Archivi categoria: Scritture

Autoritratto poetico – Piero BIGONGIARI

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(Gianna Pinotti, “Apollo”. Il Maestro/L’ispirazione profetica, 1996)

[piero-bigongiari.doc]

[I testi antologizzati sono tratti da: Piero Bigongiari, Autoritratto poetico, Firenze, Sansoni Editore, “Fonè”, 1985. Il file allegato contiene una esaustiva nota biobibliografica del poeta pistoiese egregiamente curata da Martino Baldi, che ringrazio per la gentile e preziosa concessione.]

Vetrata

O memoria, la terra è il tuo ritorno
negli occhi, le magnolie
in un torno di gridi dai cortili
traboccano, sui lividi ginocchi
spunta l’età più grande come un’alba. Continua a leggere

Provocazione in forma d’apologo 55

Son momenti difficili ed Erre sogna il sogno seguente.
Ha acquistato un appartamento in un quartiere periferico, dove spera che la sua donna lo seguirà. Si trova in visita all’edificio quasi finito (un edificio monumentale e antiquato, in contrasto coi luoghi) quando si scatena un rumoroso parapiglia: un terrorista armato fino ai denti minaccia una folla che terrorizzata fugge. Solo Erre e un sacerdote dall’aria smarrita non fuggono. Il terrorista fa segno al sacerdote di avvicinarsi e ad Erre di andarsene. Il sacerdote (con scarso entusiasmo) obbedisce, Erre no.
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Da “Devoti a Babele”, di Valter Binaghi

“Infermiere, sto male”
“Male dove?”
“Dappertutto. E’ la crisi, mi chiami il medico, per favore.”
“Il medico è in visita al piano di sopra, comincia a dire a me”
“Mi devo fare. Se no muoio. Morfina cloridrata, metadone. Non mi dica che non ce n’è”
E’ scafato, sa di medicina quanto gli basta per evitare guarigioni.
“Niente da fare”
“Mi chiami il medico”
“E’ la prescrizione del medico. Niente altro che sedativi, se ne vuoi.”
“Ma cosa vuol dire?”
“Vuol dire che mentre sei qui ti levi la scimmia, per amore o per forza”
E se ne va lasciandolo a smaniare. Continua a leggere

La nave va, di Stefania Nardini

Marsiglia – Napoli da Vieux Port

Un pensiero in un giorno qualunque

La nave va

Sotto il velo della pioggia la nave va.

La memoria dei poeti riposa in questo mare.

Louis Braquier, Gabriele Audisio, Jean Claude Izzo.

Hanno portato con loro il vecchio amore. Annegando in quell’eternità donata delle parole.

Hanno amato Marsiglia.

Le hanno reso omaggio nei silenzi e nelle attese.

La nave va… Continua a leggere

Provocazione in forma d’apologo 54

Un vedovo con quattro figli accolse nella sua casa un orfano. Non lo accolse da padre, ma da padrone; e tuttavia da padrone giusto. Una domenica pomeriggio che i figli erano fuori al ballo, servo e padrone stavano soli nel cortile della grande casa e riposavano al sole. L’uomo guardò il ragazzo, non fece un sorriso né disse una parola ma quello sguardo entrò nel cuore dell’orfano e vi rimase.
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Venerdi mattina; una sconfitta

sisifo.jpgIn quarta sanno come distrarmi.
Sinceramente, la voglia di dedicarmi alla declinazione dell’aggettivo in tedesco, questa mattina, è pressappoco zero ;  i venti minuti che ho trascorso in autobus in compagnia di Abraham Joshua Heschel, uno degli autori preferiti da Cristina Campo, lavorano in me e fanno sì che davanti alle 5 ore che mi aspettano, mi senta come Sisifo.
E’ D. , un ragazzo con gli occhi storti che mangia in continuazione, a lanciarmi la prima domanda: Cosa pensa Lei , come straniera, della crisi di governo in Italia? Cosa dovrebbe fare l’Italia per riacquistare la stima  nel mondo? Continua a leggere

Amelia ROSSELLI nella lettura di Biagio CEPOLLARO

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(A. Rosselli/B. Cepollaro)

Leggere è insomma un lasciar risuonare una chiave
provando ad aprire altre porte, già comprese nel testo,
ma ancora silenti.

(Biagio Cepollaro)

Due poesie di Amelia Rosselli secondo i criteri della poesia integrata.

Nell’ambito di un corso di aggiornamento per insegnanti di italiano dell’istituto Virgilio di Milano, ho proposto, tra ottobre e dicembre del 2007, dieci incontri di due ore ciascuno dedicati allo studio dei princìpi e dei metodi della ‘poesia integrata’.
Gli appunti seguenti relativi a due poesie di Amelia Rosselli sono scaturiti dal lavoro sull’immagine, sul suono e sul senso realizzato insieme al gruppo di lavoro. Continua a leggere

Comunità immaginarie

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Oh tutto quel tempo a parlare d’altro. Qualsiasi schiocchezza, quando lavare le tende, il cielo nero nero, l’Iraq. All’aeroporto un giorno avevo sfogliato uno di questi libri che si vendono nelle edicole degli aeroporti, un manuale per manager di successo – ché pare che gli aeroporti siano attraversati solo da queste figure postumane tutte in tiro, unici come l’uomo di vitruvio. Continua a leggere

Il muro dei grandi, di Lucia Tosi

mary-cassatt-children-playing-on-the-beach-5432.jpgLa bambina in costumino rosa si sposta la frangia dagli occhi con un colpetto della mano sporca di sabbia. Strizza gli occhi perché ci è caduto dentro qualche granello. Ha una coda di cavallo tenuta da un fiocco blu, i capelli formano una virgola dietro e una nuvoletta impalpabile, attorno al viso, di ricciolini che sfuggono alla presa. Ha un secchiello e una paletta e dei sandaletti aeroplano. Sembra che giochi con due più grandi, un maschio e una femmina. I due corrono, ogni tanto una piccola spinta, uno schiaffetto leggero alla piccola. Ridacchiano, parlottano. Si allontanano. Sono abbronzati, neri di occhi e di capelli. La tormentano. Lei non vorrebbe. Guarda insistentemente verso due signore sulla panchina che parlano fitto fitto. Quella con gli occhiali le sorride continuando a chiacchierare, l’altra alza gli occhi sui due ragazzini, le fa un cenno come per dirle vieni, oppure gioca anche tu, corri. La piccola non sente il bisogno di andare dalle due donne, vorrebbe solo poter pastrocchiare con la sabbia e l’acqua in pace come vede fare a quei due uomini più in là che hanno una pentola gigante che gira gira e fa un rumore continuo. Poi prendono quello che hanno messo dentro il pentolone e lo stendono con delle pale per terra e lo lisciano lo lisciano mi piacerebbe lisciarlo anch’io. E’ settembre, sul lago c’è una barca a vela, il cielo è grigio (cosa vuol dire plumbèo, Teresa? Ah ah plùm-beo, piccola, plum-be-o). Voglio tornare a casa. A casa c’è la mamma, si sforza di pensare. Ma non le viene un sentimento più grande di così. Prova a provarlo come ha letto nei librini: una mamma oca, una mamma mucca e i loro cuccioli che vogliono stare sempre con le loro mamme. E un papà coi baffi e l’aria severa che però ride e non sgrida i suoi bambini. Ma la sua mamma è vecchia e il papà è un po’ calvo alto alto. Continua a leggere

In Itinere – Federico ZULIANI

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(John R. Walker, Travelling South)

Non ho mai creduto alla poesia di/per genere, tanto meno all’esistenza di una poesia “generazionale”. Trovo quest’ultima, se possibile, un’etichetta ancora più trita, inutile e vuota tra tutte quelle che infettano e piagano il panorama della letteratura in versi, deprivandolo della possibilità di significare oltre i limiti arbitrariamente imposti e di mostrare l’intero orizzonte degli echi e degli alfabeti di senso che contiene. Distribuendo patenti e innalzando steccati che, apparentemente, cercano di definire uno spazio e la sua presunta specificità, non fanno altro che negare, nei fatti, la possibilità di un ascolto e di una fruizione a tutto campo di quell’inafferrabile atto creativo che fa del polimorfismo la sua ragion d’essere profonda, il suo peculiare e molteplice sguardo sul mondo. Continua a leggere

Thomas L. – due

di Emanuele Kraushaar

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[Thomas L. – uno si può leggere qui]

e adesso mi sta lì davanti con quel sorriso forzato e a me ripassano in mente alcune immagini leggendarie di noi due che andavamo a correre a Villa Pamphili sotto i fulmini e io che gli raccontavo la storia del figlio di un’amica di mia madre che era morto folgorato e lui che mi diceva di raccontarglielo dopo davanti ad una birra invece io gliene parlavo lì sotto la pioggia e con i tuoni che spezzavano il cielo in mille pezzi e forse c’eravamo solo più noi sotto quel nubifragio quando abbiamo visto quella signora bionda con i capelli lunghi che a noi doveva essere sembrata un’apparizione e anzi più volte poi me la sono sognata e credo che anche Thomas L. fosse rimasto colpito da quella donna che ci era sembrata coraggiosa e infatti credo avesse detto ad un certo punto queste sono le donne che mi piacciono e io avevo sorriso pensando che tra matti ci si capiva bene

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SI BACIANO di Valter Binaghi

bacio canino

L’altro giorno, all’intervallo sono uscito come al solito nel cortile della scuola per una sigaretta. A quell’ora il cortile è pieno di capannelli che progettano serate al pub e varia umanità, e qualche coppietta appartata che si sbaciucchia dietro un albero.
Senza volerlo, mentre passeggiavo, mi sono trovato a una ventina di metri da una di queste. Si baciavano non proprio svogliatamente, ma con una tale alternata puntualità, riaccostando le bocche dopo essersi sussurrati qualcosa, da far pensare già a un rituale.
Lui era voltato dalla mia parte, e mi ha visto arrivare. A quel punto l’ha stretta con maggiore forza, e si è attaccato alle sue labbra con una foga divorante. Lei ha sussultato leggermente, stupita dell’assalto, poi ha visto me con la coda dell’occhio e ha corrisposto appassionatamente.
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Music-poem / in c (by Riley – Krauspenhaar)

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non ho voglia di canzoni di rolling di beatles
di manie morte di note di cantanti di scorci ugole
e balzi di piedi pari, di cose strane ma secche
di piscio e di cervello strizzato, di note adunche
e false voci fesse, e belle voci a birignai buone la prima,
non ho voglia di beethoven, di sinatra, di battiato
di purcell di henze di cuxniverden, di ghelamy, di khu,
di berio e di aaron copland, di tampakx di keith richards
di elvis costello, di elizabeth fucking, di nessun dorma
e di veglie funebri e trauermarsch e code di paglia patetiche
e di foxtrot, e tanghi lupestri e lugubri shimmy for dummies,
e steppenwolf al ballo cronenberg, e danze macabre – Continua a leggere

Provocazione in forma d’apologo 53

Al suono della sveglia l’uomo inciampando va in bagno e si guarda allo specchio, da cui lo guarda un tale che gli sembra di riconoscere, ma non ricorda chi è.
Giunto in ufficio non trova il voluminoso dossier che il giorno prima gli ingombrava la scrivania. Chiama la segretaria:
“Pronto, Cristina… Cristina? No, scusa, hai una voce… Già, il raffreddore… prenditi un latte col miele. Senti, ho chiamato per quel dossier di ieri… L’ha voluto il direttore? Ah be’ allora… Fammi sapere… Ciao, riguardati”.
E l’uomo s’immerge nel lavoro, tanto per fare, nel mare di cose indispensabili e inutili.
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La nube. dal romanzo I fuochi dell’86. di Mario Capello.

Non sapevo nulla di loro. Anche se erano i miei genitori. Forse ciascuno di noi sa degli altri, anche delle persone più vicine, solo quel tanto che basta per tirare avanti. Piccole abitudini, gusti nel cibo, il colore degli occhi e i colori preferiti dei maglioni. Inezie che ci rivestono come uno strato di pelle morta, come un involucro di migliaia di cellule morte che ci rende opachi agli sguardi.
E forse è meglio così.

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La luna. di Toni La Malfa

Di solito si pubblicano gli incipit in rete, e mi é costato non farlo, perché La luna di Toni La Malfa ha un bel incipit. Alla fine ho deciso di prendere questo brano, uno qualsiasi, come un pezzo di spazio sconosciuto che ci separa dalla luna, uno spazio che non sia il primo della vista. Perché questo é un romanzo che non aiuta a vedere la luna, vedere é un gesto scientifico, un calcolo, la luna bisogna guardarla, e guardare é inventare, é fiction. Guardiamo la luna, e leggiamola in questa bella e generosa e intima narrazione. Scopriamo finalmente come sia stato il mare miliardi di anni fa ad aver sognato per primo la luna. Cos’é del resto, secondo molti studiosi, la luna, se non un’onda, una marea generata dalla terra quando questa aumentava la sua quantità di moto. Col tempo queste maree incredibili si alzarono troppo per poter essere stabili, giacché la forma dei mari era di puro gas, di nebbie e cosí una di queste onde gigantesche venne sputata nello spazio. Era la luna.

Paolo parcheggiò con il muso della Uno rivolto verso il mare, verso l’Elba, di cui ormai si intravedeva solo la sagoma e le luci del Cavo e di Porto Azzurro. Il mare era illuminato dai riflessi della luna.
Verso piazza Bovio videro un paio di auto con sirene lampeggianti, altre macchine ferme; forse un incidente, forse un semplice controllo, ma riuscivano a distinguere altro. Continua a leggere

Provocazione in forma d’apologo 52

Alla fine c’erano arrivati. In un Paese dove i santi non pagano l’ICI ed i navigatori battono bandiera panamense s’erano concentrati sui poeti, facendola pagare a loro per tutti.
“Istituita l’imposta sull’inedito” strillavano i titoli dei giornali e dei notiziari radiofonici e televisivi; mentre già torme di finanzieri, come i pompieri di “Fahrenheit 451” ma con ben altro intento, battevano palmo a palmo il territorio, entravano nelle case, violavano cassetti di scrivanie e memorie di computer, stilando distinte sulla base delle quali emettevano seduta stante ingiunzioni di pagamento da onorare in tre giorni.
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Telemaco nella stanza del drago

ovvero “la prosa custodisce la poesia come un frutto il suo nocciolo”
di Massimo Rizzante
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[pubblico questo testo contenuto nella sezione Il sonno di Telemaco del volume di poesia Nessuno, Manni 2007, del poeta Massimo Rizzante. Lo pubblico perché lo trovo particolarmente significativo di un modo di addentrarsi nel nodo inesplorabile della poesia. a.s. ]

«Una parte di me – disse – una parte profonda, la mia parte poetica ha residenza fissa nella stanza del drago. È prigioniera del drago e, a differenza del santo della tradizione cristiana, non può sconfiggerlo.
Sconfiggere il drago non porterebbe a nessuna liberazione dal male. Non solo perché il male è nel volersi liberare dal male, ma perché sconfiggere il drago significherebbe accettare un’altra sconfitta, la sconfitta della creazione poetica. La vita mi invita ogni giorno a uscire da questa stanza: la vita è questo vecchio usciere maligno.
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COSA RESTA DEL ’68? Seconda puntata: lo Stato femminardo

leviatano

Care signore e signorine di LPELS, questo è il regalo della vostra pecora nera per l’8 marzo. E’ una lettera aperta a un gruppo di donne parlamentari: leggete fino alla fine, non è il solito agente della reazione, il mittente è in fondo al testo e vi stupirà

(…) In qualunque sede istituzionale, mediatica e salottiera, vi adoperate a propugnare l’immagine di una donna sempre vittima dell’onnipotenza e del dominio maschile, incapace di qualsivoglia difesa, debole economicamente, fragile emotivamente, bisognosa di costante sostegno.
Un’icona. Funzionale a chi si è fatto paladino del riscatto femminile propinando l’opportuna “protezione” in cambio di voti e potere. Ed ha quindi scalato, negli anni, buona parte di quei settori parlamentari, giudiziari, cultural-scientifici, della pubblica amministrazione e mediatici, appropriati a tale scopo. Utilizzandoli al meglio.
Cosicché al patriarcato – che della donna rappresentava la medesima immagine di debolezza, arrogandosi la tutela – si è sostituita la sorellanza del cosiddetto “branco rosa” burocratizzato.
Che facendosi interprete della persistente oppressione femminile e del necessario affrancamento, si è illuso di poter stendere a tappeto il controllo politico/elettorale sull’altra metà del cielo. Nell’intento di modificare la società, a cominciare dalla famiglia, nella direzione dei superiori valori femminili.
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Provocazione in forma d’apologo 51

Dopo aver messo la parola “Fine” in fondo al libro di cui non avrebbe mai voluto essere l’autore, Erre scrive all’editore la seguente lettera, che potrà pure fungere da pre-
o postfazione:

“Egregio Dottor ***,
da anni la possibilità che lei mi offriva di pubblicare un romanzo nella sua collana erotica mi sembrava, se non proprio un’offesa, almeno un violento e beffardo contrappasso a tutto ciò in cui credevo e che andavo gridando: mi sembrava il sale gettato sulla coda all’uccello che vuole troppo cantare e saltare, al fine di appesantirlo, di farlo voltare a leccarsi, di confonderlo nella schiera anonima di tutti gli altri pennuti. Continua a leggere