Archivi autore: enrico de lea

Puema sicilianu (di Santo Calì)

Quannu jù moru vènicci a Schisò
nta na notti d’austu comu a chista,
ca li schiggi allimati di l’ojetra
a la luna cci perciunu lu cori.

Lu mari agghica di luntanu e sbroma
rèpiti longhi d’amanti ammucciati
sutta linzoli d’àlichi di sita
e mentri l’ascutamu, ahiahi,
lu pedi
s’affunna nta la rina
e non putemu
cchiù fujiri e pir chistu
n’abbrazzamu,
ni strincemu, mpazzuti, ni mplicamu,
stanchi ni pircantamu nta la ribba
a ‘scutari la storia di lu mari. Continua a leggere→

Le due Americhe

 Non ricordo più da quanto tempo non mi stendevo all’ombra del sorbo, da dieci anni, forse, o molto di  più, il salto oscuro, la timpa, l’accenno di prossimo dirupo, di quasi un’altra vita o di nessuna vita passata. Mio nonno Pietro, trovatello entrato alla ruota della Beata Eustochia di Messina e da lì uscito per avviarsi nella figliolanza vasta di Santo Parisi, che lo destinò a guardare le bestie sotto il Vernà, decise che qui a Filione dovesse crescere l’albero della famiglia, della casa dei Sorbara. Così, piantò il sorbo, la “sorbara”, che crebbe rapidamente fin dal suo primo viaggio in Argentina, forte di una insospettata vena d’acqua che da San Cosimo veniva giù fino a Scopelliti, traversando il terreno scosceso, reso ostinatamente piano a forza di muri a secco.

Ci ho dormito sotto stamani, nella prima alba, protetto dalle sue fronde minute ma fitte, e al risveglio ho inteso guardare voracemente lontano, dalla collina di Cucco e Filione, come mio padre a sette anni, come il padre che non sono.

Le due Americhe apparivano a mio padre bambino nei due picchi pizzuti del Capo di Sant’Alessio, che l’alba dello Jonio muta in un gigantesco, eterno sasso d’oro o d’argento (a seconda delle stagioni e delle condizioni del tempo), di cui, vanto degli eruditi locali, avevano scritto geografi di fama, da Tolomeo fino all’anarchico Reclus, come tanti avviluppato nella moda del tour per una Sicilia creduta una viva reliquia greca, sempre fuori dal tempo, dalla storia, dalla reale vicenda degli uomini e dei luoghi.

Donna Carmela Rocco, “sposata Sorbara”, asciutta madre dolorosa, alla solita, insistita domanda del bambino sulle contrade che vedevano vivere il padre lontano, segnava col dito fisso e sbrigativo, nei due spuntoni rocciosi del Capo a mare, “la Merica grande e quella piccola”, nel primo novecento le due più frequenti colonie dell’esilio delle braccia della gente di Casalvecchio. La sterminata pampa argentina, popolata da vaccari lesti di mano e di coltello (dove Pietro aveva rinunciato a tornare dopo un primo terribile soggiorno nei dintorni del Tucuman) e, al confronto, le delimitate città degli Stati Uniti e del Canada, dove taluno,  messo ai margini dalla mite congrega dei paesani, aveva trovato facile impiego nella Mano Nera, come manovale della minaccia o come vettore di colli scottanti e indicibili: là mio nonno aveva trovato un lavoro di manovale nelle erigende linee ferrate ad Oswego, sull’Ontario, godendo della compagnia d’altri paesani.

Era là, intendeva persuadere il figlio la donna, in un attimo forse godendo di quella illusione, nel dolore asciutto della distanza, col dito puntato dalla cima di Cucco, da Filione, verso il Capo, che il mare lambiva come in una cartolina illustrata, era là suo padre, “nella Merica piccola”, la vera America, delle città e della ricchezza, e sarebbe certamente tornato appena  possibile, non importava se ricco e prospero, ma col vestito buono da galantomo e l’incedere da padrone del proprio, non più da mitateri, da mezzadro, oppure da uomo di fede  e di speranza, lui che, giunto dal brefotrofio vicino al Monte di Pietà, non era più l’eterno orfano “con solo la Madonna per madre”, com’era solito ripeterci da infante quasi centenario.

Viveva, mio padre bambino, Luciano Attilio Sorbara, nell’insidioso sogno di un sogno, nel ricorrente incubo di un incubo, dentro un’assenza divenuta un’altra orfanezza senza i segni del lutto, da cui tentava di salvarsi, come avrebbe fatto in futuro da ragazzo cresciuto a dismisura, abile nuotatore nello Stretto, per avventura sorpreso dal crampo improvviso nella rema inavvertita ed inesorabile.

Ma da qui, ragionava a voce alta il bambino, andare dal padre, vederlo, parlarci, passeggiare attaccato alla sua mano, da questo luogo di collina tra Filione e Pizzo Cucco, oltre il vallone e la fiumara, Pestarrivo, Rina, Fiumara d’Agrò, passando menzi menzi, in mezzo alle campagne, scansando veloce ogni viottolo sentiero mulattiera, così raggiungere la “Merica piccola” sarebbe stato un gioco facile facile, una camminata da ragazzo scaltro, dalle gambe lunghe e forti, un’avventura appena fuori di casa.

***

Questo brano fa parte di una narrazione più ampia che dovrebbe intitolarsi “L’acqua della sarmura”.

Appello per l’insegnamento della “Cultura civica” nella scuola italiana

In rete e sulla stampa è reperibile il seguente appello, che appare, sotto il profilo dell’etica pubblica, ancorché sotto quello politico, assai condivisibile (E.D.L)

Nel nostro paese sta maturando una crisi morale e politica assai grave che investe in particolare le nuove generazioni. Si tratta di un fenomeno di cui si avvertono i sintomi anche nel resto d’Europa, ma che in Italia è ormai così pervasivo da avere già provocato una profonda degradazione della convivenza civile e della vita democratica. Continua a leggere→

(lumina et semina in valle d’Agrò) #11

Con la costante abrasione
dei nomi sulle lapidi
procedono inermi al consumo dei giorni.
Giungono in settentrione voci sul paese
abbandonato a pochi vecchi senza ascolto,
ad altri che, irridenti e leggeri lupi,
ne sbranano le miserie, gonfiano e succhiano
la santa minna d’ostentato spreco.
Arriveremo ancora nell’umido dei solai, nelle cantine
ricolme – fuori dall’ingresso ci accucceremo
come cani pazienti, fiduciosi
nel ritorno del padrone e signore della casa.

* NOTA: i primi 10 brani di questa composizione sono stati ospitati sul blog letterario “rebstein” di Francesco Marotta, che ringrazio.
La Valle d’Agrò (coi suoi paesi, in uno dei quali ho trascorso diversi decenni della mia vita e dove torno molto volentieri) è situata nel messinese a nord di Taormina. Ovviamente, nella fattispecie, è un luogo-pretesto di poesia.
Buone Feste a tutti i LPELSiani.

un incontro su Aldo Capitini

Venerdì 23 novembre alle ore 21:00 a Gallarate, presso la Sala Convegni ACLI via Agnelli 33
– ingresso gratuito –

Aldo Capitini, testimone della nonviolenza e promotore delle prime marce Perugia-Assisi.

Proiezione dei documentari:

ALDO CAPITINI – ALLE RADICI DELLA NONVIOLENZA
di D. Bernabei – Italia 1979,
18′

TESTIMONIANZA DELLA PRIMA MARCIA DELLA PACE
di e con Aldo Capitini

Saranno presenti Lisa Clark ( del Movimento Nonviolento, fondato da Aldo Capitini)
e Paolo Petracca (Acli Milano)

(lasciti dell’anacoreta)

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I.

ci siamo – abbandono la stele, lascio alla vita dei ragni la virtù, sospingo
tutta la memoria dietro il masso muscoso: non c’è mondo,
c’è il rantolo dello sconosciuto,
dell’ignota presenza che non nomino – seppi: nominare è morte e polvere,
ché in questo annullarmi alla congrega vivo, amandola di pura assenza,
come una vitale persuasione, una resa completa…
poi, vederli dall’alto, lumini in moto perenne nel vallone,
sapere di questo amore
che senza abbraccio vede ogni istante,
egoista del trascendere del legno,
offre una specie di ragione che si piega, un’elezione di qualcosa che sorregge
e spegne, accende e polverizza – ora impasto il fango, fratello,
vanamente erigo
muri a secco… Continua a leggere→

(all’abisso)

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Siano spoliazioni da ramaglie arse, da cui sia giunto
nunzio, osservante et mirato. Lo sguardo
che domina l’insano, dal manto
all’austera casa del’interrogante. Al nero, all’abisso
dell’estinzione in un arco senza tremore.

P.S. Questi versi sono stati scritti in agosto, dopo aver visitato Palazzo Corvaja a Taormina, dove era esposta “L’Annunciata” di Antonello da Messina. Dal 04.10.2007 tale dipinto è in mostra al Museo Diocesano di Milano.

Cartolina # 2

(alba nello Stretto)

Spirito forse, non ancora mostro,
il terzo millennio a questa soglia
s’appressa d’acque e terre,
lenta bracciata, placido passo.
Solo, nell’alitante tramontana,
il sole arancia diviene,
crepuscolare frutto del sangue – sul mare
dello scenario, la nave disumana…

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Cartolina #1

Taormina, cartolina gentile,
generosa bomboniera in aprile,
al primo caldo sanno le turiste
nordiche esilità del cuore
agli occhi di galli immaginari.
A noi, che nell’imprevista domenica
vaghiamo per il vuoto litorale,
l’ascesa alla tua luce,
all’aria tua molle e disposta,
l’anima attarda in una pace
inattesa, da secoli composta.
Ma non ci arrestiamo:
c’inerpichiamo, ingordi
d’una felicità da cuore in gola,
in su, verso Castelmola.

p.s. questi versi risalgono al 1980 e sono apparsi nella raccolta “Pause” (1992)

(in fila sul greto)

Nella cura di badanti ucraine il miele
di alveari nella fiumara chiusa –
la contrada seppe di copule, generazioni infami
di serpenti e di umani dal viso di cucùlo:
nel secco e nel rigagnolo geme
la fiera osservazione del ritorno.
L’asino austero riporta alla sorgente.

Cartolina #2

MESSINA

Lungo il porto, con – sul viso –
l’aria inerte ed un ossesso pensiero:
“e se, nessun preavviso,
giungesse il Traghetto, quello vero?”

OLTRE CARIDDI

Oltre Cariddi c’era, gonfia minna,
c’era un tempo l’Europa, vanamente.
Al di qua, ventre da cui s’esilia
ogni voce ogni luce, la neutra Messina.
Era, qui, inizio e fine di Sicilia.

NELLO STRETTO

Da sempre sfinito
dal viaggio
quasi infinito
ripiglio coraggio
recito m’offro
in pasto al mito
mi tuffo (con gli occhi
lo sfido)
nell’azzurro astuto
infido
dello Stretto
muto
mi guardo non soffro –
nulla che mi tocchi.

P.S. – questi versi risalgono all’inizio degli anni Ottanta: sono apparsi nella plaquette Esercizi vitali e nella raccolta Pause.

inedito

(i nostri)

All’artificio del volto trapassato
tributava il vizio vernacolo dei morti,
eppure il cimitero era ventoso
e panoramico – suo padre sempre
si fermava estraneo sul cancello,
lontano dai lumìni. Spazzando petali,
scontando, volti d’altri figli in orazione
astuta, di resa al mondo, di sospetto dio.

(curatèla)

di E.D.L.

Ad onta del paesaggio, madre incavata, larva
del rimirato, del rato negozio della concorde
nostra vicina, essa, la nipote dell’ingegnere
cultore dell’igrometro in paese cessa una clausura
pentagona e riaccampa sul patrimonio avìto
l’occhio suo di civetta cacasiepi – ci risiamo,
con tutta la retorica dei greci.

da “Pause” (1992)

LEVE, CARRUCOLE

Leve, carrucole comprende
nella sua allarmata biografia.
Accende fiori, li espone
al sant’iddio delle casualità,
alla causa santissima e fortuita.
Nella sua debolezza,
domina i gatti e sfiora morbidezza.
Così è, se gli pare – e tutto accetta.

VALENZE ULTIME

“Già le valenze ultime, le estreme”,
accenna a questa carne, all’aria,
alle ragioni perfette e corporali.
Non gli si può ribattere altrimenti;
è vero, sicché fango sugli occhi,
sulle visioni presto a rischiarare.
Mentalmente uccidere i fuochi.

Cesar Vallejo (1892-1938)

“O bottiglia senza vino! O vino rimasto vedovo di questa bottiglia!”

O bottiglia senza vino! O vino rimasto vedovo di questa bottiglia!
Tardi quando l’aurora della sera
fiammeggiò feralmente in cinque spiriti.
Vedovanza senza pane né untume, che termina in orrendi metalloidi
ed in cellule orali si conclude.

Oh, sempre, mai imbattersi nel mai di tanto sempre!
O miei buoni amici, esca crudele,
parziale, penetetrante al nostro mutilo,
capriccioso, volatile sconforto!

Sublime, bassa perfezione del porco,
palpa la mia generale malinconia!
Suola sonante in sogno,
suola
rozza, inferiore, venduta, ladra, lecita,
scende e palpa ciò che eran le mie idee!

Tu e lui e loro e tutti,
nondimeno,
entrarono in mazzo nella mia camicia,
sulle spalle legno, tra i femori stecchini;
tu particolarmente
che mi hai influenzato;
lui, futile, sanguigno, con denaro,
e loro, fuchi dall’ala d’altro peso.

O bottiglia senza vino! O vino rimasto vedovo di questa bottiglia!

(da “Poemas umanos”, traduzione di Roberto Paoli,
ne “Tutte le poesie – vol.II” – Edizioni Accademia, MI, 1976))