Archivi tag: Interviste

Come resistere alla cultura del narcisismo

di Francesco Erbani

Due scrittori fanno a cazzotti e uno dei due (Antonio Scurati) urla all’ altro (Tiziano Scarpa): «Sei il sintomo della degenerazione della società intellettuale italiana». Poi, dopo un’ altra gragnuola di pugni, sibila: «Per me questo è un congedo definitivo, anche luttuoso, dal cadavere della società letteraria».

Goffredo Fofi, lei ha partecipato a riviste come Quaderni piacentini, ha fondato Ombre Rosse, Linea d’ ombra, La terra vista dalla luna, ora dirige Lo straniero, ha scritto di letteratura e di cinema, oltre a fare tante altre cose, le domando: esiste ancora in Italia quel complesso di istituzioni, uomini e idee che possiamo definire una società letteraria?
«Non credo proprio». Ma un tempo esisteva, lei ne è rimasto fuori, ma l’ ha scrutata e raccontata da “minoritario per vocazione”. «Certamente è esistita. Era compatta, regolata da solidi meccanismi di potere. A Roma c’ erano il cinema e la tv, a Milano l’ industria editoriale, a Torino l’ Einaudi. È durata fino agli ultimi anni Settanta, ma già negli Ottanta il panorama era completamente diverso. E non solo per la letteratura: in fondo in quegli anni finiva una storia e finiva anche l’ ultimo tentativo nel mondo di inventarne uno nuovo». Continua a leggere

Educazione siberiana

Nicolai Lilin, Educazione siberiana, Einaudi, 20 euro

di Valentina Nuccio

Leggere Educazione siberiana è un viaggio in una nuova cultura che per molti versi appare quasi un viaggio come la tanto conosciuta Gomorra di Saviano. L’autore il 28enne Nicolaj Lilin racconta con lucidità ed emozionante tatto la sua vita in Transnistria, regione moldava al confine con l’Ucraina. Fa parte di una comunità criminale siberiana detta Urka, in cui vige un codice che regolamenta la vita degli appartenenti che sin da bambini imparano a vivere e sopravvivere. Nicolai, detto Kolima, apprende giorno dopo giorno grazie agli insegnamenti degli anziani saggi (tra cui suo nonno Kuzja) il codice di vita del popolo Urka che dalla Siberia è stato deportato ai tempi di Stalin, in questa terra di nessuno. La Transnistria appunto. E scopre una grande passione: quella dei tatuaggi. Diventerà un bravo tatuatore, mestiere che esercita in Italia. Il romanzo, pubblicato da Einaudi, si nutre di miti e leggende ma anche di violenza di ogni genere.

Di seguito l’intervista a Nicolai Lilin Continua a leggere

Europa: un sogno finito?

Il 57% degli europei non è andato a votare, manifestando in modo inequivocabile che i popoli europei non apprezzano questa Europa, non si riconoscono in essa, e non considerano importanti le sue istituzioni.
Lo sapevamo già, ma indubbiamente questi dati ci danno una conferma eclatante del netto rifiuto popolare di questa Europa.
Un ceto politico responsabile non si occuperebbe di altro.
Noi invece discutiamo del “trionfo” di Di Pietro e dello 0,5 in più dell’UDC.
Questioni di capitale importanza, come è evidente.
La cosa non è diversa nella Spagna di Zapatero o nell’Inghilterra di Gordon Brown.
L’Europa, come idea, come progetto, come sogno, declina, si affloscia, e si eclissa insieme alle classi dirigenti che produce.
Massimo Cerofolini ha avviato su Radio Uno un ciclo di interviste sull’identità europea.
La prima la ha fatta a me.

Potete ascoltarla qui

Intervista a Tiziano Scarpa, di Ade Zeno

scarpa

Uscito nell’autunno 2008 da Einaudi, l’ultimo straordinario romanzo di Tiziano Scarpa mette in scena la storia di Cecilia, giovane orfana confinata tra le mura dell’Ospedale della Pietà di Venezia in cui trascorre le giornate a suonare il violino, e le notti a scrivere lettere destinate a una madre mai conosciuta. Oscura e inquieta, la quotidianità della ragazza sembra destinata a esaurirsi negli incubi della sua anima persa e rassegnata, fino a quando l’arrivo di un eccentrico insegnante di violino chiamato Antonio Vivaldi solcherà l’inaspettato punto di svolta in grado di farle trovare la strada per la libertà. A pochi giorni dalla notizia della candidatura di Stabat Mater al Premio Strega, ripropongo la breve intervista che gli feci per Liberazione, pubblicata il 2 novembre 2008.


Continua a leggere

Tre domande a Peter Brook da «Teatri delle diversità».

di Matteo Gorla

Nel corso della conferenza stampa di presentazione dello spettacolo Fragments da Samuel Beckett (il 10 dicembre 2007 a Milano), abbiamo avuto modo di porre a Peter Brook e agli attori del suo ultimo spettacolo alcuni dei tanti interrogativi possibili sul tema teatro e diversità. Ecco, nella trascrizione della traduzione simultanea di Ira Rubini, quanto ci hanno detto.

Domanda. La prima domanda è forse anche la più scontata: perché per lei è così importante avere attori internazionali di culture e lingue diverse, proventi da differenti esperienze e che le portino all’interno del suo teatro?

Risposta. Questa è una domanda che di solito mi fanno gli attori, aggiungendo “perché non io?”: per ogni scelta che fa il regista ci sono fra i 5mila e i 10mila attori che potrebbero essere scelti per quel ruolo. Nel corso degli anni a questa domanda ho dato due risposte. Una delle risposte è che il teatro è scorretto e quando sono costretto a dire che cosa cerco in un attore dico loro qualcosa in inglese che non è possibile tradurre: io cerco qualcuno che abbia cuore e arte [n.d.r. Peter Brook gioca con l’assonanza fra le due parole inglesi heart e art]. Ci sono attori con grande sentimento ma con poca capacità tecnica, essi sono quindi chiusi nell’eccesso di sentimento; altri invece sono così esperti e così virtuosi che, come accade anche per il virtuoso musicale, sono chiusi in un altro senso perché il cuore non appare. Continua a leggere

“Dieci luoghi dell’anima”, da Taizè al Negev: intervista a Fabrizio Falconi

fabriziofalconi-thumb1

di Eleonora Bianchini

“L’unica funzione della nostra coscienza è quella di creare finzioni, mentre la conoscenza è data dal cuore, dall’anima”. Fabrizio Falconi raccoglie l’eredità di Andrej Tarvovskij nel suoDieci luoghi dell’anima – dieci itinerari dieci storie (Cantagalli, pagg. 114, euro 13.90) per raccontare con l’armonia delle parole la manifestazione della spiritualità, passando dal Monastero del Monte delle Tentazioni di Jericho fino a Taizè. Abbiamo incontrato Fabrizio, oggi caposervizio vaticanista di Mediaset, per parlarne insieme.

Perchè hai deciso di scrivere questo libro? Continua a leggere

Krauspenhaar Franz – di Rael [da Cabaret Bisanzio]

aar034

[Pubblico questa intervista pubblicata il primo di aprile su www.caberetbisanzio.com ma avvenuta il 18 novembre 2008.FK]

Che cosa si prova nell’istante esatto in cui si pigia “pubblica” e appare sul web un proprio scritto? Tu: cosa provi?

Mi fa piacere, certo. Anche se è la carta che mi da più piacere. Diciamo che il web è un po’ una masturbazione ben eseguita, magari dalla partner; ma il libro – per me il romanzo – è l’atto completo.

Ma il web in sé non lo hai mai considerato come piattaforma di lancio? È mai accaduto che tu scrivessi un qualcosa, appoggiassi uno scritto altrui in previsione del ritorno, del feedback? È mai accaduto tu leggessi una cosa di un “collega” e pensassi fosse la più grossa schifezza mai letta ma, di facciata, gli facessi i complimenti?

No, non mento mai per la facciata. Se mento è per non ferire qualcuno, è diverso. Infatti, poi, io me la prendo più facilmente con i cosiddetti “forti” che con i “deboli”, questo è un dato di fatto. Se leggo una schifezza magari non dico che lo sia, ma certamente non approvo. Certo che il web è una piattaforma di lancio. Ma è anche vero che è altro: laboratorio di scrittura, dove limare, provare, sperimentare. I più non lo usano in tale modo, e sbagliano. Non è solo una vetrinetta, è riduttivo. È anche questo, ma prima di tutto dev’essere strumento di approfondimento della materia letteratura, di studio. Altrimenti è solo un hobby. Chiaro che cerco dei feedback. Ma io non lavoro a compartimenti stagni: mi muovo ad impulso, velocemente, avendo capito che le fasi della “lavorazione” sono interconnesse in modo naturale. Il feedback è previsto nel pacchetto completo, ma non è assicurato, ovviamente. Continua a leggere

Il lamento di Bloom: è un Nobel per idioti

bloom

di Alessandra Farkas

New York – «Un anno fa sono caduto, spezzandomi tutte le vertebre della schiena. I dottori mi avevano dato per morto, ma eccomi qua». Gli occhi chiaro-cangiante di Harold Bloom sono pieni di tristezza mista a pudore mentre cerca di giustificare quel bastone, ormai inseparabile, cui s’aggrappa per sostenere il peso degli anni e le angherie di un fisico che non vuol saperne di rincorrere i ritmi ancora frenetici della sua straordinaria mente. Continua a leggere

Paolo Ruffilli: Il poeta che risveglia la coscienza civile

di Luigia Sorrentino

“Si fa il possibile/ per questa gente”/ ti dicono di noi,/ “per farla stare meglio:/ da bere e da mangiare/ piu` che sufficiente,/ e sonno quanto basta,/ le loro messe, i libri,/ ore di svago e di riposo.”/ Ma e` un altro, il nostro,/ differente stato/ inerte e doloroso.

Con questi versi che introducono “Le stanze del cielo”Paolo Ruffilli conduce il lettore nel territorio di un’antichissima paura: l’ossessione della perdita della propria liberta`.

Un’esperienza “carceraria” totalizzante, estrema e drammatica attraversa lo sguardo del poeta: “Grate e cancelli da ogni/ parte, intorno, tetri cortili/ dalle altissime mura.” Uno spazio angoscioso e angosciante con il quale l’io entra in relazione svelando un mondo “interno” ed “esterno” dal quale il lettore sembra di non poter piu` uscire. Continua a leggere

Conflitti Africani

di Maria Teresa Carbone

«I continui riferimenti alla tradizione orale, quando si parla di autori africani, mi infastidiscono. Sono frutto di una visione romanticizzata della nostra letteratura». La scrittrice, che ha ricevuto ieri il premio Nonino, riepiloga i suoi libri, l’ultimo dei quali, Metà di un sole giallo (Einaudi), è ambientato nella guerra del Biafra
Che la letteratura africana stia uscendo dal ghetto in cui è stata a lungo rinchiusa, è indubbio: in Inghilterra, in America, in Francia, e ora anche da noi, autori nigeriani, somali, congolesi si fanno largo nel catalogo delle maggiori case editrici, abbandonando il recinto protetto delle sigle indipendenti che avevano scommesso su di loro, vuoi perché erano più accessibili economicamente, vuoi perché i piccoli editori hanno antenne vibratili. Meno evidenti sono le ragioni di un fenomeno che colpisce per la sua rapidità. Solo una moda, sostengono alcuni, riluttanti ad accettare che il canone letterario possa essere messo in discussione. E non si accorgono che in mezzo secolo, da quando – se si vuole prendere una data di inizio – uscì Things Fall Apart (Il crollo) di Chinua Achebe, lo scaffale africano si è arricchito enormemente, e una nuova generazione di giovani autori avvertiti e preparati, è pronta a scardinare i vari cliché legati a una «africanità» di maniera.
Di questa generazione la nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie sembra il perfetto prototipo: poco più che trentenne, ottimi studi fra il suo paese e gli Stati Uniti, con due romanzi (lo splendido L’ibisco viola, Fusi orari, e il più elaborato e sapiente Metà di un sole giallo, Einaudi, ambientato al tempo della guerra del Biafra) ha saputo conquistarsi un vasto pubblico internazionale e ha rastrellato parecchi premi, l’ultimo dei quali, il Nonino, le è stato assegnato ieri a Percoto di Udine. Ed è appunto alla vigilia della premiazione che l’abbiamo incontrata. Continua a leggere

Intervista a Valerio Magrelli

magrelli

Cliccare sull’immagine per vedere l’intervista
di Luigia Sorrentino
16 gennaio 2009
Valerio Magrelli, nato a Roma nel 1957, è uno dei poeti più originali dell’ultima generazione. Fin dalla sua prima raccolta ‘Ora serrata retinae’, Magrelli si manifesta come una delle voci più raffinate della poesia italiana contemporanea. Partendo dalla ricerca della visione esatta – ‘dal confine della percezione’ – ma anche dalla visione deformata e deformante della realtà, il poeta raggiunge l’umoralità, l’ironia, che, anche nel vivere quotidiano, accende la riflessione filosofica, politica e civile. Magrelli, che insegna letteratura francese all’Università di Pisa, lo abbiamo incontrato a Fabriano, in occasione della prima edizione di Poiesis, il Festival di poesia curato da Francesca Merloni. ‘Nature e venature’, la sua seconda raccolta di versi, ha vinto il Premio Viareggio 1987. Continua a leggere

René Girard “Così sono rinato cristiano”

René Girard a colloquio con Grant Kaplan

Spesso è stato sostenuto che lei si è imbattuto nel Cristianesimo durante le sue ricerche, ma la verità è un po’ diversa.

«Sì, è vero; la storia è diversa dal momento che io ero già cristiano da parte di madre, una donna molto credente e abbastanza ‘ sofisticata’ nel suo modo di esserlo, specialmente per il tempo in cui è vissuta. Mio padre, invece, era moderatamente anticlericale. Questa situazione era abbastanza tipica nella classe media francese. Mia madre, all’inizio, non mi ha influenzato granché. Dall’età di 12 anni fino ai 30, ogni volta che potevo evitavo la Messa domenicale. Ma è falso pensare che mi sia imbattuto per caso nel cristianesimo. Nella mia infanzia c’erano diversi elementi cristiani che erano – che sono – molto potenti e l’influenza di mia madre è stata parecchio importante. Per questo le ricerche effettuate per Deceit, Desire and the Novel sono state una rinascita del mio cristianesimo e si è trattato di qualcosa molto impegnativo. Le esperienze dell’infanzia possono essere molto importanti. Più ci rifletto, meglio capisco che lei ha ragione nel suggerire che la mia vicenda si è svolta così» . Continua a leggere

La società della paura rinuncia alla libertà

Intervista a Zygmunt Bauman

di Benedetto Vecchi

La produzione di scarti umani è una delle industrie del capitalismo che non conosce crisi. E sono proprio quegli esclusi dalla società ad essere indicati come l’origine dell’insicurezza. Un’intervista con lo studioso polacco.

Lo sguardo mite di Zygmunt Bauman si accende ogni volta che si posa su un uomo o una donna che parla a voce alta con un telefono cellulare. E così lo guarda divertito, pensando forse che oltre alla paura e all’amore anche la privacy è diventata liquida. A Roma per partecipare ai lavori del World Social Summit sulle «Paure planetarie», lo studioso di origine polacca è curioso di capire cosa sta accadendo nel nostro paese. Paese che ha cominciato ad amare con la lettura, molti anni fa, dei romanzi di Italo Calvino e di Antonio Gramsci. Autore prolifico, a chi gli chiede come sta procedendo il suo affresco sulla globalizzazione Bauman risponde che procede, anche se è convinto che occorre modificare alcune parti del disegno, perché la globalizzazione sta cambiando pelle, senza però nessun ritorno al passato all’orizzonte. Teorico della modernità liquida, attualmente sta studiando come in un mondo dove tutto è diventato fluido e dove l’individualismo sembra essere l’alfa e l’omega delle società contemporanee, il bisogno di stare in società si stia facendo largo seppure con difficoltà. Continua a leggere

Intervista di Francesca Rivano a Guido Michelone

Guido Michelone, un nuovo libro, stavolta da Baldini Castoldi Dalai, più altri tre per editori minori quasi un guinness. Si tratta di un caso o di un progetto che sta prendendo forma o ancora di un momento di estro particolare fra creatività e ricerca?


Partirei proprio dalle ultime due parole che ha detto: creatività e ricerca in me si mescolano, si sovrappongono, si uniscono per dar vita anzitutto a una saggistica che vuole raccontare e – se possibile – raccontare bene, sull’esempio della divulgazione di scuola anglosassone dove la chiarezza e la fluidità sono d’obbligo. E poi per dar vita a progetti variegati, in cui intervengono componenti anche molto lontane fra loro, come nel caso dell’antologia per Baldini in cui abbiamo cercato di far convivere fumetto e narrativa breve su un tema comune. Tuttavia, per rispondere alla prima parte della domanda, non si tratta di un caso, per me: io pianifico abbastanza bene ciò che voglio scrivere e soprattutto pubblicare: semmai il caso interviene nel momento della scrittura; talvolta basta un’illuminazione improvvisa per farmi cambiare la scaletta di un indice e di conseguenza i contenuti di un libro di saggistica. E comunque nel caso dei libri tre ‘per editori minori’ c’è proprio un lungo progetto alle spalle, che ho curato personalmente, da solo, anche se accetto, come sempre, i contributi di tutti quelli che vogliono collaborare e che, ovviamente, ritengo validi come studiosi e come esseri umani… Continua a leggere

Colloquio con Marina Pizzi di Asmar Moosavinia

Secondo lei cos’è la poesia e perché lei scrive poesie? Quali sono le principali e strutturali caratteristiche dei suoi versi?

Scrivo poesia perché mi aiuta a sopravvivere alla fatica della vita, fatica sempre più pressante e senza scopo. La mancanza assoluta di speranza rende il quotidiano pressoché intollerabile, da qui la necessità di scrivere in versi questa amputazione. E’ un manifestarsi a se stessi, quasi una rivelazione d’identità nonostante la cancellazione operata dal tempo. Continua a leggere