Archivio mensile:Gennaio 2018

I TANTI INTRECCI MEDIALI DEI COMICS

Dal testo introduttivo di ComicShow. Fumetti e spettacolo (2012) di Claudio Bertieri, revisionato dall’autore

Tutto è cominciato una sera della primavera 1964. Su una panchina di fronte al Palazzo del Parco di Bordighera, dove con alcuni amici/colleghi si tirava a far tardi. Eravamo stati invitati per prendere parte ad un convegno sulla “Commedia cinematografica” promosso dal Salone dell’Umorismo. Ragionando di vari argomenti saltò fuori che, seppure in misura diversa, eravamo un po’ tutti interessati ai fumetti.

La copertina di “ComicShow”, da ibs.it

Si trattava, in genere, di un rapporto vissuto più in passato che partecipato al presente, comunque non interamente appassito. Anzi, per certi versi, sollecitato di recente da alcuni incontri “festivalieri”. Delle isolate esperienze cinematografiche -dirette o indirette- che appunto sospingevano a riprendere in mano letture abbandonate da tempo. Non si viveva certo, in quei giorni, la stagione trionfante dei moviecomix, delle trascrizioni su pellicola di personaggi a lungo pedinati sui giornalini. Tuttavia, sembrava di capire che qualcosa si stava muovendo nella direzione di un recupero (tardivo) culturale di quella narrativa disegnata per converso messa all’indice dalle accademie. Continua a leggere→

Saluti


Spesso effondiamo poco i nostri sentimenti. Con Dio, poi, quasi per nulla. Eppure è vivo e vegeto, anzi, risorto. È come se un vecchio amico arrivasse da lontano, dopo tanto tempo, e lo salutassimo come diciamo buongiorno al giornalaio. Che poi il giornalaio si può salutare molto cordialmente, come capitava a me nei tempi andati.
Dio ha molta pazienza. Sta lì che aspetta, alla finestra, il figlio prodigo, il quale ritorna solo perché ha fame. Nonostante questo, il Padre gli corre incontro e gli si getta al collo: non per strozzarlo, ma per riempirlo di un amore che dovrebbe stupirci, commuoverci, in una parola, convertirci.
Ma noi siamo quelli dei saluti misurati, cuori in naftalina che aspettano, spesso, il treno successivo. Che non c’è.

Educazione sentimentale # 1


(i redattori di La Poesia e lo Spirito hanno recentemente aderito alla proposta di descrivere in un post quella che potrebbe essere chiamata la loro educazione sentimentale, tipicamente un libro che li abbia molto colpiti e che abbia sensibilmente contribuito a formarli quali essi sono. Pubblico qui il primo contributo, dovuto al “nume tutelare” di questo splendido blog, Fabrizio Centofanti.
A. S.)

Mi è facile rispondere: i libri che mi hanno segnato sono soprattutto quelli di Calvino.

Detto così, sembra banale: letture scontate, logore perfino a scuola. Chi non si è mai sorbito Marcovaldo? Eppure, per me, è stato un incontro folgorante. Non ci crederete, ma quando morì, nel 1985, mi fecero le condoglianze.

Cosa mi piaceva di lui? Tutto, anche quei tratti che a molti sembrano la negazione della letteratura, chiamata a compromettersi, a perdersi, a rischiare fino a contraddirsi, per sondare il territorio infido e per certi versi inconoscibile che è l’altro. Continua a leggere→

L’Avvocato


Il peccato è una questione seria. Produce un’azione devastante in più modalità. La prima è immediata, quasi incosciente riguardo agli effetti che determina. La seconda è la sua permanenza nel deposito della memoria: resta lì come un’accusa, una minaccia di disgregazione, di vergogna. Ecco perché il demonio è detto, anche, il grande accusatore: fa leva sulla paura, sul senso di colpa, ci fa chiudere in noi stessi, fino a estinguere del tutto la speranza.
Se il diavolo ci accusa, Dio è il Paraclito, l’avvocato difensore. Non ignora le nostre malefatte, anzi, ci mette a nudo, ma senza umiliarci: accresce, piuttosto, la conoscenza di noi stessi, le potenzialità di amare e farci amare. Ecco perché la salvezza consiste nel metterci davanti a Lui, senza difese, rientrando in contatto con la nostra identità.

Isabella Leardini, Una stagione d’aria


Isabella Leardini, Una stagione d’aria – Donzelli, Roma 2017      

 

di Alida Airaghi

Isabella Leardini, nata a Rimini nel 1978, presente in diverse antologie italiane e straniere, nel 2002 ha pubblicato il volume di poesie La coinquilina scalza, premiato e bene accolto da importanti critici. Con questa seconda prova si cimenta in un canzoniere amoroso che ambisce a mettere in scena non solo la sua tensione e sofferenza individuale, ma anche la condizione generazionale di tante giovani donne italiane, bloccate tra un’educazione tradizionale soffocante (fatta di aspirazioni limitate e di docile accettazione del proprio destino) e un desiderio di autonomia difficile da raggiungere. Continua a leggere→

Quo vadis?


È importante capire dove andiamo. Se mi alzo la mattina e so che andrò da Dio, mi sento diverso: pieno di trepidazione, di gioia o di paura, ma diverso. Qualcuno ha definito Cristo il punto Omega: la meta, cioè, verso cui siamo attratti, l’approdo del viaggio, l’ultima fermata. Ma ciò può valere per ogni nostro movimento, interiore o esteriore, fisico o mentale.
Se la mia vita è protesa verso Dio, non è più uguale a prima, senza destinazione e senza scopo. Se fisso gli occhi in quelli di Gesù, che mi ama davvero, non ho più bisogno di nascondermi, di mettermi una maschera, di approntare difese di ogni tipo e per ogni possibile minaccia. Posso essere me stesso: c’è qualcosa di più bello?

Normanno Soscia e il racconto della pittura.

La pittura di Normanno Soscia (Itri, 1938) rimanda, pur nella diversità dell’ispirazione e del canone, all’opera di Lucio Fontana. In entrambi gli artisti c’è il tentativo di andare oltre il già visto della pittura. Concettualmente il gesto pittorico è diverso: quest’ultimo taglia la tela; Soscia la raschia, la scrosta, quasi fosse un muro, solleva la parete metafisica della tradizione. Entrambi vogliono vedere, scrutare, (ri)scoprire ciò che sta dietro la rappresentazione visiva. Se Fontana propone un concetto spaziale, Soscia si muove dentro la categoria del tempo.

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La scelta


Sembra facile capire Dio. Uno studia, legge il catechismo, ascolta preti e suore e dice: ne so abbastanza. Ma poi i conti non tornano. Succede qualcosa di imprevisto, che lo spiazza. Ripassa il catechismo, cerca di ricordarsi le parole dei preti, delle suore. Niente, non basta. C’è un buio che non riesce a penetrare, qualcosa che è più grande di lui, che supera la sua comprensione. Bella forza, penserete, è Dio. Certo, ma è lì che si decide la partita, che il gioco si fa duro. E s’impone la scelta decisiva: con Lui o contro di Lui. Il di più viene dal maligno.

Helena Janeczek, La ragazza con la Leica

di Roberto Plevano

Che cosa rimane davvero di una persona che non c’è più? E che cosa rimane di coloro che sono rimasti?

Il libro di Helena Janeczek segue le tracce della breve vita della fotografa Gerda Taro, uccisa nel luglio 1937 a Brunete, nei pressi di Madrid, nel corso di una ritirata di contingenti repubblicani sotto attacco. Gerda fu sbalzata dal cassone di una camionetta per l’urto di un carro armato che seguiva e morì stritolata dai cingoli. Non aveva nemmeno ventisette anni.

Le venne dato un ultimo saluto in un lunghissimo corteo funebre imbandierato di rosso attraverso le strade di Parigi. Alla testa del corteo, la dirigenza del PCF, allora nella maggioranza di governo in Francia, e molte personalità, tra le quali Pablo Neruda, Tristan Tzara, Lucien Vogel, Louis Aragon con la moglie, Paul Nizan, l’affranto Robert Capa. Gerda tuttavia non era membro del PCF, l’unico legame era l’incarico da lei avuto dal periodico comunista Ce Soir, per cui era stata inviata in Spagna.
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Accidenti all’accidia


Mai parlare di conversione come se ne bastasse una: ce ne vogliono tante. Pensi d’essere arrivato ed ecco l’ennesimo scalino, un passaggio da varcare con coraggio. Il bello della fede è che ti nasconde sempre le pantofole. Gesù non aveva dove posare il capo, e noi marciamo in un deserto inospitale, trovando ristoro soltanto in qualche oasi, dalla quale ripartire di buon’ora.
Quando, nella nota parabola, il padrone rimprovera il servo che ha sotterrato il suo talento, gli da’ del malvagio e del pigro. Chissà perché l’accidia, dei sette peccati capitali, è la più misconosciuta, ignorata, sottovalutata nei suoi effetti. Eppure è un tarlo che rischia di spedirci, senza tante storie, là dove è pianto e stridore di denti.

Luigi Maria Corsanico legge Marcello Comitini. 2

[youtube=https://youtu.be/LQbFr-jfZzs]

da qui

La strana favola
Novembre 2017 / Marcello Comitini ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine: Beth Moon
Novato, California, USA b. 1955. San Francisco Bay Area artist
http://photogrvphy.com/beth-moon-diam…

Beau Soir di Claude Debussy
Trascrizione per violoncello e piano di Nicholas Canellakis
Nicholas Canellakis, cello
Michael Brown, piano

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L’attenzione


Ci distraiamo. Facciamo una cosa e ne pensiamo un’altra. Molti mi dicono, nella confessione, che mentre pregano sono disturbati da interferenze di varia natura.
Credo che si debba distinguere: ho cercato io la distrazione? L’ho assecondata, e alimentandola l’ho fatta crescere?
Non è una questione solo religiosa. Il laico ha lo stesso problema: la concentrazione è un atto morale, pensare ad altro è un torto che facciamo a chi ci parla e che, in ogni caso, se ne accorge.
È nota la gag di Totò: alla moglie che gli chiede a cosa stia pensando, risponde che sta pensando a cosa rispondere in caso lei chiedesse a cosa stia pensando.
Se ci distraiamo involontariamente, nessuno lo metterà sul nostro conto. L’attenzione è un gesto d’amore, di quelli che passano di là, unico bagaglio concesso nel viaggio verso il cielo.

SUL TAMBURO n.63: Virgilio Moretti, “Il vicinato e i campi. Elegie”

Virgilio Moretti, Il vicinato e i campi. Elegie, Siena, Editrice Il mio amico, 2015

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di Giuseppe Panella

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C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per ridere e un tempo per piangere, un tempo per seminare e un tempo per sradicare le piante, un tempo per parlare e un tempo per tacere – ammonisce Salomone il saggio nell’Ecclesiaste. Il tempo delle culture agrarie da sempre è scandito da eventi sempre uguali e mossi da moventi sempre simili nelle attese e nei risultati: la semina, la crescita delle piante, dei fiori e dei frutti, la raccolta, la vendemmia, la conservazione dei prodotti ottenuti, la programmazione sempre la stessa e sempre diversa del futuro prossimo.

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Sintonie


Non siamo abituati a fare insieme. La società ci orienta all’individualismo: comprare questo e quello per dimostrare di essere il migliore, il più bravo, il più ricco. O il più potente, il più furbo, il più vincente. Per cui, anche se si lavora in squadra, resta una scia di autoaffermazione, un istinto a cercare il primo posto, a mietere successi personali.
È un motivo d’infelicitá, perché siamo fatti per vivere collaborando, entrando in sinergia, spendendoci per una causa che ci supera, ampliando gli orizzonti del nostro desiderio.
C’è un’icona famosa, la Trinità di Rublëv, che rappresenta il dinamismo di cui sopra: ogni personaggio guarda l’altro, in un essere e fare insieme che annulla qualsiasi tendenza solipsistica.
Gesù ci chiede questo: lavorare con lui, per il bene di tutti. Non è poi una proposta così strana.

“Non c’è ombra in South Dakota”, di Andrea B. Nardi

di Marino Magliani

Le prefazioni e le postfazioni ai libri non servono; un critico italiano diceva che i libri dovrebbero giungere al lettore senza nulla, non una dedica, non un ringraziamento, non uno strillo, intonsa persino la copertina. Alla Landolfi. A meno che l’autore, dopo Ecce Deus (Impero Romano) e Ali (moderno western sideral-teologico), non scriva il suo non-western e Enzo G. Castellari non lo legga e si chieda: ma dove ti sei nascosto in questi trascorsi decenni? In effetti, ci sono libri di autori italiani che quando li leggiamo ci aprono paesaggi di praterie e vallate provenienti da un cinema che diventa sempre più insostituibile.        

Il libro s’intitola Non c’è ombra in South Dakota (Robin Edizioni, 2017), l’autore è Andrea B. Nardi.

Un altro autore con la sua voce inconfondibile che sa raccontarmi spazi e cieli è Vincenzo Pardini. Mentre scrivo queste linee, penso proprio al suo Grande Secolo d’oro e di dolore (Il Saggiatore, 2017), che ho qui in libreria.

Forse per il gusto di capire cos’hanno in comune le due storie e non trovarne. Se in Grande secolo abbiamo un io narrante esterno, in Dakota è il protagonista stesso a raccontarci come arriva “involontariamente” a Calahorra, nella profonda prateria, e a partire da lì l’io narrante è quasi sempre presente, giusto tranne periodi come quello della Guerra Civile, di cui in effetti ha potuto solo sentire parlare.                                             Continua a leggere→

Volere volare


La cosa più difficile è identificarsi coi sentimenti altrui, considerarli tanto importanti quanto i propri. È un passaggio di stato, per cui non faccio più corpo unico con l’ego, escludendo l’esperienza che si sottrae al mio gusto, ai miei interessi, al vantaggio personale. Nessuno insegna a esercitarsi in questo, tranne il teatro, dove sentire ciò che sente l’altro è un ferro del mestiere.
Per il credente, quest’arte è ancora più importante: abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, dice San Paolo. Più sento come Lui, più voglio ciò che vuole, più la mia vita raggiunge il porto sospirato.
Quando le due volontà coincidono, sono praticamente in paradiso.

“Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella

L’ultima volta che lessi un romanzo di questa potenza fu una decina di anni fa, ed era “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza. Ne ho letti poi tanti altri, molto ben scritti e di grande valore. Ma è solo divorando “Le Stanze dell’addio” di Selvetella che la definizione capolavoro mi ha accompagnata in ogni millimetro della lettura, con quel senso di stupore magico che si prova quando si fa esperienza di qualcosa per la prima volta. Questo libro ha qualcosa in più rispetto ai pur ottimi romanzi italiani che ho letto negli ultimi anni, una qualità che alza il livello letterario di un’ottava. A prescindere dal contenuto, che da solo basterebbe, ha una densità di scrittura che pochissimi romanzieri raggiungono. Mi ha fatto pensare in primis al peso specifico quasi intollerabile di “La strada” di Cormac McCarthy; e poi a uno scrittore che pure non amo, Javier Marias, per la medesima forza espressiva e condensata della parola, che lo spagnolo spende però in una narrazione fredda e fine a sé stessa. Continua a leggere→

Domenico Curtotti, Una rilettura essenziale del Vangelo di Tommaso

La rivoluzione interiore del Vangelo di Tommaso
di Franco Di Giorgi

Ci sono libri il cui contenuto organico e sistematico determina nel lettore la frammentazione e la dispersione delle sue idee. E ci sono invece scritti il cui contenuto frammentario, aforistico e disorganico suscita nella mente del lettore un movimento vorticoso che riesce gradualmente e prodigiosamente a radunare, a raccogliere e a sistemare attorno a un luogo elettivo e in via di individuazione una quantità di pensieri che da tempo risiedevano nelle latebre della sua memoria.

Capaci di generare un tale moto unificante – una specie di soffio vitale, di ruà? – sono sicuramente i 114 lógia che costituiscono il Vangelo di Tommaso. Continua a leggere→

Fame e sete


Fame, sete: sono queste le sensazioni che ci contraddistinguono. È una verità ratificata dalle Beatitudini: beati voi, che adesso avete fame, perché sarete saziati.
All’inizio non si capisce bene di che fame, di che sete si tratti. Si inseguono il piacere, il potere, il possesso. Ci si perde in labirinti senza uscita, perché psiche e corpo, spesso, aspirano a quello che in teologia si definisce “cattivo infinito”, l’avidità insaziabile dei sensi.
Poi, a poco a poco, ci scopriamo esseri relazionali, a cui occorre guardare nello specchio dell’altro per sapere chi siano. Ancora una volta, proviamo il dolore di non essere capiti, di rimanere soli nella folla, di non trovare una risposta ai nostri desideri più profondi.
Finché non ci capita di specchiarci in Lui, nel Figlio di Dio, e ogni cosa torna al posto giusto: il dolore c’è, ma è una nota fra tante, e con le altre forma una struggente sinfonia.
Solo allora la terra assetata si riempie di brina, e sazia la sua fame di sole.

Catherine e la controrivoluzione borghese

Qualcosa manca ai molti interessanti commenti letti in questi giorni a proposito della gravissima presa di posizione della cordata francese capitanata dalla Deneuve: l’evidenziazione del fatto che queste donne firmatarie sono in buona parte rappresentanti di un mondo grande o piccolo borghese, e che ritraggono una società protetta, innamorata di sé stessa, di profilo medio alto. E quando queste donne parlano di palpate su un autobus affollato lo fanno evidentemente per sentito dire, come fosse una scenetta da film. Ché se davvero si fossero trovate su una metro affollata con qualcuno che si struscia, conoscerebbero bene il senso di frustrazione e vergogna che ti ammutolisce, facendoti preferire di cercare di scivolare oltre piuttosto che stare al centro di una scenata tra puzza di ascelle e alitosi.
E che se sei una bella donna e sfili col tacco alto a ora di pranzo per un boulevard, può anche farti piacere la fischiata. Ma ti farebbe lo stesso piacere se te la facessero alle 11 di sera in una via buia, una notte fredda in cui non c’è nessuno in giro, in una banlieu piena di malavitosi?
E anche la sfiorata di culo o l’invito a cena, per dire, magari possono farti sorridere (ma magari invece no) e lasciarti lo spazio per un diniego senza problemi se sei in un contesto paritario, tra colleghi, in seno a un ambiente di lavoro fighetto, di profilo medio alto. Ma porta la situazione in una fabbrica con contratti precari, o in una micro-ditta con un solo proprietario che è anche il paròn, o in una piccola azienda agricola del meridione. E chi ti invita a cena, magari dopo averti sfiorato il culo, non è un tuo collega “maldestro”, ma è il padrone o il suo caporale. Che fai lì? Un sorrisino e un colpetto di tacco dodici prima di premere il tasto per chiamare l’ascensore?
Fa specie anche il commento scandalizzato sul fatto che in Svezia si stia lavorando a una legge che preveda l’esplicito consenso a un rapporto sessuale come fosse un’assurdità, non comprendendo che ci sono contesti sociali disagiati dove far bere una donna per toglierle resistenza a un rapporto sessuale è un evento che si ripete continuamente, ovviamente non solo in Svezia ma in tutto il mondo, Stati Uniti in testa, e spesso questa pratica si mette in atto su giovani minorenni. E che nel 75 per cento dei casi le vittime di abuso sessuale (più o meno violento) restano del tutto paralizzate durante l’atto, per una reazione genetica che abbiamo in comune anche con molte specie animali, ovvero il “congelamento di reazione”, una cosa che serve a subire meno danni di quelli che riceveremmo in caso tentassimo un’inutile difesa da un assalitore platealmente più forte. Questo succede ogni giorno in tutto il mondo a centinaia di ragazze e donne. Ma probabilmente poche di loro abitano a Saint-Germain.

Chi vive in realtà di alto profilo può permettersi di guardare alle situazioni con alterigia, come fossero le donne a essere incapaci. Come se, finito il pane, bastasse scegliere di comprare le brioche.