
Gabrielle dice a Gesù quali sentimenti vorrebbe avere al momento della morte. Lui la esorta a dirglielo ora, perché li prenderà come sono: nulla va dimenticato, nulla va perduto. Se è così, ci penso anch’io.

Io sono lo stesso Cristo che è in cielo, cerca di essere la stessa che sarai più tardi, dice Gesù a Gabrielle. Qui ci sono segreti decisivi. Dobbiamo credere, anche se tutto dice contro. Dobbiamo pensare alle cose di lassù, alla beatitudine che attende. Dobbiamo, come Abramo, sperare contro ogni speranza. Viaggiare, insomma, sempre e comunque, in direzione ostinata e contraria.

Gesù sceglie. Si sceglie i Suoi. Come satana ha i suoi agenti, così anche Lui manda a diffondere il messaggio, un messaggio di gioia. Invita la Bossis a ricordare le reazioni dei guariti, sulle strade della Palestina. Questo è l’effetto dell’incontro, questo bisogna annunciare agli affaticati e agli oppressi della storia.

Desideriamo confidarci con qualcuno, perché è il gesto terapeutico per eccellenza. A volte non sappiamo con chi farlo, proviamo i morsi della solitudine, e magari ci arrabbiamo con Dio. Intanto, Gesù è lì che aspetta, sempre disposto ad ascoltarci, tutto per noi. I paradossi della vita, prima poi, vengono a galla.

Gesù dice a Gabrielle di guardarsi dalle macchie del peccato, quelle volontarie. Se, passeggiando in campagna, l’erba le lasciasse tracce sulla gonna bianca, sarebbe poca cosa; ma se la tagliasse con le forbici o vi gettasse dell’inchiostro, sarebbe uno sfregio alla bellezza. Voi, le ricorda, siete immagine di Dio, dunque la macchia fatta all’anima è più grave.

È nelle piccole cose che si incontra Gesù: è nel farle con amore, con rinnovato entusiasmo. Perché dovremmo riservargli i momenti noiosi, obbligatori? Perché dovremmo inserire, con Lui, il pilota automatico dei riti sempre uguali? È Lui la sorpresa quotidiana, la profondità in cui scopriamo sempre qualcosa di nuovo di noi stessi. Dio nelle piccole cose: è questo il criterio vincente.