gonfi torpidi e dolenti lo costringevano ogni giorno ad alzarsi sempre prima per riuscire a trovare le forze sufficienti a rimettersi in marcia. I dottori a cui si rivolse suggerirono esami che diedero responsi sibillini e prescrissero rimedi che non rimediarono a nulla. Altri gli dissero spicci di non fare storie e andare avanti, e così fece.
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Crisi
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da qui
Proviamo a giudicarci da lontano,
da un loggione chiassoso, dove i fischi
si abbattono in platea come rimorsi
e gli attori non sanno se restare
o fare le valigie. Perché andarsene
potrebbe rivelarsi lo spettacolo
migliore, il più sensato; o almeno dare
indietro il prezzo del biglietto. Appena
chiudi gli occhi ti viene un’immagine
alla mente: un sogno che finisce
col trillo della sveglia; il palcoscenico
è vuoto; c’è soltanto, lassù,
un mormorio d’attori che il loggione
trasforma in una scena che stupisce,
un’invettiva, che si cambia in canto.
Co’ ‘sta concordia
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da qui
Raddrizzare la barca: un simbolo
potente di questi anni dedicati
ad affondarla, a replicare inchini
al parolaio di turno. Non sappiamo
se il fianco martoriato sia di nuovo
disposto a navigare, se il popolo
gabbato sia convinto a farsi ancora
gabbare e rigabbare. Ma sappiamo
che l’unica speranza, questa volta,
è che i piloti inetti,
finalmente, abbandonino la nave.
Provocazione in forma d’apologo 251
Un banco vuoto su cui sistemare alla meglio le quattro carabattole che mi sono trascinato dietro per tutta una vita, e, sullo schienale della sedia, una tunica che pare all’incirca della mia misura: giungendo in quest’aula deserta ho capito subito di essere finalmente arrivato a casa.
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Una giornata con gli Orsi grigi, di Augusto Benemeglio
Mentre su “youtube” riascoltavo le loro canzoni di Faber il poeta, recital che abbiamo rappresentato al Teatro D. Mario Torregrossa il 7 luglio u.s., sono andato con la mente alle loro faticate prove, alla nota stonata, all’entrata sbagliata, alla parola che salta, al pensiero che si fa suono, al vitello di zolfo sulla parete della sala musica-bazar della villa di Palocco di via Apelle; ed eccoli, gli “Orsi Grigi”, in quei pomeriggi ancora invernali con gli accordi tra le dita e il ventre, il cervello che ricerca dappertutto le tracce da fiera o da circo della domenica appena svanita, il campanello che insiste , fino al vaffanculo al postino che suona sempre due volte … Continua a leggere
Intervento, di Giuseppe Granieri

Forse dovrei/potrei aspettare a scrivere queste righe. E, comunque, non è l’urgenza che mi spinge a scriverle. Piuttosto, sento che mettere per iscritto questo pensiero serva ORA. E, forse, potrebbe non servire più in là: sento che cogliere l’eccezionalità del momento, possa servire a qualcuno, me compreso. Continua a leggere
Provocazione in forma d’apologo 250
Da qualche tempo nutro un piccolo gruppo (non oso dire colonia, come per gli altri) di colombe dal collare. Mi affaccio dal balcone e lancio con ampio gesto qualche pugno di becchime e loro, che già mi spiano dagli alberi vicini, subito arrivano e scendono al pascolo.
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Segnali
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Bandiere al vento nella piazza, come
segnali di vittoria: coi tamburi
di guerra andiamo incontro alla resa
dei conti col nemico, che non ha
più armi. Nell’azzurro di una fine
estate qualsiasi, di un qualsiasi
anno, ritti sul filo della vita nuova,
immaginiamo morire la morte,
riesplodere il respiro santo, tempo
tutto per noi, come bandiere al vento.
Mentre rullano i tamburi di Dio,
s’innalza, nella piazza, il nostro canto.
Uomo delle fedi
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Il gran giorno è arrivato. Non pensare
che sia un rinnegamento. No, è un’altra
tappa d’avvicinamento all’opera
che lui ha cominciato. Proprio qui,
dalla piazza sul mare, la bellezza
appare con la firma dell’azzurro,
la campana che suona l’ora giusta,
la croce mezzo storta sulla chiave
di volta della chiesa. Al bar di fronte,
la musica riempie anime vuote
di senso e di futuro. Così credi,
pensando che ora parti alla missione
che lui ha già cominciato, dall’altezza
del campanile diroccato, duro,
controcorrente, uomo delle fedi.
Di chi sai
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Non ho neanche bisogno di vederlo,
il mare. Ormai lo so a memoria
l’orizzonte spezzato dalle nuvole,
la linea azzurra, nella quale i soliti
ricordi sono grani di un rosario
che si prega da solo, come chiacchiere
di vecchi tra panchine appollaiate
sul golfo, riti stanchi di esistenze
trascinate tra un quarto di Verdicchio
e un’invettiva al mondo, incomprensibile
alla mente di chi sa di non essere
più in corsa. Invece io mi ci sento
dentro come mai, nuvola che passa
da un orizzonte all’altro, dalla linea
che unisce il monte al cielo, i nostri sogni
con la mano sapiente di chi sai.
Il punto opposto
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È il punto opposto la sua specialità,
quello che non vuoi, che per niente al mondo
accetteresti. Lui ti aspetta al varco,
per lasciarti morire all’uomo vecchio.
Lui ti aspetta qui, tra le macchie chiare
e scure della baia, dove le barche
lasciano una scia che subito sfuma,
dentro lo specchio opaco dell’Adriatico.
Che sia così il passato, che la schiuma
del tempo si scolori, tra le macchie
impallidite di quello che è già stato.
Di questa cosa
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Perché senza parole è molto meglio:
è una tortura scrivere qualcosa
che non riesce a spiegare ciò che sento.
Le dita che battono frenetiche,
sui tasti del computer, si fermano
in attesa di una luce che non viene,
perché senza parole è molto meglio,
è un’illusione scrivere qualcosa
di questa cosa che scorre veloce
e poi si arresta, pulsa come il sangue,
e grida disperata come un bimbo
restato senza madre, ride, beve,
si affaccia alla finestra come un sole
che sorge dentro casa, tra un adagio
di Mahler e un improvviso di Chopin,
vola sul pentagramma dei tuoi sogni,
perché senza parole è molto meglio
e scriverne qualcosa è una battaglia
persa, l’ultimo scontro del soldato
che lotta, lotta, e poco dopo muore.



