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da qui
Oggi andrò a parlare della trasfigurazione in una parrocchia della zona. Trans-figurare, mutare figura, immagine, quello che dovrebbe essere la crescita: dall’imperfezione a una perfezione mai raggiunta del tutto. Lo facciamo d’istinto, come fosse scritto dentro, prima di venire al mondo. Un progetto di cui ti convinci a poco a poco, nonostante le delusioni e le sconfitte. Condizioni necessarie: la fiducia, il sostegno di un altro, la certezza di chi crede in te; solo allora si sprigiona una luce sufficiente per muoversi, avanzare, pro-gredire. La figura cambia, dal brutto anatroccolo prende forma il cigno, cui spetta il compito di ripetere il ciclo, trasmettere fiducia perché un altro possa giungere al traguardo. La mitologia, l’epica, il romanzo, cominciano quando s’inceppa la precisione di questo meccanismo. La favola rimane intangibile, ma diventa una conquista, si trans-figura nella lotta drammatica del giorno dopo giorno. La letteratura è un fallimento, ma solo dalle sue ceneri può nascere quello che chiamiamo uomo.



Conosci Ain’t talkin’ di Bob Dylan? Credo sia la prima canzone del nuovo millennio. Due sono le versioni stampate su disco: una è un requiem e l’altra sembra una marcetta. Puoi trovarle su Modern times e su Tell tale signs. Ecco il ritornello finale: Non sto parlando, sto solo camminando, su per le strade, dietro la curva, il cuore brucia e ancora si strugge, nell’ultima retrovia alla fine del mondo. Questa canzone mi ricorda Le bateau ivre di Rimbaud, forse perché Dylan è riuscito a concentrare qui tutti i luoghi comuni della canzone esattamente come un secolo prima aveva fatto Rimbaud con la poesia. Il ragazzo di Charleville pensava di usarla per fare bella figura con i poeti parigini, il menestrello di Duluth credo l’abbia incisa soltanto per mettere in imbarazzo i cacciatori di Nobel. C’è anche da dire che queste due opere sono quasi intraducibili. Però ci proviamo lo stesso. Ecco due traduzioni, quella di