Archivio mensile:Gennaio 2018

Carlos Kleiber: diventare superflui per ritrovare il senso

 

musica assoluta

Bruno Le Maire è il Ministro dell’economia e della finanza in carica nell’attuale governo francese di Édouard Philippe. Ha scritto un breve romanzo dedicato alla figura di Carlos Kleiber che in Francia, pubblicato da Gallimard, si è aggiudicato il Prix Pelléas e il Prix de la Ville de Deauville, e che in Italia è approdato sui nostri scaffali, con l’editore genovese De Ferrari, grazie alla perseverante passione del traduttore e musicofilo Roberto Lana. Continua a leggere→

Sorry(so)


Capita che ci imponiamo agli altri. Devono prenderci così come siamo: magari freddi, astiosi, insopportabili. La faccia conta, checché se ne dica. Se qualcuno mi guarda di traverso, non saluta, sembra che da un momento all’altro debba uscirsene con un grugnito o qualche verso simile, può essere l’anima più dolce e fulgida del mondo, ma io non me ne accorgo. È strano che curiamo l’esteriorità e poi ci sfugga un concetto così chiaro. A meno che l’altro non sia un veggente, un sensitivo, o uno che se ne intende di persone al punto da leggerne l’interno, non possiamo esigere che ci capisca molto aldilà di quello che mostriamo.
Il sorriso è importante. Ecco perché mi piace tanto un’immagine di Cristo, emersa dalla foto scattata a un sacerdote che sollevava l’ostia consacrata, e visibile in un punto dell’abito: fosse anche un falso, illustra bene il valore di un volto sorridente, un segnale che si spiega da solo, senza bisogno di postille.

Essere e tempo


di Riccardo Ferrazzi

Scoprii di essere uno scherzo di natura il giorno del mio diciannovesimo compleanno. A dir la verità, non posso escludere di aver commesso qualche stranezza anche da bambino, magari per evitare uno scappellotto, o un’indigestione, o una caduta dal sesto piano; ma di queste eventuali esperienze non ho ricordi. Non so che dire: può darsi che la mia facoltà non fosse ancora sviluppata. Ciò che non dimentico è l’inizio di una strada che, ormai, ho percorso troppe volte avanti e indietro. Continua a leggere→

Tutto il resto è noia


Non ce la farò, non sono in grado, i miei limiti non me lo permettono, è inutile che tenti, vado incontro a un‘altra delusione, tornerò più depresso di prima: sono esempi di quella voce che, continuamente, ci suggerisce di rinunciare alla buona battaglia di cui parla san Paolo, o chi per lui, nella seconda lettera a Timoteo.
Se le dessimo ascolto, il mondo finirebbe in pochi giorni: sono tanti i motivi, anche seri, di scoraggiamento, e spesso hanno il potere di convincerci, sebbene, esteriormente, continuiamo a fare come nulla fosse. Mancano le motivazioni e l’entusiasmo, il pessimismo scava un vuoto che ci sembra impossibile riempire.
Poi, però, c’è un ‘altra voce: credi in me, dice, sarò io a condurti alla meta, affidati e vedrai.
Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce, dice Gesù a Pilato.
A chi daremo retta?
La nostra vita è appesa a questo chiodo, tutto il resto è noia.

Time machine: Cina, La geografia di Biagi, 1979

Succedono un sacco di cose quando si rimette a posto una biblioteca di cui da anni nessuno si occupava. Se poi la biblioteca è quella della Società Dante Alighieri di Auckland si finisce per ritrovarsi sommersi da volumi d’ogni argomento e provenienza, testi donati da studenti oramai defunti, membri del Comitato da tempo scomparsi, autori e pubblicazioni in cui non avevi o non avresti mai avuto modo di imbatterti.
E poi succede di dover fare delle scelte, scelte che spesso non si vorrebbero fare perché molti titoli sono stati superati dalla Storia o faticano a difendere il loro posto sugli scaffali o, più semplicemente, devono cedere spazio ad altri di più recente pubblicazione che hanno maggiori possibilità di interessare eventuali lettori.
E già, perché anche quelli – i lettori – sono divenuti specie rara, o nel migliore dei casi sono finiti dietro gli schermi illuminati di tablet e smartphone, e allora diventa quasi impossibile salvare tutto quando lo spazio è limitato e i volumi troppi: occorre fare delle scelte. Bisogna scendere a compromessi, fare sacrifici.
Così mi sono ritrovato tra le mani testi di cui avrei dovuto liberarmi, ma che faticavo a distruggere. Libri che già sapevo che non avrebbero interessato più nessuno, volumi destinati a prender polvere per chissà quanti altri decenni, ma ai quali avrei voluto dare un’ultima come dire… possibilità di lettura.
Ho deciso di farne una serie che intitolerò “Time machine”.
Il primo proviene dalla collana La geografia di Biagi, edita da Rizzoli e scritta ovviamente da Enzo Biagi, titolo CINA, 1979, di cui pubblico l’Introduzione chiarificatrice (meglio spiegarsi subito).
Come vedeva Biagi la Cina quarant’anni fa? Aveva previsto Continua a leggere→

Da cosa nasce cosa


L’amore si moltiplica: è un volano che aumenta di intensità e rapidità, una pianta che cresce, un fiorire di fuochi artificiali che illuminano il buio. Tutto sta a cominciare: dici una parola delicata, cedi il posto, chiedi “come stai?”, e subito un bene tira l’altro: è come un torrente che s’ingrossa, si trasforma in fiume, in un mare dove, dalle navi, i passeggeri salutano coi fazzoletti in mano.
Il primo atto richiede fiducia: perché dovrei dare se poi rischio d’essere ignorato, schernito, giudicato? Per quale motivo uscire dalla nicchia in cui mi godo la mia tranquillità, la mia autarchia, il benessere ostentato alla faccia degli altri, che mica si sono fatti il mazzo come me: sono forse il custode dei miei fratelli? Figuriamoci di quelli che non ho visto né sentito.
Poi, un giorno, ti scappa un saluto, un favore, concedi quel tanto da farti sbilanciare, ed ecco che ti fregano, un atto d’amore tira l’altro, non puoi più farne a meno. Sei partito e non riesci a fermarti, come se il senso di questo grande circo non potesse più essere diverso.

Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 7

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da qui

FERNANDO PESSOA – ANNIVERSARIO

Da: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, (a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi), Adelphi, Milano 1993.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Aniversário (15 ottobre 1929)
Álvaro de Campos, in “Poemas”
Heterónimo de Fernando Pessoa

Dmitri Shostakovich
Piano Concerto No. 2 F major, Op. 102 2nd Movement: Andante Kirill Gerstein Charles Dutoit NHK Symphony Orchestra NHK Hall

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Le cose di ogni giorno


Le cose di ogni giorno sono le più importanti. Quelle a cui non diamo peso, che facciamo quasi in automatico, di cui ci accorgiamo solo in casi estremi: se va via la luce, se ci ammaliamo, se non abbiamo tempo. Recentemente, un amico mi ha confidato di aver sentito la febbre salire e di essersi buttato sul letto vestito com’era, per due giorni. In quei momenti, ti passa davanti ciò che faresti se tutto fosse come sempre: lavarti, scegliere l’abito, riordinare la stanza, stare a tavola.
Tutto questo, fatto alla presenza di Dio, spalanca una nuova dimensione. Allora mi ricordo della veste bianca del battesimo, dell’icona sacra appesa al muro, del pane vero che è il Corpo di Cristo.
La vita cambia se offriamo alla luce del senso ultimo le minuscole faccende di ogni giorno. Chi è fedele nel poco lo è anche nel molto, ha detto Qualcuno che di vita se ne intende.

SUL TAMBURO n.62: Stefano Petruccioli, “I miglioratori del mondo. Utopia e democrazia tra letteratura, fumetto, filosofia”

Stefano Petruccioli, I miglioratori del mondo. Utopia e democrazia tra letteratura, fumetto, filosofia, Bergamo, Moretti & Vitali, 2017

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di Giuseppe Panella

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Prima di tutto bisogna chiedersi chi siano “i miglioratori del mondo”. Sono coloro i quali aspirano, in realtà, più che a migliorarlo e a renderlo più adeguato alle esigenze umane, a cambiare il mondo in profondità, a creare un nuovo modello di Uomo, a rendere la vita perfetta e agibile per sempre e non solo per il limitato orizzonte di ogni individuo che vive nel presente. “I filosofi finora si sono limitati a interpretare il mondo, si tratta però di cambiarlo” – hanno scritto Karl Marx e Friedrich Engels nella undicesima delle loro Tesi su Feuerbach. Il fatto è che per rendere la realtà umana abitabile e gestibile per tutti, per portare la felicità sulla Terra, per permettere al mondo di essere ordinato, confortevole e compiutamente trasformato, libero dagli impacci della Storia e dalle angosce della mancanza di libertà e dell’impossibilità di sopravvivere senza stenti e sofferenze, quello stesso mondo deve essere distrutto e il nuovo sorgere sulle macerie del vecchio. Occorre distruggere il presente per organizzare il futuro, è necessario cancellare il passato per preparare in maniera adeguata l’avvenire dell’umanità. Si tratta di realizzare in modo compiuto e onorevole l’utopia che permetterà di cancellare diseguaglianza e dolore e instaurare il regno della libertà e dell’uguaglianza umana. Questo può compare perdite umane e dolore e sofferenza a chi si oppone al cambiamento o la fine di intere generazioni ed epoche della vicenda umana: c’è da pagare un prezzo di illibertà e di sopraffazione per una libertà futura mai conosciuta prima e per la felicità possibile da ottenere per tutti al costo dell’infelicità di alcuni. Ogni rivoluzione, ogni trasformazione storica, ogni cambiamento epocale comporta questo necessariamente. Ma quello che bisogna chiedersi è se questa palingenesi, questa “grande trasformazione” avverrà da davvero. I “miglioratori” miglioreranno davvero il mondo?

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Un centimetro


Il lamento è un confine. Metto dei paletti e dico: fin qui mi sta bene, perché sono io; un centimetro più in là cominciano le falle, i guasti, gli aspetti pesanti, intollerabili, i ritardi, tutto ciò che è passibile di lagnanza e protesta, fino alla minaccia, l’invettiva, la denuncia.
La sfida è andare al di là di quei paletti. Uscire. Approdare alla terra di nessuno in cui non ci sono più certezze, dove si apre il territorio sconfinato del diverso da me, che fatico a decifrare, a riconoscere, ad accogliere.
L’Esodo, forse, è il libro più importante del Primo Testamento, perché rivela l’essenziale: se non vado al di là di me stesso, non arrivo da nessuna parte. Resto a lamentarmi al di qua dei paletti, a un centimetro dalla libertà.

Capelli struggenti, di Franz Krauspenhaar


di Alessandro Bigarelli

Capelli struggenti di Franz Krauspenhaar è una raccolta di liriche in cinque tempi. La suddivisione rimanda ai probabili cinque movimenti di una sonata atipica, essendo quattro i movimenti canonici. Una sonata piena di sterzate lessicali che spaziano dentro dimensioni oniriche, biografiche, assumendo forme di una ribellione combattuta tra l’estetico e il realistico. La scansione in cinque parti pare eseguire una partitura dove il cinque quarti, come improvvisa e inattesa anomalia, infrange l’ancestrale equilibrio in parte rassicurante del due e del quattro quarti. Sono tutte liriche cantabili, ricche di musicalità che riconosce se stessa nell’elettronica dei primordi, e nelle sfarzose melodie sperimentali degli anni Ottanta. Continua a leggere→

Il viaggio


Quali cose contano davvero? Fatichiamo a capirlo. Siamo distratti, attratti da frivolezze di ogni tipo, perdiamo tempo, cocludiamo poco. Quando arrivano le avversità, cominciamo a ragionare: togli di qua, togli di là, si intravede una riva, magari ancora avvolta nella nebbia, misteriosa, inquietante, che chissà quali segreti, quali mostri o pericoli nasconde, e rivela all’improvviso.
Nel Vangelo, Gesù ripete spesso: passiamo all’altra riva. Non intende solamente la sponda opposta del lago, ma la riva di cui sopra, quella terra inquietante e misteriosa che per noi è l’altro: amarlo in ogni caso, nonostante tutto, fino a perdere persino la memoria del punto da cui siamo partiti, è ciò che nella vita conta. L’Unto, il Figlio di Dio, ci restituirà centuplicato ciò che, nel viaggio, ci sembra d’aver perso.

Popolare


Il dolore va preso sul serio, vincendo la tendenza a fuggire, a pensare interiormente: avanti un altro. La Bibbia sembra darci ragione: ama il prossimo; nel senso che, se chi hai davanti non ti piace, passi a un altro.
Scherzo. Il dolore, però, è una cosa seria. Dovremmo cercare di capire, o meglio, di sentire. Solo se cresciamo in questo, comprenderemo il cuore del Vangelo: la passione e morte di Gesù. La devozione ci ha insegnato a soffermarci sui dettagli: la corona di spine, la piaga della spalla.
Cestinare il sentimento popolare è un errore imperdonabile. Chi lo fa, cestina anche se stesso.

Comunicare


Parliamo troppo, o troppo poco. Ricordo gli imbarazzi a tavola con la famiglia: da adolescenti, ci sono fasi di rifiuto o di aperta ribellione, in cui neanche una tenaglia riuscirebbe a cavarti un suono dalla gola. In altre circostanze, ci vorrebbe una pattuglia di carabinieri che multasse per eccesso di verbosità. Non è facile trovare il giusto mezzo. Alcune persone le guardi con timore, perché sai che non ti risparmiano nulla della loro logorrea, nemmeno implorando pietà. Altre bisogna stimolarle, scuoterle fisicamente, per far cadere la pera di un sì, di un no, di un buonasera.
Solo in un caso si può star tranquilli: nei dialoghi interiori con Gesù. Lui è contento se gli parlo di me, continuamente. E ogni parola la trasforma in luce, in musica del Cielo.

Giancarlo TRAMUTOLI. Lampadina nera. Nota di lettura di Giovanna Menegus

Giancarlo Tramutoli, Lampadine (Ermes, 1998)

 

Giancarlo Tramutoli, potentino, classe 1956, si presenta come «produttore di lampadine», ovvero di «piccole illuminazioni, calembour, aforismi, epigrammi, poesie ludiche». Sebastiano Vassalli lo definì «uno dei rari poeti giocosi che ci siano oggi in Italia: paese, come tutti sanno, con la più alta concentrazione di poeti seri e seriosi del mondo e, forse, dell’universo». Continua a leggere→

Aut aut


Abbiamo due opzioni: accrescere la confusione o dare luce. È un grande potere, di cui spesso ignoriamo la portata. Gettiamo via parole come fossero sacchetti d’immondizia, nei cestini che sono gli uomini e le donne che incontriamo. Scambiamo l’altro per un bidone della spazzatura.
Ma le nostre parole possono essere fari che rischiarano, o almeno la lucetta che si accende di notte, per non incappare in qualche ostacolo.
Bisogna scegliere se servirsi degli altri come cassonetti, o dare loro una torcia per raggiungere, attraverso il tunnel del mondo, il paradiso.

A che serve


Strano, un Dio che serve. Ci saremmo aspettati, piuttosto, uno che dominasse con la forza, che sistemasse senza complimenti chi ti ha fatto del male. A che serve un Dio che serve? Non sarebbe più adatto uno che risolvesse ex cathedra tutte le questioni? Tu dentro, tu fuori, e chi s’è visto s’è visto. A che pro tante attenzioni? Non è più efficace il Dio degli eserciti del Primo Testamento?
Poi vai a vedere anche lì: a Gedeone lascia solo trecento combattenti; Davide va incontro al gigante con la pietra e con la fionda. Il vincente, agli occhi di Dio, è sempre il più debole, l’inabile, il secondo: Abele, Giacobbe, le donne sterili, gli anziani…
Dev’essere un vizio: il Servo di IHWH; eccomi, sono la serva del Signore; io sto in mezzo a voi come colui che serve.
Per divino, insindacabile parere, uno che serve, serve.

Belle Époque

di Stefanie Golisch

Entra il nano con una capriola. La ragazza
dietro il banco porta una mela verde in testa.
La signora con il cagnolino non è bella e
giovane, ma pronta a tutte le eventualità. Alle
dieci entra l’uomo del corvo in spalla e subito
dopo la coppia che si illumina a vicenda. È la
fiaba d’infanzia di tutti i clienti della Belle
Époque
, il lieto fine di storie andate così così.
Accanto alla robusta signora decorata di cane
risplende un secondo soltanto, poi si confonde
a poco a poco con i rumori del vivere comune

Il giudizio


Il giudizio è una faccenda seria. Per esempio, il giudizio universale. Staremo lì, nella sala d’attesa, con l’emozione dei “quadri” di una volta, quel terrore che la prof mi rimandasse in matematica. La vita ci scorrerà davanti come un film, e capiremo come, quando e perché siamo caduti nel peccato, e la stupidità di averlo fatto. Perché il male è stupido: riduce la comprensione delle cose, equivoca, devìa dal senso originale. Come dice l’etimologia, manca il bersaglio.
Di fronte a un evento cosi clamoroso e coinvolgente, i giudizi quotidiani impallidiscono: che vuoi che sia se qualcuno pensa male, o mi calunnia? È un suo problema, e questo mi dispiace. Ma non tocca la mia identità, quella che Dio mi ha riservato.
Siamo in bilico tra due giudizi: uno vero e uno falso. Entrambi ci ricordano che la verità è la sola cosa interessante.