Archivi autore: enrico de lea

Voli ed altri voli nella valle*

***
VOLI

1.
Sorvolavo l’incendio sugli ulivi,
cercavo l’acqua, il mare
dove un poco – non troppo – annegare –
tu, a quell’ora, che facevi? morivi?

II.
Oggi, volo di nuovo, in sogno,
di quell’alta aria ho bisogno:
mi increspa la barba una festa
di sparvieri – la roccia che resta.

Continua a leggere→

SARI (poesie per la figlia) – di Laura Liberale

“Sari – poesie per la figlia”, Edizioni D’IF, Napoli, 2009, è una breve ed intensa silloge di Laura Liberale, di cui recentemente è uscito per le Ed. Meridiano Zero, il romanzo “Tanatoparty”. I versi, la cui dedicataria è la figlia Sari, sotto l’apparente veste dei versi d’occasione, in realtà formano una sommessa e potente cantata/poemetto creaturale. C’è una naturalezza di canto, in questi testi, che lega la luminosissima miniatura dell’amore materno ad un senso di vertigine e di ignoto, in un equilibrio-armonia frutto di quella battaglia che la poesia sa inevitabile “per dilatare la distanza tra la tua culla e il nulla”. E poi il legame dato dalla compresenza tra il micro ed il macrocosmo, tra il seme e l’albero, tra la minima traccia e l’universo, “l’uno” e “il molto”, la semplicità problematica dell’infinito dentro il finito, una totalità d’affetti nella dimensione della creatura – creata, in fieri ed in atto, che ri/crea la madre medesima. Entrambi in quella lotta -gioco vitale, “a strizzar via la morte / a darvi un senso”.

***

Scaccia l’ape che a te troppo s’avvicina
questa tua ammaccata madre
(una robetta, soltanto un lieve trasalire).
Ma tu non sai, non puoi sapere e non lo devi
quali sciami dentro e la battaglia
per dilatare la distanza fra la tua culla e il nulla.

***

Le volte in cui porto la vita
a spalla come un corpo morto
tu convincimi, amore
col tuo traballante sorriso
che si tratta solamente
di un vecchio bimbo addormentato Continua a leggere→

“Jazz”, di Silvio Perego

“Jazz” (Ed. Lampi di stampa, 2009, pref. di Ottavio Rossani) è la raccolta di Silvio Perego, autore assai influenzato dal carattere di improvvisazione/respirazione/sincope, secondo gli stilemi del jazz, della poesia nord-americana, specie di quella che fu la “beat generation”.
Nei suoi versi sentiamo il carattere apparentemente nativo, in realtà frutto di un approccio meno mediato alla pratica letteraria (il blank-verse già risalente a Whitman), di autori come Ginsberg, Gregory Corso, Frank O’Hara, Jack Kerouac, oltre di che maestri immediati o remoti deigli stessi (penso a William Carlos Williams o ad Ezra Pound). Nella lettura/scrittura di Perego il nord, il nostro nord, diviene una landa non dissimile da un luogo del Nord-America, ove la storia si è ritratta nella biologia individuale ed ha cessato d’essere destino/azione comune.

5 Haiku sparsi per la montagna

1
Rocce aguzze
E dure
Ma il cammino è leggero.

2
Le farfalle
ridono
delle mie scarpe.

3
Le montagne sono immense
Ma non saranno là per sempre

4
cime screziate d’azzurro
– – i bambini non sono stanchi.

5
rimpianti d’anima
abeti piegati dal vento.

*** Continua a leggere→

(mutamenti nell’uomo del movimento terra)

1

Spera sempre in una minima
differenza tra il sopra ed il sotto
(gli inferi, ci dicevano, e il terzo giorno), dove
trova che i sassi sono teste levigate, simili
a patate fossili scordate da un repulisti dell’historia patria,
con uno scarto minimo, dal semialto dell’escavatrice
si limita a registrare l’austera contrarietà dell’arco alpino.

2

Invidia il collega ch’è riuscito a mozzare
perfettamente, a metà, il colle dell’infanzia,
come una mela renetta, solo
per un effetto altro, rispetto all’incarico
assunto, perché s’allarga il paesaggio
e l’alba è tutta sopra gli ulivi,
e non vi crescerà più il muschio,
poco male, persino l’orto
è assicurato per un solitario uguale.
Ma qui nel piano, salvarsi, forse
negli avvallamenti procurati, nelle vene d’acqua
giunte ai corsi celati come un ingombro
dopo la morte delle tessiture.

3

Non è mai riuscito a star così in alto, prima,
ed a volte gli sembra sulla palta scrivano
i denti del cingolo, scrivano un urlo
sull’argilla disvelata, una preghiera
ché non ingoi, tremenda terra
dello stupro razionale, uomo e macchina, un tutt’uno.
Non lontano annotazioni coglie,
oblìo del semicrescere dei pioppi.

(cinque frottole)


(frottola del cainita)

Se intravedo la luna ed il castello,

ricordo pure il luogo del coltello.

Lo gettai tra roccia e spino, senza cura:

dopo il sangue ed i gridi c’è premura

di cancellare ogni traccia di ferita

e girare un nuovo foglio della vita.

E’ un libro chiuso la casa nella piazza –

del mio nemico cancellai la razza:

ora, a chi passa innanzi, tutto tace

su quella sera da bestia rapace.

Più non ricordo per cosa alzai la mano

e la premetti con la lama da lontano

sul padre, sulla madre e sulla figlia,

purgando il borgo da quella famiglia.

Ora ritorno, con l’accento straniero,

e ritrovo il paese vuoto e nero:

se ne parlò, nel bar, di quel delitto,

ora è silenzio, anzi, il locale è sfitto. Continua a leggere→

(nero scriba, nero)

Mette a verbale l’agonìa del mondo,
nel farsangue dei sensi e della lotta,
un pensato morire nel presente
ed altra luce provvista sopra i volti.
Qui sono i morti, i solitari, molti
augurali profili svolazzanti,
calcaree concrezioni da fornaci,
fuochi uterini per case di forèsti.
Renitente a quel grigio che sa fare,
ha accalcato balletti sottopelle
di nervi astratti, nevi inascoltate,
il bianco dentro, le catacombe di ieri.
Ferocia senza il vino della cima,
dapprima vive, balbetta, scrive un niente…

(frottola del cainita)

Se intravedo la luna ed il castello,
ricordo pure il luogo del coltello.

Lo gettai tra roccia e spino, senza cura:
dopo il sangue e il suo grido c’è premura

di cancellare ogni traccia di ferita
e girare un nuovo foglio della vita.

E’ un libro chiuso la casa nella piazza:
del mio nemico cancellai la razza.

Ora, a chi passa innanzi, tutto tace
su quella sera da bestia rapace.

Più non ricordo per cosa alzai la mano
e la premetti con la lama da lontano

sul padre, sulla madre e sulla figlia,
purgando il borgo da quella famiglia.

Ora ritorno, con l’accento straniero,
e ritrovo il paese vuoto e nero:

se ne parlò, nel bar, di quel delitto –
ora è silenzio, anzi, il locale è sfitto.

(improvvisi dei morti, degli amati)

(fontana dell’Acqua Reale – S.Pietro e Paolo d’Agrò – Casalvecchio Siculo)

 

***

 

Conteggiamo i congedi

in rassegnata furia

in ostinata vestizione

in una persistente ragione

di muschio, alga di fiume,

perseverante lichene sulla tegola,

come orazione dell’ammutolito,

nascere o cessare l’infinito ciclo

nel medesimo fiato che disfece,

nel moto d’impazienza

dell’occhio che registra

il passato come un nulla che è stato.

 

Al dunque nero del mondo

cui s’impreca, con la pena

mai infera, ma in esso ben assisa

e, pure, solo nell’assenza da esso,

si ritorna alle madri, a quel tacere

cui si cela, alle ripetizioni

da scoperta o illusione, salvi

ad un resurrexit poco dopo le fonti,

destinate dalla speranza

al suo indecifrabile contrario: ci permane

accarezzata da soffi di parole

ogni fronte divenuta marmo, irresistibile

alla calce, alla cenere, alla polvere

d’una mano d’esordio che sospenda

il silenzio nella definizione

dell’acqua sorgiva, dell’alphaomega

che sia flusso eterno.

 

(prova delle madri)

(Casalvecchio Siculo -ME – Chiesa di Sant’Onofrio, “Sacra Famiglia” di anonimo, 1618)

***

Io v’accompagno, madri, in Efeso.

Celebro mormorante da un’altura

di convegno d’ignote creature alate

nel turgore di petrose minne,

perforazioni del presente

schianto nel sonno inavvertito, voi

madri della certezza e del libro

sotto gli angeli barocchi,

madri della pazienza e della perdita

della memoria nel passo quotidiano,

madri dei figli, madri dai tanti figli

senza vostri figli, madri degli uomini

sotto lo stesso lenzuolo,

madri del racconto ripetuto e della predica,

madri nel giusto alzate, una preghiera

che da sola echeggia… Continua a leggere→

Lo scelbino (di Alberto Alberti)

A quel tempo si moriva a Roma, la domenica all’alba. Schiere di giovani e meno giovani che erano stati dietro una scrivania o un banco di vendita sei o otto ore al giorno per sei giorni (allora il sabato non era vacanza, neanche mezza), approfittando che le strade a quell’ora erano deserte, si fiondavano con le loro auto nuove nuove per via Nazionale o per via dei Fori imperiali, come sulla Salaria o sull’Appia, per provare il brivido della corsa. Con gli occhi di oggi, quei “bolidi” erano poca cosa. Cinquecento, seicento, millecento, tutt’al più, rara, qualche alfetta. Ma i cento, centodieci all’ora facevano paura, perché nessuno ci era abituato, e i guidatori meno di tutti. Le macchine sbandavano spesso, le frenate erano improbabili, gli scontri continui. I pochi passanti rischiavano grosso, anche quando avevano l’accortezza di stare al riparo, rasentando i muri, sui marciapiedi. Nessuno poteva prevedere dove andava a finire un mezzo fuori controllo, lanciato al limite delle sue potenzialità. Continua a leggere→

(adieu) etc.

(adieu)

E’ disincanto del rintocco, campanario

squarta l’asciutto espianto della lingua –

dentro un paesaggio che lo pasce e nega.

Il debito che non s’estingue, la pingue

larva della catena – una coperta

che la terra tesse.

***

(l’ordine)

“degli anni e dei mondi” – per una convenzione

fissi al tempo, ad un’ostensione della macchia,

sia fuoco d’artificio castellario e, dietro, notte

vuoto  mestiere e mistero dell’inganno,

ché sia la detta materia della fuga.

(digressione sulle torri joniche) xi -xii

ioniche

xi.

Sì, d’una qualche si pasce vampa
da vino amarenato, empito
del sollazzo del ciliegio, durezza
da bastone che solca la selvatica
invasione delle siepi, dei rovi
augurali delle more. In un’elevazione
dalla caccia all’uomo, bandito e forestiera
bevono, amanti, le stagioni del fogliame:
si recano a una sorte segnata di visione
all’altura della Rocca Castello.
E’ pura roccia, calcare
nei calcagni gementi tra poco, nelle storie.

xii.

Siamo di nuovo ad una costretta
luce dell’avvistamento, innalziamo
salendo nuova torre al Sant’Elia,
verso il Kalfa ferroso delle madri.
Spezziamo il legno, mormoriamo
nell’ascesa della morente luce
delle costellazioni, celebriamo
l’alba del villaggio innocente.
Vaniloquenti pratiche anacoretiche
nel procedere insano degli oranti,
un’eco d’ossa ripercuote, giace.

(ut pictura, ut pictata terra) # 10 (fine)

10.

Nell’ordinanza e dominio dei colori,

concede eredità, rinunce

agli avi, ai successori,

s’apre ai muti

cori mattinieri del vallone,

millesima i dolori.

Il bastione delle soste

meridiane lo conserva

nelle tracce della cava a monte

e dell’altra, ignota.

Calcare ed arenaria sui portali,

fissa antri smussati,

sbrecciati, polvere senza peso

come il secolo.

(ut pictura, ut pictata terra) #2

8.

Con una treccia materna taglia

l’impasto familiare di seme e sangue,

campane per l’allarme dai ladri

che dalla palma attentano alla casa.

La cassapanca nell’ombra

è sovrastata dal quieto ritratto della sabbia

sul volto del figlio, dalla rabbia dei torti

inaugurati, dalle attese di una luce intera.

 

9.

Gelo di verità ai vetri stende

una tela di schiuma per le dita.

Il selciato di mastri scalpellini,

forse provenienti da altre valli,

e poi svaniti come un popolo

di voci, di vesti zingaresche,

conserva la nota del clarino

del soldato appiedato, da un oltralpe

di fame di un paesaggio.

lumina et semina (compresenze in valle d’Agrò) #36 – 40 (fine)

36.

Remote piante dell’“a poco prezzo”

d’un velo che si squarcia, recante mercanzia

del rimpianto sgranato allo strapiombo

della Granciara, sempre un volto accompagna

ogni ritorno, un canto irriducibile al calcare

della cava obliata, dello scalpello smesso.

Un consenso di sguardi ci contorna

ed una lama bionda dall’oriente.

Ad un commiato prossimi nel vino

che riconsacra il sonno e nuove veglie. Continua a leggere→

lumina et semina (in valle d’Agrò) # 34 – 35

34.

La nudità del piede, del calcagno vizzo non conosce

se non il masso, i suoi secchi licheni.

Da Cristuri alla Fornace, a Pragò

l’occhio raccoglie il manto

di cui artefice è il merlo, o la ciaula,

con il seme malfermo nel becco.

La quercia roverella, il bagolaro, invadono

tutte le armacie dell’uliveto ch’era un monte

e un mondo, andato in una fiamma

non di roveto ardente, ma di sperpero deserto.

 

35.

Lumi, segnali, segni, signature,

semi di luce, sementi del chiarore

illùne, un’assenza nel guscio,

nella vagina asciutta della terra,

insediamo per verba gli atti

dell’ostinazione della presenza vana, liberiamo

lo sguardo, ammutoliamo con i nostri morti.